Santo Stefano del Sole

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Santo Stefano del Sole
comune
Santo Stefano del Sole – Stemma
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Provincia Provincia di Avellino-Stemma.svg Avellino
Amministrazione
Sindaco Francesco Urciuoli (lista civica "Il sole") dall'11-06-2017
Territorio
Coordinate 40°54′N 14°52′E / 40.9°N 14.866667°E40.9; 14.866667 (Santo Stefano del Sole)Coordinate: 40°54′N 14°52′E / 40.9°N 14.866667°E40.9; 14.866667 (Santo Stefano del Sole)
Altitudine 547 m s.l.m.
Superficie 10,78 km²
Abitanti 2 218[1] (31-12-2010)
Densità 205,75 ab./km²
Frazioni Boschi, Toppolo, Macchie, Sozze di Sopra, Sozze di Sotto, San Pietro
Comuni confinanti Cesinali, San Michele di Serino, Santa Lucia di Serino, Sorbo Serpico, Volturara Irpina
Altre informazioni
Cod. postale 83050
Prefisso 0825
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 064095
Cod. catastale I357
Targa AV
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti Santostefanesi
Patrono san Vito e santo Stefano protomartire
Giorno festivo 15 giugno e ultima domenica di agosto (san Vito), 3 agosto (santo Stefano)
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Santo Stefano del Sole
Santo Stefano del Sole
Sito istituzionale
Posizione del comune all'interno della provincia di Avellino

Santo Stefano del Sole è un comune italiano di 2.238 abitanti della provincia di Avellino in Campania.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'origine antichissima del nucleo urbano è confermata dal rinvenimento di tracce di una frequentazione neolitica su località Piano della guardia e Macchie, di un insediamento sannita in località Castelluccio e di una villa romana.[2]

All'incremento demografico del paese sembra aver contribuito lo spopolamento del borgo di Castel Serpico, di origine pre-romana.[3] Infatti, l'origine del primo agglomerato urbano stabile di S. Stefano del Sole viene fatta risalire intorno all'anno 1000, quando i Serpiceti, una popolazione che viveva esclusivamente di pastorizia e agricoltura, si recavano quotidianamente a lavorare la terra nei territori di Castel Serpico, bagnati da corsi d'acqua come il torrente Futo[4] ed il fiume Sabato. Quindi, dovendo poi ripercorrere parecchi chilometri a ritroso per rientrare a Serpico​, ritennero più opportuno costruire case più vicine, sul sito attuale del Comune. Dal momento che stava effettivamente formandosi un insediamento urbano, anche il feudatario di Serpico decise di costruirvi il palazzo che ospitasse la sua corte, poco al di sotto dell'attuale chiesetta dell'Annunziata, insieme alla chiesa di Santa Maria delle Cristarelle (entrambi gli edifici sono stati distrutti).

Il primo documento ufficiale attestante l'esistenza del Comune di Santo Stefano del Sole risale al 1045, essendo il nome di Santo Stefano del Sole presente in un diploma custodito nell'archivio della chiesa di Santa Sofia in Benevento. Di conseguenza, le prime notizie ufficiali relative alla sua esistenza risalgono all’epoca della dominazione normanna (XI secolo), quando compare in alcune fonti documentarie come feudo della contea di Avellino. Sull'origine del nome non si hanno notizie certe, ma solo supposizioni (che ne spiegano la scelta in ragione della sua posizione geografica). Serpico venne, infine, disabitato nel 1469 a causa della pestilenza che colpì l'intera Europa, e i cittadini superstiti, in parte si stabilirono a valle, formando il nuovo centro di Sorbo Serpico, in parte a S. Stefano del Sole, incrementando il livello demografico del paese[5].

Dall'anno 1525 il paese di S. Stefano del Sole, che fino ad allora era stato sempre unito a quello di Sorbo Serpico, ne fu scisso e venne amministrato da un sindaco autonomo, sotto la giurisdizione del feudatario locale[6]. Inglobato nei possedimenti dei Di Capua, appartenne in seguito alle famiglie Capece e Galeota, che lo tennero fino alla metà del XVI secolo. Venduto ai Gesualdo da Giovanni Luigi Capece Galeota, passò ai Del Sangro nel 1771 e poi alla famiglia Zamaglia, che lo tenne fino al 1806, anno dell’abolizione dei diritti feudali nell’Italia meridionale. Dopo il 1525 non si ha notizie di eventi storici rilevanti, eccetto il grave dramma che lo colpì nel XVIII secolo, con il brigante Lorenzo de Feo (A.M.).

Edifici di interesse pubblico e religioso[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa madre[modifica | modifica wikitesto]

È sita in Piazza del Sole. Il terreno su cui fu edificata apparteneva al marchese, che lo donò al Comune. Esso fu spianato con un ingente lavoro ed il terreno di riporto dello scavo venne gettato davanti alla chiesa, formando così un terrapieno chiamato "tarreno" o "multarreno o murtarreno"[7], che oggi, dotato di un alto muro di contenimento in pietra, costituisce il piano di calpestio della Piazza del Sole. In esso vennero piantati 4 tigli secolari (piantati in occasione delle vittoriose battaglie napoleoniche durante la campagna italiana), di cui oggi ne restano 3.

