Guerra civile in Somalia

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Guerra civile somala
Black Hawk Down Super64 over Mogadishu coast.jpg
Un elicottero Black Hawk mentre sorvola la costa di Mogadiscio.
Data 26 gennaio 1991 - in corso
Luogo Somalia Somalia
Esito Conflitto in corso
  • Caduta del regime di Siad Barre
  • Consolidamento degli Stati regionali
  • Reintroduzione della Shari'a, conflitto tra estremisti islamici e governo
  • Crisi umanitaria
  • Nuovo governo
Schieramenti
Comandanti
Perdite
300.000 - 400.000 non definito
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La guerra civile somala è un conflitto scoppiato in Somalia nel 1991 e tuttora in corso. Il conflitto nacque dalla resistenza nei confronti del regime di Siad Barre, portata avanti durante gli anni 80'. Nel 1988-90 le Forze armate somale ingaggiarono scontri con diversi gruppi ribelli, tra i quali figuravano: il Fronte democratico di salvezza somalo nel nordest, il Movimento nazionale somalo nel nordovest e il Congresso della Somalia unita nel sud.

Nel 1991, i clan ed i gruppi armati ribelli rovesciarono il regime di Barre. Il conseguente vuoto di potere portò ad una lotta tra le varie fazioni, scontro precipitato dopo un tentativo delle Nazioni Unite di organizzare una missione di peace-keeping a metà anni 90'. Il periodo di decentralizzazione del potere che ne seguì si caratterizzò, in molte aree, per un ritorno ai costumi e alle leggi religiose e dall'insediamento di governi locali nel nord dello Stato. Tale situazione portò ad un relativo affievolimento dell'intensità degli scontri, tanto che il SIPRI rimosse la Somalia dalla lista dei maggiori conflitti in corso nel 1997 e nel 1998.

Nel 2000 venne insediato il Governo nazionale di transizione (GNT), seguito dal Governo federale di transizione nel 2004 (GFT). Il GFT nel 2006, con l'aiuto dell'Etiopia, riuscì a conquistare la maggior parte del territorio a sud controllato dall'Unione delle Corti Islamiche (UCI). Le UCI si trasformarono in un gruppo ancora più radicale che prese il nome di Al-Shabaab, il quale, a sua volta, ha ingaggiato uno scontro con il governo federale e la missione AMISOM dell'Unione Africana, nata per controllare lo Stato.

Nel 2011 venne avviata una missione che prese il nome di Operazione Linda Nchi, condotta dalle forze somale in collaborazione con forze multinazionali[2]. Nell'agosto 2014 il governo ha dato il via all'Operazione Oceano Indiano con lo scopo di riconquistare gli ultimi territori controllati dai ribelli[3].

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenza della guerra di Ogaden[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione somala.

Successivamente alla sconfitta nella Guerra dell'Ogaden, il governo socialista in carica nella Repubblica Democratica di Somalia, guidato dal Maggior Generale Siad Barre, portò avanti una campagna di arresti tra i membri governo e tra gli ufficiali militari sospettati di essere coinvolti nel tentato Golpe del 1978 [4] [5] . La maggior parte delle persone che presumibilmente sostennero l'organizzazione del Golpe furono sommariamente uccise [6]. In ogni caso, diversi ufficiali riuscirono a fuggire all'estero dove crearono il Fronte Democratico di Salvezza Somalo (FDSS), il primo tra i vari gruppi di dissidenti che intendesse rimuovere il regime di Barre con la forza [7].

