UNITAF

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UNITAF (Unified Task Force) fu una missione sancita dall'ONU, allo scopo di stabilizzare la situazione in Somalia, a fronte di un crescente stato di caos e di grave carestia. Durata dal 3 dicembre 1992 al 4 maggio 1993, è conosciuta anche come Operazione Restore Hope e si svolse sotto il controllo degli Stati Uniti, ma anche col supporto di personale di altre nazioni. A capo di questa operazione il presidente statunitense Bill Clinton mise l'ambasciatore Robert Oakley.

Un bimbo somalo riceve una vaccinazione antipolio nell'ospedale tunisino a Mogadiscio il 25 dicembre 1993

L'arrivo delle forze ONU[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 dicembre 1992 le forze armate statunitensi entrano in Somalia; seguono, sempre sotto il mandato ONU, truppe di vari paesi del mondo, tra i quali Italia, Belgio, Nigeria. Vengono quindi attuate iniziative umanitarie, possibili solo con la presenza di una cornice di sicurezza garantita dalle truppe ONU, con il tentativo di ripristinare la vita civile. Tra le varie iniziative, la distribuzione di cibo, l'assistenza medica (incluso un piano di vaccinazione per i bambini), la creazione di strutture statali e soprattutto il disarmo delle fazioni in lotta, le quali ottenevano i fondi necessari al loro armamento dal commercio di droga e dal traffico di rifiuti tossici, che venivano smaltiti illegalmente in territorio somalo o nel mare antistante. Un esempio, può essere l'operazione More Care, volta ad assicurare cure mediche e dentarie alla popolazione.

L'intervento alleato fu largamente osteggiato dalle varie fazioni somale, che con attacchi diretti o attraverso l'uso delle masse popolari, misero spesso in difficoltà le forze ONU. A questo va aggiunta una incapacità dell'ONU e di molte delle forze militari presenti di dialogare con la popolazione, cercando invece di imporre l'aiuto e la riorganizzazione sociale.[senza fonte]

Truppe nigeriane stabiliscono un perimetro di sicurezza nei dintorni del vecchio aeroporto di Mogadiscio nell'ambito dell'opeazione More Care

L'imboscata al contingente pakistano[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 giugno 1993, 24 soldati pakistani vennero uccisi da membri della milizia somala, durante l'ispezione a un deposito d'armi, nella cosiddetta battaglia della Radio. I superstiti furono tratti in salvo da un nucleo italiano, sopraggiunto di rinforzo, che trattò con i miliziani, evitando ulteriore spargimento di sangue.

Le operazioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

La Marina Militare inviò nella zona delle operazioni il 24º Gruppo Navale, che operò dall'11 dicembre 1992 al 14 aprile 1993. Esso era composto dall'incrociatore portaelicotteri Vittorio Veneto, dalla fregata Grecale, dal rifornitore di squadra Vesuvio e dalle LPD San Giorgio e San Marco, con gli uomini del Battaglione San Marco.

Il contingente italiano operò, in particolare, nell'area di Mogadiscio e nella zona di Balad, lungo la vecchia via Imperiale (nome risalente al periodo coloniale). Le truppe operarono con decisione, ma cercando sempre il contatto con la popolazione ed avvalendosi anche della positiva immagine lasciata dal periodo coloniale fino alla fine del mandato fiduciario sul paese, che durò fino al 1960.
Da ricordare, episodi di maltrattamenti e torture a danno di somali, venuti alla luce in seguito alla controversa pubblicazione di foto da parte del settimanale Panorama e quindi oggetto di inchiesta da parte delle autorità civili e militari[1]. Nonostante il clamore suscitato dalla vicenda nell'opinione pubblica, la formazione di una commissione d'inchiesta e la testimonianza delle stesse vittime, la verità non è mai stata accertata. Nel contesto di queste inchieste, avvenne che un giudice censurò il comportamento dello Stato Maggiore dell'Esercito, tacciato d'aver «di fatto danneggiato i propri ufficiali», con «inerzie e approssimazioni», che avrebbero ostacolato tempestivi riscontri a loro favore[2].
Da parte delle fazioni armate in lotta, vi fu spesso l'uso strumentale della popolazione contro le truppe, non solo italiane, per compensare l'evidente inferiorità sul piano militare. L'esempio più tragico fu la cosiddetta Battaglia del pastificio, nella quale soldati italiani, nell'ambito di un rastrellamento, caddero in un'imboscata somala e furono quindi soccorsi da paracadutisti, cavalleria corazzata ed elicotteri Mangusta. Tre soldati italiani morirono e più di venti vennero feriti. Tra le vittime italiane, dirette o indirette, della missione Restore Hope vanno annoverate anche due donne: Maria Cristina Luinetti, Sorella (grado funzionale Sottotenente) del Corpo Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, uccisa nel Poliambulatorio Italia a Mogadiscio da un somalo, per motivi mai chiariti ed Ilaria Alpi, che insieme con il suo operatore Miran Hrovatin, fu uccisa in un agguato da miliziani, perché stava indagando sul traffico di rifiuti tossici dall'Europa alla Somalia[3].

Il ritiro[modifica | modifica wikitesto]

La missione UNITAF non ebbe il successo sperato e terminò, il 4 maggio 1993, con il ritiro del contingente alleato. Ancora oggi, a quasi vent'anni di distanza, la Somalia versa nel più totale caos, senza un governo centrale che abbia effettiva autorità e con larghe parti del suo territorio sotto il controllo di fazioni rivali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Scandalo Somalia, parlano le vittime in Corriere della Sera, 12 gennaio 1998. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  2. ^ Violenze in Somalia accuse ai comandi in Corriere della Sera, 27 maggio 1998. URL consultato il 14 dicembre 2014.
  3. ^ La storia di Ilaria Alpi sul sito a lei dedicato, ilariaalpi.it. URL consultato il 15 dicembre 2010.

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