La costruzione della sola e grande navata della Chiesa madre avvenne tra il 1600 e il 1605. Nel pavimento, tre lastre di pietra chiudevano l’accesso ad altrettanti sepolcri: il più prossimo all'Altare maggiore era per i defunti appartenenti alla confraternita del S.S. Rosario, quello centrale per i poveri e quello più prossimo all’uscita per i defunti di morte violenta. La crociera, composta da due bracci laterali sormontati da una cupola, venne, invece, costruita circa un secolo dopo, tra il 1716 e il 1719[8]. La crociera è in stile barocco leggero con finte colonne corinzie.

Nel 1758 fu edificato il muro di contenimento a ridosso della chiesa madre e nel 1760 la chiesa fu dotata di un suo organo, in seguito sostituito. Intorno a quell'anno fu anche completata la cupola, esternamente formata da un muro circolare che poggia su 4 archi, nel quale si aprono 4 finestre a forma ovale. Internamente è decorata con bellissime sculture in stucco eseguite da Gaetano Amoroso, uno scultore napoletano. Sui 4 pilastri troviamo i 4 evangelisti, ovvero (partendo dal crocifisso in ordine antiorario) San Matteo, San Marco, San Luca e San Giovanni. Gli angeli rappresentati simboleggiano la fede (a destra), la speranza (a sinistra). In epoca recente sono stati rimossi i preziosi e suggestivi altari laterali, posizionati sotto ogni tela o statua della navata, rendendola priva e spoglia di tali opere d'arte. Gli unici due altari sopravvissuti sono quelli posizionati nei due bracci della crociera: su quello destro fu collocata la statua di Santo Stefano e su quello sinistro quella di San Vito, dove sono custodite anche le sacre reliquie. La tradizione vuole che le due statue (a mezzo busto) siano state trasportate dall'antico Serpico da parte dei primi Santostefanesi.

Il campanile, con base rettangolare e resto del corpo ottogonale, con 8 finestre ad arco e 2 campane, fu costruito in epoca successiva sulla sinistra della chiesa,[9].

La Chiesa Madre ospita le spoglie di San Vito, il martire siciliano che subì il martirio il 15 giugno 303. Egli viene festeggiato il 15 giugno e l'ultima domenica di Agosto, in quanto le sacre spoglie furono trasportate da Roma in S.Stefano del Sole l'ultima domenica di Agosto dell'anno 1814 (A.M.).

La chiesa del SS. Sacramento[modifica | modifica wikitesto]

È adiacente alla Chiesa Madre e fu costruita nel 1836, a seguito del crollo dell'antichissima chiesa di Santa Maria delle Cristarelle, per ospitare la congrega che era stata fondata in essa. La cappella era formata da una sola navata che conteneva tele di gran pregio e valore, nonché statue a busto intero (tra cui il Cristo deposto) e un'abside semicircolare in cui erano incavate 8 nicchie che ospitavano altrettanti antichi mezzi-busti di vari santi. Da essa si può scendere nella cripta della chiesa madre mediante una scala, coperta da una lastra di pietra. Recentemente la sua struttura è stata pesantemente alterata con la creazione di tramezzi e la chiusura del caratteristico abside semicircolare (e muratura delle nicchie) per essere adibita allo svolgimento di varie attività ricreative (A.M.).

Chiesa di San Giovanni Battista o Immacolata Concezione[modifica | modifica wikitesto]

La fondazione della Cappella dell'Immacolata Concezione (detta anche di San Giovanni) risale all'anno 1590. Vi è un unico altare, e un gigantesco affresco rappresentante la Vergine con il Bambino. La luce entra attraverso 3 finestre, 2 laterali e una centrale, situata sopra il portone d'ingresso. Nelle due nicchie, a destra e a sinistra dell'altare, vi sono, rispettivamente, la statua dell'Addolorata e del Sacro Cuore. In essa fu istituita la Confraternita del Nome di Gesù e Immacolata Concessione. Alla destra della chiesa è costruito l'Ente Morale San Vito Martire (A.M.).

Cappella dell'Annunziata[modifica | modifica wikitesto]

Fu edificata nel 1698 a cura del marchese di S. Stefano in località Piedicasale e ha una forma di parallelogramma e il soffitto a volta. Presenta 2 tribune laterali, usate dai marchesi per assistere alle funzioni religiose (era, in origine, una cappella privata). Era affrescata con pregevoli dipinti ora cancellati dall'incuria e dal tempo. Nella cappella sono presenti le statue dell'Annunziata e del Arcangelo Gabriele. Nel mezzo del pavimento di cotto si notano due botole in pietra, che permettono l’accesso alla cripta sottostante (A.M.).