La caduta di Siad Barre (1986–1992)[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 1986, Barre fu coinvolto in un incidente automobilistico vicino a Mogadiscio nel quale rischiò la vita e che gli produsse molte ferite gravi; durante un forte temporeale, l'auto su cui viaggiava tamponò violentemente un autobus [8]. In un ospedale saudita venne curato, per diversi mesi, dalle ferite alla testa, dalle costole rotte e dallo shock [9][10] Il Vice-Presidente dell'epoca, il Tenente generale Mohamed Ali Samatar, durante la degenza di Barre servì come Capo di Stato de facto. Sebbene Barre fosse riuscito a recuperare abbastanza per presentarsi come candidato-unico alle elezioni presidenziali, alla fine del settennato, del 23 dicembre 1986, la sua debole salute e la sua età avanzata produssero delle speculazioni su chi sarebbe stato il suo successore al potere. Tra i possibili contendenti figuravava il generale Ahmed Suleiman Abdile (nonché genero di Barre), all'epoca Ministro dell'Interno, in aggiunta al generale Muhammad Ali Samatar[11]. [12]

In un tentativo di mantenere il vecchio potere, il govero di Barre nel Consiglio Rivoluzionario Supremo divenne sempre più autoritario ed arbitrario. L'opposizione al suo regime di conseguenza crebbe. Barre cercò a sua volta di arrestare i disordini abbandonando gli appelli al nazionalismo, affidandosi sempre di più alla sua cerchia e sfruttando la storica rivalità tra i clan. A metà anni 80', però, altri gruppi di ribelli, supportati dall'amministrazione comunista dell'Etiopia del Derg, nacquero in tutto il paese. Barre rispose ordinando misure punitive contro questi gruppi e contro quelle comunità locali che si riteneva li supportassero, soprattutto nelle regioni del nord. La repressione prevedeva anche il bombardamento di città, tra le zone colpite figurava nel 1988 Hargeisa, roccaforte del Movimento nazionale somalo. [13]

Nel 1990, alla vigilia della guerra civile, il primo Presidente della Somalia indipendente, Aden Abdullah Osman Daar, e altri 100 politici somali firmarono un manifesto che chiedeva la riconciliazione [14]. Molti dei firmatari furono successivamente arrestati [15]. La dura repressione operata da Barre portò ad un rafforzamento dell'appello lanciato dai gruppi di opposizione, nonostante l'unico obiettivo comune fosse la caduta del regime. [16]

La prima fase della guerra civile deriva dalle insurrezioni contro il repressivo governo di Siad Barre. Dopo la sua esclusione dal potere, il 26 gennaio del 1991, una contro-rivoluzione cercò di restaurarlo al potere a capo del Paese.

La sempre più violenta e caotica situazione evolse in una crisi umanitaria e in uno stato di anarchia.

Nel 1991, per isolarsi dai sempre più violenti combattimenti nel sud del Paese, la Somaliland si dichiarò indipendente, per quanto la sua sovranità non venisse riconosciuta da nessun Paese o organizzazione internazionale. Essa comprende il nord-ovest del Paese, tra il Gibuti e l'area a nord-est nota come Puntland.

Eventi[modifica | modifica wikitesto]

Berretti rossi, CSU, MNS[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 1990, dei militanti del Congresso della Somalia unita (CSU) entrarono segretamente a Mogadiscio per fornire aiuto a membri di alcuni clan, i quali avevano formato dei comitati popolari per difendersi dagli attacchi di altri clan sostenitori di Barre. La presenza dei ribelli del CSU nella capitale portò all'intervento militare dei Berretti rossi, un'unità d'elite che serviva come Guardia del Presidente della Repubblica. Le quattro settimane di battaglia tra i Berretti rossi e i ribelli del CSU determinarono l'ingresso di altri ribelli del CSU in città. Nel gennaio 1991 i ribelli CSU, nel processo di rovesciamento del regime di Barre, riuscirono a sconfiggere i Berretti rossi [17]. L'esercito nazionale somalo e tutte le altre forze militari e di sicurezza andarono allo sbando, un numero indeterminato di loro componenti formarono delle forze irregolari o andarono ad ingrossare le file dei clan [18]. Dopo la vittoria del CSU sul regime di Barre, gli altri gruppi ribelli non accettarono di collaborare con esso, ognuno guardava al consenso. dei propri sostenitori [19]. Oltre a questi, esistevano altri gruppi di opposizione il: Movimento Patriottico Somalo (MPS) e l'Alleanza Democratica Somala (ADS), a un gruppo appartenente al clan Gadabuursi, quest'ultimo si era formato nel nordovest per contrastare la fazione del Movimento Nazionale Somalo (MNS) vicino al clan Isaaq [20]. Inizialmente il MNS non riconobbe la legittimità del governo provvisorio istituito dal CSU. In ogni caso, l'ex leader del MNS, Ahmed Mohamed Silanyo, propose, nel marzo 1991, una condivisione del potere tra CSU e MNS sotto un nuovo governo di transizione [21] .

