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Dialetti della Puglia centrale

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Dialetti della Puglia centrale
Parlato in Italia Italia
Regioni Puglia Puglia
Basilicata Basilicata
Locutori
Totale circa 2.400.000
Classifica non in top 100
Tassonomia
Filogenesi Indoeuropee
 Italiche
  Romanze
   Dialetti italiani meridionali

Dialetti della Puglia centrale

Statuto ufficiale
Ufficiale in -
Regolato da non ufficialmente da Distinzioni fonetiche nell'Italia Meridionale (Giovan Battista Mancarella)
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 1
Declarazióne universàle de le derìtte du òmmene - Art.1 Tùtte le crestiàne nàscene lìbbere e che le stèsse derìtte. Tènnene cervìdde e chescénze e s'hònne a chembertà ccóme ce fuéssere fràte iùne che l'alte.
Idioma apulo-barés.png
Distribuzione geografica del barese
Il dialetto barese (IIIc) nel sistema dei meridionali intermedi

Con dialetti della Puglia centrale[1] si intende una complessa varietà di dialetti la cui origine si è soliti indicare nella città di Bari. Le aree interessate sono la zona della Città metropolitana di Bari, la provincia di Barletta-Andria-Trani, la provincia di Taranto e parzialmente la provincia di Brindisi, e nella parte nord-orientale della Basilicata, da 2.400.000 persone circa, sebbene il dialetto parlato nella provincia di Foggia può essere considerato come un dialetto apulo-barese con influenze napoletane e abruzzesi.

Si tratta di una varietà linguistica evolutasi gradualmente su di una base latino-volgare con un precedente substrato illirico e greco modificatosi via via nel tempo anche grazie agli apporti linguistici ricevuti dalle popolazioni straniere che si sono avvicendate nell'area geografica interessata: Svevi, Spagnoli, Francesi, Arabi e nuovamente Greci (durante l'impero bizantino) che hanno contribuito a caratterizzarne l'inflessione per molti incomprensibile, soprattutto in relazione al livello fonetico dell'analisi linguistica. È caratterizzato da variazioni percettibili per ogni comune (soprattutto per quanto concerne le vocali accentate e i dittonghi), essendo una varietà linguistica non standardizzata.

Estratti[modifica | modifica wikitesto]

Il Padre Nostro[modifica | modifica wikitesto]

Attàne Néste,
ca stà 'n gìle,
sandificàte ié u nome tùie,
venghe à nú u Régne tùie,
sémbe ca è la volondà tùie,
ccòme 'n gìle acchessí 'n térre.
Annúsce-ne iòsce u ppàne néste de tutte le dì,
e llívene le díbete néste,
come nú le llevàme à ll'alde,
e non ne se enducénne 'n dendazióne,
ma líbberene de o màle,
Amen.

L'Ave Maria[modifica | modifica wikitesto]

Ave Maríe,
chiéne de gràzie,
u Segnòre ié che tté.
Tu si benedétte 'mménze a le fémmene,
e benedétte ié u frutte de u vèndre tù,
Ggesù.
Sanda Maríe,
màdre de Die,
prìghe pe nú peccatóre,
iòsce e ìnde a ll'òre de la morta noste,
Amen.

Il Salve regina[modifica | modifica wikitesto]

Salve o Reggine,
matre de misericòrdie vita, dolcézze,
sperànza noste salvene,
à te chiamàme,
figghie d'Eva te sospiriàme[non chiaro],
chiangénne inde a sta valle de làgreme,
all'avvocàte nùste, chiamínde à nnú,
che l'écchie tùie chine de meserecòrdie,
e famme vedé doppe stu esílie,
Gesú, u frutte benedétte de u séne tù.
O clemende, boneo dulge Vérgene Maríe.
U Agnele custode
Agnele de Ddì
ca si u custòde mì,
allucíneme,
custodísceme,
tineme e gguvìrneme
ca te venibbe date da la pietà ggeléste,
Amen.

Diffusione e varianti[modifica | modifica wikitesto]

L'apulo-barese è parlato in tutta la provincia di Bari in quella di Barletta-Andria-Trani. A nord ha zone d'influenza nella provincia di Foggia. Ad ovest si diffonde anche in parte della provincia di Matera il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quello barese, soprattutto nella cadenza melodica. A sud viene parlato nella parte settentrionale della Provincia di Taranto (Castellaneta, Ginosa, Laterza, Palagiano, Palagianello, Mottola, Massafra e Crispiano) ed in Valle d'Itria (Fasano, Cisternino e Martina Franca). L'apulo-barese influenza, altresì, i dialetti, detti "di transizione", delle località site in prossimità della soglia messapica (una linea ideale che va da Taranto ad Ostuni passando per Villa Castelli e Ceglie Messapica): al di sotto della soglia messapica si parla il salentino. Influssi del barese sono avvertibili anche nella zona settentrionale della provincia di Potenza, precisamente in alcuni comuni del Vulture (Venosa, Rionero in Vulture, Atella, Melfi) e in quelli della zona ofantina (Lavello, Montemilone). Flebilissimi strati di barese si risentono anche nel Metapontino.

Diffusione del barese nella provincia di Bari e BAT:

__ Dialetto barese orientale

__ Dialetto barese occidentale

__ Dialetto barese (fascia di transizione)

Come scrivere in apulo-barese[modifica | modifica wikitesto]

Per scrivere correttamente il dialetto apulo-barese si tiene conto di alcune indicazioni, conseguenti ad alcune considerazioni: come tutti i dialetti meridionali le vocali atone subiscono un affievolimento, mutando in un'unica e indistinta e muta. Questa vocale si scrive sempre sia perché sonorizza la consonante a cui si accompagna, sia perché la sua omissione molto spesso comporterebbe l'illeggibilità del termine o una parola dal significato diverso e che quindi si pronuncia in modo diverso, per esempio Bar (bar) e Bare (Bari) o rennenèdde (rondinella) e rn'nn'dd (?).

Geminazione[modifica | modifica wikitesto]

In barese esiste anche la geminazione, meglio nota come raddoppiamento che consiste nel raddoppio della consonante iniziale di alcuni vocaboli. Esempio: Ce ssi ffatte? (cosa hai fatto?); Ce st'à ddisce? (che stai dicendo?)

Gli accenti[modifica | modifica wikitesto]

In barese è d'obbligo l'uso degli accenti:

  • accento acuto, usato quando la vocale ha un suono chiuso: é, í, ó, ú;
  • accento grave, usato quando la vocale ha un suono aperto: à, è, ò;

I monosillabi non vanno mai accentati, eccetto alcune eccezioni: à (a, preposizione semplice), mà (mai, avverbio di tempo), ecc.

Gli accenti, inoltre, servono anche per distinguere parole scritte nello stesso modo, che però presentano pronunce diverse.