Chiesa dell'Angelo[modifica | modifica wikitesto]

Costruita sulla Collina dell'Angelo, è la chiesa più antica esistente a S. Stefano del Sole; ciò è attestato da una lapide situata a sinistra della chiesa, ove era scritto: "D.O.M. DIE XXV IUNII MARIA ERROGUS XEONA EREXIT SANCTI ANGELI HOC SACELLUM MCXIX", che tradotto in italiano significa: "A Dio Ottimo Massimo, nel giorno 25° di Giugno Maria Errogus[10] eresse a Sant'Angelo (Michele) questo tempio nel 1119 (25 giugno 1119)". Gli altari presenti nella Chiesa furono rimossi, così come è stata abbattuta la struttura adiacente, quest'ultima ad opera del reverendo Marcantonio de Feo, il quale sospettò che fosse utilizzata quale luogo d'appuntamenti per fantomatiche sette sataniche[11]. Ciò nonostante, le rovine del luogo conferiscono al luogo un suggestivo aspetto di vetusta antichità. Secondo alcuni, la Chiesa si colloca sulla scia delle chiese e cappelle dedicate a San Michele Arcangelo che si snoda lungo l'Appennino centro-meridionale fino alla sua grotta sul Gargano, e sorte dopo la conversione dei Longobardi. Infatti, questo popolo germanico nutriva una particolare venerazione per l'Arcangelo Michele, nel quale ritrovava le virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino[12].

La struttura della Chiesa è costituita da un'unica navata; in essa sono presenti statue e quadri di San Michele Arcangelo, ed un quadro della Madonna di Montevergine.

La Chiesa, in piena decadenza, è stata restaurata nel 2000 ad opera dell'Associazione Devoti della Madonna di Lourdes, cui si deve anche la costruzione della Grotta della Madonna di Lourdes, che si colloca nel meraviglioso parco alle spalle della Chiesa. L'Associazione ogni anno, a maggio, organizza un raduno per gli ammalati, cui partecipano ONLUS provenienti da tutta la regione, che trovano conforto nella fede e nella solidarietà umana (A.M.).

Palazzo baronale[modifica | modifica wikitesto]

Situato nel mezzo del paese nel 1905 è stato comprato e restaurato dal Comune per essere adibito a sede del municipio. È composto da due piani. Il portone d'ingresso è raggiungibile da una lunga scalinata centrale in pietra e in mattoni. Appartenne prima alla famiglia Lombardo, successivamente ai marchesi Gesualdo ed infine fu acquistato nel 1770 circa dal barone Sabino Zamagna, nobile di Dubrovnik.

Lo stemma comunale, concesso con Decreto del Presidente della Repubblica, è costituito da uno sfondo rosso sul quale campeggia Santo Stefano, vestito di cotta e dalmatica bianche; il Santo è fermo sul terzo di quattro gradini e volge la testa verso un pellegrino vestito di bianco che, posto sull’ultimo gradino, impugna con la mano sinistra un bordone d’oro; tra le due figure, su cui risplende un sole dorato, è raffigurato un cane (A.M.).

Edifici non più esistenti[modifica | modifica wikitesto]

Anticamente a S. Stefano del Sole esistevano due monasteri, ora scomparsi[13] (uno dedicato a S. Andrea Apostolo[14], e uno dedicato a San Pietro, in località San Pietro ad Oglio[15]), una chiesa, distrutta (Santa Maria delle Cristarelle)[16], ed un'altra a Sozze (la chiesa di San Giuseppe, antistante a quella nuova, di cui si vedono perfettamente le rovine, ormai completamente coperta dai rovi che la sovrastano), sostituita da una moderna chiesa a base quadrangolare, con annessi campanile ed oratorio, costruiti in mattoni rossi (A.M.).

Sorgenti Urciuoli[modifica | modifica wikitesto]

Da Santo Stefano del Sole partono le sorgenti Urciuoli che arrivano fino a Napoli. Si presume che provengano dal lago invernale detto Dragone, sito in Volturara Irpina, le quali, attraverso una voragine, detta Bocca del Dragone, si infiltrano lentamente nel suolo. Nel 1808, le sorgenti furono vendute ai signori Urciuoli, che 70 anni dopo le rivendettero alla Società dell’Acquedotto di Napoli (A.M.).

Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

Rosamarina[modifica | modifica wikitesto]

Nel giorno di Pasqua, vari gruppi di persone divisi per quartieri, percorrono le contrade di Santo Stefano del Sole, portando, casa per casa, gli auguri di buona Pasqua ed intonando un canto tradizionale: la “Rosamarina”. Tale canto è accompagnato da strumenti musicali quali tammorre, triccheballacche, organetto ecc. Ogni capofamiglia ricambierà tale gentilezza offrendo in dono denaro o beni in natura. La sera stessa, i vari gruppi si riuniscono e mettono all'asta ("abbannisceno i taralli") ciò che è stato donato loro, e il ricavato sarà affidato al Comitato di San Vito Martire, che lo userà per organizzare la festa del santo Patrono. Il canto ha il nome di "Rosa marina, poiché il Comitato usava regalare ad ogni capofamiglia, il sabato santo, un ramoscello di rosmarino con cui avrebbe aromatizzato l'agnello pasquale. Col passare degli anni il rosmarino è stato sostituito da un ramo di abete ("frasca"), cui sono legati due arance e un limone. Il ramo di abete viene, poi, solitamente legato al balcone della propria casa.

Il testo della Rosamarina è il seguente:

Sabatu santu e Pasqua rusata

Jamu mettenno la Rosamarina

Rosamarina è quannu….

Quannu si allungata

Oi quanno si allungata

ncoppa sta finistella si sagliuta

Rit.