Successivamente molti gruppi di opposizione cominciarono a scontrarsi per riempire quel vuoto di potere creatosi con la caduta del regime di Barre. Nel sud, fazioni armate guidati dai generali del CSU Mohamed Farah Aidid e Ali Mahdi Mohamed si scontrarono contro chi che voleva esercitare delle influenze sulla capitale [22]. Nel nordovest, alla conferenza di Burao dell'aprile-maggio 1991, i secessionisti del MNS proclamarono l'indipendenza della regione con il nome di Somaliland [23]; contemporaneamente nominarono come presidente il leader del MNS Abdirahman Ahmed Ali Tuur [24].

L'intervento delle Nazioni Unite (1992–1995)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi UNOSOM I, UNITAF e UNOSOM II.
Un soldato statunitense a Mogadiscio

La Risoluzione ONU 733 e la 746 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite portarono alla creazione di UNOSOM I, la prima missione a fornire soccorso umanitario e aiuti per restaurare l'ordine in Somalia dopo la dissoluzione del governo centrale.

In data 3 dicembre 1992, venne approvata all'unanimità la risoluzione 794 del Consiglio di sicurezza, la quale istituiva una coalizione di forze di peace-keeping sotto la guida degli Stati Uniti. La coalizione, che prese il nome di UNITAF, aveva il compito di assicurare la distribuzione degli aiuti umanitari e ristabilire la pace in Somalia. Le forze di pace sbarcarono nel 1993 e iniziarono uno sforzo di due anni,principalmente nel sud [25] , per alleviare le condizioni di fame; la missione prese il nome di UNOSOM II. Il mandato originario dell'UNITAF prevedeva l'utilizzo di "tutti i mezzi necessari" per garantire la consegna degli aiuti unamitari, in linea con quanto stabilito nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite[26].

Durante i negoziati tenutisi dal 1993 al 1995, i signori somali ottennero alcuni successi nella riconciliazione e nella creazione di pubbliche autorità. Allinterno di queste iniziative si inseriva l'Accordo di Pace di Mudug del giugno 1993 tra le forze di Mohammed Farah Aidid e il Fronte democratico di salvezza somalo, mediante il quale: venne stabilito un cessate il fuoco tra il clan Haber Gedir ed il clan Majeerteen, furono aperte le rotte commerciali e formalizzato il ritiro dei militanti da Galkayo.La UNOSOM mediò la riconciliazione di Hirab del gennaio 1994 a Mogadiscio, tra gli anziani dei clan rivali Abgal e Haber Gedir; sostenuta anche dai politici, si concluse con un patto per cessare le ostilità, smantellare la linea verde che divideva la città e rimuovere i blocchi stradali. La UNOSOM mediò anche la iniziativa di Kismayo del 1994 tra forze armate somale, Movimento patriottico somalo, Fronte democratico di salvezza somalo ed i rappresentanti di 99 clan provenienti dalla regioni meridionali Lower Juba e Middle Juba[27]. Nel 1994 la conferenza di Bardhere tra i Marehan e Rahanweyn risolse i conflitti riguardanti le risorse locali. Nel marzo 1995 venne istituito il Concilio di Governo Digil-Mirifle per le regioni meridionali di Bay e Bakool, ma ebbe vita breve [28].

