Dialetto salentino

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Lingua salentina
salentinu
Parlato in Italia Italia
Regioni Salento
Locutori
Totale circa un milione e mezzo
Classifica non nelle prime 100
Altre informazioni
Tipo regionale
Tassonomia
Filogenesi Lingue indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Siciliano
    Salentino
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
(a Lecce) "Tutti li cristiani te lu munnu nascenu libberi e lo stessi pe' dignità e diritti. Tutti tenenu cervieddhru e cuscenza e tocca 'sse comportanu comu frati l'uni cu l'auri."
Salentino.jpg

La lingua salentina (salentinu) è la lingua parlata nel Salento, regione dell'Italia meridionale. Distinto dall'italiano regionale pugliese, appartiene alla famiglia delle lingue romanze ed è classificato fra le varietà di tipo meridionale estremo insieme ai dialetti parlati in Sicilia, nella Calabria centro-meridionale e nel cilentano meridionale.

L’area della lingua salentina comprende l’intera provincia di Lecce, parte del territorio della provincia di Brindisi e la porzione sud-orientale della provincia di Taranto (Taranto esclusa).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetti_italiani_meridionali_estremi § Territorio_e_storia.

La storia della lingua salentina è molto complessa ed articolata, carica di influenze linguistiche provenienti dalle popolazioni stabilitesi nel territorio nel corso dei secoli: messapi, spagnoli, francesi, ecc. Di tali popolazioni abbiamo soprattutto testimonianze a livello lessicale e nell’onomastica (molti sono i prestiti dallo spagnolo e dal francese, in particolar modo).

Varie sono le teorie sostenute circa l’origine e lo sviluppo di tale lingua, ma tanti sono anche i disaccordi tra gli studiosi, che ancora non si ha un quadro ben definito della situazione. Di una cosa, però, si è certi: si tratta di un dialetto derivante da un bilinguismo ben radicato tra lingua romanza (latina) e lingua messapico-bizantina.Precisamente, già nel periodo della Magna Grecia, con l’importanza sempre maggiore dell’agricoltura rispetto all’industria, le zone finora rurali acquistano importanza urbana; di conseguenza, si assiste ad una ristrutturazione dei ceti sociali che comporta una ristrutturazione anche a livello linguistico: il messapico, lingua volgare parlata solo nelle zone rustiche, entra a far parte della vita urbana, affiancando così il latino (lingua ufficiale) e influenzandolo a livello fonetico, lessicale e morfosintattico. Tale processo di radicamento linguistico prosegue con l’avvento dell’Impero Bizantino, a partire dal sec. VI. Nascono così il salentino romanzo e il salentino messapico-bizantino, frutto di prestiti reciproci dei loro antecedenti (latino e messapico) e dirette derivazioni dell’attuale lingua. Continuano i prestiti e le influenze reciproche tra una lingua e l’altra. Secondo quanto afferma il Fanciullo (1996)[1],comunque, generalmente si nota una maggiore influenza del bizantino sul romanzo, come ci viene dimostrato con l’esempio del vocalismo tonico siciliano, molto caro allo studioso. Rispetto al vocalismo tonico romanzo, costituito da 7 vocali e 4 gradi (alto, medio-alto, medio-basso, basso: /i/, /u/, /e/, /o/, /ɛ/, /ɔ/, /a/), quello siciliano confonde le vocali medie ed è quindi caratterizzato da 5 vocali e 3 gradi. Si ha così la chiusura di tutte le /e/ in /i/ e le /o/ in /u/, tipica della parlata salentina. Ad esempio, la parola “sole” diventa sule in salentino centrale, così come “stasera” -> stasira (sal. centrale). Il vocalismo tonico siciliano è prova chiara e diretta dell’influenza bizantina sul romanzo, in quanto era proprio il bizantino ad avere tali caratteristiche.

In un articolo scritto da R. Coluccia: “Migliorini e la storia linguistica del Mezzogiorno[2], inoltre, si afferma che in molti testi salentini del Quattrocento sono presenti tratti grafici propri del nord della Puglia o di altre regioni del Sud estremo; ancora, testi romanzi venivano scritti utilizzando l’alfabeto greco. Questa è un’ulteriore testimonianza della compresenza di diverse tradizioni linguistiche e non romanze all’interno della regione, il che comporta anche un processo di affermazione della grafia italiana più lento e difficile rispetto ad altre regioni.

Le prime tracce scritte della lingua salentina, a noi pervenute, risalgono all'XI secolo: si tratta di 154 glosse, scritte con caratteri ebraici, contenute in un manoscritto conservato a Parma, la cui datazione si fa risalire intorno al 1072, proveniente da una accademia talmudica di Otranto[3]. Il salentino usato nelle glosse è ancora in bilico fra latino e volgare, con parecchi messapicismi. Alcune di esse specificano nomi di piante, talora chiaramente identificabili (lenticla nigra, cucuzza longa, cucuzza rutunda, ecc.), talora no (tricurgu, scirococcu, ecc.). Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: "tagliano le sporgenze dell'albero"; sepàrane: "staccano le foglie secche"; assuptìgliane: "coprono di terra fine le radici che si sono scoperte")[4].

Una delle fonti letterarie più importanti ed utili allo studio del dialetto salentino è il Libro di Sidrac otrantino[5], ossia il volgarizzamento salentino del Libro di Sidrac. È uno dei testi presenti nel volumetto “Testi non toscani del Quattrocento[6], raccolta di brani provenienti dalle varie regioni d’Italia, e presenta caratteristiche proprie del Salento centromeridionale, oltre ad alcuni tratti settentrionali.