Oi si sagliuta ncoppa sta finistella si sagliuta

Figliola ncoppa stà fenesta

Famme la grazia nun te ne trasine

Vuttammi nu capillo

Bella ra’ ste trezze

Oi bella ra’ ste trezze

Mannall’ a bbasciu cà vogliu saglina

Rit.

voglio saglina

Mannall’ a bbasciu cà vogliu saglina

E mi ci voglio arrisicane

Ncoppa sta cammarella vogliu ine

la vogliu spezionà

la vogliu baciana

a la vogliu baciana

fino chè me rice amo’ lassami stana!

Rit.

lassami stana!

finche me rice amo’ lassami stana

Vulesse sagli’ ncielo se putesse

cu na scalella re seicientu passi

quanno fosse alla cimma

Bella e si rumpesse

Oj bella se rumpesse

m’braccia a nennella mia m’ arrepusassa

Rit.

M’ arrepusassa

m’braccia a nennella mia m’ rrepusassa

Scusate si ha aggiu fatto troppu tardu

n’ci steva Gesu Gristo m’passione

apritici le porte bella alla feneste

oj bella alla fenesta facitici trasi’ pe’ grazia vosta

Rit.

pe grazia vosta facitici trasì pe grazia vosta

Vui ca sapiti c’à la morte vene

tutte le belle si vole pigliane

tu ca si bella

oi nenna mittiti mpinziero

oj mittiti mpinziero

le tue bellezze a chi le vuoi lasciana

Rit.

le vuoi lasciana le tue bellezze a chi le vuoi lasciana

Quannu ta fattu chiu’ de nu bicchiere

mi pare nu cristallo l’acqua e mare

cammini leggera cammini leggera

mi pari rundinella quannu vola Rit oi quannu vola

mi pari rundinella quannu vola

Miezz à lu mare è nata na scarola

li turchi se la jochenu a primera

primera cimma a chi’

Rit.

Vuoi pe lo trippone

Vuoi pe lo trippone

viatu a chi la vence sta figliola

oi sta figliola

viatu a chi la vence sta figliola

E ali signuri re tantu luntanu

e a li signuri re tantu luntano

a vui signuri addiu!

Che Santu Vitu vi pozza ajutana

Pozza ajutana

che Santu Vitu vi pozza iutana (A.M.).

Solearte[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, a partire dalla prima metà degli anni '80, il 17 e 18 agosto si svolge la manifestazione "SOLEARTE - SEGNI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE, rassegna culturale di arte, artigianato, collezionismo e antiquariato, musica popolare e non, artisti di strada e enogastronomia locale.Tale manifestazione è organizzata dalla Pro loco Santostefanese, per le vie del centro storico (A.M.).

Festa della ciliegia[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, verso la fine di giugno o l'inizio di luglio, in una data stabilita a seconda dei tempi di maturazione delle ciliegie, si svolge la manifestazione "Festa della ciliegia", con somministrazione di dolci, gelati, frappé, e altri prodotti gastronomici a base di ciliegie.Tale manifestazione è organizzata dalla Pro loco Santostefanese, in Piazza Oscar Brini (A.M.).

Giornata del malato[modifica | modifica wikitesto]

Viene organizzata ogni anno, a Maggio - nel parchetto adiacente la Chiesa dell'Angelo - dall 'Associazione Devoti della Madonna di Lourdes. Consiste in una giornata di preghiera e di comunione degli ammalati, provenienti da tutta la Regione e accompagnati dalle varie ONLUS (A.M.).

Sagra del Vitello podolico[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, nella settimana precedente all'ultima domenica di Agosto, nel centro cittadino, si svolge la "Sagra del Vitello podolico" Intero allo Spiedo, con carne alla brace e specialità a base di vitello podolico. Tale evento è realizzato dal Comitato San Vito Martire, nell'ambito dei festeggiamenti in suo onore (A.M.).

Persone legate a Santo Stefano del Sole[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo De Feo[modifica | modifica wikitesto]

Lorenzo De Feo, detto Laurenziello, fu un temuto brigante del Sud Italia. Nacque il 25 giugno 1777 a Santo Stefano del Sole da Giuseppe De Feo e Maria Romano. Spinto dalla più totale povertà[17], venne assoldato tra i bravi del Marchese di Santa Lucia di Serino, compiendo soprusi e omicidi in suo nome. Dopo aver avuto una discussione violenta con un certo Saverio de Feo, capo della Guardia Urbana di S. Stefano, pensò di "darsi alla macchia"[18]. In breve tempo mise insieme era un banda di oltre 60 briganti[19], e spostandosi in tutta l'Irpinia compì ogni sorta di delitto, compiendo stragi nei paesi vicini, anche in pieno giorno, atroci omicidi, rapine e stupri.