Alcune delle milizie che si scontravano per ottenere il potere videro nell'UNOSOM una presenza in grado di contrastare la loro egemonia. Di conseguenza si ebbero degli scontri armati tra miliziani locali e membri delle forze di peace-keeping. All'interno di questi si inseriva la Battaglia di Mogadiscio dell'ottobre 1993, un tentativo fallito delle truppe americane di fermare il potere della fazione di Aidid. I soldati ONU si ritirarono il 3 marzo 1995, dopo aver subito molte perdite[29].

Critici del coinvolgimento USA evidenziarono che "proprio prima che il presidente pro-USA Mohamed Siad Barre fosse deposto,quasi due terzi del territorio erano stati assegnati in concessione petrolifera a Conoco, Amoco, Chevron e Phillips. La Conoco aveva addirittura dato in prestito la sua sede in Mogadiscio all'ambasciata USA pochi giorni prima dell'arrivo dei Marines, che l'inviato speciale della prima amministrazione Bush usava come proprio temporaneo quartier generale.[30][31][32]

La cinica asserzione era che, piuttosto che un gesto puramente umanitario, il coinvolgimento USA mirasse al controllo delle concessioni petrolifere. La Somalia non ha riserve di petrolio certe, ma vengono considerate possibili riserve in Puntland. A tutt'oggi le esplorazioni petrolifere rimangono controverse. Il Governo federale transitorio avvertì gli investitori di evitare affari finché il Paese non venisse riportato alla stabilità.[33]

Nel periodo giugno-ottobre, numerose sparatorie tra elementi locali e forze di pace portarono alla morte di 24 pakistani 19 soldati USA (in totale le perdite USA ammontarono a 31), la maggioranza dei quali venne uccisa nella battaglia di Mogadiscio, in cui vennero uccisi 1000 miliziani somali. L'incidente, in seguito, diede le basi per il libro Black Hawk down e il susseguente film con lo stesso titolo. Le Nazioni Unite si ritirarono il 3 di marzo del 1995 avendo sofferto molte altre significanti perdite, senza che l'ordine in Somalia fosse stato restaurato.

Congresso Somalo Unito/Alleanza Somala di Salvezza (1995/1997)[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l'ONG Interpeace, dopo il ritiro dell'UNOSOM nel marzo 1995, gli scontri tra militari e fazioni locali diminuirono, in genere furono più brevi, meno intensi e più localizzati. Ciò fu dovuto, in parte, all'intervento militare ONU su larga scala che contribuì a ridurre l'intensità degli scontri tra le fazioni principali, le quali si concentrarono a consolidare i gli utili ottenuti. Le iniziative locali di pace e riconciliazione organizzate nel centro e nel sud del paese tra il 1993 e 1995, ebbero anch'esse un impatto positivo.[34]

Successivamente, Aidid si dichiarò Presidente della Somalia il 15 giugno 1995.[35] In ogni caso, la sua dichiarazione non venne accolta, visto che il suo rivale Ali Mahdi Muhammad era già stato eletto Presidente ad interim alla conferenza di Djibouti e riconosciuto come tale dalla comunità internazionale.[36] Di conseguenza, la fazione di Aidid portò avanti la sua lotta per l'egemonia nel sud. Nel settembre 1995, le milizie locali attaccarono e occuparono la città di Baidoa.[37] Le forze di Aidid mantennero il controllo della città dal settembre 1995 fino alla fine del gennaio 1996, mentre la locale milizia Rahanweyn Resistance Army continuava ad agire nei dintorni della città.

I combattimenti continuarono fino alla seconda metà del 1995 nel sud a Kismayo e nella valle di Juba, coma anche nel sudovest e nel centro. Nonostante i diversi conflitti in corso, le regioni di Gedo e Middle Shabelle, il nordest ed il nordovest, si mantennero relativamente in pace. Diverse amministrazioni regionali e distrettuali, le quali erano state istituite negli anni precedenti, continuarono ad operare in queste aree. Nel marzo 1996, Ali Mahdi venne eletto a capo del Congresso Somalo Unito/Alleanza Somala di Salvezza, insediato nella parte nord di Mogadiscio. Nella zona sud della città, le forze di Aidid combattevano contro quelle di Osman Atto per il controllo del porto di Merca, zona strategica della città. I combattimenti a Merca cessarono dopo l'intervento degli anziani ma continuarono a Mogadiscio. Nell'agosto 1996, Aidid morì per le ferite riportate durante i combattimenti nell'area di Medina.

La divisione della Somalia (1998-2006)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo tra il 1998 e il 2006 vide la frammentazione dell'unità politica somala. Numerosi comandanti militari che si erano guadagnati posizioni di rilievo nel periodo dell'anarchia militare, costituirono formazioni parastatali (definite da alcuni studiosi di geopolitica veri e propri feudi) sostanzialmente svincolati da ogni autorità centrale.

Alcune di queste formazioni giunsero a dichiarare una "temporanea indipendenza", nell'ottica di preservare i territori amministrati dallo stato di guerra endemica e predisporre un processo di riunificazione reale del paese.

L'autonominatosi stato di Puntland dichiarò l'indipendenza "temporanea" nel 1998, con l'intenzione di collaborare ad ogni tentativo somalo di riappacificazione per formare un nuovo governo centrale.

Un secondo movimento si verificò nel 1998 con la dichiarazione dello stato di Jubaland nel sud.

Una terza entità autonominatasi, guidata dalla Ranweyn Resistance Army (RRA) sorse nel 1999, tra le file del Puntland. Questa recessione "temporanea" venne confermata nel 2002. Ciò portò all'autonomia della Somalia sud-occidentale. L'RRA aveva inizialmente indetto un'amministrazione autonoma su alcune regioni della Somalia meridionale e centrale nel 1999. Il territorio dello Jubaland venne dichiarato sotto il controllo dello stato della Somalia sud-occidentale, ma la sua situazione non è ben chiara.

Un quarto stato autoproclamato nacque con il nome Galmudug nel 2006 in risposta al potere crescente dell'Unione delle corti islamiche.

Per quanto il Somaliland sia legalmente e internazionalmente riconosciuto come regione autonoma della Repubblica Somala, il suo governo non cerca l'indipendenza dalla Somalia.

In questo periodo, diversi tentativi di riconciliazione incontrarono varie misure di successo. Movimenti come l'interclan Governo nazionale di transizione (TNG) e il Consiglio di riconciliazione e restaurazione della Somalia (SRRC) portarono alla fondazione, nel novembre 2004, del TFG Governo federale di transizione. In ogni modo violenze tra clan e tra signori della guerra continuarono per tutto il periodo e i cosiddetti "Movimenti di governo nazionale" mantennero un controllo del Paese piuttosto limitato.

Ascesa del ICU, guerre contro ARPCT, GFT ed Etiopia (dal 2006 ad oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2004, il Governo federale di transizione (GFT) venne costituito nella città di Nairobi, Kenya. La situazione era ancora troppo instabile in Somalia perché la Convenzione potesse tenersi a Mogadiscio. All'inizio del 2006 il TFG tentò di stabilire un temporaneo insediamento del governo a Baidoa.

Nella prima parte del 2006, venne formata da signori della guerra per lo più basati nella zona di Mogadiscio l'Alleanza per la restaurazione della pace e dell'anti-terrorismo (ARPCT). Essi si opponevano all'ascesa della Unione delle corti islamiche (ICU) orientata alla Shari'a, che aveva rapidamente consolidato il proprio potere spalleggiata dai finanziamenti della CIA.[38] Ciò portò a incrementare il conflitto nella capitale.

Apice del potere dell'ICU[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno 2006, la ICU riuscì a catturare la capitale nella seconda battaglia di Mogadiscio, scacciando la ARPCT sulle alture circostanti, e riuscendo a persuadere altri signori della guerra a far pate della propria fazione. Sulla scia di modesti successi militari le Corti islamiche estesero la loro autorità fino alle frontiere del Puntland, e presero il controllo del centro - sud del paese (Jubaland).

