Santo Stefano del Sole

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Santo Stefano del Sole
comune
Santo Stefano del Sole – Stemma
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Campania-Stemma.svg Campania
ProvinciaProvincia di Avellino-Stemma.svg Avellino
Amministrazione
SindacoFrancesco Urciuoli (lista civica "Il sole") dall'11-06-2017
Territorio
Coordinate40°54′N 14°52′E / 40.9°N 14.866667°E40.9; 14.866667 (Santo Stefano del Sole)Coordinate: 40°54′N 14°52′E / 40.9°N 14.866667°E40.9; 14.866667 (Santo Stefano del Sole)
Altitudine547 m s.l.m.
Superficie10,78 km²
Abitanti2 218[1] (31-12-2010)
Densità205,75 ab./km²
FrazioniBoschi, Toppolo, Macchie, Sozze di Sopra, Sozze di Sotto, San Pietro
Comuni confinantiCesinali, San Michele di Serino, Santa Lucia di Serino, Sorbo Serpico, Volturara Irpina
Altre informazioni
Cod. postale83050
Prefisso0825
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT064095
Cod. catastaleI357
TargaAV
Cl. sismicazona 2 (sismicità media)
Nome abitantiSantostefanesi
Patronosan Vito e santo Stefano protomartire
Giorno festivo15 giugno e ultima domenica di agosto (san Vito), 3 agosto (santo Stefano)
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Santo Stefano del Sole
Santo Stefano del Sole
Sito istituzionale
Posizione del comune all'interno della provincia di Avellino

Santo Stefano del Sole è un comune italiano di 2.238 abitanti della provincia di Avellino in Campania.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'origine antichissima del nucleo urbano è confermata dal rinvenimento di tracce di una frequentazione neolitica su località Piano della guardia e Macchie, di un insediamento sannita in località Castelluccio e di una villa romana.[2]

All'incremento demografico del paese sembra aver contribuito lo spopolamento del borgo di Castel Serpico, di origine pre-romana.[3] Infatti, l'origine del primo agglomerato urbano stabile di S. Stefano del Sole viene fatta risalire intorno all'anno 1000, quando i Serpiceti, una popolazione che viveva esclusivamente di pastorizia e agricoltura, si recavano quotidianamente a lavorare la terra nei territori di Castel Serpico, bagnati da corsi d'acqua come il torrente Futo[4] ed il fiume Sabato. Quindi, dovendo poi ripercorrere parecchi chilometri a ritroso per rientrare a Serpico, ritennero più opportuno costruire case più vicine, sul sito attuale del Comune. Dal momento che stava effettivamente formandosi un insediamento urbano, anche il feudatario di Serpico decise di costruirvi il palazzo che ospitasse la sua corte, poco al di sotto dell'attuale chiesetta dell'Annunziata, insieme alla chiesa di Santa Maria delle Cristarelle (entrambi gli edifici sono stati distrutti).

Il primo documento ufficiale attestante l'esistenza del Comune di Santo Stefano del Sole risale al 1045, essendo il nome di Santo Stefano del Sole presente in un diploma custodito nell'archivio della chiesa di Santa Sofia in Benevento. Di conseguenza, le prime notizie ufficiali relative alla sua esistenza risalgono all’epoca della dominazione normanna (XI secolo), quando compare in alcune fonti documentarie come feudo della contea di Avellino. Sull'origine del nome non si hanno notizie certe, ma solo supposizioni (che ne spiegano la scelta in ragione della sua posizione geografica). Serpico venne, infine, disabitato nel 1469 a causa della pestilenza che colpì l'intera Europa, e i cittadini superstiti, in parte si stabilirono a valle, formando il nuovo centro di Sorbo Serpico, in parte a S. Stefano del Sole, incrementando il livello demografico del paese[5].