Due sono i delitti più atroci compiuti nel territorio di Santo Stefano del Sole. Il 30 marzo 1809 sulla strada che porta da Cesinali a Serra fece uccidere, dal brigante Mafone, l'Arciprete di S.Stefano del Sole Marco de Feo (8 settembre 1775 - 3 agosto 1809), reo di aver scomunicato lui e la sua banda, e lasciando in vita il garzone, al solo fine di poter testimoniare ai compaesani le conseguenze dell'ostacolare il brigante. Al riguardo, il sacerdote di Cesinali, Pasquale Cocchia, che compose la storia di Laurinziello in versi, scrisse:

Ma più di tutti il perfido Mafone
aveva di stragi una crescente sete,
siccome apparirà dal mio sermone:
di Santo Stefano uccise l'Arciprete,
mentre andava a cavallo in Avellino
non sospettando il suo crudel destino.

Non ebbe manco il tempo il poveretto
di fare alla Madonna una preghiera
che due palle gli trasse in mezzo al petto.
Facendogli veder l'ultima sera:
indi spirar voleva senza ragione
al cavallo ed al piccolo garzone.

Ricercato dalle truppe di Gioacchino Murat, dovette fuggire in Puglia. Dopo alcuni mesi ritornò a Santo Stefano insieme alla banda per terrorizzare i Santostefanesi: il 3 agosto 1809, mentre il popolo santostefanese, all'uscita della S.Messa era intento ad ascoltare la musica, il brigante e la sua banda a cavallo entrarono nel paese, dal Vicolo Costa, sparando colpi di carabina verso i presenti. Parte del popolo riuscì a riparare nella Chiesa Madre insieme all'Arciprete Vito De Feo, che fece immediatamente sbarrare le porte, mentre il resto del popolo tentò inutilmente di fuggire per i vicoli. ma fu inseguito e colpito dai briganti. Dirigendosi verso Capocasale entrò nella casa di Antonio Pisapia, caporale, che uccise insieme alla moglie e il neonato che questa stringeva in braccio. Il sindaco di S. Stefano, Ciriaco de Feo, venne trascinato in piazza per essere giustiziato, e dopo essere stato fatto inginocchiare, fu colpito da vari colpi di pistola; infine, ancora vivo, fu fatto sbranare dai mastini di Laurinziello. Altra vittima degna di menzione fu Don Stefano Romano, sacerdote di Aiello del Sabato, colpito a morte per il solo fatto di aver cercato di soccorrere i feriti nonostante l'ordine dato dai briganti di allontanarsi. In totale, i morti furono più di 30, i feriti più di 100. Ogni famiglia di Santo Stefano ebbe delle vittime[20].

Il sacerdote Pasquale Cocchia, a proposito di questo evento nefasto, prosegue nel suo libro:

Un giorno ch'era festa al suo paese,
con tripudio di suoni e lieti canti,
dalla montagna rapido discese,
Laurenziello con tutti i suoi briganti
e, pervenuto dentro al villaggio
opera egli fece di barbaro selvaggio!
Dei cittadini la devota festa
in lutto convertì lo scellerato,
chè di colpi mortali una tempesta
incominciò per tutto l'abitato.
Ritrarre in carta ed adeguar parlando
chi può quello spettacolo nefando?
San Stefano di stragi era già pieno,
vedevansi in mucchi tanti corpi avvolti,
là feriti sui morti, e qui giaceano
sotto morti insepolti egri sepolti...
Cessato pascia il miserando scempio,
sazio sul monte ritornò quell'empio.

Nei mesi seguenti la strage, alcuni dei suoi briganti furono uccisi a seguito di scontri con le regie truppe. Lo stesso Laurenziello fu costretto a fuggire, ma fu, infine, catturato e processato, insieme a suo fratello ed altri tre briganti. Il 6 maggio 1812 avvenne l'esecuzione in Piazza Libertà ad Avellino[21], che si svolse in circostanze anomale: infatti, i presenti all'esecuzione narrano che il brigante chiese da bere, ma non fu ascoltato; allora emise un forte grido di rabbia che fece fuggire via la folla impaurita. A causa della confusione, si credette che il brigante fosse riuscito a liberarsi, e all'esercito che presiedeva l'esecuzione fu dato immediatamente l'ordine di sparare sulla folla, così causando circa quattro morti e decine di feriti, molti dei quali furono calpestati dagli zoccoli dei cavalli[22].

Il suo corpo venne lasciato in piazza per dodici ore, quindi gli fu reciso il capo, che fu poi chiuso in una gabbia ed esposto in cima ad un lungo palo a Porta di Puglia.[23]. Un mulattiere, che era stato molte volte vittima del brigante, si avvicinò al palo e, scuotendolo, disse:“Oh Laurenziello! Laurenziello! Quante me n'hai fatte passare!“ Essendo stata scossa, la gabbia si staccò cadendo sulla testa del mulattiere, che morì per il trauma cranico. Questo fatto, sebbene accidentale, accrebbe la triste fama di Laurenziello, per cui è rimasto il detto: «Laurenziello pure ‘roppo muorto facivo ‘natu ‘micirio», ovvero «Laurenziello anche dopo essere morto compì un altro omicidio» (A.M.).

Giuseppina La Delfa[modifica | modifica wikitesto]

Presidente nazionale di Famiglie Arcobaleno - Associazione genitori omosessuali, risiede da anni a Santo Stefano con la compagna e i figli. Nel 2016 è stata parte attiva di una storica sentenza della Corte d’Appello di Napoli che ha deciso di procedere alla trascrizione nell'Ufficio Anagrafe del Comune di due sentenze del Tribunale civile di Lille con le quali si riconosceva l’adozione reciproca di due bimbi figli di due donne che si sono sposate in Francia.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[24]

Etnie e minoranze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Al 31 dicembre 2009 nel territorio di Santo Stefano del Sole risultano residenti 92 cittadini stranieri. I gruppi più numerosi sono quelli di:

fonte Istat

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Il comune fa parte della Comunità montana Terminio Cervialto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ In particolare, la zona di Piano della Guardia è stata utilizzata fin dall’epoca preistorica come antico tratturo per la transumanza verticale. La prova è data dai ritrovamenti di questa zona, frammenti di ceramiche e da abbondanti resti di nuclei carboniosi e di concotto che farebbero ipotizzare la presenza di una serie di pali in legni infissi nella terra a contorno delle stesse buche. Il periodo ipotizzato, in base alla tipologia ceramica ed alla posizione stratigrafica, è della fine del Neolitico. Nella zona di Castelluccio (la parte più antica del centro storico) sono stati rinvenuti reperti archeologici di epoca sannita (anfore, ampolle e lacrimatoi), oggi custoditi presso il Museo Irpino. L’insediamento sannita di S. Stefano ricalca la tipologia degli insediamenti sanniti preromani della zona, fatti da centri di piccole dimensioni e sparsi nel territorio lungo la valle del fiume Sabato: la ragione di tali caratteristiche è legata all’economia prevalentemente agricolo-pastorale. La villa è di epoca romana e legata all’uso agricolo del territorio intorno ad Abellinum. Infine, in località Angelo è presente un altorilievo su pietra di età tardo-romana. Cfr: www.va.minambiente.it/File/Documento/83019
  3. ^ Sull'origine di Sorbo Serpico vi sono varie tesi, tra loro compatibili. Sicuramente il territorio di Sorbo Serpico era abitato sin dall’epoca romana, durante la quale alcuni coloni si sarebbero insediati nell’area per utilizzarne le notevoli risorse idriche. Ciò sarebbe testimoniato dalla presenza dei ruderi di un acquedotto dell’età imperiale, che faceva giungere l’acqua fino alla Colonia Augusta Abellinarum, l’odierna Atripalda. Successivamente, i Longobardi eressero un castrum sulla collina che fronteggia l’attuale abitato, come già risultava nel 901. Di Castrum Serpico si parla in un documento del 1146. Il vero e proprio borgo si sviluppò nel Medioevo, col semplice nome di Serpico, e venne aggregandosi attorno al castrum. Tuttavia, il borgo medioevale venne abbandonato nel XV secolo, a seguito di una terribile pestilenza, che decimò la popolazione. In particolare, secondo la tesi di G. Colacurcio è che Castel Serpico nacque in epoca addirittura pre-romana dalla fuga delle locali popolazioni irpine dopo la distruzione delle loro città da parte dei Romani, a causa delle guerre sociali del 91-88 a.C. (cfr. Notizie storiche del comune di S.Stefano del Sole, G. Colacurcio, Napoli 1914). A conferma di tale tesi, Colacurcio ritiene che la parola Serpico discenda etimologicamente dalla presenza in loco di un tempio dedicato al Dio egizio Serapis(-idis). Di conseguenza, è fortemente presumibile l'esistenza nel territorio di un borgo in epoca romana (almeno dal I secolo a.C. in poi) in quanto, esattamente intorno al I secolo a.C., in Campania si era affermato il culto del Dio egizio Serapis. Sembra altrettanto fondata (e, in ogni caso, compatibile) la tesi che vede il paese nascere dalle vicende relative alla distruzione di Abellinum ad opera dai Longobardi nel 571 (così come la presenza longobarda in Irpinia giustificherebbe la costruzione della Chiesa di San Michele - vedi note 9 e 11); sul punto, scrive Francesco Scandone (cfr. pagg. 10 e ss. della sua "Abellinum longobardicum, Casa Editrice Libraria Humus, Napoli 1948"): "[...] la città [Abellinum], confinante con quella di Benevento, ne abbia, a poca distanza di tempo, seguita la sorte [distruzione da parte dei Longobardi; ndr]. [...] In quanto al modo, con cui l'invasione fu compiuta, i cronisti ce ne tramandano delle notizie, abbastanza per se stesse eloquenti. [...] Pertanto è da ritenersi che ad Abellinum sia stata riservata la sorte della maggior parte delle città sorelle. [...] i cittadini rimasti indifesi, doverono o salvarsi con la fuga, fuori dal territorio della colonia [Abellinum], o riparare nei vici e nei pagi. Così, anche se si volesse escludere una violenta distruzione degli edifici della città, questi sarebbero crollati dopo alcuni anni, specialmente per l'abbandono degli abitanti, ricchi di censo. [...] Poiché ai barbari piacevano i beni fondiari, i «primarii» o «curiales», venivano soppressi, o costretti a mettersi in salvo altrove". In sintesi, stando alla tesi dello Scandone, Abellinum si sarebbe svuotata ed avrebbe visto gli Abellinates in parte uccisi ed in parte dispersi dai Longobardi nei villagi viciniori (come Castel serpico). Altra tesi, che integra le tesi precedenti, è quella ricavabile dagli scritti dello storico bizantino Procopius, che nel suo "Bellum gothicum" narra della distruzione delle fortificazioni di Abellinum a seguito della guerra Gotico-Bizantina. Secondo questa tesi, la quasi trentennale lotta tra Goti e Bizantini (525-555), la pestilenza del 565 d.C., le ripetute carestie, la decadenza delle strutture civili ereditate dai Romani comportarono una fuga dei cittadini da Abellinum, ma non un abbandono totale, in quanto in Abellinum si rinvengono ancora fonti archeologiche (lapidi) datate 543, che attestano la presenza della popolazione in essa".Tale data è rilevante in quanto, nel 539, agli Ostrogoti subentrarono i Bizantini, che occuparono tutta l'Italia peninsulare, compresa Abellinum. Al medesimo periodo risale anche l'epigrafe che fa riferimento alla morte di Iohanni, risalente al 541 e che si trova sulla parete interna del Campanile della Chiesa di S. Maria della Neve, la Chiesa Parrocchiale di Aiello del Sabato. Si tratta di Iohanni(cius), che Francesco Scandone ritenne Vescovo di Avellino dal 520 al 541. Di conseguenza, vi è la certezza che, già nel 541, gli abitanti di Abellinum si fossero trasferiti altrove. A conferma della comune provenienza degli abitanti dei Comuni contermini Abellinum è la presenza, nel paese di Sorbo Serpico, di una Chiesa intitolata, allo stesso modo, a Santa Maria della Neve della stessa epoca (V secolo d.C. ), che fortifica la tesi, o almeno offre argomenti a favore della circostanza che, almeno fino al VI secolo d.C. le storie di Castel Serpico ed Abellinum siano in qualche modo intrecciate tra loro, essendo comuni le tradizioni dei loro abitanti.
  4. ^ Che scorre per il centro del paese, sotto la piazza Oscar Brini.
  5. ^ Le famiglie più facoltose all'epoca erano quelle dei Niger o Nigro, quelli dei Iob o Ciob, quella dei Petrella, poi Petretta, di cui ricordiamo i nomi insiti in alcuni dei suoi rioni (casa Cioppa, casa Nigro, casa Petretta.
  6. ^ Essa è il riconoscimento a S. Stefano del Sole dello status comunale, ovvero la sua elevazione a Comune, vale a dire che dal 1525 S.Stefano del Sole è diventato Comune.
  7. ^ Sull'etimologia: forse da latino multus e terrenus e quindi molto terreno, oppure mortuus e terrenus, e quindi terreno morto perché adibito a piazza del paese, e quindi non coltivabile
  8. ^ sotto la reggenza dell'arciprete Domenico de Feo e il sindaco Donato Luciano.
  9. ^ Di esso si ignora la data di costruzione.
  10. ^ L'identità di tale Maria Errogus ci è ignota: è molto dubbio che fosse feudatario di Serpico, in quanto il Catalogus Baronum del 1146 ne attribuisce il possesso ad un certo Guido de Serpico, feudatario e figlio di Trogisio de Crypta, e l'epigrafe dedicatoria posta sulla parete della Chiesa porta la data del 1119. Nel Catalogus Baronum (dei feudi e dei feudatari del Regno Normanno) è scritto che "Guido, figlio di Trogisio di Scapito, disse che tiene, dello stesso Trogisio, Serpico che è, come disse, feudo di due militi, e con l'aumento concesse militi quattro; Guglielmo, figlio di Tristano, tiene dello stesso Trogisio di Grottaminarda la metà di Atripalda..., feudo di un milite, elevati a due per effetto dell'aumento concesso; Ruggero, figlio di Ludovico, tiene, dello stesso Trogisio di Grottaminarda, Villamaina e la metà di Atripalda... e, con il feudo di San Barbato, metteva a disposizione sei militi; Candida è feudo di due militi, Lapio ed Arianello feudo di due militi, e con l'aumento si concessero militi otto ed otto inservienti. Questi feudi appartengono a Guido di Serpico ed a Ruggero suo fratello...; Dionisio tiene Monte Aperto... con due militi; Ruggero di Castelvetere tiene, dello stesso Trogisio, Taurasi che, come disse, è feudo di tre militi, e Rocca San Felice, che è feudo di un milite..., elevati ad otto militi e dieci inservienti; Benedetto di Forgia, come dichiarò Alfano Camerario, tiene Luogosano ed Atripalda, feudo di due militi, e tiene Melito, che è feudo di un milite..., aumentati a sei militi e sette inservienti; la moglie di Bartolomeo figlio di Ruggero... disponeva di un feudo non specificato per cui aveva l'obbligo di fornire quattro militi ed altrettanti inservienti; Petrus de Serra... aveva un feudo per cui si impegnava a concedere sei militi e pari numero di inservienti; Guarnerio Saraceno disse che tiene, del predetto Trogisio, Torella, feudo di due militi, e Castello la Pietra, che è feudo di un milite, e con l'aumento concesse sei militi e dieci inservienti". Quindi feudatario di Candida e Lapio con Arianiello era Alduino de Candida figlio di Ruggero figlio di Oldoino delle genti "Lortomanne" (cioè Normanne). A causa di un duro scontro con il cancelliere, Alduino perse i feudi che furono incamerati nel demanio; nel 1186 Guido de Serpico ebbe in concessione il feudo di Lapio e Arianiello, mentre il castello di Candida fu venduto a Rogerio, fratello di Guido e figli di Trogisio de Scapito, feudatario di Trogisio de Cripta di Serpico. Il documento dimostra come la famiglia dei Candia o Candida fosse una famiglia di origine Longobarda imparentata con la famiglia Normanna degli Altavilla.
  11. ^ cfr. Notizie Storiche del Comune di S.Stefano del Sole - G. Colacurcio - Napoli 1914
  12. ^ Più precisamente, la costruzione del Santuario sembra essere legata alla Via Francigena oggi chiamata “Via Sacra Langobardorum” che partiva da Mont Saint-Michel in Francia, passava per Benevento e giungeva al Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo, in provincia di Foggia, per poi partire per la Terrasanta. D'altra parte, nel 650, su parte dei territori meridionali venne costituito il Ducato di Benevento, che faceva parte dei domini longobardi ed è attestata, nella Valle del Sabato, la presenza di Longobardi. Imparentati con Longobardi, nonché Longobardi, furono anche i feudatari di Serpico (vedi nota 9)
  13. ^ distrutti con ogni probabilità dalla banda del brigante Pasquale Ursillo che nel 1374 distrusse anche varie Chiese di Avellino e provincia, nonché rase al suolo il castello cittadino (da G. Zingarelli, Storia della Cattedra di Avellino, Vol. I)
  14. ^ in località Starze dei Preti, nominata precedentemente Starza di Sant'Andrea, località così menzionata in un atto testamentario da un tale Virgilio Petretta che possedeva dei fondi nel luogo ove sorgeva il monastero
  15. ^ L'esistenza del monastero di San Pietro ad Oglio è certificata da un atto dell'anno 650 d.C., in cui Teodorada, ascendende del duca di Benevento, dona il monastero di San Pietro al fiume Sabato a Paldo, Taso e Tato, nobili beneventani che avevano costruito anche un altro monastero sul Volturno (da A. De Meo, Annali critico-diplomatici del Regno di Napoli, vol. II). Nell'anno 742 Papa Stefano II, con una Bolla, conferma all'Abate del Monastero del Volturo, il possesso del monastero di San Pietro al fiume sabato.
  16. ^ Tale Chiesa è menzionata in una bolla del Vescovo di Avellino datata 23 aprile 1535, con la quale il Vescovo Silvio Messalia assegna ad uno dei cinque canonici di Candida la cura delle anime di "Santa Maria delle Cristarelle del Casale di Santo Stefano" (G. Zingarelli, Soria della Cattedra di Avellino Vol. I, pag. 221
  17. ^ Il loro gregge di pecore morì di malattia e per sopravvivere intraprese l'attività di taglialegna.
  18. ^ Affermando testualmente "Se mi do alla campagna, devo far piangere i figli dal corpo delle madri"
  19. ^ Luigi de Feo - il fratello- Pietro Magliaro, Sabino di Cola, Francesco de Feo,Alessandro di Pasqualone, Angelo Monnariello, Stefano Petretta detto Taba, Pasquale de Blasi detto Mafone, Cucuzzo da Volturara, Secchiariello, Modestino Mutascio,Sebastiano Pelosi, Michele Fucillo di Chiusano, Marzullo, Mattia Giovi, Gioivanni Calderone di Montella, o Monaciello, Savera Magliaro,Anna di Cola detta Volante, Caterina di Cognitto,Brigida Tedeschi, Lisabetta da Serino...
  20. ^ Le testimonianze furono raccolte tra i sopravvissuti
  21. ^ Laurenziello fu l'ultimo ad essere impiccato, dopo Luigi De Feo, fratello del brigante, Biagio Frasca, Vincenzo Venezia ed Antonio de Angelis, compagni del capo brigante. Il boia si chiamava Gennaro Serena, di Principato Ulteriore.
  22. ^ infatti nel registro dei morti nello stesso giorno sono riportati quattro decessi avvenuti nella stessa Piazza e nei paraggi: Angelo della Pietra di cinquant'anni, da S. Martino; Felice Preziosi di anni 60, cardalana, di Tavernola; Marianna dei Gesi, di anni 40, di Atripalda; Nicoletta del Gaizo, di anni 67, morta nel Vico Secondo Casale Nuovo.
  23. ^ Ecco le disposizioni impartite dall'intendente di Avellino dopo l'impiccagione di Laurenziello e di quattro suoi compagni, il 6 maggio 1812: "Le cinque teste dei briganti devono essere recise e collocate nel modo appresso, cioè: quella del capobrigante Laurenziello al bivio della via che conduce in Atripalda, situata in cima di un lungo trave; l'altra di Luigi De Feo all'ingresso del comune di S. Stefano [...], le rimanenti tre di Terra di Lavoro si spediscano [...] al sottointendente di Nola, per collocarsi ov'egli lo crederà più opportuno" (cfr. F. BARRA, Cronache del brigantaggio meridionale. 1806-1815, Salerno-Catanzaro 1981, p. 359).
  24. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
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