Guerra civile in Somalia

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Guerra civile somala
Black Hawk Down Super64 over Mogadishu coast.jpg
Un elicottero Black Hawk mentre sorvola la costa di Mogadiscio.
Data 26 gennaio 1991 - in corso
Luogo Somalia Somalia
Esito Conflitto in corso; reintroduzione della Shari'a; ribelli prendono buona parte di Mogadiscio; crisi umanitaria
Schieramenti
Comandanti
Perdite
300.000 - 400.000 non definito
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Con guerra civile somala si intende la guerra civile, ancora in corso, scoppiata in Somalia dal 1991.

La caduta di Siad Barre (1991–1992)[modifica | modifica sorgente]

La prima fase della guerra civile deriva dalle insurrezioni contro il repressivo governo di Siad Barre. Dopo la sua esclusione dal potere, il 26 gennaio del 1991, una contro-rivoluzione cercò di restaurarlo al potere a capo del Paese.

La sempre più violenta e caotica situazione evolse in una crisi umanitaria e in uno stato di anarchia.

Nel 1991, per isolarsi dai sempre più violenti combattimenti nel sud del Paese, la Somaliland si dichiarò indipendente, per quanto la sua sovranità non venisse riconosciuta da nessun Paese o organizzazione internazionale. Essa comprende il nord-ovest del Paese, tra il Gibuti e l'area a nord-est nota come Puntland.

L'intervento delle Nazioni Unite (1992–1995)[modifica | modifica sorgente]

Un soldato statunitense a Mogadiscio

La Risoluzione ONU 733 e la 746 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite portarono alla creazione di UNOSOM I, la prima missione a fornire soccorso umanitario e aiuti per restaurare l'ordine in Somalia dopo la dissoluzione del governo centrale.

La successiva risoluzione 794 del Consiglio di sicurezza, approvata all'unanimità il 3 dicembre 1992, ratificava una coalizione di forze di pace delle Nazioni Unite, sotto la guida degli Stati Uniti a formare la UNITAF, col compito di assicurare la distribuzione degli aiuti umanitari e ristabilire la pace in Somalia. Le forze di pace sbarcarono nel 1993 e iniziarono uno sforzo di due anni (principalmente nel sud) per alleviare le condizioni di fame.

Critici del coinvolgimento USA evidenziarono che "proprio prima che il presidente pro-USA Mohamed Siad Barre fosse deposto,quasi due terzi del territorio erano stati assegnati in concessione petrolifera a Conoco, Amoco, Chevron e Phillips. La Conoco aveva addirittura dato in prestito la sua sede in Mogadiscio all'ambasciata USA pochi giorni prima dell'arrivo dei Marines, che l'inviato speciale della prima amministrazione Bush usava come proprio temporaneo quartier generale.[2][3][4]

La cinica asserzione era che, piuttosto che un gesto puramente umanitario, il coinvolgimento USA mirasse al controllo delle concessioni petrolifere. La Somalia non ha riserve di petrolio certe, ma vengono considerate possibili riserve in Puntland. A tutt'oggi le esplorazioni petrolifere rimangono controverse. Il Governo federale transitorio avvertì gli investitori di evitare affari finché il Paese non venisse riportato alla stabilità.[5]

Nel periodo giugno-ottobre, numerose sparatorie tra elementi locali e forze di pace portarono alla morte di 24 pakistani 19 soldati USA (in totale le perdite USA ammontarono a 31), la maggioranza dei quali venne uccisa nella battaglia di Mogadiscio, in cui vennero uccisi 1000 miliziani somali. L'incidente, in seguito, diede le basi per il libro Black Hawk down e il susseguente film con lo stesso titolo. Le Nazioni Unite si ritirarono il 3 di marzo del 1995 avendo sofferto molte altre significanti perdite, senza che l'ordine in Somalia fosse stato restaurato.

La divisione della Somalia (1998-2006)[modifica | modifica sorgente]

Il periodo tra il 1998 e il 2006 vide la frammentazione dell'unità politica somala. Numerosi comandanti militari che si erano guadagnati posizioni di rilievo nel periodo dell'anarchia militare, costituirono formazioni parastatali (definite da alcuni studiosi di geopolitica veri e propri feudi) sostanzialmente svincolati da ogni autorità centrale.

Alcune di queste formazioni giunsero a dichiarare una "temporanea indipendenza", nell'ottica di preservare i territori amministrati dallo stato di guerra endemica e predisporre un processo di riunificazione reale del paese.

L'autonominatosi stato di Puntland dichiarò l'indipendenza "temporanea" nel 1998, con l'intenzione di collaborare ad ogni tentativo somalo di riappacificazione per formare un nuovo governo centrale.

Un secondo movimento si verificò nel 1998 con la dichiarazione dello stato di Jubaland nel sud.

