UNOSOM II

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L'UNOSOM II (United Nations Operation in Somalia) è stata la seconda fase dell'intervento ONU in Somalia. Protrattasi dal marzo 1993 al marzo 1995, UNOSOM II fu il proseguimento della UNITAF (missione sotto il controllo statunitense, ma sancita dall'ONU), che a sua volta aveva sostituito l'infruttuosa UNOSOM I. Tutti e tre questi interventi si prefiggevano l'obiettivo di creare un cordone di sicurezza attorno agli aiuti umanitari condotti per arginare la carestia dilagante nel paese e la condizione di anarchia.

L'intervento UNOSOM II è tristemente famoso per la battaglia di Mogadiscio e l'abbattimento di due elicotteri statunitensi Black Hawk, per il massacro di 24 soldati pakistani uccisi da membri della milizia somala, nella cosiddetta battaglia della Radio e per la cosiddetta Battaglia del pastificio, nella quale soldati italiani, nell'ambito di un rastrellamento, caddero in un'imboscata che causò la morte di tre soldati italiani e più di venti che vennero feriti.

Tra le vittime italiane, dirette o indirette, della missione Restore Hope vanno annoverate anche due donne: Maria Cristina Luinetti, Sorella (grado funzionale Sottotenente) del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, uccisa nel Poliambulatorio Italia a Mogadiscio da un somalo, per motivi mai chiariti ed Ilaria Alpi, che insieme con il suo operatore Miran Hrovatin, fu uccisa in un agguato da miliziani, perché stava indagando sul traffico di rifiuti tossici dall'Europa alla Somalia[1].

L'imboscata al contingente pakistano[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 giugno 1993 forze pakistane, facenti parte dell'UNOSOM, tentarono di occupare la sede della radio di Mogadiscio, utilizzata da una delle fazioni in lotta, che faceva capo a Mohamed Farrah Aidid e che veniva usata dai miliziani per diffondere proclami inneggianti alla resistenza contro le truppe ONU, descritte come "invasori". La reazione dei guerriglieri somali fu violenta e, nello scontro che ne seguì, morirono 25 militari pakistani, 50 rimasero feriti e oltre una decina risultano dispersi. I soldati superstiti furono costretti ad asserragliarsi all'interno della Manifattura Tabacchi.[2] In aiuto dei soldati pakistani intervenne una forza italiana meccanizzata, composta da blindati, carabinieri del 1º Reggimento carabinieri paracadutisti "Tuscania" e incursori paracadutisti del 9º Reggimento paracadutisti d'assalto "Col Moschin" che ruppero l’accerchiamento e posero in salvo i superstiti recuperando anche i cadaveri dei pakistani caduti.[2]

A partire dalla cosiddetta battaglia della radio l'operazione ONU assunse una carattere prevalentemente militare, poiché in seguito al massacro dei militari pakistani il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunii votando all’unanimità la risoluzione n° 837 con la quale il segretario generale veniva autorizzato a prendere tutte le misure necessarie per punire i colpevoli e per rappresaglia l’ONU autorizzò l’impiego delle cannoniere volanti AC-130 Spectre statunitensi che entrarono in azione la notte del 12 giugno distruggendo l’emittente radio di Aidid e alcuni depositi di armi dell'Alleanza Nazionale Somala, la fazione di Aidid.[2] Tutto questo portò ad una continua crescita della tensione e al moltiplicarsi degli attacchi alle forze di pace che nel rispondere agli atti ostili finivano per provocare anche la morte di diversi civili in cui i miliziani si mescolavano per proteggersi dal fuoco di risposta delle truppe ONU.[2]

La battaglia del pastificio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del pastificio.

Il 2 luglio 1993 forze italiane, divise in due colonne meccanizzate, effettuarono un rastrellamento nel quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio. I vari obiettivi dell'operazione si trovavano vicini all'ex pastificio Barilla distrutto, vicino al quale era stato costituito un posto di blocco denominato appunto Check-point Pasta. Secondo alcune ricostruzioni il vero scopo dell'operazione doveva essere la cattura di Mohamed Farrah Aidid, con il fine di ottenere un cessate il fuoco ed un conseguente accordo di pace, ma nessuna conferma ufficiale è mai stata data dalle autorità italiane[3].

Le due colonne, provenivano la prima dalla zona del Porto Vecchio di Mogadiscio e la seconda da Balad, terminata l'operazione di rastrellamento, le due colonne avevano ripreso la via del ritorno. In seguito a gravi disordini scoppiati nella zona, con larga partecipazione da parte della popolazione locale a cui erano mischiati cecchini, la situazione precipitò al punto da rendere necessario richiedere rinforzi da parte della colonna che si trovava in prossimità del pastificio e che stava rientrando verso il porto di Mogadiscio. Alcuni mezzi blindati italiani VCC-1, fermatisi di fronte a barricate erette dai somali, vennero immobilizzati con razzi anticarro mentre le strade circostanti venivano bloccate con altre barricate da parte dei miliziani somali; solo l'intervento della colonna di soccorso, quasi arrivata alla base di Balad, dotata di carri M60, autoblindo 6614 e autoblindo pesanti Centauro, con l'ulteriore appoggio di elicotteri Mangusta ed AB-205, permisero ai soldati sotto il fuoco di sganciarsi, con i miliziani che sparavano tra la folla vociante facendosi scudo di donne e bambini.

Il bilancio delle perdite fu di 3 morti e 36 feriti da parte italiana e di un numero imprecisato da parte dei miliziani e dei civili somali. Dopo oltre tre ore di combattimenti le truppe italiane lasciarono la zona degli scontri, abbandonando anche il Check-Point Pasta e il Check-Point Ferro, in quanto vista la situazione continuare a controllare i due Check-Point avrebbe potuto scatenare una battaglia campale dentro Mogadiscio, cosa che il comando italiano voleva evitare.

Data la vastità e l'organizzazione della reazione da parte dei miliziani, sono state fatte, nel quadro di una analisi approfondita, supposizioni relative ad un'imboscata, orchestrata in seguito ad una fuga di notizie all'esterno del contingente italiano; ovviamente, nessun riscontro ufficiale è disponibile per poter confutare quella che rimane una illazione, per quanto credibile.

Il giorno seguente il comando ONU ordinò al contingente italiano di riprendere il Check-Point Pasta con l’uso della forza, ma il generale Loi comandante delle forze italiane in Somalia si rifiutò entrando in aperto conflitto col comando ONU, e le truppe italiane ripresero il controllo del Check-Point Pasta solamente il 9 luglio senza sparare un colpo, dopo delicati negoziati che videro coinvolti gli uomini del SISMI.

L'abbattimento dei Black Hawk[modifica | modifica wikitesto]

Ritiro[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte alle notizie di numerose morti di soldati e alle riprese filmate dei soldati americani trascinati per le strade di Mogadiscio, con l'opinione pubblica americana che si mostrava contraria alla partecipazione attiva alla missione UNOSOM, il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton decise il ritiro delle forze americane, fissando la data del 31 marzo 1994 come termine ultimo per completare il loro ritiro. Anche altre nazioni, come Belgio, Francia e Svezia decisero di ritirare le proprie truppe.

Nei primi mesi del 1994 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fissò a marzo 1995 il termine per la fine della missione. Vennero anche stabiliti, nei mesi successivi, vari colloqui di riconciliazione, che prevedevano un cessate il fuoco, il disarmo delle milizie e una conferenza per nominare un nuovo governo. Tuttavia, i preparativi per una conferenza di pace vennero ripetutamente rinviati e molti leader delle fazioni in lotta ignorarono gli accordi. Senza un reale progresso delle trattative e con il venir meno del sostegno da parte delle nazioni che partecipavano ad UNOSOM la missione ebbe termine nel mese di marzo 1995.

Operazione United Shield[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione United Shield.

Dopo la decisione di porre fine alla missione di pace delle Nazioni Unite, le operazioni di evacuazione del restante personale presero il nome di Operazione United Shield, la quale si svolse tra gennaio e marzo 1995. Le truppe rimaste da evacuare erano costituite da americani, egiziani e pakistani, dato che i soldati indiani, malesi e dello Zimbabwe, avevano abbandonato la missione sin dalla fine del 1994. Per coprire le operazioni di ritiro furono impiegati 4000 soldati americani ed una coalizione aeronavale, dispiegata nell'Oceano Indiano, composta da unità navali americane, italiane, pakistane, francesi, inglesi e malesi.

L'Italia inviò 5 navi, 21 velivoli e 2.106 uomini, con il 26º Gruppo Navale composto dalle LPD San Giorgio e San Marco, dal rifornitore Stromboli, della fregata Libeccio come scorta (con 2 elicotteri AB-212 ASW) e dalla portaerei leggera Garibaldi[4] (dal cui ponte di volo operarono 5 caccia tra AV-8B e AV-8B+, 2 SH-3D, 4 AB-212 NLA e 4 A-129 Mangusta). Agli equipaggi delle unità navali si aggiungevano 198 tra paracadutisti e cavalleggeri dell'esercito, 320 uomini del battaglione San Marco e 30 incursori del Comsubin.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La storia di Ilaria Alpi sul sito a lei dedicato, ilariaalpi.it. URL consultato il 15 dicembre 2010.
  2. ^ a b c d MISSIONE IBIS \ SOMALIA 1992-1994
  3. ^ BrigataFolgore.com, 2 luglio 1993, La Battaglia del Check Point Pasta
  4. ^ Garibaldi - Portaerei leggera STOVL. URL consultato il 05-12-2008.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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