Dal latino all'apulo-barese[modifica | modifica wikitesto]

Vediamo le principali evoluzioni dal latino volgare al dialetto apulo-barese. È presa in considerazione la variante della città di Bari, tenendo conto che l'evoluzione dei dittonghi e delle vocali spesso sono anche molto diversi tra comuni limitrofi. Per le vocali si possono a grandi linee ritenere valide le seguenti:

  • ă > a (es.: ămylum > àmele, "contenitore di terracotta")
  • ā > á o é (es.: (ad)lixāre > allescià)
  • ĕ > é (es.: dĕcem > dèsce, "dieci") a volte i (es.: mĕdicus > mìdeche, "medico");
  • ē > e > é (es.: sēro > sére, "sera");
  • ĭ > i (es.: ĭmbricem > ìrgeme, "tegola");
  • ī > í (es.: īre > scí, "andare");
  • ŏ > (es.: fŏcus > fuéche, "fuoco"), meno di frequente o (es.: nŏvem > nóve, "nove");
  • ō > au > ó (es.: carbōnem > carvóne, "carbone");
  • ŭ > ù (es.: mŭstaceus > mustazzélle, "dolce tipico preparato con mosto")
  • ū > ú (es.: mus + trillus > mustrìlle, "trappola per topi").
  • ae / oe > gli esiti dimostrano che questi dittonghi vennero recepiti come ĕ (es.: coelum > cìle, "cielo");
  • au > tende a chiudersi in o (es.: aurum > òre, "oro");

I risultati riportati riguardano la maggior parte degli esiti, ma non sono comprensivi di eccezioni. Questi cambiamenti devono essere interpretati come occorrenti solo in sillabe toniche e non tengono conto degli svariati cambiamenti prodotti in quelle atone, che possono però riassumersi essenzialmente così:

  • tutte le vocali (compresi i dittonghi) diventano nella maggior parte dei casi un'indistinta e IPA: [ə] soprattutto in fine di parola;
  • la ŏ tende ad e muta (es.: *cond+sare > conzare > chenzà = "condire");
  • la ŭ tende a scomparire (es.: cicercŭla > *cicer-cl-a > cecérchie, "tipo di legume"; notare che il nesso latino cl passa sempre in ch, es. cl-avis (chiave) > chié);

L'evoluzione delle consonanti e dei nessi consonantici è più articolata e in alcuni casi, che saranno indicati, continuano tendenze già tipiche del latino. Per facilità i nessi saranno trattati a parte:

  • b > resta b quando seguita da consonante o semiconsonante (es.: blancus > biánghe o viánghe, "bianco");
  • c > davanti ai suoni /a/, /o/ ed /u/ e consonantici resta c (es.: casa > càse, "casa"); davanti ai suoni /e/, /i/ ed /ə/ si palatalizza con esiti diversi tra c e sc (es.: macinula > macélene; lucem > lusce, "luce");
  • d > di solito resta d indipendentemente da cosa segua (es.: *diaboliculus > diauìcchie, "peperoncino"), mentre tende ad assimilarsi in n quando preceduta da un'altra n (es.: quando > quanne, "quando"). Solitamente dopo la consonante l e prima di una e muta o di una consonante r si pronuncia desonorizzata (es.: solidus > sòlde, "soldo"), ma nella scrittura non si differenzia questa variazione di suono;
  • f > resta f in tutte le posizioni (es.: frixorium > fresóle, "padella");
  • g > a differenza di moltri altri suoni consonantici, molto frequente nella zona murgiana, in particolare nei comuni di Altamura e Gravina in Puglia, dal latino possiamo sottolineare il nesso gl seguito da a che si trasforma in gn (es.: *glandula > gnàgnele, "ghianda"); nel barese l'esito resta tale, come in italiano (es. *ghianda > ghiande).
  • h > si perde completamente (es.: hora > ore, "ora");
  • j > laddove in latino compariva una i semiconsonantica (j in latino volgare) abbiamo in barese una g o sc (es.: iovis dies > giovedì, "giovedì"), ma la questione è controversa, perché il fatto che spesso tale evoluzione riguarda anche la ī vocalica (es.: gītus/jitus > sciúte, "andato") potrebbe essere indice del fatto che in realtà nel dialetto ci si sia rifatti a espressioni italiane anche volgari come giovedì e gito;
  • l > è una delle consonanti più instabili nel passaggio, i suoi esiti sono tre e tutti estremamente diversi tra loro: l (es.: lingua > lènghe/lèngue, "lingua"), d (es.: caballus > cavádde, "cavallo"). Resta l se iniziale o assieme ad altre consonanti, quando doppia ed intervocalica, soprattutto nei suffissi -allus, -ellus, -illus, -ollus ed -ullus, tende a d nel singolare e a r nel plurale (es.: *anillus > anìdde, "anello");
  • m > non subisce particolari variazioni (es.: moribundus > marabbónne, "campana che suona durante la celebrazione di un funerale");
  • n > come per la m, non subisce alterazioni consistenti, ma nei nessi consonantici genera trasformazioni varie;
  • p > resta di solito p (es.: patiens > pacce, "pazzo");
  • q > non subisce particolari trasformazioni;
  • r > resta praticamente invariata (es.: rex > , "re");
  • s > di solito rimane s (es.: sartaginem > sartàscene, "padella", nei dialetti della zona murgiana); la s finale cade (es.: cras > cré, "domani");
  • t > resta tale , ma spesso muta la sua pronuncia sonorizzandosi. Ciò avviene soprattutto dopo la l (es.: Altus Murus > Ialtamuéure, "Altamura"); segue l'italiano nella trasformazione in precise condizioni in z (es.: amicitia > amecízie, "amicizia");
  • v > gli esiti più evidenti sono v e f.

Differenze tra italiano e apulo-barese[modifica | modifica wikitesto]

In genere le parole che passano dall'italiano al barese tendono a semplificare la loro pronuncia. Questa semplificazione passa anche attraverso l'utilizzo di un suono introduttivo che è quasi sempre i (es.: erba > iérve) e che si usa in moltissime parole che iniziano per vocale. Questa semivocale cade nel momento in cui la parola viene preceduta da un articolo (es.: l'erba > l'érve) e le parole che cominciano per i non subiscono il fenomeno (es.: imbricem > ìrgeme [termine della zona murgiana e non presente nel barese puro]). In alcuni casi, comunque solo se la parola comincia per vocale, può capitare che non venga preceduta da i e che trasformi la sua vocale iniziale in a.

Segue un breve elenco delle maggiori trasformazioni dall'italiano al barese, escludendo come per il paragrafo precedente eccezioni e casi particolari:

  • aio/aia > ère (es.: notaio > nutére), in realtà è stato l'italiano a perdere la r originaria latina;
  • cce/cci > zze (es.: salsiccia > salzìzze);
  • g > quando iniziale diviene spesso i (es.: gamba > iàmme). Davanti ai dittonghi ua e ue cade (es.: guerra > uérre), ma questo può essere anche effetto della provenienza germanica di queste parole (si confronti guerra con war inglese e uèrre barese). Spesso g(g) diventa sc (es.: leggere > lésce). Il gruppo gli diventa gghie (es.: aglio > uàgghie);
  • i > tende a cadere quando iniziale (es.: imparare > mbará o mbaré; innamorato > nnammuráte o nnamuréte);
  • p > spesso invariata, si sonorizza dopo nasale (es.: impossibile > mbossìbbele).

I nessi consonantici in apulo-barese[modifica | modifica wikitesto]

I nessi consonantici che vengono affrontati in questo paragrafo sono considerati indipendentemente dalla loro provenienza latina o italiana.