La crescente base di potere e di attivismo del movimento Islamico portò a un sempre più aperto stato di guerra tra gli islamisti e le altre fazioni, inclusi il Governo federale transitorio (TFG), gli Stati autonomi di Puntland e Galmudug, l'ultimo dei quali nacque precipuamente come argine politico al fondamentalismo islamico. Il caos imperante generò l'intervento dell'Etiopia, interessata più che a mantenere la pace, ad arginare l'esplosione di fanatismo religioso che avrebbe potuto creare disordini entro i propri confini nazionali. L'ICU presumibilmente ottenne l'aiuto dell'Eritrea, rivale dell'Etiopia, e di mujahidin stranieri, e proclamò il Jihad contro l'Etiopia in risposta alla sua occupazione di Gedo e allo spiegamento delle sue forze intorno a Baidoa.

Intervento etiopico e crollo dell'ICU[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 2006, la ICU il TFG cominciarono la battaglia di Baidoa. Combattimenti esplosero anche intorno alla città Somala di Bandiradley nel Mudug e Belet Uen nella regione dell'Hiran. Le Corti islamiche scatenarono un'offensiva contro le truppe etiopi, ma la superiorità tecnologica e logistica dell'esercito regolare di Addis Abeba fu determinante, sancendo la totale sconfitta militare dei fondamentalisti e il loro progressivo ritiro dalla capitale Mogadiscio. Dopo una breve azione finale nella battaglia di Jowhar il 27 dicembre, i leaders della ICU si dimisero .

In seguito alla battaglia di Jilib, combattuta il 31 dicembre 2006, Kismayo cadde in mano alle forze del TGF e agli etiopici, il 1 gennaio 2007. Il primo ministro Ali Mohammed Ghedi chiamò il Paese a iniziare il disarmo.

L'intervento statunitense[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 2007, gli Stati Uniti intervennero militarmente nel paese, per la prima volta in modo ufficiale dallo schieramento dell'ONU negli anni 90 conducendo attacchi aerei con l'uso dei AC-130 contro le posizioni islamiche a Ras Kamboni, come parte del tentativo di catturare o uccidere elementi di al-Qaida presumibilmente infiltrati nelle forze dell'ICU. Rapporti non confermati asseriscono che consiglieri USA sono stati sul terreno con le forze etiopiche e somale sin dall'inizio della guerra. Forze navali sono state dispiegate al largo per prevenire tentativi di fuga in mare e la frontiera con il Kenya chiusa.

Infiltrazioni islamiche e ricomparsa dei combattimenti inter-clan[modifica | modifica wikitesto]

Appena la ICU venne scacciata dal campo di battaglia, le sue truppe si dispersero per cominciare la guerriglia contro le forze governative etiopi e somale. Nello stesso tempo, la fine della guerra venne seguita dalla continuazione di esistenti conflitti tribali.

Per aiutare a ristabilire la sicurezza, una proposta Missione dell'Unione africana in Somalia (AMISOM) fu autorizzata a schierare nel Paese una forza di pace di 8000 uomini. Questa missione ampliò il numero dei Paesi che potevano parteciparvi rispetto alla missione precedentemente proposta guidata dai Paesi del Corno d'Africa, IGAD. In reazione alla missione panacfricana sorse il Movimento popolare di resistenza nella terra delle due migrazioni (PRM).