Caratteristiche generali[modifica | modifica wikitesto]

Zona-Salento-Posizione.png

Fonetica[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda il vocalismo, si evidenziano alcuni aspetti particolari: la vocale A tonica, in ogni posizione, dà sempre a (ala per “ala”; mare per “mare”; cantu per “canto”; ecc.), come quella atona finale. Per il suffisso latino -ARIU si ha, normalmente, -aru; ad esempio, ci viene citato da G.B. Mancarella (1974)[7] il vocabolo salentino Scenaru per il latino JANUARIU, o ancora, cranaru per GRANARIU. 

Un’altra particolarità fonetica è data dalle vocali O e U pretoniche che normalmente danno sempre u (puddicaru per POLLICARIU oppure puddara per PULLARIA), tranne per alcune eccezioni, in cui possono trasformarsi in a (brindisino canoscu per COGNOSCO o otrantino caniatu per COGNATU) o in i dovuto a dissimilazione (brindisino diluri per DOLORES). Le stesse vocali O e U atone finali, invece, danno sempre un solo esito e si fondono in u: così, abbiamo manu per “mano” o liettu per “letto”.

Rispetto al consonantismo, il salentino è caratterizzato dalla presenza di alcuni suoni dovuti a particolari gruppi consonantici e che non esistono nella lingua italiana. Primo fra tutti, è l’esito cacuminale o retroflesso del gruppo -LL-, che dà il suono ḍḍ ([ɖ] in IPA) in tutto il Salento centro-meridionale (mentre nelle regioni più settentrionali e in parte in quelle meridionali si ha solo un esito dentale, ma non retroflesso: dd). In questo modo, “cavallo” diventa cavaddhru  nel leccese, otrantino, gallipolino, ecc. (cavaddu nel brindisino). Lo stesso esito è dato dal gruppo -TR-, che diventa ṭṛ in tutto il Salento centro-meridionale (mentre rimane dentale nel Nord del Salento): “pietra” diventa così peṭṛa (petra in brindisino).

Un’altra caratteristica importante è la palatalizzazione intensa del gruppo -STR- intervocalico, per cui si ha il suono šš ([ʃ:] in IPA): nosciu (“nostro”), finescia (“finestra”), ecc.

L’assimilazione di -ND- e -MB- analizzata dal D’Elia (1957)[8] è un dato altresì peculiare della lingua salentina e non è resa uniformemente in tutto il Salento: in alcune località, infatti, tale assimilazione non compare assolutamente, sicché i due gruppi consonantici si mantengono (kuandu “quando”, kiumbu “piombo”).  È questo il caso di Gallipoli, Alezio, Tuglie, Sannicola, Aradeo, Seclì, Galatone, Cutrofiano, Soleto, Galatina, Noha, Sternatia, Zollino, Martano, Martignano, Calimera. Diversamente, in località come Lecce, Squinzano, Surbo, Collepasso, Parabita, Galugnano, Strudà, Lizzanello, Cavallino, S. Pietro Vernotico l’assimilazione avviene solo con -MB- che diventa -mm- (kiummu). Infine, a Castrignano del Capo, Ugento, Ruffano, Francavilla Fontana, Melendugno, Trepuzzi, Casarano, Muro, S. Vito dei Normanni, Acquarica del Capo, Gagliano, Galugnano, Melissano, Palmariggi, Vernole, S. Cesario l’assimilazione si ha con entrambi i gruppi -ND- e -MB- (kuannu, kiommu).

Un ultimo caso su cui soffermarsi è quello di alcune occlusive: in particolare, la dentale sonora -D- in posizione intervocalica diventa sorda (pete < PEDE, nutu < NUDU). La bilabiale sonora -B-, invece, passa a una fricativa sonora -v- (vasciu < BASSU, freve < FEBRE) oppure cade (ucca < BUCCA, tàula < TABULA).

Suoni non presenti in italiano:

Grafema IPA Descrizione
/ɖ/ | Occlusiva retroflessa sonora: suono postalveolare che presenta una retroflessione della lingua. Nel salentino, solitamente si presenta geminata (esempio: beḍḍa /bɛɖɖa/, bella) o di grado medio, ma associata a fenomemi di affricazione (es: ḍṛoca /ɖɽoka/, droga).
sc /ʃ/ Fricativa postalveolare sorda di grado semplice (esempio: osce /ɔʃɛ/, oggi). La fricativa postalveolare sorda di grado doppia, ossia il suono sci / sce italiano, si scrive šc (esempio: 'ošce /ɔʃʃɛ/, vostre)
/ʈɽ/ | Occlusiva retroflessa sorda: suono postalveolare che presenta una retroflessione della lingua associata a fenomemi di affricazione (es: ṭṛenu /ʈɽɛnu/, treno).

Sintassi[modifica | modifica wikitesto]

A livello sintattico, il salentino è caratterizzato da alcuni esiti in cui il Rohlfs (1969)[9] individua un’influenza messapica. Fra questi, l’infinito dipendente solo dal verbo “potere” (pozzu scire “posso andare”), ma sostituito negli altri casi da altri costrutti (m’ha dittu cu bbau “mi ha detto di andare”, senza cu mminti “senza mettere”). Inoltre, importante è anche la distinzione di due congiunzioni che introducono una subordinata: se si tratta del verbo “volere”, si utilizza cu (oju cu bbau “voglio andare”); altrimenti, si utilizza ca (pensu ca egnu “penso che verrò”).

Sempre di influenza messapica è il periodo ipotetico costruito con l’indicativo imperfetto. Un esempio può essere dato dalla frase “se avessi fame, mangerei”, che viene resa con či tinìa fame, mangiava.