  • il nesso cl > chi (es.: *cicercla > cecérchie);
  • i nessi nb e np > mb (es.: in braccio > 'mbrazze o nvrazze; in piedi > nbite);
  • il nesso nd > nn (es.: quando > quanne);
  • i nessi ng e nq > ng(u) (es.: in cielo > ngile; in corpo > nguépe);
  • i nessi nf e nv > mb (es.: inferno > mbirne; invece > mbésce);
  • il nesso nm > mm (es.: in mezzo > nmènze);
  • il nesso ns > nz (es.: *in sursum > nzuse);
  • il nesso nt > nd (es.: quanto > quande);
  • il nesso pl (latino) / pi (italiano) > chi (es.: pluvere / piovere > chiòve);
  • il nesso tl > cl.

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

Gli articoli determinativi e indeterminativi[modifica | modifica wikitesto]

Gli articoli: determinativi e indeterminativi
Maschile singolare Femminile singolare Plurale
determinativi u la le
indeterminativi nu (n') na (n')

n' viene usato quando la parola che seguente inizia per vocale.

Il plurale e il femminile[modifica | modifica wikitesto]

Molti aggettivi e sostantivi sono invariabili: cambia solo l'articolo.

  • u cane [il cane] - le cane [i cani];
  • u uàrvele/iàrvele [l'albero] - l'arvere [gli alberi];
  • la cerase [la ciliegia] - le cerase [le ciliegie];
  • u paíse [il paese] - le paíse [i paesi].

Ci sono anche alcuni plurali metafonetici:

  • u peccióne [il piccione] - le peccióne/le pecciùne [i piccioni];
  • u capélle [il capello] - le capídde [i capelli].

Per il femminile è la stessa cosa: molti, quasi tutti, aggettivi e sostantivi rimangono invariati.

Il vocativo[modifica | modifica wikitesto]

Per i nomi esiste una distizione a due casi: nominativo (soggetto) e vocativo (complemento di vocazione).

Per formare il vocativo, il barese tronca la parola al nominativo singolare o, in rari casi, la altera. Il vocativo plurale, invece, è quasi sempre identico al nominativo plurale.

Mamma:

Caso Singolare Plurale
Nominativo (La) màmme (Le) màmme\màmmere
Vocativo (O) mà (Le) màmme

Caso Singolare Plurale
Nominativo (Ù) attàne (Le) attàne\attànere
Vocativo (Le) uattàne

Ragazzo:

Caso Singolare Plurale
Nominativo (Ù) uagnòne (Le) uagnùne
Vocativo (O) uagliò (O) uagnù

Nonna:

Caso Singolare Plurale
Nominativo (La) nònne (Le) nònne\nònnere
Vocativo (O/La) nò (Le) nò/nonne

Zio:

Caso Singolare Plurale
Nominativo (Ù) ziàne (Le) ziàne
Vocativo (O/Lo) zzì (Le) zzì

I pronomi[modifica | modifica wikitesto]

I dimostrativi: aggettivi e pronomi
Maschile singolare Femminile singolare Plurale
Questo/a/i/e cusse chésse/chéssa chisse
Quello/a/i/e cudde chédde/chédda chidde


Pronomi personali soggetto, complemento, termine, misti e di vocazione
Caso 1a persona sing. 2a persona sing. 3a persona sing. m. 3a persona sing. f. 1a persona plur. 2a persona plur. 3a persona plur.
Nominativo tu iìdde iédde lore
Accusativo tonico me te se, ù se, la ce ve se
Accusativo atono me te le le ce ve le
Dativo atono me te ce, nge ce, nge ce ve ce, nge
Dativo+Accusativo m'ù (me u)) t'ù(te u) s'ù(se u), ch'ù(che u), ng'ù(nge u) s'ù(se u), che la, nge la ch'ù(che u) v'ù(ve u) s'ù(se u)
Vocativo - a tté / a tte - - - a vvù -

Come forma di cortesia, per esempio quando ci si trova di fronte a una persona più anziana alla quale bisogna dare rispetto, si utilizza il sostantivo u méste/mé' (signore) se ci riferiamo ad un uomo o la signó/la signóre/la segnó se ci riferiamo ad una donna. Alcune volte anche utilizzato in tono scherzoso.

*Nella zona di Bari Vecchia è talvolta pronunciato in questo modo, ma è comunque possibile scegliere tra una delle due forme indistintamente.

I pronomi relativi sono:

  • ce [chi];
  • ca [il quale, la quale, i quali, le quali, di cui, a cui].

Per esempio:

  • Ce ssi ttu? [chi sei?];
  • La segnore ca so acchiàte aiíre [la signora che ho visto ieri];
  • Le libbre ca tu me si parlàte [i libri di cui mi hai parlato].

I possessivi[modifica | modifica wikitesto]

Gli aggettivi possessivi e i pronomi possessivi sono questi elencati nella seguente tabella:

Possessivi
Persona Maschile singolare Femminile singolare Plurale indistinto Forma enclitica
1a singolare mìe/mi mìe/mi -me
2a singolare tù/tò tù tò/tò -te
3a singolare sùie/su sòie/so sùie, sòie/sù, sò' -se
1a plurale nèste/nuste nostre nèste/nuste -
2a plurale véste vostre vuéste -
3a plurale llore llore llore -se

In dialetto barese l'aggettivo possessivo va sempre dopo il nome al quale si riferisce.

  • la màchen'a mé [la mia automobile]. (si noti che per vocalizzazione dell'articolo femm. la in 'a, esso si pone sistematicamente in fine di parola (sempre al femminile, al maschile non accade) al fine di ribadire l'oggetto, quindi come traduzione letterale avremo la macchina quella mia che in barese risulta in la machen'a; stessa cosa per gli altri possessivi, ad esempio la pentola tua=sost. sartàscene [lat. sartago, -ginis), > la sartàscene > la sartàscen'a) tò/tòie)

Altra caratteristica di questo dialetto è anche la forma enclitica del possessivo tramite suffissi, che però è limitata solamente alle persone:

  • attàne-me [mio padre];
  • màme-te [tua madre];
  • sòre-te [tua sorella];
  • fràt-te [tuo fratello];

e via dicendo.

Preposizioni[modifica | modifica wikitesto]

Le preposizioni semplici sono:

  • de [di];
  • à [a];
  • da [da];
  • iìnde ('nde; 'n) [in];
  • che [con];
  • suse/sope [su];
  • pe [per];
  • 'mménze, ndra [tra, fra].

Possono fare anche da preposizioni:

  • sotte [sotto];
  • abbàsce/sotte [sotto, giù].


Preposizioni articolate
u la le
de d'u de la de le
á o' à lla à lle
da d'u da lla da lle
iìnde iìnde u/nde u iìnde la/nde a lla iìnde le/iìnde à lle/nde à lle/nde le
che c'u che lla che lle
suse suse u/sus'u suse á/sus'á suse le
pe' pe u pe lla pe lle

Le principali locuzioni prepositive sono:

  • da ddo, da ddè > di qua, di là;
  • nzime cche, nzime à > insieme a;
  • fine à/finghe à > fino a;
  • sènze > senza (anche se non è una locuzione);
  • pe ccolpe de > a causa di.