Reintroduzione della Shari'a, attentati e battaglie[modifica | modifica wikitesto]

Per tutto l'inizio del 2009 numerosi attacchi suicidi degli estremisti islamici martoriarono la credibilità del governo provvisorio, tenuta insieme da fragili accordi intertribali. Il 1º marzo 2009, a causa dei frequenti kamikaze mandati da Hizbul Islam, una fazione estremista islamica emergente, il presidente Sharif Ahmed chiese la tregua in cambio della Shari'a. Le fazioni accettano, ma il presidente non ritirò le truppe. Per questi motivi la tregua non entrò mai in vigore: il 25 maggio gli scontri raggiunsero la capitale nella terza battaglia di Mogadiscio, e il 6 maggio il fronte si estese a Wabho, mentre si contavano ormai centinaia e centinaia di vittime. Il 22 giugno, a causa dell'avvicinarsi delle fazioni alla capitale, Sharif Ahmed inviò un appello ai Paesi esteri chiedendo un sostegno internazionale di fronte alla crisi e dichiarò lo stato di emergenza. Per tutto il mese di giugno 2009, inoltre, le forze etiopi si mantennero operative, acquisendo numerose posizioni fortificate dei fondamentalisti.

L'accerchiamento al Governo e l'uccisione di ministri e deputati[modifica | modifica wikitesto]

A giugno 2009 il Governo era già stato colpito con l'uccisione del ministro della Sicurezza Homar Hashi Aden in un attentato terroristico. Il giorno del 3 dicembre 2009, durante una festa per diplomi di laurea, un durissimo colpo viene inferto al Governo somalo a partire dai suoi stessi membri. All'Università di Mogadiscio, nella ormai piccola zona della città non invasa dagli estremisti islamici, dove risiede il governo, e controllata dalle forze dell'Unione africana, un kamikaze vestito da donna si fa esplodere causando la morte di 22 persone, tra cui 15 studenti e 4 ministri del governo di Sharif Ahmed.

Il 5 dicembre 2009, a causa delle lesioni conseguite in seguito a quest'attentato, moriranno altre due persone tra cui un altro ministro, il ministro dello Sport. Ciò che resta del Governo della Somalia, immediatamente accusa l'organizzazione al-Shebāb, ricollegata ad al-Qaida, di aver organizzato l'attentato, nonostante l'organizzazione ufficialmente neghi[39].

Per tutto il 2010, la guerra continua, e il Governo è ormai accerchiato a Mogadiscio. Il 23 agosto 2010 Al Shabaab irrompe nell'hotel solitamente frequentato dai deputati e fucila trentatré persone, tra cui quattro parlamentari[40]. Una decina di giorni più tardi, è drammatico l'annuncio del parlamentare di maggioranza Sharif Said, che annuncia la prossima fine totale del Governo somalo di transizione. I miliziani infatti, si trovano, al periodo dell'annuncio, a soli cento metri dal palazzo presidenziale nella divisa Mogadiscio e il presidente Sharif Ahmed è stato costretto a fuggire dal Palazzo e a rifugiarsi tra gli uomini della sua tribù, a nord della capitale. Molti dei deputati e ministri hanno abbandonato la città, e vivono stabilmente nella keniota Nairobi.

Sharif Said afferma, inoltre, che le vere motivazioni del conflitto non sono soltanto religiose, ma anche economiche, e cioè mettere le mani sugli aiuti che arrivano più o meno clandestinamente, milioni di euro in gran parte dal Sudan, lo Yemen e gli Emirati Arabi Uniti[41].

