Cosa nostra durante il fascismo

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I rapporti tra cosa nostra e fascismo furono segnati dal contrasto tra il regime fascista e cosa nostra.

L'attività di contrasto - iniziata nel 1924 con l'invio in Sicilia del prefetto Cesare Mori - si tradusse in un forte repressione del fenomeno, durante il quale furono incriminati anche gerarchi fascisti di rilievo. Tuttavia secondo alcuni studiosi questi risultati furono condizionati dalle relazioni che vi furono fra mafiosi ed esponenti politici locali che aderirono al fascismo, che avrebbe strumentalizzato la repressione al fine di ottenere maggior consenso.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'invio di Mori in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cesare Mori.
Cesare Mori in camicia nera nella comunità albanese di rito ortodosso

Nel maggio 1924, Benito Mussolini in qualità di presidente del consiglio dei ministri del regno d'Italia (non essendo ancora avvenuto il delitto Matteotti), si recò in Sicilia, soggiornando a Palermo Trapani e Girgenti. Recatosi nella provincia di Palermo, anche nella comunità di minoranza albanese di Piana degli Albanesi, allora detta Piana dei Greci, dove la mafia non aveva trovato molto spazio - come scrisse Giuseppe Tricoli - ebbe modo di "prendere coscienza, col suo sensibile intuito, della nozione di mafia, come costume, come 'morbosità psichica', come autorità di tipo tribale".[1]

Nello stesso anno al ritorno dalla visita in Sicilia convocò il ministro dell'interno Luigi Federzoni, che nominò Cesare Mori prefetto di Trapani il quale prese servizio il 2 giugno del 1924. Il Mori, che era già stato nell'isola come funzionario di polizia, nel 1922 era stato prefetto di Bologna e si dimostrò inflessibile nell'applicazione della legge, essendo fra i pochissimi rappresentanti degli organi di repressione dello stato che considerassero lo squadrismo fascista al pari delle formazioni di difesa proletaria e quindi da reprimere in egual maniera. Dopo aver bloccato una spedizione punitiva di squadristi fu duramente contestato dal fascismo bolognese, per cui all'ascesa al potere del fascismo, fu dispensato dal servizio attivo.[senza fonte]

L'operato del prefetto[modifica | modifica wikitesto]

Mori venne così richiamato in servizio e gli fu affidato da Benito Mussolini l'incarico, sia per la sua risaputa durezza che per la precedente esperienza nella repressione dei fenomeni criminali nell'isola. Fu nominato prefetto di Trapani, e vi rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritirò tutte le licenze di porto d'armi, e nel gennaio 1925 nominò una commissione provinciale col compito di decidere e disporre circa il rilascio di nulla osta (resi obbligatori) per l'attività di campiere e di guardianía, attività tradizionalmente controllate da cosa nostra.[senza fonte] Mussolini inviò in Sicilia anche il magistrato Luigi Giampietro come procuratore generale della Corte d'Appello di Palermo, per assicurarsi che anche le condanne fossero esemplari.[2]

Dopo l'attività svolta a Trapani, Mori venne nominato prefetto di Palermo, dove si insediò il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la regione. Qui attuò una dura repressione, oltre che nei confronti dei fenomeni mafiosi, anche nei confronti del banditismo, colpendo bande di malavitosi locali anche attraverso metodi non legali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto). Con l'esplicito appoggio di Mussolini, otterrà significativi risultati e la sua azione continuerà per tutto il biennio 1926-27. Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono ad essere durissime. I metodi che impiegò furono energici, arrivando perfino a prendere in ostaggio donne e bambini per raggiungere il suo scopo, a tale riguardo scrive lo storico Christopher Duggan nella sua opera "Prefetto di ferro", come ad esempio nel caso dell'assedio di Gangi.[senza fonte]

« L'assedio di Gangi ebbe inizio la notte del 1 gennaio 1926 [...] Nevicava abbondantemente. I banditi erano stati spinti dal freddo a tornare alle loro famiglie, e la polizia sapeva più o meno esattamente dove si trovavano [...] la cittadina era costruita sul fianco di una collina ripida e molte case avevano due ingressi, uno al pianterreno e l'altro al primo piano. Vi erano anche nascondigli abilmente costruiti dietro muri [...]

In queste condizioni, l'operazione ebbe un andamento più lento del previsto. Il primo bandito ad arrendersi fu Gaetano Ferrarello, un uomo alto, anziano, con una lunga barba, molto orgoglio e dotato di una certa nobiltà d'animo [...] scopo dell'azione non era semplicemente la resa dei banditi, ma anche la loro umiliazione: "Volevo dare alle popolazioni la tangibile prova della viltà della malvivenza", scrisse Mori nelle sue memorie. Non si doveva sparare: i banditi dovevano essere privati dell'onore di una resistenza armata [...] (prosegue Mori) ma io avevo un'idea diversa. Dissi ai miei uomini di entrare nelle case dei criminali, dormire nei loro letti, bere il loro vino, mangiare le loro galline, uccidere il loro bestiame e venderne la carne ai contadini della zona a prezzo ridotto". Fu dato ordine di prendere ostaggi [...] sembra che gli obiettivi principali siano stati donne e bambini. Che le donne siano state maltrattate, come affermarono in seguito critici di Mori, non è certo. Sarebbe stato indubbiamente conforme allo spirito, se non alla lettera dell'impresa, perché scopo della cattura di ostaggi era far leva sul senso dell'onore dell'uomo nei confronti della moglie e della famiglia...[3] »

Inscrittosi intanto al Partito Nazionale Fascista,[4] nel 1927 arrestò e fece condannare all'ergastolo Vito Cascio Ferro boss di cosa nostra americana per l'omicidio di Joe Petrosino. Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. Qualcuno riporta tra le "vittime eccellenti" anche il generale di corpo d'armata ed ex ministro, Antonino Di Giorgio, che avrebbe richiesto sostegno, in un colloquio riservato a Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale e le dimissioni da deputato nel 1928.[5] Mori col consenso di Benito Mussolini perseguì anche l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia, Alfredo Cucco, membro del Gran Consiglio del Fascismo.

Non fu risparmiato da Mori neppure l'ex ministro della Guerra del governo Mussolini, il generale Antonino Di Giorgio, che nonostante un colloquio riservato col Duce, subì il processo e il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale, fino alle dimissioni da deputato nel 1928. Mori, grazie anche ad una propaganda fascista delle sue azioni molto ben orchestrata mediaticamente, divenne notissimo e nominato Senatore del Regno nel dicembre 1928. Nel giugno 1929 Mussolini lo rimosse dal suo incarico "per anzianità di servizio, a far data dal 16 luglio".[6]

L'omicidio Tresca a New York[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caso Tresca.

A causa della proteziome data dal regime fascista nel 1935 a Vito Genovese, questi si impegnò poi nella costruzione della casa del fascio di Nola[7] e successivamente ad ordinare dell'assassinio a New York nel gennaio 1943 dell'antifascista Carlo Tresca.[8] L'omicidio permise ad alcuni personaggi che successivamente si dichiararono antifascisti, come Generoso Pope (precedentemente dichiaratosi sostenitore del fascismo), di entrar a far parte della Mazzini Society negli USA; la vicenda sarebbe riferibile al contrasto interno nella predetta organizzazione per l'ammissione di alcuni italiani, presenti nel paese, ma che in passato avevano mostrato interesse per il fascismo, nei comitati di fronte unito antifascista nati nel 1943. Nel periodo dell'assassinio di Carlo Tresca, Vito Genovese si trovava in Italia e quindi la ricostruzione delle sue responsabilità è soprattutto di natura storica più che provata dal punto di vista investigativo, nel senso stretto del termine.[senza fonte]

Genovese, già pochi mesi dopo, alla fine del 1943, sarà l'interprete ufficiale del capo degli affari civili dell'AMGOT, in Sicilia e a Napoli, il colonnello americano Charles Poletti[9]. Non son mancati comunque sulla vicenda investigazioni e una vasta popolarità in diversi periodi negli USA, ed è ritenuto, con quasi certezza, che il killer fu Carmine Galante poi affiliato alla famiglia di Joseph Bonanno.[10]

L'operazione Husky e il governo alleato in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Allied Military Government of Occupied Territories, Operazione Husky e Strage del pane.

Intanto, I vertici di cosa nostra erano stati messi in difficoltà durante la repressione di Mori, in particolare le cosche delle Madonie, di Bagheria, Bisacquino, Termini Imerese, Mistretta, Partinico, Piana dei Colli;[4] altre invece erano rimaste in stato di latenza, ma tittavia colsero l'occasione dello sbarco degli Alleati in Sicilia per riacquisire prestigio e potere, soprattutto grazie agli statunitensi che spesso li misero ai vertici delle amministrazioni locali siciliane, come sicuri antifascisti.[senza fonte] Infatti, l'operazione Husky e la costituzione di un AMGOT (governo militare alleato dei territori occupati) nell'isola il capo degli affari civili, l'ex governatore di New York Charles Poletti, era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste e decise di privilegiare alcuni gabellotti e campieri mafiosi, che si presentavano come vittime della repressione fascista: Calogero Vizzini venne nominato sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo sovrintendente all'assistenza pubblica di Mussomeli e Vincenzo Di Carlo (capo della cosca di Raffadali) responsabile dell'ufficio locale per la requisizione dei cereali[11][12].

Ma già il 18 agosto 1943 il vertice dell'AMGOT in Sicilia, il generale inglese Francis Rennell Rodd in un rapporto ai superiori si lamentava della recrudescenza del fenomeno mafioso nell'isola,[13] lamentandosi anche del disarmo dei Reali Carabinieri: "la popolazione rurale ne ha tratto la conclusione che i carabinieri e il fascismo, i due grandi nemici della mafia, sarebbero scomparsi in fretta"[14].

Tutto ciò era inserito in un momento di scontri sociali e rivendicazioni da parte degli strati meno abbienti della popolazione siciliana, che portarono ad un gran numero di caduti durante diverse agitazioni e manifestazioni. I morti fra i manifestanti in questo periodo furono circa 80, a fronte di due appartenenti agli organi di polizia dello stato, mentre i feriti, più o meno gravi, fra i manifestanti furono centinaia.[senza fonte] Il più grave fu la strage del pane dell'ottobre 1944 a Palermo, quando i militari spararono sulla folla provocando 24 morti e 158 feriti, tra cui donne e bambini.[15]

Le indagini postume sul presunto contributo di cosa nostra[modifica | modifica wikitesto]

Negli atti della commissione parlamentare antimafia italiana che condusse un'inchiesta sul fenomeno mafioso nella VI legislatura (25 maggio 1972 - 4 luglio 1976) venne depositato un rapporto redatto il 21 novembre 1944 dal Console generale americano a Palermo, Alfred T. Nester, indirizzato al Segretario di Stato USA.

L'oggetto recitava: «Incontro dei capi della Mafia col generale Castellano e costituzione di un gruppo favorevole all'autonomia»: «Eccellenza, ho l'onore di riferire che il 18 novembre 1944 il generale Giuseppe Castellano, insieme a capi della Mafia tra cui Calogero Vizzini, ha avuto un colloquio con Virgilio Nasi, capo della notissima famiglia Nasi di Trapani, e gli ha chiesto di assumere la direzione di un movimento per l'autonomia siciliana sostenuta dalla Mafia. [...] Come da me riferito nel dispaccio del 18 novembre 1944, i maggiori esponenti della Mafia si sono incontrati a Palermo [...]».[16]

Il dibattito storiografico[modifica | modifica wikitesto]

Ci sono varie opinioni sull'operato di Mori e sulla repressione operata dal regime fascista. Secondo Denis Mack Smith i suoi metodi brutali potevano aver creato anche malcontento nella popolazione, che spesso sarebbe stata tentata a schierarsi dalla parte dei mafiosi, di fronte a forze di polizia che apparivano quasi come invasori stranieri, senza rispetto delle più elementari regole di legalità. Egli scrisse in proposito:

« Ironicamente, l'operato di Mori potrebbe aver rafforzato proprio quella diffidenza nei confronti dello Stato che, come il governo, era stato così desideroso di vincere »
« Mori era amico dei latifondisti. [...] Dal 1927 gli agrari erano di nuovo al potere, e la Sicilia ne pagò a caro prezzo la riabilitazione; e gli anni trenta furono caratterizzati da abbandono e declino[17] »

Christopher Duggan osservò circa la repressione operata dal regime fascista che:

« Il fascismo non unì alla lotta sul piano militare alcun intervento di tipo sociale, facendo anzi dei passi indietro, soprattutto nelle campagne, riaffidando quasi interamente il potere ai latifondisti »
("Introduzione" a Christopher Duggan, pag. IX[17])

Per ciò riguarda l'inquisizione di Alfredo Cucco, Leonardo Sciascia scrisse:

« Figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Christopher Duggan e Denis Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi[18] »

Nel caso specifico di Cucco lo storico Paolo Pezzino nel suo libro Le mafie ipotizza che la messa fuori gioco di Cucco fu un particolare caso in quanto uomo politico nuovo, avverso agli agrari. Cucco infatti nel 1927 viene addirittura espulso dal PNF e dalla Camera "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori da cosa nostra, venendo assolto in appello quattro anni dopo, ma nel frattempo il fascio siciliano è stato decapitato dei suoi elementi radicali.[19]

Diversi pentiti hanno riconosciuto il grave stato di difficoltà in cui si trovò cosa nostra in quegli anni.[20] Mori si occupò anche dei collegamenti e dei contatti dell'organizzazione criminale con la politica, portando lo stesso Mussolini a sciogliere il Fascio di Palermo ed espellere il leader siciliano Cucco – che pure era membro del Gran Consiglio del Fascismo – dal PNF. Dopo il congedo di Mori, secondo Arrigo Petacco, vi fu una recrudescenza del fenomeno mafioso in Sicilia. Come scrisse nel 1931 un avvocato siciliano in una lettera indirizzata a Mori:[21]

« Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere... »

Per Giovanni Raffaele, studioso della storia di Sicilia, il rapporto tra cosa nostra e fascismo nella Sicilia degli anni venti si riassume:[22]

« La conclusione è che nella zona presa di mira da Mori non vi fosse mafia in senso stretto, proprio perché i meccanismi dell'accumulazione, del consenso e del controllo politico seguivano altri canali consolidati, che della mafia - intesa come organizzazione specifica e gerarchicamente strutturata - potevano fare a meno. Dalla ricerca emergono però anche la complicità del fascismo col sistema di mafia e, per certe zone, la forza intatta di un'élite che, per il controllo sociale, di mafia non aveva bisogno. »

Tra i mafiosi indagati dal regime fascista c'erano: il principe Giuseppe Lanza di Scalia, Epifanio Gristina, il barone Vincenzo Ferrara, i baroni Li Destri e Sgadari (per Li Destri e Sgadari si guardi e si legga: Salvatore Lupo: Storia della Mafia dall'unità ad Oggi, Donzelli Editore). Questi ultimi furono processati, ma vennero assolti. Il principe Giuseppe Lanza Branciforte di Scalia che era stato eletto alla Camera nelle liste del PNF nel periodo precedente all'instaurazione della dittatura, alle politiche del 1924, fu in seguito espulso dal partito. Arrigo Petacco nel suo libro Il Prefetto di Ferro dice che il fascismo si occupa dei "pesci piccoli" riportando alla Sicilia i capi mafiosi fascistizzati che avevano subito nulle o lievi pene tramite tramite varie forme giuridiche utilizzate ad hoc.[23] Secondo lo storico Giuseppe Tricoli, Mussolini "ritenne, forse erroneamente, che l'opera di Mori fosse compiuta, e volle evitare una ulteriore militarizzazione della Sicilia che poteva essere vista dalla popolazione come trovarsi in perpetuo stato di guerra" [24].

L'attività di Mori si può dire, in linea di massima, che fu congruente allo sviluppo del regime il quale, se da una parte ambiva ad incarnare un potere equipollente a quello di cosa nostra, dall'altra doveva vincolare l'organizzazione criminale ad un certo "ordine di regime" in modo da trattenere nella propria immagine l'istanza simbolica di "potere superiore", in tal senso Mori fu quindi lo strumento del Mussolini per arrivare a tale obiettivo.[25][26] Circa la collaboraziome di Lucky Luciano all'operazione Husky lo storico Michele Pantaleone sostenne l'esistena di accordi segreti con il boss Calogero Vizzini per il tramite di Luciano al fine di facilitare l'avanzata statunitense, smentito però da altre testimonianze. Lo storico Francesco Renda sostenne che per il coinvolgimento della mafia nello sbarco alleato si trattava di «una favola che ha la forza di un mito».[12]

Tuttavia i vertici di cosa nostra e colsero l'occasione dello sbarco in Sicilia nel luglio 1943 per riacquistare potere ed influenza, poiché in cambio del loro appoggio nello sbarco in Sicilia vennero posti alleati ai vertici delle amministrazioni locali siciliane, come sicuri antifascisti, come accadde in diversi casi ai tempo dell'AMGOT. Al riguardo, lo storico Salvatore Lupo, scrisse:

« La storia di una mafia che aiutò gli angloamericani nello sbarco in Sicilia è soltanto una leggenda priva di qualsiasi riscontro, anzi esistono documenti inglesi e americani sulla preparazione dello sbarco che confutano questa teoria; la potenza militare degli alleati era tale da non avere bisogno di ricorrere a questi mezzi. Uno dei pochi episodi riscontrabili sul piano dei documenti è l’aiuto che Lucky Luciano propose ai servizi segreti della marina americana per far cessare alcuni sabotaggi, da lui stesso commissionati, nel porto di New York; ma tutto ciò ha un valore minimo dal punto di vista storico, e soprattutto non ha alcun nesso con l’operazione ‘Husky’. Lo sbarco in Sicilia non rappresenta nessun legame tra l’esercito americano e la mafia, ma certamente contribuì a rinsaldare i legami e le relazioni affaristiche di Cosa Nostra siciliana con i cugini d’oltreoceano[27] »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giuseppe Tricoli, Mussolini a Palermo nel 1924, ISSPE, Palermo 1993, pagina 12
  2. ^ Arma dei Carabinieri - Home - L'Arma - Ieri - Pagine di Storia - Vista da - Fascicolo 13
  3. ^ da Il "prefetto di ferro" estratto da scritto di Duggan
  4. ^ a b "Cesare Mori" in enciclopedia Treccani.
  5. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C.
  6. ^ http://www.treccani.it/enciclopedia/cesare-mori_%28Dizionario-Biografico%29/
  7. ^ Minicipio di Nola da conteanolana.it
  8. ^ Tutta la Verità sul caso Tresca di Mauro Canali
  9. ^ Ecco chi era Vito Genovese, boss sanguinario e doppiogiochista - Corriere del Mezzogiorno
  10. ^ vedere Tutta la verità sul caso Tresca di Mauro Canali, l'autore e fra quelli accreditati dal SISDE per i suoi lavori che spesso ne riportano stralci sul sito
  11. ^ La mafia agricola - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA.
  12. ^ a b Mafia in Enciclopedia Treccani
  13. ^ [1]
  14. ^ http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/prova.php?&id=&start=240
  15. ^ http://www.famigliacristiana.it/articolo/strage-del-pane.aspx
  16. ^ Nascita e vita del potere democristiano articolo tratto da beppenicolai.org e pubblicato su l’eco della Versilia", nn. 7-8-9 Anno XIX 31 dicembre 1990.
  17. ^ a b da Il "prefetto di ferro"
  18. ^ scritto di Leonardo Sciascia
  19. ^ Matteo di Figlia, Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea, 1979
  20. ^ Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, 1992.
  21. ^ Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Mondadori, 1975.
  22. ^ L'ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni Venti - Franco Angeli edizioni - 1993
  23. ^ da ilduce.net
  24. ^ Il Fascismo in Sicilia negli scritti di Giuseppe Tricoli
  25. ^ approfondire su Mafia e Fascismo L'operazione incompiuta del prefetto Mori a firma di Davide Caracciolo
  26. ^ Il "prefetto di ferro"
  27. ^ LA MAFIA E LO SBARCO ALLEATO IN SICILIA, UNA STORIELLA PERCEPITA PER STORIA - siciliainformazioni.com

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cesare Mori, Tra le zagare oltre la foschia, La Zisa, 1988 (prima ed. 1923)
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Pagano, Napoli, 1993 (prima ed. 1932)
  • Storia Illustrata – anno XVI – n. 173 – aprile 1972 – A. Mondadori Editore)]
  • Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976
  • Salvo Porto, Mafia e fascismo: l'azione del prefetto Mori in Sicilia, Flaccovio, 1977
  • Aristide Spanò, Faccia a faccia con la mafia, Mondadori, 1978
  • Francesco Brancato, La mafia nell'opinione pubblica e nelle inchieste: dall'Unità d'Italia al fascismo, 1986, Pellegrini
  • Giuseppe Tricoli. Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, Palermo, ISSPE, 1987
  • Christopher Duggan La mafia durante il Fascismo 1987, Rubbettino, con Prefazione di Denis Mack Smith
  • Carlo Tresca, L'attentato a Mussolini: ovvero, Il segreto di Pulcinella, New York, editore Alexandria, Va. , Chadwyck-Healey Inc, 1987.
  • Giuseppe Tricoli, Il fascismo e la lotta alla mafia, ISSPE, Palermo, 1988
  • Nicola Tranfaglia, Mafia, politica, affari nell'Italia repubblicana, 1943-91, Laterza, Bari, 1992
  • Giuseppe Tricoli, Mussolini a Palermo nel 1924, ISSPE, Palermo 1993
  • Giovanni Raffaele, L'ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni Venti, FrancoAngeli, Milano, 1993.
  • Gabriella Facondo, Socialismo italiano esule negli USA (1930-1942), 1993, Bastogi
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1994
  • Fiandaca G.-Costantino S., La mafia, le mafie tra detti e nuovi paradigmi, Laterza, Bari, 1994
  • Italia Gualtieri Carlo Tresca: vita e morte di un anarchico italiano in America, 1999 - 71 pag., "Regione Abruzzo, Centro servizi culturali di Sullmona, Circolo cultura & società
  • Ezio Taddei ,Il "caso" Tresca, 2006 ISBN:&nbsp888820798-8
  • Giuseppe Carlo Marino Storia della Mafia Newton & Compton, 2007
  • Matteo Di Figlia, Alfredo Cucco. Storia di un federale. Associazione Mediterranea, Palermo, 2007. ISBN 978-88-902393-4-2
  • