Ettore Sacchi

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Ettore Sacchi
Ettore Sacchi.jpg

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature XV, XVI, XIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV legislatura del Regno d'Italia
Gruppo
parlamentare
Radicale
Coalizione Liberal-democratica (1906-1914) e di Unione nazionale (1916-1919)
Circoscrizione Cremona (XV-XVI e XXII-XXV legislatura); Pescarolo ed Uniti (XVIII-XXI legislatura).

Ministro di Grazia e Giustizia del Regno d'Italia
Durata mandato 8 febbraio 1906 –
29 maggio 1906
Predecessore Camillo Finocchiaro Aprile
Successore Nicolò Gallo

Durata mandato 18 giugno 1916 –
18 gennaio 1919
Predecessore Vittorio Emanuele Orlando
Successore Luigi Facta

Ministro dei Lavori Pubblici del Regno d'Italia
Durata mandato 31 marzo 1910 –
29 marzo 1911
Predecessore Giulio Rubini
Successore Augusto Ciuffelli

Dati generali
Partito politico Partito Radicale Italiano
Professione Avvocato

Ettore Sacchi (Cremona, 31 maggio 1851Roma, 6 aprile 1924) è stato un avvocato e politico italiano, leader del Partito Radicale Italiano, di cui promosse la costituzione in partito politico e condusse alla partecipazione ai governi liberal democratici dell'Italia pre-fascista.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'avvocato dei movimenti operai e contadini[modifica | modifica wikitesto]

Ettore Sacchi si laureò in legge a Pavia ed esercitò la professione di avvocato nella città natale, ove più tardi fu eletto consigliere comunale e provinciale. Si avvicinò alla vita politica frequentando il circolo intitolato a Carlo Cattaneo e collaborando al giornale d'ispirazione radicale Il Torrazzo, insieme al concittadino Leonida Bissolati[1]. Fu eletto per la prima volta deputato nel 1882, nelle file dell'estrema sinistra.

Si distinse ben presto per il suo atteggiamento favorevole verso i movimenti operai e contadini; nel 1886, a Venezia, fece parte del collegio di difesa nel processo per le grandi agitazioni nel mantovano, estese al cremonese e al milanese, che si concluse con delle clamorose assoluzioni[2]. Nello stesso anno, insieme a Filippo Turati, assunse la difesa nel processo contro gli imputati del Partito Operaio Italiano[3]. Nel maggio del 1890, intervenne al congresso che si concluse con la sottoscrizione del Patto di Roma.

Alle elezioni del novembre 1892 Sacchi si presentò agli elettori auspicando una nuova linea politica, lontana da estremismi verbali, ma ferma nel propugnare le riforme che la situazione di allora sembrava consentire. Con tale atteggiamento flessibile e realistico, l'avvocato cremonese, una decina d'anni dopo, condurrà i radicali a confrontarsi con la politica di riforme inaugurata da Zanardelli e Giolitti[4].

Alla caduta di Francesco Crispi (1896), Felice Cavallotti, leader indiscusso dell'estrema sinistra radicale, compì un'operazione trasformistica, chiedendo al suo gruppo di appoggiare il nuovo governo di destra liberale, formato da Antonio di Rudinì. Il voto di fiducia alla Camera dimostrò che Cavallotti aveva con sé la grandissima maggioranza del partito, con l'eccezione di Ettore Sacchi e pochissimi altri, che votarono contro[5].

La crisi di fine secolo e l'estrema sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Con la morte di Cavallotti (6 marzo 1898), Sacchi assunse progressivamente la figura di leader del partito radicale. Dopo i moti milanesi del maggio 1898, e l'arresto dei deputati socialisti Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Andrea Costa, Leonida Bissolati, e del radicale Carlo Romussi, Sacchi si offrì come difensore legale degli arrestati, non disdegnando di essere chiamato "l'avvocato dei socialisti"[6].

In occasione dell'assassinio del re Umberto I (29 luglio 1900), Sacchi commemorò il sovrano con parole di quasi esaltazione, dimostrando un lealismo dinastico ormai dichiarato e convinto. Di fronte alle critiche apparse sul quotidiano della sinistra Il Secolo, Sacchi rispose che il partito radicale non avrebbe ragion d'essere se non distinguendosi dai repubblicani e ripudiando le loro pregiudiziali[7]. Un anno dopo, Sacchi, pur vivamente contestato dagli stessi compagni di partito (come Romussi e Colajanni) ribadì l'assoluta convinzione che ogni “pregiudiziale” nei confronti della monarchia doveva essere abbandonata, in quanto tutte le riforme propugnate dai radicali erano compatibili con la monarchia[8].