Altra caratteristica di provenienza messapica è la tendenza a inserire il verbo in posizione finale di frase: “ecco, è il dottore!” in salentino diventa na’, lu tuttore ete!. I tempi progressivi vengono poi costruiti utilizzando l’indicativo al posto del gerundio (sta bbae “sta andando”, sta scìa “stava andando”).

Nella lingua salentina, infine, non esiste il tempo futuro. Per indicare un’azione futura, vengono utilizzati due costrutti in particolare: il verbo “stare” + indicativo, come nel caso dei tempi progressivi (cagnàtuta sta bbene crai “tuo cognato verrà domani”); oppure il verbo “avere” + infinito (cagnàtuta ha bbinire crai).

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Morfologicamente parlando, il salentino presenta una vastissima gamma di particolarità. Qui cercheremo di analizzare gli aspetti più diffusi e condivisi nell’intera area del Salento.

Per cominciare, in italiano esistono alcuni nomi che terminano in -e e il cui genere, quindi, non è immediatamente riconoscibile (il fiore, la fronte). Al riguardo, il salentino tende a sostituire tale desinenza ‘ambigua’ con un’altra al fine di non creare confusione. Questo succede solo con i sostantivi e gli aggettivi maschili (lu fiuru “il fiore”; moḍḍu “molle”). Sempre a proposito dell’ambiguità di genere che comporta la desinenza -e, esistono in dialetto alcuni nomi che hanno genere differente rispetto all’italiano (“il ventre” > la venṭṛe; “il capo” > la capu; “la parete” > lu parite)[10].

Un’altra peculiarità è data dall’uso di meju/pešu (meglio/peggio) al posto di “migliore/peggiore”. Da ciò si deduce che tali termini dialettali derivino piuttosto dai neutri latini MELIUS/PEJUS e non da MAIOR, PELIOR, PEJOR. Per cui, in dialetto si ha li meju fiuri per “i fiori migliori”.

Nella lingua salentina non esiste l’uso del pronome partitivo per esprimere una quantità indeterminata; al suo posto, solitamente si usa doi: aggiu cattatu doi mile “ho comprato delle mele”. Bisogna poi far notare che, mentre in italiano il pronome possessivo solitamente precede il sostantivo a cui fa riferimento, in salentino lo segue; in questo modo, l’italiano “il mio cane” corrisponde al salentino lu cane meu. Inoltre, è molto diffuso l’uso del pronome in posizione enclitica[11]. Alcuni esempi dal Rohlfs (1967): sòrda,fràta,sirda,cagnàtuta,…

Per quanto riguarda i pronomi personali, conviene schematizzare la situazione:

 Pron. Pers. Soggetto 
 
 Pron. Pers. Oggetto   

 Forma tonica
 
 Forma atona  

 It.
 
 Sal.
 
 It.
 
 Sal.
 
 It.
 
 Sal.  

 1a
 p. sg.
 
 io
 
 jeu, jou, iu, mìe
 
 me
 
 mìe, meve
 
 mi
 
 me  

 2a
 p. sg.
 
 tu
 
 tìe
 
 te
 
 tìe, teve
 
 ti
 
 te  

 3a
 p. sg.
 
 lui,
 egli, esso
 lei, ella, essa
 
 iḍḍu
iḍḍa, eḍḍa
 lui, sé
 lei, sé
 
 iḍḍu
iḍḍa, eḍḍa
 lo, gli, si
 la, le, si
 
 lu, li, ndi,
 nde, ni, ne
la, li, ndi, nde, ni, ne
 1a
 p. pl.
 
 noi
 
 nui
 
 noi
 
 nui
 
 ci
 
 ne (nde)  

 2a
 p. pl.
 
 voi
 
 vui (ui)
 
 voi
 
 vui
 
 vi
 
 ve  

 3a
 p. pl.
 
 loro, essi
 
 loro, esse
 
 iḍḍi
iḍḍe, eḍḍe
 loro, sé
 loro, sé
 
 iḍḍi
iḍḍe, eḍḍe
 li, si
 le, si
 
 li
le

Come si può notare dalla tabella, nella funzione di soggetto la prima persona singolare deriva dal latino EO, che corrisponde alla forma popolare di EGO; ma a volte (raramente) viene utilizzata la forma MIHI al suo posto (mìe). La seconda singolare viene da TIBI, mentre nella terza singolare e plurale dominano i diretti prosecutori di ILLU/A. Rispetto alla funzione complemento, nella forma tonica i pronomi rimangono pressoché invariati, tranne nelle prime due persone, per cui in alcune zone di Lecce vengono usate anche le forme meve e teve (a mmève, cu ttève). Nella forma atona, è interessante osservare i diversi tipi pronominali per la terza persona singolare: in varie zone del Salento (provincia di Lecce o Gallipoli), infatti, la funzione dativa viene espressa con ndi, nde, ni, ne (< INDE) al posto di li. Alcuni esempi: dinni “digli”, ni disse “gli disse”, dičìmunde “diciamogli”,…

Altrettanto peculiare, infine, è il modo di esprimere rispetto nei confronti di una persona alla quale ci si rivolge: al posto del “lei” (o dell’antico “voi”) italiano, la lingua salentina usa il sostantivo di riguardo signurìa mantenendo il verbo alla seconda persona singolare: signurìa oi na fetta te pane? “vuole (/volete) una fetta di pane?”.

Le varianti del salentino: differenze territoriali[modifica | modifica wikitesto]

Versioni dialetto salentino.jpg

Nonostante le caratteristiche dialettali sopra citate e sparse uniformemente in tutto il Salento, quello salentino è una lingua che, come la maggior parte delle lingue italiche, possiede costrutti ed espressioni fonetiche sviluppatisi nel corso della storia in maniera differenziata e non uniforme. Il Salentino è quindi suddiviso in: salentino settentrionale, che corrisponde all’area brindisina; salentino centrale, che comprende parte della provincia di Lecce; salentino meridionale, parlato nella zona a sud della linea Gallipoli-Maglie-Otranto.

A riguardo, tre sono gli studiosi che hanno contribuito particolarmente a tracciare un quadro generale del Salento analizzando gli esiti linguistici di tre centri che rappresentano rispettivamente le tre varietà salentine: F. Ribezzo (1912)[12] con Francavilla Fontana; G. Morosi (1874)[13], Lecce; S. Panareo (1903)[14] con Maglie.

Oronzo Parlangeli[15], dall’altro lato, affronta il tema soprattutto dal punto di vista storico, affermando che l’arrivo dei Bizantini in Terra d’Otranto fu motivo di rottura dell’unità linguistica preesistente: la parte meridionale è rimasta così quella più conservativa; la parte settentrionale, quella più aperta alle innovazioni provenienti dal resto d’Italia; la parte centrale, infine, accettava solo le innovazioni provenienti dal Nord del Salento.

Due furono soprattutto le innovazioni che definirono la distinzione interna al Salento: la metafonia e la dittongazione condizionata[16]. Tali innovazioni determinarono definitivamente i caratteri dei tre sistemi vocalici del Salento:

·        Sistema napoletano per il Salento settentrionale;

·        Sistema siciliano per il Salento meridionale;

·        Sistema ‘di compromesso’ per il Salento centrale.

Salento settentrionale[modifica | modifica wikitesto]

In merito al vocalismo tonico, il salentino settentrionale è caratterizzato da un sistema vocalico napoletano che accetta sempre la metafonia e la dittongazione condizionata. In tal modo, si ha che Ĭ, Ē danno e quando la vocale finale è di prime condizioni (ossia, quando si tratta di -A, -E, -O); danno invece i quando è di seconde condizioni ( -I, -U). Dal Ribezzo (1912)[12], nel primo caso, abbiamo: pera (PĬRA), creu (CRĒDO). Nel secondo caso abbiamo: crišši (CRĒSCIS), pilu (PĬLU). Ugualmente, Ō, Ŭ danno o nelle prime condizioni e u nelle seconde condizioni. Sempre dal Ribezzo (1912)[12], nel primo caso si ha: cota (CŌDA), occa (BŬCCA). Nel secondo caso: sulu (SŌLU), puzzu (PŬTEU). Sia per Ĭ, Ē che per Ō, Ŭ, dunque, si assiste a fenomeni di metafonia.

La dittongazione condizionata[16] avviene invece con la vocale latina Ĕ che diventa e date le prime condizioni, mentre si trasforma nel dittongo date le seconde condizioni. Ad esempio, si può notare: šela (GĔLAT), pete (PĔDE). E ancora: mieru (MĔRU), fierru (FĔRRU). Allo stesso modo, Ŏ dà o nelle prime condizioni, mentre dittonga in nelle seconde condizioni. Esemplificando: rota (RŎTA), oši (HŎDIE); cueru (CŎRIU), fuecu (FŎCU). Infine, Ī dà sempre i (filu < HĪLU) e Ū dà sempre u (crutu < CRŪDU).

Rispetto al vocalismo atono, basti solo accennare che le vocali I ed E atone, tanto in posizione iniziale assoluta, quanto in posizione intertonica o finale, danno sempre i (piccatu < PECCATUM, fori < FORIS). Inoltre, tutte le vocali postoniche non finali tendono sempre ad assimilarsi alla vocale finale. Il Ribezzo (1912)[12] ci segnala, ad esempio, passuru per PASSERU.

Fra le caratteristiche consonantiche del salentino settentrionale, particolare è il comportamento dell’occlusiva velare sonora /g/ che, in posizione iniziale seguita da /a/ diventa /j/. Lo stesso può accadere con la velare sorda /k/ (jaddu < GALLUS, jattu < CATTU). Infine, il gruppo consonantico iniziale GR- diventa sordo (kranu “grano”), mentre il gruppo -ALC- all’interno di parola tende a diventare -auč- (kàuči “calci”).

Salento centrale[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema vocalico della zona centrale del Salento è un sistema ‘di compromesso’ che conosce la dittongazione condizionata[16], ma non presenta fenomeni di metafonia. Difatti, le vocali latine Ĕ e Ŏ danno gli stessi esiti del salentino settentrionale: rimangono tali date le prime condizioni (Ĕ > e, Ŏ > o) e dittongano in caso di vocale finale di seconde condizioni (Ĕ > , Ŏ > ). Esemplificando, dal Morosi (1874)[13] abbiamo: tene (TĔNET), tiempu (TĔMPU); core (CŎRE), vueli (VŎLAS). Diversamente, le tre vocali estreme palatali Ī, Ĭ, Ē danno sempre i, così come le tre vocali estreme velari Ō, Ŭ, Ū danno sempre u. Basti notare: filu (HĪLU), pilu (PĬLU), čira (CĒRA); purpu (PŌLYPU), nuče (NŬCE), fruttu (FRŪCTU).

Riguardo alle vocali atone, I ed E pretoniche tendono a diventare e (fenescia < “finestra”); mentre in posizione finale si mantengono sempre, dando così due esiti distinti: gnuranti (“ignoranti”), lu mare (“il mare”).

A livello consonantico, infine, poche sono le peculiarità che distinguono il salentino centrale dalle altre varietà locali. In particolare, l’occlusiva velare sorda /k/ tende a cadere, dando così vocaboli come fatìa (al posto di “fatica”); mentre la velare sonora /g/ molto spesso diventa sorda (kaḍḍu < GALLUS).

