Mohammed Siad Barre

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Mohammed Siad Barre
Siabar 003.jpg

Presidente della Repubblica Democratica Somala
Durata mandato 21 ottobre 1969 –
26 gennaio 1991
Predecessore Mukhtar Mohamed Hussein
Successore Ali Mahdi Muhammad

Segretario generale del Partito Socialista Rivoluzionario Somalo
Durata mandato giugno 1976 –
26 gennaio 1991
Predecessore carica creata
Successore carica abolita

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Rivoluzionario Somalo

Mohammed Siad Barre (in lingua somala: Maxamed Siyaad Barre; Scilave, 6 ottobre 1919Lagos, 2 gennaio 1995) è stato un politico somalo, presidente e dittatore[1][2] della Somalia dal 1969 al 1991. Parlava fluentemente somalo, arabo, inglese e italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Orfano di un pastore dell'Ogaden etiopico[3], senza alcuna istruzione scolastica, nel 1941 entra nel corpo di polizia territoriale della colonia italiana (Zaptié[4]). Negli anni cinquanta frequenta la Scuola allievi ufficiali carabinieri di Firenze e, con il grado di sottotenente dei carabinieri, fa ritorno in Somalia, dove presta servizio nell'Arma. Con l'indipendenza della Somalia (nel 1960), lascia la polizia per l'esercito, dove fa carriera fino a diventarne comandante in capo.

In occasione di addestramenti congiunti con ufficiali sovietici, ha modo di conoscere le teorie del marxismo e ne abbraccia gli ideali. Nel 1969 viene assassinato il presidente Abdirashid Ali Shermarke e la Somalia si trova sull'orlo della guerra civile. Già nel 1962 il Somaliland richiede a larga maggioranza l'indipendenza. Grazie a un colpo di Stato da lui stesso architettato e portato a compimento, il 21 ottobre 1969 prende il potere, proclamando la Seconda Repubblica e decretando l'uguaglianza di tutti i cittadini, uomini e donne, in una società arcaica e maschilista[5].

Il presidente ad interim Mukhtar Mohamed Hussein viene deposto. Inizialmente si presenta come un "tiranno illuminato": crea un sistema a partito unico[6], instaura un sistema di gratuità delle cure mediche e di istruzione scolastica, rendendo obbligatorio l'insegnamento della lingua somala. Questo crea un senso di unità nazionale, ma costituisce un problema di comunicazione per le nuove generazioni, che necessitano di una terminologia scientifica e commerciale. Molte tribù nomadi acquisiscono una residenza stabile, la maggior parte si inurba nei dintorni di Mogadiscio.

Barre istituisce nel 1970 il Servizio di sicurezza nazionale, i primi servizi segreti della Somalia, creati sul modello del KGB sovietico e rivelatisi un efficace strumento di spionaggio all'estero e controllo del paese[7]. Nel 1976 fonda il Partito socialista rivoluzionario somalo. In seguito, si indirizza verso una politica sempre più autoritaria e verso un culto esasperato della personalità (ancora oggi molte sue immagini di grandi dimensioni campeggiano sugli edifici di Mogadiscio). Cercò in ogni modo di reprimere il dissenso interno, come con l'ex-ministro Mohamed Aden Sheikh, incarcerato per due volte a Labatan Girow senza prove. Durante gli anni della guerra fredda, sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica si interessano alla Somalia data la sua posizione strategica all'ingresso del Mar Rosso[8][9][10].

Siad Barre crea un'intesa con quest'ultima, ma il patto si rompe nel 1977, quando la Somalia ingaggia un conflitto con l'Etiopia per il controllo dell'Ogaden. Gli USA rientrano allora in scena e sostengono la Somalia con circa 100 milioni di dollari di aiuti economici e militari. Nell'ottobre del 1977 un commando palestinese, con l'aiuto della RAF tedesca, dirotta un aereo della Lufthansa partito da Palma di Maiorca facendolo atterrare a Mogadiscio. Il cancelliere tedesco Helmut Schmidt si trova così a dover negoziare con Siad Barre per far sì che la squadra anti-terrorismo GSG-9 intervenga sull'aeroporto e liberi gli ostaggi.

Siad Barre nel 1985

Verso la fine degli anni ottanta, a causa di una rapida perdita di consensi, si rafforza l'opposizione interna e Siad Barre assume comportamenti sempre più deliranti. Ebbe comunque un ottimo rapporto diplomatico con l'Italia, tanto che nel 1985 il presidente del Consiglio Bettino Craxi - dopo una vista ufficiale nello Stato africano - firmò un accordo col quale concesse al governo di Mogadiscio la cifra record di 550 miliardi di Lire dell'epoca[11]. Per i suoi buoni rapporti col leader del garofano (nominò anche suo cognato Paolo Pillitteri console onorario della Somalia a Milano), Barre definì il suo Paese "la ventunesima provincia d’Italia"[12].

Nel luglio del 1990, in occasione di una partita di calcio allo stadio della Capitale, fa aprire il fuoco sugli spettatori perché questi avevano manifestato rumorosamente il loro dissenso verso il dittatore. Nel nord del paese si sviluppa un movimento di liberazione somalo grazie anche ai finanziamenti dell'Etiopia: la repressione è spietata e Barre fa strage di civili (più di 50 000 morti fra il 1988 e il 1990, uno dei conflitti più sanguinosi della storia dell'Africa)[13]. Fece intervenire anche l'aviazione per bombardare la città di Hargheisa nel gennaio 1991.

Il 26 gennaio del 1991 Siad Barre viene destituito e ripara nel sud ovest del paese, in una regione controllata da suo genero Mohamed Said Hersi[14]. Da lì tenta due volte di riprendere il potere su Mogadiscio, ma il generale Aidid ne decreta l'esilio nel maggio del 1992. Ripara allora su Nairobi, ma la levata di scudi dell'opposizione al governo keniota fanno sì che Barre si sposti dopo due sole settimane a Lagos in Nigeria. Malgrado i suoi fedeli lo spingano a riprendere il potere, Barre rifiuta da allora di svolgere qualsiasi ruolo politico, affermando – con molta preveggenza – che la Somalia non sarebbe più ritornata governabile. In Nigeria morirà per una crisi cardiaca il 2 gennaio del 1995[15]: i resti verranno inumati in Somalia nella sua città natale.

La Somalia dopo Siad Barre[modifica | modifica wikitesto]

Dalla caduta di Siad Barre, in Somalia vi sono stati 13 tentativi di ristabilire un governo efficace, ma a tutt'oggi non è stato raggiunto un accordo nelle conferenze di pace e non si è affermato nessun leader nazionale capace di creare una qualsiasi forma di governo.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Gran maestro dell'Ordine della stella di Somalia - nastrino per uniforme ordinaria Gran maestro dell'Ordine della stella di Somalia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ George James "Somalia's Overthrown Dictator, Mohammed Siad Barre, Is Dead" New York Times (1/3/1995)
  2. ^ Immigration and Refugee Board of Canada "The Horn of Africa: Somalis in Djibouti, Ethiopia and Kenya" UNHCR (1/2/1991)
  3. ^ SIAD BARRE, MOHAMMAD, Dizionario di Storia Moderna e Contemporanea
  4. ^ President Siad Barre life (Tedesco)
  5. ^ Hussein Mohamed Adam, Richard Ford, Mending rips in the sky: options for Somali communities in the 21st century, Red Sea Press, 1997, pp. 226, ISBN 1-56902-073-6.
  6. ^ Helen C. (ed.) Metz, Coup d'Etat in Somalia: A Country Study, Washington, D.C., Library of Congress, 1992. URL consultato il 21 ottobre 2009..
  7. ^ Peter John de la Fosse Wiles, The New Communist Third World: an essay in political economy, (Taylor & Francis: 1982), p.279
  8. ^ The 1994 national census was delayed in the Somali Region until 1997. FDRE States: Basic Information - Somalia, Population (accessed 12 March 2006)
  9. ^ Francis Vallat, First report on succession of states in respect of treaties: International Law Commission twenty-sixth session 6 May-26 July 1974, (United Nations: 1974), p.20
  10. ^ Africa Watch Committee, Kenya: Taking Liberties, (Yale University Press: 1991), p.269
  11. ^ Craxi ha firmato l'accordo 550 miliardi alla Somalia, La Repubblica, 24 settembre 1985
  12. ^ Addio Barre, ras delle tangenti, Corriere della Sera, 3 gennaio 1995
  13. ^ New People Media Centre, New people, Issues 94–105, (New People Media Centre: Comboni Missionaries, 2005).
  14. ^ Nina J. Fitzgerald, Somalia: issues, history, and bibliography, (Nova Publishers: 2002), p. 25.
  15. ^ Siad Barre ‹ʃi-àd ...›, Moḥammed, Enciclopedia Treccani

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Harvey Glickman, Political Leaders of Contemporary Africa South of the Sahara, Westport (Connecticut), Greenwood Press, 2002, ISBN 0-313-26781-2.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 77621303 LCCN: n80133203