Una terza entità autonominatasi, guidata dalla Ranweyn Resistance Army (RRA) sorse nel 1999, tra le file del Puntland. Questa recessione "temporanea" venne confermata nel 2002. Ciò portò all'autonomia della Somalia sud-occidentale. L'RRA aveva inizialmente indetto un'amministrazione autonoma su alcune regioni della Somalia meridionale e centrale nel 1999. Il territorio dello Jubaland venne dichiarato sotto il controllo dello stato della Somalia sud-occidentale, ma la sua situazione non è ben chiara.

Un quarto stato autoproclamato nacque con il nome Galmudug nel 2006 in risposta al potere crescente dell'Unione delle corti islamiche.

Per quanto il Somaliland sia legalmente e internazionalmente riconosciuto come regione autonoma della Repubblica Somala, il suo governo non cerca l'indipendenza dalla Somalia.

In questo periodo, diversi tentativi di riconciliazione incontrarono varie misure di successo. Movimenti come l'interclan Governo nazionale di transizione (TNG) e il Consiglio di riconciliazione e restaurazione della Somalia (SRRC) portarono alla fondazione, nel novembre 2004, del TFG Governo federale di transizione. In ogni modo violenze tra clan e tra signori della guerra continuarono per tutto il periodo e i cosiddetti "Movimenti di governo nazionale" mantennero un controllo del Paese piuttosto limitato.

Ascesa del ICU, guerre contro ARPCT, GFT ed Etiopia (dal 2006 ad oggi)[modifica | modifica sorgente]

Nel 2004, il Governo federale di transizione (GFT) venne costituito nella città di Nairobi, Kenya. La situazione era ancora troppo instabile in Somalia perché la Convenzione potesse tenersi a Mogadiscio. All'inizio del 2006 il TFG tentò di stabilire un temporaneo insediamento del governo a Baidoa.

Nella prima parte del 2006, venne formata da signori della guerra per lo più basati nella zona di Mogadiscio l'Alleanza per la restaurazione della pace e dell'anti-terrorismo (ARPCT). Essi si opponevano all'ascesa della Unione delle corti islamiche (ICU) orientata alla Shari'a, che aveva rapidamente consolidato il proprio potere spalleggiata dai finanziamenti della CIA.[6] Ciò portò a incrementare il conflitto nella capitale.

Apice del potere dell'ICU[modifica | modifica sorgente]

Nel giugno 2006, la ICU riuscì a catturare la capitale nella seconda battaglia di Mogadiscio, scacciando la ARPCT sulle alture circostanti, e riuscendo a persuadere altri signori della guerra a far pate della propria fazione. Sulla scia di modesti successi militari le Corti islamiche estesero la loro autorità fino alle frontiere del Puntland, e presero il controllo del centro - sud del paese (Jubaland).

La crescente base di potere e di attivismo del movimento Islamico portò a un sempre più aperto stato di guerra tra gli islamisti e le altre fazioni, inclusi il Governo federale transitorio (TFG), gli Stati autonomi di Puntland e Galmudug, l'ultimo dei quali nacque precipuamente come argine politico al fondamentalismo islamico. Il caos imperante generò l'intervento dell'Etiopia, interessata più che a mantenere la pace, ad arginare l'esplosione di fanatismo religioso che avrebbe potuto creare disordini entro i propri confini nazionali. L'ICU presumibilmente ottenne l'aiuto dell'Eritrea, rivale dell'Etiopia, e di mujahidin stranieri, e proclamò il Jihad contro l'Etiopia in risposta alla sua occupazione di Gedo e allo spiegamento delle sue forze intorno a Baidoa.

Intervento etiopico e crollo dell'ICU[modifica | modifica sorgente]

Nel dicembre 2006, la ICU il TFG cominciarono la battaglia di Baidoa. Combattimenti esplosero anche intorno alla città Somala di Bandiradley nel Mudug e Belet Uen nella regione dell'Hiran. Le Corti islamiche scatenarono un'offensiva contro le truppe etiopi, ma la superiorità tecnologica e logistica dell'esercito regolare di Addis Abeba fu determinante, sancendo la totale sconfitta militare dei fondamentalisti e il loro progressivo ritiro dalla capitale Mogadiscio. Dopo una breve azione finale nella battaglia di Jowhar il 27 dicembre, i leaders della ICU si dimisero .

In seguito alla battaglia di Jilib, combattuta il 31 dicembre 2006, Kismayo cadde in mano alle forze del TGF e agli etiopici, il 1 gennaio 2007. Il primo ministro Ali Mohammed Ghedi chiamò il Paese a iniziare il disarmo.

L'intervento statunitense[modifica | modifica sorgente]

Nel gennaio 2007, gli Stati Uniti intervennero militarmente nel paese, per la prima volta in modo ufficiale dallo schieramento dell'ONU negli anni 90 conducendo attacchi aerei con l'uso dei AC-130 contro le posizioni islamiche a Ras Kamboni, come parte del tentativo di catturare o uccidere elementi di al-Qaida presumibilmente infiltrati nelle forze dell'ICU. Rapporti non confermati asseriscono che consiglieri USA sono stati sul terreno con le forze etiopiche e somale sin dall'inizio della guerra. Forze navali sono state dispiegate al largo per prevenire tentativi di fuga in mare e la frontiera con il Kenya chiusa.