Salento meridionale[modifica | modifica wikitesto]

Il dialetto dell’estremo sud del Salento è caratterizzato da un sistema vocalico siciliano che non accettò nessuna delle due innovazioni provenienti dal resto d’Italia. In altre parole, non sono presenti fenomeni metafonetici né di dittongazione condizionata. Come nel Salento centrale, anche qui le tre vocali estreme palatali Ī, Ĭ, Ē danno sempre un solo esito fondendosi in i, mentre le tre estreme velari Ō, Ŭ, Ū danno u. A tal riguardo, il Panareo (1903)[14] cita: ripa (RĪVA), sṭṛittu (STRĬCTU), sira (SĒRA); uče (VŌCE), urpe (VŬLPE), nutu (NŪDU). La vocale Ŏ, diversamente dalle altre varietà salentine, dà sempre o (foku < FŎCU); ugualmente, Ĕ dà -quasi- sempre e (pete < PĔDE), tranne in alcuni casi in cui, date le seconde condizioni, si può trovare il dittongo . Alcuni esempi da Maglie: kurtieḍḍu, martieḍḍu, skarpieḍḍu (-ĔLLU), mieru (MĔRU). In aggiunta, le vocali atone I ed E sia in posizione pretonica che postonica, in alcuni dialetti danno i ed in altri e, ma in generale si può affermare che in tutto il Salento meridionale c’è una forte tendenza a trasformarle in a. Sicché abbiamo, ad esempio, passareḍḍu per “passerotto” oppure puareḍḍu per “poveretto”. Le stesse vocali atone in posizione finale danno due esiti distinti i ed e, proprio come nel Salento centrale.

L’unica peculiarità consonantica da evidenziare del salentino meridionale è il passaggio dell’occlusiva velare /g/ da sonora a sorda (come il salentino centrale).

Per concludere, a livello sintattico esiste una caratteristica particolare e comune ad alcuni paesi dell’area della Grecìa Salentina, tra cui Martano, Corigliano d’Otranto, Castrignano de’ Greci, Cutrofiano, Soleto e Zollino. Si tratta dell’uso del passato remoto al posto del passato prossimo per indicare azioni appena compiute. Ad esempio, la frase “oggi è andato a mare” viene resa con oše šìu a mmare (“oggi andò a mare”).

Vocalismo tonico: tabella fonetica dei dialetti salentini[7]

 LATINO
 
 Ī        Ĭ        Ē        Ĕ        A        Ŏ        Ō        Ŭ        Ū  

 Salento sett.
 
 i            I:e           I:e      
 a        I:o             I:o            u
 

                    II:i          II:               II:          II:u

 Salento cent.
 
 i                  I:e        a        I:o                  u

 II:               II:  

 Salento mer.
 
 i                    e        a          o                   u  

Dialetti salentini e dialetti pugliesi[modifica | modifica wikitesto]

A livello più generale, esiste una notevole differenza linguistica fra i dialetti parlati nel Salento e gli altri dialetti pugliesi. Mentre i primi, come già citato, fanno parte del gruppo meridionale estremo e sono una varietà della lingua siciliana, i secondi appartengono al gruppo meridionale intermedio e posseggono, in linea di massima, un sistema vocalico di tipo napoletano. Tale differenza ha motivazioni di carattere storico-linguistico: deriva, infatti, già da un’antica diversità del latino accettato dai Messapi (che popolavano il sud della regione) e quello dei Sanniti (che ne dominavano il nord). Tale distinzione venne poi accentuata nei secc. VII-VIII, con le lotte dei Longobardi-Bizantini. Questi ultimi, una volta ottenuta la supremazia economica e culturale nel Salento, impedirono qualsiasi tipo di innovazione linguistica proveniente dal resto d’Italia. Ecco perché oggigiorno ci si trova davanti a due realtà linguistiche particolarmente diverse, nonostante facciano parte della stessa regione.

Come nel salentino, anche all’interno dei dialetti pugliesi esistono dei ‘sottogruppi’, o varietà, dialettali: vi è il dialetto foggiano, parlato più a nord, e il dialetto barese, parlato, appunto, nella provincia di Bari e in quella di Barletta-Andria-Trani (BAT). Vi è poi la cosiddetta ‘soglia messapica’, ossia tutta l’area che si sviluppa lungo la linea immaginaria fra Taranto e Ostuni, le cui varietà dialettali presentano caratteristiche di transizione fra il dialetto barese e quello salentino.

Analizziamo ora gli elementi fondamentali su cui si basa la distinzione fra Puglia e Salento. La prima notevole caratteristica propria dei dialetti pugliesi è l’utilizzo della “e” muta (ё o

/ǝ/, schwa) al posto delle vocali atone, soprattutto in posizione finale (casё “casa”; portё “porta”). Il salentino, al contrario, pronuncia tutte le vocali in maniera chiara. Altro fenomeno molto diffuso nella Puglia centro-settentrionale e sconosciuto nel Salento è la sonorizzazione delle consonanti postnasali. I gruppi “nt”, “nc”, “mp”, “ns” diventano così nd, ng, mb, nz (candare, angora, tembo, penziero). Tipico soprattutto del dialetto barese è il cosiddetto frangimento vocalico. Ad esempio, gaddöinё per “gallina”, farèinё per “farina”, e così via. Un altro fenomeno caratteristico è la palatalizzazione di “a” in dittongo, sicché “fratello” diventa freutё (< FRATER) e “pala”, peulё. Inoltre, il sistema vocalico salentino (escluso il Salento settentrionale) non presenta la metafonia, una delle famose innovazioni che raggiunsero il centro-sud ma non riuscirono ad entrare nell’estremo meridione. Nei dialetti pugliesi, quindi, “questo” si dice chistu o “mese” diventa misi. Caratteristico di questa varietà dialettale, infine, è l’uso della desinenza -kё alla prima persona dell’indicativo presente, per cui si dirà màngёkё o pòrtёkё per “mangio” o “porto” (sal. manğu, portu).

Letteratura in lingua salentina[modifica | modifica wikitesto]

Testi dialettali del '700 - '800[modifica | modifica wikitesto]

I primi testi di cui si ha notizia sono databili ai secc. XVIII-XIX, molti dei quali provenienti da una tradizione orale. La maggior parte dei componimenti venivano scritti sotto forma di poesia, e si trattava soprattutto di sonetti o poemetti in ottava rima. Erano scritti, inoltre, per occasioni particolari come ricorrenze annuali o riunioni accademiche e spesso erano destinati alla recitazione. Fra i temi e motivi più ricorrenti, si possono incontrare riferimenti mitologici, la satira politica, il contrasto fra lingue diverse o la cultura popolare. Qui di seguito, sono riportati alcuni fra i testi più antichi in dialetto salentino, scritti da autori sconosciuti e pubblicati successivamente.

Il viaggio de Leuche: si tratta di un poemetto dialettale in ottave composto nei primi del 1700. Nell’intestazione è scritto: Viaggio de Leuche à lingua de Lecce compostu dallu Mommu de Salice, ed ultimamente dallu medesimu rinuatu mpiersu lu Scegnu de Casaleneu, e deddicatu allu Marchese d’Oria D. Michele Imperiale. Divisu ntre Canti (“viaggio di Leuca nella lingua di Lecce composto da Geronimo di Salice, ed ultimamente dallo stesso rinnovato presso la Fonte Pliniana di Manduria, e dedicato al Marchese di Oria D. Michele Imperiale. Diviso in tre Canti”). Dell’autore (Mommu de Salice) si sa poco: morì nel 1714 a Manduria ed era un sacerdote originario di Salice che operava a Guagnano. Il tema, come lo stesso titolo suggerisce, è quello del viaggio (più precisamente, il viaggio che l’autore fece a Leuca); ma ricorrono altri motivi all’interno del componimento, come quello della cultura popolare: cita infatti alcuni detti popolari ancora vitali, canti tradizionali, soprannomi, oppure usa talvolta espressioni scurrili. La varietà linguistica in cui è scritto il tutto è il dialetto leccese.

Nniccu Furcedda: è una farsa pastorale del sec. XVIII divisa in tre atti e ambientata in una masseria di Francavilla Fontana. Viene rappresentata tuttora nella città, per le feste carnevalesche. Dell’autore non si sa molto, ma si suppone che si tratti di un certo Ciommo Bachisi (versione dialettale di Girolamo Bax): originario di Grottaglie, avrebbe studiato medicina a Napoli sotto la protezione di Michele Imperiali. Si sposò con una sua parente, Angela Bax, nel 1714 e morì nel 1740. Riguardo al componimento, il protagonista, Nniccu Furcedda, è un massaro che vuole dare in moglie la figlia Nina a Rocco, un dottore che ha studiato a Napoli. Ma Nina è innamorata di un altro uomo, Paolo, che alla fine riesce a sposare grazie anche all’aiuto della madre Perna. Nel corso della farsa sono presenti molti riferimenti alla cultura popolare: vengono utilizzati soprannomi e ingiurie, modi di dire tradizionali, imprecazioni e proverbi. Emblematica è la figura di Rocco, dottore  che, in quanto tale, cerca di utilizzare un linguaggio più ‘aulico’ e ‘italianizzato’, ricorrendo spesso nel ridicolo.

Dialogo tra un Toscano e un Gallipolino: si tratta di un componimento in versi del 1794 di cui non se ne conosce l’autore. È un dialogo fra un Gallipolino e un Toscano, i quali discutono su una commedia appena vista: molto apprezzata dal primo, meno dal secondo. Si struttura quindi come un vero e proprio contrasto, non solo di idee, ma anche di personaggi (uno viene da una precisa città del Salento, Gallipoli, mentre l’altro è, più genericamente, ‘toscano’) e, soprattutto, di mentalità espresse attraverso due codici diversi: il dialetto del Gallipolino (registro popolare) e l’italiano del Toscano (registro aulico). Il contrasto diventa così una messa in ridicolo non del registro dialettale, ma di quello più aulico dell’italiano.

Autori contemporanei[modifica | modifica wikitesto]

Orazio Testarotta di Taviano (1870-1964): il suo vero nome è Oronzo Miggiano. Lo pseudonimo con cui si conosce fu scelto per motivi ben precisi: il nome Orazio rimanda al poeta latino con cui condivide il carattere satirico dei suoi componimenti; mentre Testarotta è la traduzione in italiano del dialetto capiruttu perché cadeva a terra sempre di testa. La sua è una poesia che sfrutta la satira per denunciare la situazione politica e sociale dell’epoca. Tre, infatti, sono i temi fondamentali su cui si basa: la condizione politico-sociale dal fascismo all’età repubblicana; la condizione del popolo in relazione con l’economia; il progresso industriale e tecnologico che sconvolge l’intero sistema.

Giuseppe Susanna (1851-1929): la sua poesia ha una funzione ideologica e progressista, perciò in netto contrasto con la poesia dialettale precedente. Il principale obiettivo nelle opere del Susanna è l’emancipazione del proletariato e dei contadini, basandosi su un linguaggio non più sentimentale come quello di fine ’800.

Pietro Gatti di Ceglie Messapica (1913-2013): insieme a Nicola G. De Donno ed Erminio Caputo, è uno dei massimi rappresentanti di quella generazione di autori che adoperarono soprattutto nel secondo dopoguerra. Si tratta di un periodo caratterizzato da maggiore libertà di scrittura e da continue sperimentazioni. Soprattutto, la poesia dialettale venne rinnovata radicalmente, caratterizzata ora da un forte individualismo e soggettivismo.

Nicola Giuseppe De Donno di Maglie (1920-2004): fa parte della generazione di autori nati fra il 1915 e il 1930. Nelle sue opere affronta temi e problemi molto attuali, spaziando dall’autobiografismo alla satira ad argomenti religiosi o sociali. Utilizza il dialetto come lingua autonoma, libera da ogni compromesso espressivo.

Erminio Caputo (nato a Campobasso, nel 1921): anche lui appartiene alla generazione degli scrittori nati nel primo trentennio del secolo. Nato da genitori salentini, si stabilì a Lecce nel 1965, dopo soggiorni occasionali in Toscana e nelle Marche. A differenza del De Donno, che ha costituito per lui un punto di riferimento importante, la sua è una poetica prevalentemente religiosa, legata non tanto alla realtà esterna che lo circonda, quanto a quella interiore, intima, dell’anima.

Proverbi[modifica | modifica wikitesto]

A či sparte, la chiù fessa parte

 a chi divide gli toccherà la parte più misera.

Batti lu fierru finché è cautu

“batti il ferro finché è caldo”: ogni situazione va affrontata e risolta in tempi brevi, non conviene lasciare in sospeso niente.

Či all’aria sputi an' facce te cate

“se sputi in aria ti ricade in faccia”: se disprezzi qualcuno o qualcosa ti ricadrà addosso prima o poi.

Či è tùrtura all’acqua torna

“se è tortora all’acqua torna”: se qualcuno sembra essere propenso a qualcosa prima o poi ne darà la prova.

Cinca lassa la sṭṛada ecchia pi lla noa, sape če lassa ma nu sape če throa

“chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa cosa lascia ma non sa cosa trova”: quando si decide di intraprendere un nuovo cammino, si è sempre coscienti di ciò che si lascia alle spalle, ma non si sa mai a cosa si va incontro.

Cinca nasce ciucciu nu pote murire cavaddhru

“chi nasce asino non può morire cavallo”: nella vita non si cambia mai.

Fače cchiù miraculi na utte te mieru ca na chiesa china te santi

“fa più miracoli una botte di vino che una chiesa piena di santi”.

Fanne comu te fannu ca nu bbe piccatu

“fai ciò che gli altri ti fanno che non è peccato”: occhio per occhio dente per dente.

La cuta è forte a scurciare

“la coda è forte da spellare”: la parte finale di una cosa è sempre la più difficile da terminare.

Lu purpu se coče cull’ acqua soa stessa

“il polipo si cuoce con la sua stessa acqua”: una persona può imparare solo dai propri errori.

Nu pueti tinire la utte china e la mujere mbriaca

“non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca”: non si può avere tutto dalla vita, bisogna saper scegliere.

Quannu auru nu tieni cu mammata te curchi

“quando altro non hai con tua madre ti corichi”: quando non hai altre possibilità ti accontenti di ciò che hai.

Quannu lu tiaulu te ncarizza l’anima toa ole

“quando il diavolo ti accarezza l’anima tua vuole”: se una persona improvvisamente si comporta gentilmente, è perché vuole qualcosa in cambio.

Stendi lu pete pe quantu è longu lu passu

“stendi il piede per quanto è lungo il passo”: fa ciò che ti è possibile fare in base alle risorse a disposizione.

Te cabbi nu nci mori ma ci cappi

cabbu (o iabbu) = “criticare”, “parlar male” : non bisogna criticare o dare giudizi inappropriati perché un giorno potrebbe capitare la stessa sventura a chi per primo ne parlava in malo modo.

Onomastica[modifica | modifica wikitesto]

La forte influenza della linguamessapica in primis, poi latina si percepisce non solo nella lingua parlato, ma anche nel campo dell’onomastica salentina. In generale, vi è una forte presenza di toponimi e antroponimi messapici rispetto a quelli latini.

Per quanto riguarda i toponimi basti elencarne alcuni dei tanti di origine messapica: Aradeo, Badisco, Calimera, Cocùmola, Leuca, Paràbita, Ràcale, Sanàrica, Sternatìa, ecc. Vi sono poi molti toponimi (soprattutto nella parte meridionale del Salento) terminanti per -ano (Alessano, Gagliano, Taurisano,…): si tratta di una desinenza di origine latina che deriva dall’uso, in epoca imperiale, di determinare una proprietà (o fondo rustico) dal nome del padrone, creando un aggettivo dal nome gentilizio. In questo modo, ad esempio, da ANTONIUS si aveva ANTONIANUM.

Lo stesso suffisso -ano è molto presente anche fra gli antroponimi, con la sola differenza che qui è accentato: Castrignanò, Corlianò, e così via. Si tratta, in questo caso, di antroponimi di origine messapica. Più in generale, possiamo riconoscere per ‘messapici' tutti quegli antroponimi (o -pochi- toponimi) che sono di accentuazione ossitona (Agrosì, Arnò, Bassilì; Castrì, Nardò). Secondo quanto afferma il Cassoni (1989), « corrisponde ad -os, -on; corrisponde al suffisso greco -as, da un anteriore -éas; corrisponde a -e(ta), -ìon»[4].