Ca e Che[modifica | modifica wikitesto]

Ca (lat. quia) può avere valore di:

  • preposizione relativa: vogghe a accàtte u prime ca iàcchie. [comprerò il primo che trovo];
  • congiunzione:
    • nella proposizione dichiarativa: u sacce ca ié nu buéne uagnóne. [so che è un bravo ragazzo];
    • nella preposizione consecutiva: téne nu sàcche de llibbre ca la casa sò pare na bibliotéche. [ha tanti libri che la sua casa sembra una biblioteca];
  • introdurre il secondo termine di paragone: iéve chiú la fòdde ca u rèste. [era più la folla che il resto].
  • preposizione troncata: tagghià ch'u chertídde. [tagliare col coltello] (troncato)

Che (lat. quem) può avere valore di:

  • nelle proposizioni finali: veléve che iére chiú iàlte [avrei voluto essere più alto];
  • nelle proposizioni concessive: bàste ca pàghe [basta che paghi];

Il partitivo in barese non esiste, e per tradurlo vengono adoperate due forme:

  • nu picche [un poco];
  • à mmuzze [a morsi "mozzichi", un poco];
  • do [due].

Nella zona murgiana si registrano tali forme:

  • nu mùrse/nu muérse de (lett. un morso di, trad. un po dì)

Congiunzioni, negazioni ed affermazioni[modifica | modifica wikitesto]

Segue l'elenco delle principali congiunzioni del barese:

  • e, "e(d)";
  • o, "o(ppure)";
  • ma, "ma";
  • pérò, "però";
  • ca, "che";
  • ce/si, "se";
  • percé/peccé, "perché";
  • come/accóme, "come";
  • acchessí, "così";
  • abbàste ca po, "purché";
  • abbàste ca nan, "purché non";
  • tande ... ca ..., "tanto ... che ...".

Qui troviamo le principali negazioni e affermazioni:

  • none, "no";
  • nan/non, "non" (la n finale modifica in alcuni casi l'iniziale della parola successiva per un fenomeno di sandhi, es.: nan pozze > nan bozze);
  • mè/mà, "mai";
  • sí/sine, "sì";
  • cèrte, "certo";
  • securaménde, "sicuramente";
  • sènze méne, "certamente".

Comparativo di maggioranza, minoranza e uguaglianza[modifica | modifica wikitesto]

  • Comparativo di maggioranza: Soggetto + verbo essere + chiù + aggettivo + de + ...

Es.: Te véde chiù nzìste de cudde ppe ffatié. (Ti vedo più adatto rispetto a codesto per lavorare).

  • Comparativo di minoranza: Soggetto + verbo essere + méne + aggettivo + de + ...

Es.: Maríe ié mméne gròsse de Nenétte. (Maria è meno grossa di Antonietta).

  • Comparativo di ugualianza: Soggetto + verbo essere + aggettivo + come + ...

Es.: Ziànete ié bbélle come a la mì. (Tua zia è bella come la mia).

Mesi e Giorni[modifica | modifica wikitesto]

In barese esiste solo l'estate (la staggióne) e l'inverno (u nvirne), ma molte volte si utilizza specificare così:

Gennaio > Gennàre

Febbraio > Febbràre

Marzo > Marze

Aprile > Apríle

Maggio > Màggie/Mésce

Giugno > Giúgne/Sciúgne

Luglio > Llùìe

Agosto > Agúste

Settembre > Settémbre

Ottobre > Ottóbre

Novembre > Novémbre

Dicembre > Decémbre

Giorni della settimana[modifica | modifica wikitesto]

Lunedí > lunedì

Martedí > martedì

Mèrcoledí/Mèrculedì > mercoledì

Sciovedí/Giovedí/Giuvedì > giovedì

Venerdí > venerdì

Sàbbate > sabato

Deméneche > domenica

Numeri ordinali e cardinali[modifica | modifica wikitesto]

Cardinali:

  • iùne (uno)
  • dù [m] /do [f] (due)
  • tré (tre)
  • quatte (quattro)
  • cinghe (cinque)
  • séi (sei)
  • sètte (sette)
  • uétte (otto)
  • nnòve (nove)
  • désce (dieci)
  • iùnnèce (undici)
  • dùdece (dodici)
  • trìdece (tredici)
  • quattúrdece (quattordici)
  • quinnece (quindici)
  • sìdece (sedici)
  • deciassétte (diciassette)
  • desceuétte (diciotto)
  • desciannòve (diciannove)
  • vínde (venti)
  • poi si continua aggiungendo al nome della decina il nome dell'unità (Es.:uettànde (Ottanta) + e + nnove (nove)).
  • trénde (trenta)
  • quarànde (quaranta)
  • cenguànde (cinquanta)
  • sessànde (sessanta)
  • settànde (settanta)
  • uèttànde (ottanta)
  • novànde (novanta)
  • cínde (cento)

Ordinali:

  • prime (primo)
  • secónde (secondo)
  • tèrze (terzo)
  • quàrte (quarto)
  • quínde (quinto)
  • séste (sesto)
  • sétteme (settimo)
  • uettàve (ottavo)
  • néne (nono)
  • dèceme (decimo)

Verbi[modifica | modifica wikitesto]

Prima coniugazione
mangià(mangiare)
presente imperfetto futuro
mànge mangiàve hi a mangià (lett. ho a mangiare, costr. latina di avere a + verbo all'inf.)
tu mange mangiàve hade a mmangià
iìdde/iédde mange mangiàve have a mmngià
mangiàme' mangiàveme avime a mangià
mangiàte mangiàve avite a mangià
lore mangiene mangiàvene hanne a mmangià
Seconda coniugazione
canòsce (conoscere)
presente imperfetto futuro
canòsce canescéve hi a ccanòsce
Tu canésce canescéve hade a canòsce
Iìdde/iédde canòsce canescéve have a canòsce
canescìme canescéveme avíme a ccanòsce
canescíte canescíve avíte a canòsce
lore canòscene canescévene hanne a canòsce

Terza coniugazione

merì (morire)
presente imperfetto futuro
mére meréve hi a merì
Tu mùre merive hade a merì
Iìdde/iédde mòre meréve have a merì
merime meréme avíme a merì
merite merive avíte a merì
Lore mòrene merévene hanne a merì

In barese i verbi si differenziano in tre coniugazioni: -e ed -ì. Nella zona murgiana, però, i verbi di prima coniugazione escono spesso in .

Verbi principali[modifica | modifica wikitesto]

  • Essere "iésse": so, si, ié, sime, site, sò/sonde (arcaico)
  • Avere "avé": ténghe, ié, iàve, avìme, avìte, honne/iònne
  • Stare "stà/sté": stògghe, stà, stà, stàme, stàte, stonne
  • Andare "scí": vògghe, và, và, sciàme, sciàte, vònne
  • Tenere "tené": tènghe, tìne, téne, teníme, teníte, ténene
  • Fare "fà/fé": fazze, fàsce, fàsce, facíme, facíte, fàscene

Modo indicativo[modifica | modifica wikitesto]

Le desinenze per formare l’indicativo presente sono:

  • prima coniugazione: -eke, -e, -e, àme/éme, -àte/éte, -ene;
  • seconda coniugazione: -eke, -e, -e, -íme, -íte, -ene.

Il presente continuato nei dialetti apulo-baresi si forma con l'indicativo presente del verbo stare + a + verbo all'infinito (che può assomigliare alle forme del presente, per esempio fernésce).