La carestia e il recupero di Mogadiscio[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 2011 una terribile carestia si abbatte sulla Somalia. Sin dall'inizio, si prevedono centinaia e centinaia di morti. Nella confusione che si viene a creare, regna l'anarchia più assoluta, e persino Al Shabaab non riesce a far fronte alla situazione. A seguito di ciò, il gruppo islamista si ritira definitivamente e completamente da Mogadiscio. Ciò porta un'isperata vittoria al Governo di Sheikh Sharif Ahmed[42].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ allAfrica.com: Somalia: Islamist Group Supports President Sharif
  2. ^ E. African Nations Back Kenyan Offensive in Somalia
  3. ^ raxanreeb.com SOMALIA: President says Godane is dead, now is the chance for the members of al-Shabaab to embrace peace
  4. ^ ARR: Arab report and record, (Economic Features, ltd.: 1978), p.602
  5. ^ http://wardheernews.com/Articles_2011/Oct/29_Brothers_in_Army_abdul.pdf Brothers in Arms. Part I. di Abdul Ahmed III
  6. ^ New People Media Centre, New people, Issues 94–105, (New People Media Centre: Comboni Missionaries, 2005)
  7. ^ Nina J. Fitzgerald, Somalia: issues, history, and bibliography, (Nova Publishers: 2002), p.25.
  8. ^ World of Information (Firm), Africa review, (World of Information: 1987), p.213.
  9. ^ Arthur S. Banks, Thomas C. Muller, William Overstreet, Political Handbook of the World 2008, (CQ Press: 2008), p.1198.
  10. ^ National Academy of Sciences (U.S.). Committee on Human Rights, Institute of Medicine (U.S.). Committee on Health and Human Rights, Scientists and human rights in Somalia: report of a delegation, (National Academies: 1988), p.9.
  11. ^ World of Information (Firm), Africa review, (World of Information: 1987), p.213.
  12. ^ Arthur S. Banks, Thomas C. Muller, William Overstreet, Political Handbook of the World 2008, (CQ Press: 2008), p.1198.
  13. ^ Biblioteca del Congresso
  14. ^ Bloomfield, Steve, The Indipendent, 11 giugno 2007
  15. ^ Life & Peace Institute, Horn of Africa Bullettin, 1991, pag 14
  16. ^ Libreria del Congresso
  17. ^ Libreria del Congresso
  18. ^ Nina J. Fitzgerald, Somalia: issues, history, and bibliography, (Nova Publishers: 2002), p.19.
  19. ^ Libreria del Congresso
  20. ^ Ciisa-Salwe, Cabdisalaam M, The collapse of the Somali state: the impact of the colonial legacy, HAAN Publishing, 1996, pag 104
  21. ^ Silanyo, Ahmed M, A proposal to the Somali NAtional Movement:On a Framework for a Transitional Government in Somalia,Wardheernews, 15 febbraio 2014
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  23. ^ Interpeace, maggio 2009, pp 13-14
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  26. ^ un.org United Nations Operation in Somalia I
  27. ^ Per una trattazione più dettagliata dell'attività di sostegno dell'UNOSOM alle coferenze di riconciliazione si si segnala: Menkhaus International Peacebuilding and the Dynamics of Local and National Reconciliation in Somalia,' International Peacekeeping, Vol. 3, No. 1, Spring 1996, 52.
  28. ^ Interpeace:The search for peace:A history of mediation in Somalia since 1988, maggio 2009, pp 13-14
  29. ^ Vedi anche il Rapporto del Segretario-Generale sulla Somalia: S/1995/231 (28 marzo 1995).
  30. ^ Steve Kretzman, Oil, Security, War The geopolitics of U.S. energy planning in Multinational Monitor magazine, Jan/Feb 2003.
  31. ^ Mark Fineman, Column One; The Oil Factor In Somalia;Four American Petroleum Giants Had Agreements With The African Nation Before Its Civil War Began. They Could Reap Big Rewards If Peace Is Restored. in Los Angeles Times, 18 gennaio 1993, pp. p. 1.
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  33. ^ Abdillahi Yusuf’s Transitional Government And Puntland Oil Deals, Somaliland Times. URL consultato il 10 gennaio 2007.
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  38. ^ UN trying to clarify problems in Somalia - The Final Call - Jun 29, 2006
  39. ^ BBC News - Somalia al-Shabab Islamists deny causing deadly bomb
  40. ^ Somalia, uomini di Al Qaeda assaltano hotel con dentro parlamentari: 32 morti - Corriere della Sera
  41. ^ Somalia, crolla il governo di transizione I radicali islamici sferrano l'attacco finale - Repubblica.it
  42. ^ Somalia's al-Shabab rebels leave Mogadishu

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