Esistono poi nomi che rispecchiano le varie minoranze linguistiche susseguitesi nel corso della storia. Ad esempio, troviamo cognomi di origine albanese (Bellusci, Frascino, Gramascio, Stamati, Tocci,…), risultanti dall’immigrazione di tali popolazioni attorno alla provincia di Taranto fra il XV secolo e il 1530. O ancora, vi sono tracce dell’immigrazione slava avuta intorno al ’500 in alcuni comuni della provincia di Brindisi (San Vito dei Normanni, originariamente chiamato San Vito degli Schiavoni) o lo stesso cognome Bax[17], sicuramente slavo.

Fraseologia[modifica | modifica wikitesto]

Basciare l'ali

“abbassare le ali”: smetterla con la superbia e l’arroganza.

Cangiare l'acqua all'auceddhru

“cambiare l’acqua all’uccello”: è il modo più casto per dire “orinare”.

Canusciutu comu li sette danari

“conosciuto come il sette di denari”: si dice di una persona molto nota.

Curnutu, attutu, e cacciatu de casa

“Cornuto, picchiato e cacciato di casa”: è l’equivalente di “oltre al danno la beffa”. Si dice di chi, oltre a subire il danno per qualcosa di cui non è colpevole, deve sopportarne anche le ingiuste conseguenze.

Fare casa e pputea

“fare casa e taverna”: abitare in una piccola casa, che comprende alloggio e attività commerciale.

Ni scimme cu na manu annanzi e una arretu

“ce ne andammo con una mano davanti e una dietro”: come se ci si coprisse dalle proprie nudità. Il detto si utilizza quando si rimane senza una lira.

Nu fischia

“non fischia”: si dice di chi è impotente, non ha capacità sessuali, ma anche chi non riesce a fare con precisione il lavoro.

Restare all’urmu[18]

Rimanere senza niente.

Còjere cu lu cucchiarinu

“raccogliere con il cucchiaino”: si dice di una persona che non sta per niente bene e dev’essere aiutata da qualcuno a tirarsi su.

Stare a ciommu[19]

Essere ridotto veramente male.

Stare chiù addhai ca aqquai

“essere più di là che di qua”: essere in fin di vita. In alcuni paesi si dice anche stare cu lli peti a lla fossa.

Stare culla luna

Avere la luna storta, essere irascibile.

Tare nu cuerpu alla utte a unu allu tampagnu

“dare un colpo alla botte e uno al coperchio”: essere un po’ stratega, cercare di andare d’accordo con tutto e tutti.

Taccare buttune

“attaccare bottone”: iniziare a parlare tanto da non rendersi conto di scocciare chi ascolta.

Ucca te furnu

“bocca di forno”: si dice di una persona mangiona.

Cannuzzutu e culivanu

"goloso e ingordo".

Uso in cinematografia[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia del cinema italiano, Sangue vivo (2000) di Edoardo Winspeare è uno dei film interamente parlati in lingua salentina e sottotitolati in lingua italiana a cui fa seguito i Galantuomini (2008) dello stesso Winspeare con dialoghi in Salentino tenuti anche dall'attore siciliano Giuseppe Fiorello. Più di recente si annovera anche Fine pena mai, un film del 2007 diretto da Davide Barletti e Lorenzo Conte. Gli altri sono La terra trema (1948) di Luchino Visconti, Totò che visse due volte (1998) di Daniele Ciprì, Franco Maresco, infine LaCapaGira (2001) di Alessandro Piva, parlato in dialetto barese, e infine qualche parlata si trova anche in "Mine vaganti" di Ferzan Özpetek.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ F. Fanciullo, Fra Oriente e Occidente. Per una storia linguistica dell’Italia meridionale, Pisa, 1996.
  2. ^ Bruno Migliorini, l’uomo e il linguista, Rovigo - Firenze, 1896 - 1975.
  3. ^ L. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271.
  4. ^ Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l'italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Copenaghen: Samfundslitteratur, 2005.
  5. ^ Libro di Sidrac otrantino, Brindisi, Sec. XV.
  6. ^ Migliorini - Folena, Testi non toscani del Quattrocento, 1953.
  7. ^ a b G.B. Mancarella, Note di storia linguistica salentina, Lecce, 1974.
  8. ^ M. D’Elia, Ricerche sui dialetti salentini, Firenze, 1957.
  9. ^ G. Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti. Vol. 3, Torino, 1969.
  10. ^ Riprendendo il punto di vista rohlfsiano si potrebbe dire che tali fenomeni di mutamento di genere possono essere frutto dell’influenza greca: gli stessi vocaboli venṭṛe o capu sono infatti femminili anche nel greco antico (κοιλιά, κεφάλι).
  11. ^ In posizione atona, appoggiato sulla parola che lo precede.
  12. ^ a b c d F. Ribezzo, Il dialetto apulo-salentino di Francavilla Fontana, Martina, 1912.
  13. ^ a b G. Morosi, Il vocalismo del dialetto leccese, 1874.
  14. ^ a b S. Panareo, Fonetica del dialetto di Maglie, Milano, 1903.
  15. ^ O. Parlangeli, Sui dialetti romanzi e romaici del Salento, Milano, 1953.
  16. ^ a b c Fenomeno simile alla metafonia, ma che comporta una dittongazione in base alla vocale finale.
  17. ^ v. "Nniccu Furcedda" (1.5.1)
  18. ^ Urmu = olmo, albero usato per abbellimento. In passato, i contratti si svolgevano in piazza, sotto l’olmo; una volta chiusi, i contraenti andavano a bere, e chi non lo faceva rimaneva sotto l’olmo, a gola asciutta.
  19. ^ Ččommu < ECCE HOMO. L’espressione “ecce homo” venne detta da Pilato nel presentare al popolo Gesù, incoronato di spine e martoriato dalle ferite.

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