Dall'anno 1525 il paese di S. Stefano del Sole, che fino ad allora era stato sempre unito a quello di Sorbo Serpico, ne fu scisso e venne amministrato da un sindaco autonomo, sotto la giurisdizione del feudatario locale[6]. Inglobato nei possedimenti dei Di Capua, appartenne in seguito alle famiglie Capece e Galeota, che lo tennero fino alla metà del XVI secolo. Venduto ai Gesualdo da Giovanni Luigi Capece Galeota, passò ai Del Sangro nel 1771 e poi alla famiglia Zamaglia, che lo tenne fino al 1806, anno dell’abolizione dei diritti feudali nell’Italia meridionale. Dopo il 1525 non si ha notizie di eventi storici rilevanti, eccetto il grave dramma che lo colpì nel XVIII secolo con il brigante Lorenzo de Feo, detto Laurenziello. Il brigante nacque nel 1774. Assoldato nella banda del Marchese di Santa Lucia di Serino, viene ricordato per i delitti commessi nel territorio comunale il 3 agosto 1809, tra i quali quello del sindaco del paese (in totale si contarono più di 30 vittime e diversi feriti). Venne catturato il 17 novembre 1811, processato e, il 6 maggio 1812, impiccato nell'odierna Piazza della Libertà di Avellino (A.M.)

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa madre[modifica | modifica wikitesto]

È sita in Piazza del Sole. Il terreno su cui fu edificata apparteneva al marchese, che lo donò al Comune. Esso fu spianato con un ingente lavoro ed il terreno di riporto dello scavo venne gettato davanti alla chiesa, formando così un terrapieno chiamato "tarreno" o "multarreno o murtarreno"[7], che oggi, dotato di un alto muro di contenimento in pietra, costituisce il piano di calpestio della Piazza del Sole. In esso vennero piantati 4 tigli secolari (piantati in occasione delle vittoriose battaglie napoleoniche durante la campagna italiana), di cui oggi ne restano 3.

La costruzione della sola e grande navata della Chiesa madre avvenne tra il 1600 e il 1605. Nel pavimento, tre lastre di pietra chiudevano l’accesso ad altrettanti sepolcri: il più prossimo all'Altare maggiore era per i defunti appartenenti alla confraternita del S.S. Rosario, quello centrale per i poveri e quello più prossimo all’uscita per i defunti di morte violenta. La crociera, composta da due bracci laterali sormontati da una cupola, venne, invece, costruita circa un secolo dopo, tra il 1716 e il 1719[8]. La crociera è in stile barocco leggero con finte colonne corinzie.

Nel 1758 fu edificato il muro di contenimento a ridosso della chiesa madre e nel 1760 la chiesa fu dotata di un suo organo, in seguito sostituito. Intorno a quell'anno fu anche completata la cupola, esternamente formata da un muro circolare che poggia su 4 archi, nel quale si aprono 4 finestre a forma ovale. Internamente è decorata con bellissime sculture in stucco eseguite da Gaetano Amoroso, uno scultore napoletano. Sui 4 pilastri troviamo i 4 evangelisti, ovvero (partendo dal crocifisso in ordine antiorario) San Matteo, San Marco, San Luca e San Giovanni. Gli angeli rappresentati simboleggiano la fede (a destra), la speranza (a sinistra). In epoca recente sono stati rimossi i preziosi e suggestivi altari laterali, posizionati sotto ogni tela o statua della navata, rendendola priva e spoglia di tali opere d'arte. Gli unici due altari sopravvissuti sono quelli posizionati nei due bracci della crociera: su quello destro fu collocata la statua di Santo Stefano e su quello sinistro quella di San Vito, dove sono custodite anche le sacre reliquie. La tradizione vuole che le due statue (a mezzo busto) siano state trasportate dall'antico Serpico da parte dei primi Santostefanesi.

Il campanile, con base rettangolare e resto del corpo ottogonale, con 8 finestre ad arco e 2 campane, fu costruito in epoca successiva sulla sinistra della chiesa,[9].

La Chiesa Madre ospita le spoglie di San Vito, il martire siciliano che subì il martirio il 15 giugno 303. Egli viene festeggiato il 15 giugno e l'ultima domenica di Agosto, in quanto le sacre spoglie furono trasportate da Roma in S.Stefano del Sole l'ultima domenica di Agosto dell'anno 1814. (A.M.)

La chiesa del SS. Sacramento[modifica | modifica wikitesto]

È adiacente alla Chiesa Madre e fu costruita nel 1836, a seguito del crollo dell'antichissima chiesa di Santa Maria delle Cristarelle, per ospitare la congrega che era stata fondata in essa. La cappella era formata da una sola navata che conteneva tele di gran pregio e valore, nonché statue a busto intero (tra cui il Cristo deposto) e un'abside semicircolare in cui erano incavate 8 nicchie che ospitavano altrettanti antichi mezzi-busti di vari santi. Da essa si può scendere nella cripta della chiesa madre mediante una scala, coperta da una lastra di pietra. Recentemente la sua struttura è stata pesantemente alterata con la creazione di tramezzi e la chiusura del caratteristico abside semicircolare (e muratura delle nicchie) per essere adibita allo svolgimento di varie attività ricreative (A.M.).

Chiesa di San Giovanni Battista o Immacolata Concezione[modifica | modifica wikitesto]

La fondazione della Cappella dell'Immacolata Concezione (detta anche di San Giovanni) risale all'anno 1590. Vi è un unico altare, e un gigantesco affresco rappresentante la Vergine con il Bambino. La luce entra attraverso 3 finestre, 2 laterali e una centrale, situata sopra il portone d'ingresso. Nelle due nicchie, a destra e a sinistra dell'altare, vi sono, rispettivamente, la statua dell'Addolorata e del Sacro Cuore. In essa fu istituita la Confraternita del Nome di Gesù e Immacolata Concessione. Alla destra della chiesa è costruito l'Ente Morale San Vito Martire (A.M.).

Cappella dell'Annunziata[modifica | modifica wikitesto]

Fu edificata nel 1698 a cura del marchese di S. Stefano in località Piedicasale e ha una forma di parallelogramma e il soffitto a volta. Presenta 2 tribune laterali, usate dai marchesi per assistere alle funzioni religiose (era, in origine, una cappella privata). Era affrescata con pregevoli dipinti ora cancellati dall'incuria e dal tempo. Nella cappella sono presenti le statue dell'Annunziata e del Arcangelo Gabriele. Nel mezzo del pavimento di cotto si notano due botole in pietra, che permettono l’accesso alla cripta sottostante (A.M.).

Chiesa dell'Angelo[modifica | modifica wikitesto]

Costruita sulla Collina dell'Angelo, è la chiesa più antica esistente a S. Stefano del Sole; ciò è attestato da una lapide situata a sinistra della chiesa, ove era scritto: "D.O.M. DIE XXV IUNII MARIA ERROGUS XEONA EREXIT SANCTI ANGELI HOC SACELLUM MCXIX", che tradotto in italiano significa: "A Dio Ottimo Massimo, nel giorno 25° di Giugno Maria Errogus[10] eresse a Sant'Angelo (Michele) questo tempio nel 1119 (25 giugno 1119)". Gli altari presenti nella Chiesa furono rimossi, così come è stata abbattuta la struttura adiacente, quest'ultima ad opera del reverendo Marcantonio de Feo, il quale sospettò che fosse utilizzata quale luogo d'appuntamenti per fantomatiche sette sataniche[11]. Ciò nonostante, le rovine del luogo conferiscono al luogo un suggestivo aspetto di vetusta antichità. Secondo alcuni, la Chiesa si colloca sulla scia delle chiese e cappelle dedicate a San Michele Arcangelo che si snoda lungo l'Appennino centro-meridionale fino alla sua grotta sul Gargano, e sorte dopo la conversione dei Longobardi. Infatti, questo popolo germanico nutriva una particolare venerazione per l'Arcangelo Michele, nel quale ritrovava le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino[12].

La struttura della Chiesa è costituita da un'unica navata; in essa sono presenti statue e quadri di San Michele Arcangelo, ed un quadro della Madonna di Montevergine.

La Chiesa, in piena decadenza, è stata restaurata nel 2000 ad opera dell'Associazione Devoti della Madonna di Lourdes, cui si deve anche la costruzione della Grotta della Madonna di Lourdes, che si colloca nel meraviglioso parco alle spalle della Chiesa. L'Associazione ogni anno, a maggio, organizza un raduno per gli ammalati, cui partecipano ONLUS provenienti da tutta la regione, che trovano conforto nella fede e nella solidarietà umana (A.M.).

Palazzo baronale[modifica | modifica wikitesto]

Situato nel mezzo del paese nel 1905 è stato comprato e restaurato dal Comune per essere adibito a sede del municipio. È composto da due piani. Il portone d'ingresso è raggiungibile da una lunga scalinata centrale in pietra e in mattoni. Appartenne prima alla famiglia Lombardo, successivamente ai marchesi Gesualdo ed infine fu acquistato nel 1770 circa dal barone Sabino Zamagna, nobile di Dubrovnik.

Lo stemma comunale, concesso con Decreto del Presidente della Repubblica, è costituito da uno sfondo rosso sul quale campeggia Santo Stefano, vestito di cotta e dalmatica bianche; il Santo è fermo sul terzo di quattro gradini e volge la testa verso un pellegrino vestito di bianco che, posto sull’ultimo gradino, impugna con la mano sinistra un bordone d’oro; tra le due figure, su cui risplende un sole dorato, è raffigurato un cane (A.M.).

Edifici non più esistenti[modifica | modifica wikitesto]

Anticamente a S. Stefano del Sole esistevano due monasteri, ora scomparsi[13] (uno dedicato a S. Andrea Apostolo[14], e uno dedicato a San Pietro, in località San Pietro ad Oglio[15]), una chiesa, distrutta (Santa Maria delle Cristarelle)[16], ed un'altra a Sozze (la chiesa di San Giuseppe, antistante a quella nuova, di cui si vedono perfettamente le rovine, ormai completamente coperta dai rovi che la sovrastano), sostituita da una moderna chiesa a base quadrangolare, con annessi campanile ed oratorio, costruiti in mattoni rossi (A.M.).

Sorgenti Urciuoli[modifica | modifica wikitesto]

Da Santo Stefano del Sole partono le sorgenti Urciuoli che arrivano fino a Napoli. Si presume che provengano dal lago invernale detto Dragone, sito in Volturara Irpina, le quali, attraverso una voragine, detta Bocca del Dragone, si infiltrano lentamente nel suolo. Nel 1808, le sorgenti furono vendute ai signori Urciuoli, che 70 anni dopo le rivendettero alla Società dell’Acquedotto di Napoli (A.M.).

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Rosamarina[modifica | modifica wikitesto]

Nel giorno di Pasqua, vari gruppi di persone divisi per quartieri, percorrono le contrade di Santo Stefano del Sole, portando, casa per casa, gli auguri di buona Pasqua ed intonando un canto tradizionale: la “Rosamarina”. Tale canto è accompagnato da strumenti musicali quali tammorre, triccheballacche, organetto ecc. Ogni capofamiglia ricambierà tale gentilezza offrendo in dono denaro o beni in natura. La sera stessa, i vari gruppi si riuniscono e mettono all'asta ("abbannisceno i taralli") ciò che è stato donato loro, e il ricavato sarà affidato al Comitato di San Vito Martire, che lo userà per organizzare la festa del santo Patrono. Il canto ha il nome di "Rosa marina, poiché il Comitato usava regalare ad ogni capofamiglia, il sabato santo, un ramoscello di rosmarino con cui avrebbe aromatizzato l'agnello pasquale. Col passare degli anni il rosmarino è stato sostituito da un ramo di abete ("frasca"), cui sono legati due arance e un limone. Il ramo di abete viene, poi, solitamente legato al balcone della propria casa (A.M.).

Solearte[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, a partire dalla prima metà degli anni '90, il 17 e 18 agosto si svolge la manifestazione "Solearte - segni di una notte di mezza estate", rassegna culturale di arte, artigianato, collezionismo e antiquariato, musica popolare e non, artisti di strada e enogastronomia locale. Tale manifestazione è organizzata dalla Pro loco Santostefanese per le vie del centro storico (A.M.).

Festa della ciliegia[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, verso la fine di giugno o l'inizio di luglio, in una data stabilita a seconda dei tempi di maturazione delle ciliegie, si svolge la manifestazione "Festa della ciliegia", con somministrazione di dolci, gelati, frappé, e altri prodotti gastronomici a base di ciliegie. Tale manifestazione è organizzata dalla Pro loco Santostefanese, in Piazza Oscar Brini (A.M.).

Giornata del malato[modifica | modifica wikitesto]

Viene organizzata ogni anno, a maggio, nel parchetto adiacente la Chiesa dell'Angelo a cura dell'Associazione Devoti della Madonna di Lourdes. Consiste in una giornata di preghiera e di comunione degli ammalati, provenienti da tutta la Regione e accompagnati dalle varie ONLUS.

Sagra del Vitello podolico[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, nella settimana precedente all'ultima domenica di Agosto, nel centro cittadino, si svolge la "Sagra del Vitello podolico" intero allo Spiedo, con carne alla brace e specialità a base di vitello podolico. Tale evento è realizzato dal Comitato San Vito Martire, nell'ambito dei festeggiamenti in suo onore (A.M.).

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[17]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2009 nel territorio di Santo Stefano del Sole risultano residenti 92 cittadini stranieri. I gruppi più numerosi sono quelli di:

fonte Istat

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Il comune fa parte della Comunità montana Terminio Cervialto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ In particolare, la zona di Piano della Guardia è stata utilizzata fin dall’epoca preistorica come antico tratturo per la transumanza verticale. La prova è data dai ritrovamenti di questa zona, frammenti di ceramiche e da abbondanti resti di nuclei carboniosi e di concotto che farebbero ipotizzare la presenza di una serie di pali in legni infissi nella terra a contorno delle stesse buche. Il periodo ipotizzato, in base alla tipologia ceramica ed alla posizione stratigrafica, è della fine del Neolitico. Nella zona di Castelluccio (la parte più antica del centro storico) sono stati rinvenuti reperti archeologici di epoca sannita (anfore, ampolle e lacrimatoi), oggi custoditi presso il Museo Irpino. L’insediamento sannita di S. Stefano ricalca la tipologia degli insediamenti sanniti preromani della zona, fatti da centri di piccole dimensioni e sparsi nel territorio lungo la valle del fiume Sabato: la ragione di tali caratteristiche è legata all’economia prevalentemente agricolo-pastorale. La villa è di epoca romana e legata all’uso agricolo del territorio intorno ad Abellinum. Infine, in località Angelo è presente un altorilievo su pietra di età tardo-romana. Cfr: www.va.minambiente.it/File/Documento/83019
  3. ^ Sull'origine di Sorbo Serpico vi sono varie tesi, tra loro compatibili. Sicuramente il territorio di Sorbo Serpico era abitato sin dall’epoca romana, durante la quale alcuni coloni si sarebbero insediati nell’area per utilizzarne le notevoli risorse idriche. Ciò sarebbe testimoniato dalla presenza dei ruderi di un acquedotto dell’età imperiale, che faceva giungere l’acqua fino alla Colonia Augusta Abellinarum, l’odierna Atripalda. Successivamente, i Longobardi eressero un castrum sulla collina che fronteggia l’attuale abitato, come già risultava nel 901. Di Castrum Serpico si parla in un documento del 1146. Il vero e proprio borgo si sviluppò nel Medioevo, col semplice nome di Serpico, e venne aggregandosi attorno al castrum. Tuttavia, il borgo medioevale venne abbandonato nel XV secolo, a seguito di una terribile pestilenza, che decimò la popolazione. In particolare, secondo la tesi di G. Colacurcio è che Castel Serpico nacque in epoca addirittura pre-romana dalla fuga delle locali popolazioni irpine dopo la distruzione delle loro città da parte dei Romani, a causa delle guerre sociali del 91-88 a.C. (cfr. Notizie storiche del comune di S.Stefano del Sole, G. Colacurcio, Napoli 1914). A conferma di tale tesi, Colacurcio ritiene che la parola Serpico discenda etimologicamente dalla presenza in loco di un tempio dedicato al Dio egizio Serapis(-idis). Di conseguenza, è fortemente presumibile l'esistenza nel territorio di un borgo in epoca romana (almeno dal I secolo a.C. in poi) in quanto, esattamente intorno al I secolo a.C., in Campania si era affermato il culto del Dio egizio Serapis. Sembra altrettanto fondata (e, in ogni caso, compatibile) la tesi che vede il paese nascere dalle vicende relative alla distruzione di Abellinum ad opera dai Longobardi nel 571 (così come la presenza longobarda in Irpinia giustificherebbe la costruzione della Chiesa di San Michele - vedi note 9 e 11); sul punto, scrive Francesco Scandone (cfr. pagg. 10 e ss. della sua "Abellinum longobardicum, Casa Editrice Libraria Humus, Napoli 1948"): "[...] la città [Abellinum], confinante con quella di Benevento, ne abbia, a poca distanza di tempo, seguita la sorte [distruzione da parte dei Longobardi; ndr]. [...] In quanto al modo, con cui l'invasione fu compiuta, i cronisti ce ne tramandano delle notizie, abbastanza per se stesse eloquenti. [...] Pertanto è da ritenersi che ad Abellinum sia stata riservata la sorte della maggior parte delle città sorelle. [...] i cittadini rimasti indifesi, doverono o salvarsi con la fuga, fuori dal territorio della colonia [Abellinum], o riparare nei vici e nei pagi. Così, anche se si volesse escludere una violenta distruzione degli edifici della città, questi sarebbero crollati dopo alcuni anni, specialmente per l'abbandono degli abitanti, ricchi di censo. [...] Poiché ai barbari piacevano i beni fondiari, i «primarii» o «curiales», venivano soppressi, o costretti a mettersi in salvo altrove". In sintesi, stando alla tesi dello Scandone, Abellinum si sarebbe svuotata ed avrebbe visto gli Abellinates in parte uccisi ed in parte dispersi dai Longobardi nei villaggi viciniori (come Castel serpico). Altra tesi, che integra le tesi precedenti, è quella ricavabile dagli scritti dello storico bizantino Procopius, che nel suo "Bellum gothicum" narra della distruzione delle fortificazioni di Abellinum a seguito della guerra Gotico-Bizantina. Secondo questa tesi, la quasi trentennale lotta tra Goti e Bizantini (525-555), la pestilenza del 565 d.C., le ripetute carestie, la decadenza delle strutture civili ereditate dai Romani comportarono una fuga dei cittadini da Abellinum, ma non un abbandono totale, in quanto in Abellinum si rinvengono ancora fonti archeologiche (lapidi) datate 543, che attestano la presenza della popolazione in essa".Tale data è rilevante in quanto, nel 539, agli Ostrogoti subentrarono i Bizantini, che occuparono tutta l'Italia peninsulare, compresa Abellinum. Al medesimo periodo risale anche l'epigrafe che fa riferimento alla morte di Iohanni, risalente al 541 e che si trova sulla parete interna del Campanile della Chiesa di S. Maria della Neve, la Chiesa Parrocchiale di Aiello del Sabato. Si tratta di Iohanni(cius), che Francesco Scandone ritenne Vescovo di Avellino dal 520 al 541. Di conseguenza, vi è la certezza che, già nel 541, gli abitanti di Abellinum si fossero trasferiti altrove. A conferma della comune provenienza degli abitanti dei Comuni contermini Abellinum è la presenza, nel paese di Sorbo Serpico, di una Chiesa intitolata, allo stesso modo, a Santa Maria della Neve della stessa epoca (V secolo d.C. ), che fortifica la tesi, o almeno offre argomenti a favore della circostanza che, almeno fino al VI secolo d.C. le storie di Castel Serpico ed Abellinum siano in qualche modo intrecciate tra loro, essendo comuni le tradizioni dei loro abitanti.
  4. ^ Che scorre per il centro del paese, sotto la piazza Oscar Brini.
  5. ^ Le famiglie più facoltose all'epoca erano quelle dei Niger o Nigro, quelli dei Iob o Ciob, quella dei Petrella, poi Petretta, di cui ricordiamo i nomi insiti in alcuni dei suoi rioni (casa Cioppa, casa Nigro, casa Petretta.
  6. ^ Essa è il riconoscimento a S. Stefano del Sole dello status comunale, ovvero la sua elevazione a Comune, vale a dire che dal 1525 S.Stefano del Sole è diventato Comune.
  7. ^ Sull'etimologia: forse da latino multus e terrenus e quindi molto terreno, oppure mortuus e terrenus, e quindi terreno morto perché adibito a piazza del paese, e quindi non coltivabile
  8. ^ sotto la reggenza dell'arciprete Domenico de Feo e il sindaco Donato Luciano.
  9. ^ Di esso si ignora la data di costruzione.
  10. ^ L'identità di tale Maria Errogus ci è ignota: è molto dubbio che fosse feudatario di Serpico, in quanto il Catalogus Baronum del 1146 ne attribuisce il possesso ad un certo Guido de Serpico, feudatario e figlio di Trogisio de Crypta, e l'epigrafe dedicatoria posta sulla parete della Chiesa porta la data del 1119. Nel Catalogus Baronum (dei feudi e dei feudatari del Regno Normanno) è scritto che "Guido, figlio di Trogisio di Scapito, disse che tiene, dello stesso Trogisio, Serpico che è, come disse, feudo di due militi, e con l'aumento concesse militi quattro; Guglielmo, figlio di Tristano, tiene dello stesso Trogisio di Grottaminarda la metà di Atripalda..., feudo di un milite, elevati a due per effetto dell'aumento concesso; Ruggero, figlio di Ludovico, tiene, dello stesso Trogisio di Grottaminarda, Villamaina e la metà di Atripalda... e, con il feudo di San Barbato, metteva a disposizione sei militi; Candida è feudo di due militi, Lapio ed Arianello feudo di due militi, e con l'aumento si concessero militi otto ed otto inservienti. Questi feudi appartengono a Guido di Serpico ed a Ruggero suo fratello...; Dionisio tiene Monte Aperto... con due militi; Ruggero di Castelvetere tiene, dello stesso Trogisio, Taurasi che, come disse, è feudo di tre militi, e Rocca San Felice, che è feudo di un milite..., elevati ad otto militi e dieci inservienti; Benedetto di Forgia, come dichiarò Alfano Camerario, tiene Luogosano ed Atripalda, feudo di due militi, e tiene Melito, che è feudo di un milite..., aumentati a sei militi e sette inservienti; la moglie di Bartolomeo figlio di Ruggero... disponeva di un feudo non specificato per cui aveva l'obbligo di fornire quattro militi ed altrettanti inservienti; Petrus de Serra... aveva un feudo per cui si impegnava a concedere sei militi e pari numero di inservienti; Guarnerio Saraceno disse che tiene, del predetto Trogisio, Torella, feudo di due militi, e Castello la Pietra, che è feudo di un milite, e con l'aumento concesse sei militi e dieci inservienti". Quindi feudatario di Candida e Lapio con Arianiello era Alduino de Candida figlio di Ruggero figlio di Oldoino delle genti "Lortomanne" (cioè Normanne). A causa di un duro scontro con il cancelliere, Alduino perse i feudi che furono incamerati nel demanio; nel 1186 Guido de Serpico ebbe in concessione il feudo di Lapio e Arianiello, mentre il castello di Candida fu venduto a Rogerio, fratello di Guido e figli di Trogisio de Scapito, feudatario di Trogisio de Cripta di Serpico. Il documento dimostra come la famiglia dei Candia o Candida fosse una famiglia di origine Longobarda imparentata con la famiglia Normanna degli Altavilla.
  11. ^ cfr. Notizie Storiche del Comune di S.Stefano del Sole - G. Colacurcio - Napoli 1914
  12. ^ Più precisamente, la costruzione del Santuario sembra essere legata alla Via Francigena oggi chiamata “Via Sacra Langobardorum” che partiva da Mont Saint-Michel in Francia, passava per Benevento e giungeva al Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo, in provincia di Foggia, per poi partire per la Terrasanta. D'altra parte, nel 650, su parte dei territori meridionali venne costituito il Ducato di Benevento, che faceva parte dei domini longobardi ed è attestata, nella Valle del Sabato, la presenza di Longobardi. Imparentati con Longobardi, nonché Longobardi, furono anche i feudatari di Serpico (vedi nota 9)
  13. ^ distrutti con ogni probabilità dalla banda del brigante Pasquale Ursillo che nel 1374 distrusse anche varie Chiese di Avellino e provincia, nonché rase al suolo il castello cittadino (da G. Zingarelli, Storia della Cattedra di Avellino, Vol. I)
  14. ^ in località Starze dei Preti, nominata precedentemente Starza di Sant'Andrea, località così menzionata in un atto testamentario da un tale Virgilio Petretta che possedeva dei fondi nel luogo ove sorgeva il monastero
  15. ^ L'esistenza del monastero di San Pietro ad Oglio è certificata da un atto dell'anno 650 d.C., in cui Teodorada, ascendende del duca di Benevento, dona il monastero di San Pietro al fiume Sabato a Paldo, Taso e Tato, nobili beneventani che avevano costruito anche un altro monastero sul Volturno (da A. De Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, vol. II). Nell'anno 742 Papa Stefano II, con una Bolla, conferma all'Abate del Monastero del Volturo, il possesso del monastero di San Pietro al fiume sabato.
  16. ^ Tale Chiesa è menzionata in una bolla del Vescovo di Avellino datata 23 aprile 1535, con la quale il Vescovo Silvio Messalia assegna ad uno dei cinque canonici di Candida la cura delle anime di "Santa Maria delle Cristarelle del Casale di Santo Stefano" (G. Zingarelli, Soria della Cattedra di Avellino Vol. I, pag. 221
  17. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
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