Infiltrazioni islamiche e ricomparsa dei combattimenti inter-clan[modifica | modifica sorgente]

Appena la ICU venne scacciata dal campo di battaglia, le sue truppe si dispersero per cominciare la guerriglia contro le forze governative etiopi e somale. Nello stesso tempo, la fine della guerra venne seguita dalla continuazione di esistenti conflitti tribali.

Per aiutare a ristabilire la sicurezza, una proposta Missione dell'Unione africana in Somalia (AMISOM) fu autorizzata a schierare nel Paese una forza di pace di 8000 uomini. Questa missione ampliò il numero dei Paesi che potevano parteciparvi rispetto alla missione precedentemente proposta guidata dai Paesi del Corno d'Africa, IGAD. In reazione alla missione panacfricana sorse il Movimento popolare di resistenza nella terra delle due migrazioni (PRM).

Reintroduzione della Shari'a, attentati e battaglie[modifica | modifica sorgente]

Per tutto l'inizio del 2009 numerosi attacchi suicidi degli estremisti islamici martoriarono la credibilità del governo provvisorio, tenuta insieme da fragili accordi intertribali. Il 1º marzo 2009, a causa dei frequenti kamikaze mandati da Hizbul Islam, una fazione estremista islamica emergente, il presidente Sharif Ahmed chiese la tregua in cambio della Shari'a. Le fazioni accettano, ma il presidente non ritirò le truppe. Per tutti questi motivi la tregua non entrò mai in vigore: il 25 maggio gli scontri raggiunsero capitale nella terza battaglia di Mogadiscio, e il 6 maggio il fronte si estese a Wabho, mentre si contavano ormaicon centinaia e centinaia di vittime. Il 22 giugno, a causa dell'avvicinarsi delle fazioni alla capitale, Sharif Ahmed inviò un appello ai Paesi esteri chiedendo un sostegno internazionale di fronte alla crisi, e dichiarò lo stato di emergenza. Per tutto il mese di giugno 2009, inoltre, le forze etiopi, si mantennero operative, acquisendo numerose posizioni fortificate dei fondamentalisti.

L'accerchiamento al Governo e l'uccisione di ministri e deputati[modifica | modifica sorgente]

A giugno 2009 il Governo era già stato colpito con l'uccisione del ministro della Sicurezza Homar Hashi Aden in un attentato terroristico. Il giorno del 3 dicembre 2009, durante una festa per diplomi di laurea, un durissimo colpo viene inferto al Governo somalo a partire dai suoi stessi membri. All'Università di Mogadiscio, nella ormai piccola zona della città non invasa dagli estremisti islamici, dove risiede il governo, e controllata dalle forze dell'Unione africana, un kamikaze vestito da donna si fa esplodere causando la morte di 22 persone, tra cui 15 studenti e 4 ministri del governo di Sharif Ahmed.

Il 5 dicembre 2009, a causa delle lesioni conseguite in seguito a quest'attentato, moriranno altre due persone tra cui un altro ministro, il ministro dello Sport. Ciò che resta del Governo della Somalia, immediatamente accusa l'organizzazione al-Shebāb, ricollegata ad al-Qaida, di aver organizzato l'attentato, nonostante l'organizzazione ufficialmente neghi[7].

Per tutto il 2010, la guerra continua, e il Governo è ormai accerchiato a Mogadiscio. Il 23 agosto 2010 Al Shabaab irrompe nell'hotel solitamente frequentato dai deputati e fucila trentatré persone, tra cui quattro parlamentari[8]. Una decina di giorni più tardi, è drammatico l'annuncio del parlamentare di maggioranza Sharif Said, che annuncia la prossima fine totale del Governo somalo di transizione. I miliziani infatti, si trovano, al periodo dell'annuncio, a soli cento metri dal palazzo presidenziale nella divisa Mogadiscio e il presidente Sharif Ahmed è stato costretto a fuggire dal Palazzo e a rifugiarsi tra gli uomini della sua tribù, a nord della capitale. Molti dei deputati e ministri hanno abbandonato la città, e vivono stabilmente nella kenyota Nairobi.

Sharif Said afferma, inoltre, che le vere motivazioni del conflitto non sono soltanto religiose, ma anche economiche, e cioè mettere le mani sugli aiuti che arrivano più o meno clandestinamente, milioni di euro in gran parte dal Sudan, lo Yemen e gli Emirati Arabi Uniti[9].

La carestia e il recupero di Mogadiscio[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 2011 una terribile carestia si abbatte sulla Somalia. Sin dall'inizio, si prevedono centinaia e centinaia di morti. Nella confusione che si viene a creare, regna l'anarchia più assoluta, e persino Al Shabaab non riesce a far fronte alla situazione. A seguito di ciò, il gruppo islamista si ritira definitivamente e completamente da Mogadiscio. Ciò porta un'isperata vittoria al Governo di Sheikh Sharif Ahmed[10].

Note[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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