  • stogghe a ffà - sto facendo

Tuttavia, a Bari e, in diverse misure, nei dialetti dell'hinterland, si è affermato il costrutto stare + a + verbo all'indicativo presente (più comune nella seconda e terza persona singolare a nord della zona apulo-barese, mentre viene usato in più persone grammaticali nei dialetti più a sud).

  • stà a stùdie - sta/stai studiando
  • stà (a) sséne - stai suonando
  • stà (a) ssòne - sta suonando

Nell’imperfetto troviamo le seguenti desinenze:

  • prima coniugazione: -àve, -àve, -àve, -àme, -àte, -àvene
  • seconda coniugazione: -éve, -éve, -éve, -èmme, -íve, -èvene

Il passato prossimo presenta la formazione seguente: ausiliare èsse/avé al presente + participio passato del verbo.

  • accattá/é (comprare): iì sò accattàte, tu si accattàte, ìidde/iédde hav'accattàte, nú sime accattàte, vú site accattàte, lore sònde accattàte.

Lo stesso accade per trapassato prossimo e trapassato remoto. Esempio:

  • iì avéve acchiàte - avevo trovato
  • iì fuébbe mbregghiáte - ebbi imbrogliato

Per il tempo perfetto le desinenze sono:

  • prima coniugazione: -éve, -àste, -ò, -àmme, -àste, -àrene;
  • seconda coniugazione: -íve, -íste, -í, -èmme, -íste, -érene.

Per formare il futuro bisogna ricorrere all'ausiliare avé (avere, dovere) al futuro. Verbo avé al futuro + à + verbo all'infinito.

  • canòsce (conoscere): iì hì à ccanósce, tu hadde a ccanósce, iìdde/iédde have a ccanòsce, nú avíme à ccanósce, vú avíte à ccanósce, lore hanne à ccanósce.

Modo congiuntivo[modifica | modifica wikitesto]

Il congiuntivo imperfetto ha delle desinenze proprie:

  • prima coniugazione: -àsse, -àsse, -àsse, -àmme, -àste, -àssere;
  • seconda coniugazione: -èsse, -èsse, -èsse, -èmme, -íste, -èssere.

Modo condizionale[modifica | modifica wikitesto]

Il modo condizionale, inesistente, viene sostituito con l'uso dell’imperfetto indicativo o dell’imperfetto congiuntivo.

  • Veléve scí o cineme - Vorrei andare al cinema;
  • Velésse vené pure iì - Vorrei venire anche io.

Nei dialetti murgiani si può presentare anche sotto la forma vulàie o vulisse.

Modo imperativo[modifica | modifica wikitesto]

L'imperativo è formato semplicemente con l'aggiunta della desinenza -e per la seconda persona singolare, -àme o -íme per la prima persona plurale, e -àte o -íte per la seconda persona plurale davanti all'infinito del verbo: chiamínde! - guarda!

  • sciàme! - andiamo! (viene molte volte usato anche sciamanínne / andiamocene)
  • venite! - venite!

Modo gerundio[modifica | modifica wikitesto]

Il gerundio si ottiene dall'aggiunta della desinenza -ànne per i verbi del primo gruppo e -ènne per i verbi del secondo davanti alla forma infinita del verbo:

  • ndrepequànne - cadendo
  • fescénne - correndo
  • sendénne - sentendo
  • senànne - suonando

Modo participio[modifica | modifica wikitesto]

Il participio passato è formato con l'aggiunta del suffisso -àte per i verbi appartenenti al primo gruppo e del suffisso -úte per i verbi appartenenti al secondo. Tuttavia vi sono anche participi passati uscenti in -ste:

  • viste/vedute - visto
  • remàste/arremàse/arremanùte - rimasto
  • sciúte - andato

Forma interrogativa[modifica | modifica wikitesto]

In dialetto barese la forma interrogativa si forma in due modi:

  • Soggetto + avere a + verbo generico

Es.: Tu te ne hade a scí ddà? (Tu te ne devi andare lì?)

  • Verbo + avere a + verbo generico

Es.: Hade a scí tu ddà? (Tu devi andare lì?)

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

In particolare in ambito poetico ci sono autori che hanno prodotto opere di pregio in dialetto barese; tra questi spiccano Francesco Saverio Abbrescia, Antonio Nitti, Davide Lopez e, più recentemente, Alfredo Giovine, Vito Maurogiovanni.[2]

Varianti locali[modifica | modifica wikitesto]

In provincia esistono numerose varianti locali che, allontanandosi gradualmente dal capoluogo, presentano mutamenti fonetici e nella costruzione sintattica della frase, con inflessioni dovute al contatto con altri dialetti: si definiscono tali come dialetti di transizione, ne sono esempi i dialetti dell'entroterra murgiano, o della fascia confinante con la provincia tarantina. Eccone alcuni esempi.

Chi è?

Che vuoi?

Come te lo devo dire?

Hai comprato la frutta?

Ce ne andiamo in villa?

  • Barese: ' 'Nge n'amme a sscí à lla ville?
  • Acquavivese: N'amme a scì ò giardine? (ad Acquaviva delle Fonti si utilizza la parola "giardino" (giardini pubblici) per riferirsi alla villa)
  • Coratino e Turese: N'amme à sscí à lla ville?
  • Altamurano: N'amme a ggì 'mmènze à lla ville?
  • Andriese: N'amme a sciòie à lla vélle?
  • Barlettano: ' 'Nge n'amme a sscí à vville?
  • Biscegliese: N'émme a sscé à la ville (palazzìne)?
  • Bitettese: N'amme a ssciàie à lla ville?
  • Bitontino: N'amme a ssciòie 'nd'à lla ville?
  • Canosino: N'amme a sscí nde à lla ville?
  • Conversanese: 'Nge n'amme a sscí nde a lla ville?
  • Coratino: N'amme a sscí nde a la ville?
  • Giovinazzese: N'amme a sscé 'nville?
  • Gravinese: N'amme a sscí mménze à la ville?
  • Grumese: N'amme a sscí (e)n ville?
  • Minervinese: N'imme a scéie à lla ville? (ma a Minervino Murge non si utilizza il termine villa, bensì Faro, da cui: N'ìmme a sscéie o' fàre?)
  • Molese: N'amme a sscé à lla vélle?
  • Molfettese: N'amme a sciàie à lla ville?
  • Nocese: N'ame a scì a' ville?
  • Palese: N'amme a sciòie à lla ville?
  • Polignanese: N'amm'à sciú 'mminze 'a cchiazze?
  • Putignanese: Amme a scéie mmìnze o còrse? (a Putignano si è soliti passeggiare su Corso Umberto I)
  • Rutiglianese: 'Ma scí sotte 'a ville?
  • Ruvese: Ne ssciòme à lla ville?
  • Sammichelino: Ne amme a sscí nde a vville?/N'amme a sscí (e)n ville?
  • Terlizzese: N'amme a scéie mménze a vélle?
  • Tranese: 'Nge n'amme a sscé nde a la ville?

Non si vede il treno

C'è solamente una padella

Parole fondamentali[modifica | modifica wikitesto]

Quelli che seguono nei paragrafi successivi sono alcuni avverbi e locuzioni avverbiali.

Avverbi di luogo[modifica | modifica wikitesto]

  • do', "qui"
  • dà / dè, "là";
  • addove / addó, "dove";
  • abbàsce / ndérre, "giù";
  • sotte, "sotto";
  • fòre / lla ffòre, "fuori" (ma anche "in campagna");
  • nnanze / da nànze, "davanti";
  • de rembétte, /de fronde, mbacce, "di fronte";
  • apprísse, "appresso";
  • ndràte, "indietro";
  • vecìne, "vicino";
  • lendàne, "lontano";
  • atterne, "attorno".
  • mmére, "dalle parti di..."

Avverbi di tempo[modifica | modifica wikitesto]

  • iosce / ioùsce, "oggi";
  • aìe, "ieri";
  • nustérze (variante murgiana) "avantieri"
  • la iòsce, "pomeriggio";
  • crà / cré, "domani";
  • pescrà / pescré, "dopodomani";
  • pescridde, "due giorni dopodomani" (zona murgiana);
  • pescrudde/, "tre giorni dopodomani" (zona murgiana);
  • pescruffele, "quattro giorni dopo domani" (zona murgiana);
  • pescròune, "cinque giorni dopo domani" (zona murgiana);
  • de matíne, "di mattina";
  • de di, "di giorno";
  • de sére, "di sera";
  • de notte, "di notte";
  • sémbe, "sempre";
  • mo', "ora, adesso";
  • po', "poi";
  • mo ppùnde, "proprio ora";
  • sùbbete, "subito";
  • tarde, "tardi";
  • angóre, "ancora";
  • tanne/quanne iére u timbe, "allora, all'epoca";
  • appríme/prìme, "prima";
  • da mo nnanze, "da adesso in avanti";
  • mo iéve, "ne è passato di tempo"

Avverbi di quantità[modifica | modifica wikitesto]

  • assà / assé, "molto";
  • chiú, "più";
  • méne, "meno";
  • troppe, "troppo";
  • picche, "poco";
  • n'ogne, "un poco"
  • nudde, "niente";
  • pe nnudda nudde, "nient'affatto".

Locuzioni avverbiali[modifica | modifica wikitesto]

  • da ssòpe / pure u rréste amme a avé, "per giunta";
  • à ttutte vanne, "dovunque";
  • come à nna saiétte, "velocemente";
  • o scure , "senza luce, al buio";
  • non zia mà , "non sia mai";
  • mo mo, "or ora";
  • à 'mmane à 'mmane , "man mano";
  • bélle bélle, "pian piano";
  • fescénne fescénne, "in fretta e furia";
  • a ccuérte a ccuérte, "per la via più breve".
  • a dritte e a térte , "bene o male"

Altre parole di uso comune[modifica | modifica wikitesto]

  • accendere: appeccià
  • acchiappare/prendere: auandà
  • spegnere: stetà
  • alto: ìirte
  • basso: vasce
  • alzare: ialzà
  • appunto/apposta/perciò: pedénne
  • albero: (u)arvere
  • albicocca: vermecocche
  • andare: scí.
  • anello: anídde
  • bacio/baciare: vàse/vasà
  • battesimo: battéseme
  • cresima: créseme
  • bagnare: mbònne
  • braccio: vrazze
  • bocca: vocche
  • buttare, lanciare: ammenà
  • cadere: ndrepequà
  • calze: cazítte
  • calzoni/pantaloni: cazúne
  • cambiare: cangià
  • camminare: camenà
  • capelli: capídde
  • capitare: capetà
  • cavallo: cavàdde
  • chiesa: chíse
  • cocomero: checòmere
  • colore: chelore
  • coltello: chertídde
  • comprare: accattà
  • coprire: abbegghià
  • cucchiaio: checchiàre
  • cazzuola: cazzòle
  • cugino: cheggíne
  • cuocere/cotto: còsce/chétte
  • dente: dénde
  • dito: discete
  • fave: fàve
  • femmina: fémmene
  • foglia: fògghie
  • forchetta e forcella (da capelli): fercíne
  • fuoco: fuéche
  • fretta: fodde
  • gamba: iàmme
  • grandine: grànnene
  • grembiule: senàle
  • grosso: grésse
  • magro: mazze
  • guardare: acchiemendà/ttremendà
  • ieri: aíre
  • inchino: menuìcchie
  • inciampare: ndrepequà
  • innaffiare: annaqquà
  • legna/o: legnàme,
  • ceppo di legno da ardere: zippe
  • lingua: lèngue/lènghe
  • lucertola (di campagna): lacérte
  • macelleria: vecciarí
  • maestro (professionista): méste
  • maschio: mascule
  • melanzana: melengiàne
  • monte (anche riferito ai guadagni): mendàgne
  • moglie: megghiàre
  • negozio: negòzzie
  • no: nnòne
  • occhio: uécchie
  • olio: égghie
  • orecchio: récchie
  • paese: paíse
  • pancia: véndre
  • patata: patàne
  • perché: peccé
  • piazza: chiàzze
  • piede: péte
  • piovere: chiòve
  • porto: purte
  • potare (trasportare): pertà
  • portare (da lì fino a qui): annúsce
  • prendere: pegghià
  • presepe: presèpe
  • pulire: pelzà
  • qualcuno/a: quacche d'une
  • raccogliere/raccolto (part.pass): acchégghie/chegghiùte
  • ragazzo (generico): uaggnòne
  • ragazza (generico): uagnédde
  • fidanzata: zite
  • risparmiare: 'sparagnà
  • ruota: ròte
  • salire: nghianà
  • scendere: scénne
  • saltare: zembà
  • sì: sí/sine
  • bara: tavúte
  • sporco (offesa): 'nzevuse
  • sposarsi, sposato/a: spesà/zetà; dal lat. in+uxor(moglie)+are = nzerà
  • stanchezza: fiàcche
  • stendere: sténne
  • strada: strade
  • scoprire (togliere le coperte): schemegghià
  • suonare: ssenà
  • tagliare: tagghià
  • testa: càpe
  • travasare: travesà
  • trovare: acchià
  • uscire: assí
  • uovo: uéve
  • uva: uve
  • velleità/capriccio: picce
  • desiderio: (zone murgiane, particolar modo a Corato, Ruvo di Puglia Altamura e Gravina in Puglia) 'ngulísce
  • vino: mìrre (cfr. lat. vinum merum = vino genuino)

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Vocaboli di origine slava[modifica | modifica wikitesto]

  • attàne > otat, otac [padre][3] (o dalle lingue germaniche, per esempio il gotico atta 'padre', e.g. Attila 'padre (diminutivo)'.

Vocaboli di origine araba[modifica | modifica wikitesto]

  • uagliò > ualad [ragazzo]

Vocaboli di origine greca[modifica | modifica wikitesto]

  • cùchele > κυκλος (kyklos) [focaccia di forma circolare, appunto "ciclo"]; anche nel dialetto lucano.
  • àmele > αμυλον (amylon) [contenitore di terracotta]
  • dò, addò > εδω (edò) [qui];
  • tavúte > θάπτω (thapto) [seppellire];
  • remmàte > απορρηματα (aporrìmata) [immondizia];
  • cèndre > κέντρον (kèntron) [chiodo];
  • ceràse > κεράσιον (keràsion) [ciliegia];
  • amínue > αμυγδαλο [mandorla]; caso estremamente raro mèlene (cfr. ital. mandorla); plurale mènele, con metatesi consonantica.
  • pedresíne > πετροσελινον (petroselinon) [prezzemolo]
  • Nà! > Να! [ecco!]