Sacchi leader del partito radicale: la politica giolittiana degli inizi del secolo[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Marcora

Nel 1901, al momento della costituzione del governo Zanardelli-Giolitti, Sacchi e Marcora, leader delle due principali correnti del partito radicale, furono invitati a partecipare alla coalizione. L'intesa s'infranse sul nodo delle spese militari. Nel 1903, fu nuovamente Giolitti, incaricato di costituire il nuovo governo, a chiedere ai radicali di prendervi parte. E ancora una volta Sacchi frappose un rifiuto (Marcora e il suo gruppo, peraltro, votarono a favore del Governo Giolitti II)[9].

Al I congresso del partito radicale (27-30 maggio 1904), si affrontarono le due correnti rivali, capeggiate da Marcora e da Sacchi. Formalmente, la differenza tra le due posizioni si riduceva a ciò: per il primo l'istituto monarchico non avrebbe potuto essere definitivamente accettato fino a che non si fosse dimostrato compatibile con le esigenze democratiche: la monarchia era dunque sottoposta a una condizione sospensiva; per Sacchi, invece, l'istituto doveva accettarsi fino a che non si rivelasse incompatibile con quelle esigenze; era un'accettazione sottoposta a condizione risolutiva. Sostanzialmente, però, Sacchi era, più aperto ai problemi sociali, più preoccupato delle esigenze e delle aspirazioni delle classi diseredate, meno incline di Marcora a separarsi dai socialisti. Concorrono a spiegare questa particolarità del suo pensiero politico-sociale, le vicende della giovinezza a Cremona a fianco di Bissolati, il sempre mantenuto contatto con le leghe dei lavoratori nella pianura padana, la sua opera di avvocato difensore di agitatori e capi del movimento operaio e contadino, la sua convinzione del valore positivo della coscienza dei lavoratori nella loro forza. Il congresso radicale si concluse con la vittoria di Sacchi, che riuscì a far approvare all'unanimità la sua mozione, nella quale si accettavano le istituzioni vigenti fino a che esse continuassero a dimostrarsi compatibili con il processo democratico[10]. Il congresso, infine, proclamò la costituzione ufficiale del Partito Radicale Italiano.

Successivamente Giolitti propose – ed ottenne - la nomina di Marcora alla Presidenza della Camera dei deputati. Fu il passo decisivo che avviò il partito radicale ad assumersi responsabilità di governo. L'ingresso ufficiale avvenne nel 1906, con l'avvento del governo Sonnino; Sacchi fu nominato Ministro di Grazia e Giustizia e Culti. Con la caduta del governo dei "cento giorni" guidato da Sidney Sonnino, i radicali parteciparono ai successivi governi di Giolitti (1906-09), Luzzatti e ancora di Giolitti (1911-14). Sacchi fu Ministro dei Lavori Pubblici in questi ultimi due governi. Alle elezioni del 1909, che videro un'ulteriore e notevole avanzata dei radicali, il partito era divenuto una componente decisiva delle maggioranze governative.

L'uscita dei radicali dal governo Giolitti[modifica | modifica wikitesto]

Con l'adesione incondizionata alla monarchia, e l ingresso nella maggioranza governativa, i radicali persero gran parte della loro carica propulsiva e riformatrice. Nel 1911 accettarono passivamente la Guerra italo-turca, che, sostanzialmente, furono costretti ad avallare. Lo stesso Sacchi ebbe cura di non prendere posizione, trovandosi in evidente imbarazzo[11].

Le inquietudini dei radicali giunsero, peraltro, a un inaspettato stadio di ebollizione proprio con lo svolgimento delle prime elezioni a suffragio universale maschile del 1913, che avrebbero dovuto rappresentare la conquista di una delle rivendicazioni storiche del partito dell'estrema sinistra. La conclusione del Patto Gentiloni, tra Giolitti e le gerarchie cattoliche, era infatti principalmente diretto contro il principale partito della democrazia laica, che, pur risultando ancora una volta vittorioso, fu elettoralmente danneggiato[12]. Al congresso del partito radicale, tenutosi in Roma ai primi di febbraio del 1914, l'insurrezione antigiolittiana traboccò e, a grande maggioranza, il partito radicale votò per l'uscita dei suoi ministri dal Governo Giolitti IV[13].

Il neutralista Ettore Sacchi e la crisi mortale del radicalismo italiano[modifica | modifica wikitesto]

Cremona, lapide ad Ettore Sacchi

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, gli interventisti, nel partito radicale, costituivano la maggioranza. L'ala filo neutralista, facente capo a Sacchi, seguiva poco convinta. Il leader cremonese si chiuse in un silenzio diffidente e ostile, appartandosi in una prudente e passiva posizione di attesa, ma non riuscì a dare alcun valido sostegno alla politica giolittiana di neutralismo. Alla fine si rimise fatalmente alla volontà della maggioranza, in nome dei "superiori interessi della nazione", accettando anche di partecipare ai ministeri di guerra, come Ministro di Grazia e Giustizia e Culti nei governi Boselli e Orlando. Nell'Ottobre 1917 firma il "decreto Sacchi" che deferisce ai Tribunali militari anche i civili accusati di "disfattismo". Grazie ad esso non solo gli scioperi furono considerati illegittimi, ma venne giudicato reato qualunque situazione che impedisse lo svolgimento del lavoro (per esempio, le manifestazioni).

Nella grande crisi dell'intervento, Sacchi aveva intuito che ad uscirne più malconcio sarebbe stato proprio il partito radicale, rivelando, prima di tutto, la sua mancanza di coesione e la propria impotenza[14].

Nel gennaio 1919, Sacchi uscì dal governo Orlando, e si dichiarò, a nome della direzione generale del partito radicale, per una larga amnistia, un'imposta globale complessiva sul reddito e, più genericamente, per una "democrazia del lavoro", nell'intento di ribadire l'aspirazione del Paese ad una maggiore apertura sociale[15]. Ma alle elezioni del 1919, il partito radicale registrò una flessione nel numero degli eletti, la prima dopo anni di continua ascesa. Alle successive elezioni (1921) perfino Sacchi, che pure era ancora uno dei più eminenti leader del partito ed era stato assai poco incline all'intervento, fu punito dai suoi elettori e non fu rieletto. Il combattente di tante battaglie per la democrazia, lasciò dunque la politica e morì povero nel 1924[16].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Garzanti, Milano, 1973, pag. 159 e 223
  2. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 238
  3. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 245
  4. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pagg. 308-309
  5. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pagg. 340-341
  6. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 357
  7. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 359
  8. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 363
  9. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pagg. 364-365
  10. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pagg. 366-368
  11. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 389
  12. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 390
  13. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 391
  14. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pagg. 392-95
  15. ^ Alessandro Galante Garrone, Op. cit., pag. 397
  16. ^ Cremona ricorda il radicale Ettore Sacchi Archiviato il 12 maggio 2006 in Internet Archive.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Claudia Cardelli, Radicali ieri. Dall'Unità al fascismo, Milano, Istituto propaganda libraria, 1992.
  • Raffaele Colapietra, Felice Cavallotti e la democrazia radicale in Italia, Brescia 1966.
  • Lucio D'Angelo, Radical-socialismo e radicalismo sociale in Italia, 1892-1914, Milano, Giuffrè, 1984.
  • Lucio D'Angelo, La democrazia radicale tra la prima guerra mondiale e il fascismo, Roma, Bonacci, 1990.
  • Alessandro Galante Garrone, Origini problemi e figure del radicalismo in Italia, Torino, Giappichelli, 1966.
  • Alessandro Galante Garrone, Le origini del radicalismo in Italia, Torino, Giappichelli, 1970.
  • Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia dal 1870 al secolo XX, Torino, Giappichelli, 1971.
  • Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia (1849-1925), Milano, Garzanti, 1973.
  • Giovanni Orsina, Senza Chiesa né classe. Partito radicale nell'età giolittiana, Roma, Carocci editore, 1998.
  • Giovanni Orsina, Anticlericalismo e democrazia. Storia del Partito radicale in Italia e a Roma, 1901-1914, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002.
  • Giovanni Spadolini, L'opposizione laica nell'Italia moderna, 1861-1922. Radicali e repubblicani nell'adolescenza della nazione, Firenze, Cassa di risparmio di Firenze, 1988; Firenze, Felice Le Monnier, 1989.

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