Vocaboli di origine latina[modifica | modifica wikitesto]

  • scí > latino ire, italiano volgare gire
  • cícere > cicer [cece];
  • crà > cras [domani];
  • díscete > digitum [dito];
  • descetà > oscitare [svegliare];
  • mò > mox [adesso, subito];
  • pescrà > post cras [dopodomani];
  • prévete > presbiter [prete];
  • fasúle > phaseolus [fagiolo].

Vocaboli di origine francese[modifica | modifica wikitesto]

  • mestàzze/mustàzze > moustache [baffi];
  • accattà/é > acheter [comprare];
  • palde/palte > poche [tasca];
  • tirabusciò > Tire-bouchon [cavatappi];
  • buatta > Boîte [barattolo di latta].

Vocaboli - Espressioni di origine spagnola[modifica | modifica wikitesto]

  • vràzze > bràzo (vràso) [braccio];
  • criatùre > criatura [figlio, prole, creatura];
  • amménde > almendra [mandorla];
  • auànde > aguantar [prendere, mantenere];
  • recchiò > maricòn [omosessuale];
  • suste > susto [angoscia];
  • marànge > naranja [arancia].
  • strepiàte > estropeado [rotto, danneggiato];
  • sparatràppe > esparadrapo [cerotto];
  • "stogghe de féste" > estar de fiesta [in entrambi in casi vuol dire festività importante,in paese o in famiglia]
  • aìre > ayer [ieri]

Lemmi[modifica | modifica wikitesto]

Apulo-barese Italiano Provenienza Lingua d'origine
Abbàsce giù abajo / a baix (pron. a bash) / abaixo spagnolo / catalano / portoghese
muíne lecchinaggi amoïnar catalano
Alla ppéte a piedi a pé portoghese
Acídde uccello augellum latino
Aíre ieri ayer spagnolo
Buàtte barattolo boîte francese
Cape de zzì Vengìnze nullatenente caput sine census latino
Papàle papàle camminata lenta παπελε παπελε (papel papel=un passo dopo l'altro) Greco antico
Cazítte calza chaussette francese
Cceràse ciliegia cerasum latino
Checchiàre cucchiaio cuchara spagnolo
Fenéstre finestra fenestra latino
Allassà lasciare laxare latino
Lénghe lingua lengua spagnolo
Mammà mamma mamá spagnolo
Mesàle tovaglia da tavolo mesa spagnolo
Muzze mucchio, gran numero morra spagnolo
Mestazze baffi moustache francese
Pedresíne prezzemolo petroselinum latino
Arellògge orologio reloj / rellotge spagnolo / catalano
Semàne settimana semaine (pron. seméne) francese
Séggie sedia silla spagnolo
Sparatràppe cerotto esparadrapo
sparadrap
esparadrap
spagnolo
francese
catalano
Sparàgne risparmio épargne francese
Tavúte bara taut
θάπτω
arabo
greco
Tirabbusciò cavatappi tire-bouchon francese
Zénghere zingaro zíngaro spagnolo

Proverbi e modi di dire[modifica | modifica wikitesto]

  • La fésse de mamete (La vulva di tua madre)
  • Ffertúne e ccazze ngule biàte à ci ll'ave (Tradotto letteralmente: Fortuna e cazzo in culo beato a chi ce l'ha, cioè, essenzialmente, vuol dire Beato a chi ha fortuna in tutto)
  • O chiòve o amméne u vinde, à nnú non nge ne fréche nìnde (O piove o tira vento, non ce n'importa niente; cioè Andiamo avanti senza pensare a tutte le difficoltà)
  • Stippe ca truéve (orig. iàcchie) (Conserva che così trovi)
  • La carna triste non la vòle né u diàue e mmanghe Criste (La "carne triste" (ossia la cattiva gente) non l'accetta ne il Diavolo e nemmeno Cristo)
  • Ce bbèlle ué pare u uésse pezzídde t'have a ddué (Se bello vuoi apparire, l'osso sacro ti deve dolere)
  • Sanda Tarése pagò pe ssénde e iì séndeche nudde (letteralmente: "Santa Teresa pagò per sentire e io sento gratis"; ossia: è meglio che taci poiché dici fesserie)
  • U tavúte non ddéne le palde ("La bara non ha tasche"; ovvero: una volta morto i soldi non servono)
  • Nu tuffe ddò, nu tuffe ddà, finghe a la fine nge l'amme a ffà (Riusciremo con calma)
  • Ce nge n'amme a sscí, sciamenínne, ce non nge n'ammea à sscí, non nge ne sime scénne! ("Se ce ne dobbiamo andare andiamocene, se non ce ne dobbiamo andare non ce ne andiamo"; scioglilingua per provare la "baresità" di un soggetto)
  • U pulpe se cosce iìnde a ll'acqua sòa stésse (Il polpo si cucina nella sua stessa acqua)
  • Dalle e ddàlle, se chiéche u firre (letteralmente: "Dai e dai, anche il ferro si piega", chi la dura la vince)
  • Si ffatte la fegure tò! (Hai fatto la tua figura)
  • Facíme la fine de le scarciòffe (Facciamo la fine dei carciofi)
  • Avíme fatte trénde, facíme trendúne (Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno)
  • Si ccadúte da sòpe o litte (Sei caduto da sopra il (lett. "al") letto)
  • Passàte u sande passàte la féste! (Ogni cosa a suo tempo)
  • Ammandíneme ca t'ammandénghe! (Mantienimi che ti mantengo)
  • Stame sotte o cile! (Siamo sotto il -lett. "al"- cielo;)
  • E iùne!... disse cudde ca cecabbe l'ècchie á la megghiàre (E uno!... disse quello che ciecò un occhio alla moglie)
  • Mazzàte e ppanédde fáscene le fìgghie bédde, panédde sénze mazze fàscene le fígghie pazze (Bastone e pane fanno i figli garbati, pane senza bastone rende i figli sgarbati)
  • U Attàn Edérne dasce u ppàne à ce non déne le dinde! (Il padreterno dà il pane a chi non ha i denti)
  • Ci tténe ppàne non déne dinde, ci tténe dinde non déne pane ("Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane"; cioè: ad ognuno manca qualcosa che ha l'altro)
  • Ci sckute ngìle mbacce tte véne (Non sputare in cielo, poiché ti tornerà in faccia)
  • La cére se strúsce e la pregessióne non gamíne ("La cera (delle candele) si consuma e la processione non va avanti"; cioè: Le risorse si consumano, ma il risultato non si vede)
  • Sciàme à scettà u remmàte (Andiamo a buttare l'immondizia)
Nota
in frasi rette dai verbi scí à = "andare a" e stà = "stare a" non si usa l'infinito ma l'indicativo (vedi grammatica del Giovine)
  • L'acque ié ppicche e la pabbere non gallégge ("L'acqua è poca e la papera non galleggia"; usato per indicare una qualsiasi intenzione che non può andare avanti per mancanza di possibilità)
  • Attacche u ciucce addove disce u padrune ( lega l'asino dove dice il padrone)
  • Te hì a mbarà e ti hì a pérde
Tutto il lavoro fatto per educarti sarà vano.
  • U vòve disce chernùte o ciúcce!
Equivalente italiano di: Prima di guardare la pagliuzza nell'occhio altrui guarda la trave che è insita nel tuo.
  • V'à pígghie à sckaffe le marànge pe falle devendà russe!!! (Va' a prendere a schiaffi le arance per farle diventare rosse)
  • Si scangiàte cazze pe fecàzze e chegghiúne pe lambasciúne.
Cercare di migliorare la situazione e farla precipitare ancora di più.
  • L'omene da la tèrre vène e a la térre se ne va/vé (L'uomo dalla terra viene e alla terra va)
  • Arrevàte à la quarandíne lasse la fémmene pe la candíne (Arrivato ai quarant'anni lascia la compagnia delle donne e frequenta quella degli amici)
  • Le discete de la mane non soje tutte uàle (Le dita della mano non sono tutte uguali)
  • à l'omene sènze varve e à le fémmene sènze fígghie, non zi scénne né pe ppiacíre né ppe cchenzíe ("A giovani imberbi e a donne senza figli non andare né per piacere né per chiedere consigli"; non hanno esperienza)
  • Na porte s'achiúte e ccinde se jjabbrene (Una porta si chiude e cento se ne aprono)
  • u cemmerute che le gamme settile, non jè omene pe ffà le fígghie (Il gobbo con gambe sottili non è uomo idoneo per fare figli)
  • Nesciúne zèppe jè dritte ("Nessuno zoppo è dritto"; ossia: chi ha difetti fisici ha difetti nell'animo)
  • omene peluse omene ferzuse (Uomini pelosi uomini forti)
  • u lénghe jè bbuène à ccògghie fiche, e u curte pe maríte (L'uomo alto è buono per cogliere fichi, il basso è buono come marito)
  • u muèrte jè muèrte, penzame à le vive (Il morto è morto, ora pensiamo ai vivi)
  • Ci tratte s'mbratte (Chi tratta si sporca)
  • Nesciúne nasce mbaràte (Nessuno nasce istruito)
  • Ce non vole fà nu chelometre ne fasce du (Chi non vuole fare un chilometro ne percorre due)
  • u sàzie non gréde o' desciúne (Il sazio non crede all'affamato)
  • Non ze sckute jind'o' piàtte addó si strafequàte ("Non sputare nel piatto dove hai mangiato a sazietà"; usato per chi parla male di qualcosa che gli ha permesso di vivere, ad es. un vecchio posto di lavoro)
  • Ce Criste vole: arròste l'ove ("Se Cristo vuole arrostisce le uova"; ovvero: se Dio vuole può tutto, perfino arrostire le uova, cosa decisamente impossibile)
  • Na paròle jè picche e ddo so' assà ("Una parola è poca e due sono troppe"; usato per dire a chi parla troppo, di stare zitto)
  • Japre l'ècchie, c'à achiútelle non nge vòle nudde! ("Tieni gli occhi aperti, perché a chiuderli non ci vuol niente"; ovvero: sta' in guardia ché ti può succedere una disgrazia)
  • Mègghie nu quindàle nguédde ca nu quinde ngule (Meglio un quintale (100kg) sulle spalle che un quinto (20kg) nel deretano)
  • Na paròle de méne retirte à ccaste ("Una parola di meno e tornatene a casa"; corrisponderebbe all'italiano "La parola è d'argento ma il silenzio è d'oro")
  • L'acque ca non a fatte, ngile stà ("La pioggia che non è caduta è ancora in cielo"; ovvero: quello che ci si aspetta possa succedere, probabilmente succederà)
  • Ci sparte, jave la mègghia parte (Chi ripartisce qualcosa tra molti, tiene la parte migliore per sé)
  • La fígghia mute la mamme la ndènde (La madre capisce la figlia anche quando questa è muta)
  • Sande Necole jè amànde de le frastíre ("San Nicola è amante dei forestieri"; ovvero: Bari città aperta a tutti)
  • La sembatíe jè pparènde à la gocce (Così come la goccia (di pioggia, rugiada etc.) cade dove vuole, così l'affinità si genera senza la necessità di obbedire a leggi di causa ed effetto)
  • Onne fernute le timbe de le còppue longhe ("I tempi dei berretti calati sugli occhi, sono finiti"; frase utilizzata per indicare il cambiamento dei tempi)
  • U curte non arríve e u frascke non ammandéne ("Ciò che è corto non arriva e ciò che è marcio non regge"; espressione per stigmatizzare atteggiamenti di irresolutezza)
  • La gocce à la rocce: «Timbe nge vòle, ma te fazzeche u bbuche» (letteralmente: "La goccia dice alla roccia: «Ci vuole tempo, ma il buco te lo faccio»"; evidente resa dialettale della locuzione latina gutta cavat lapidem)
  • Ce uè frecà u vecine t'ad'à alzà subete la matíne (letteralmente: "Se vuoi fregare il tuo vicino devi alzarti presto al mattino")
  • À llavà la cape d'u ciúcce se pèrde (j)acque e sapóne (letteralmente: "A lavare la testa dell'asino perdi acqua e sapone")
  • U firre se batte à quanne jè ccalde (letteralmente: "Il ferro va battuto caldo"; ovvero: è meglio rimediare all'inconveniente in tempi brevi)
  • Mò du ia dà iun iìnde all diìnde (lett.: "Adesso ti devo menare uno nei denti"; segno di intimidazione)

Influenze arabe[modifica | modifica wikitesto]

Influenze greche[modifica | modifica wikitesto]

In dialetto molfettese, il termine focaccia viene indicato come cuchèle che deriva dal greco "κύκλος" che significa cerchio.

Influenze latine[modifica | modifica wikitesto]

Essendo il barese una lingua neo-latina in esso sono presenti alcuni termini presenti in latino come: Cras (domani) e Cerasum (ciliegia): Crà/Crè n'am'á sscí á ppigghiá le ceráse? (Domani dobbiamo andare a prendere le ciliegie?). Inoltre, nel famoso scioglilingua Ce nge n'am'á sscí, sciamanínne, ce non nge n'am'á sscí, non nge ne sime scénne (Se ce ne dobbiamo andare andiamocene, se non ce ne dobbiamo andare, non ce ne andiamo), è messo in risalto il verbo andare, la cui traduzione in barese proviene direttamente da influenze latine. Andare, infatti, proviene dal latino ire, che in italiano volgare diventa gire, con affievolimento della g in sc, e quindi scì.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, nella nomenclatura delle voci viene usato il termine "lingua" se riconosciute tali nelle norme ISO 639-1, 639-2 o 639-3. Per gli altri idiomi viene usato il termine "dialetto".
  2. ^ Giacinto Spagnoletti, La Puglia e i suoi poeti dialettali, bpp.it. URL consultato il 14 agosto 2011.
  3. ^ fonte?

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Michele Loporcaro, Grammatica storica del dialetto di Altamura, Pisa, Ist. Editoriali e Poligrafici, 1988.
  • Bari fra dialetto e poesia, Caratù Pasquale, Daniele M. Pegorari, Rubano Anna, Palomar, 2008.
  • Vocabolario dialettale barese, Barracano Vito, Adda, 2000.
  • D'Amaro, Sergio. "Apulia"

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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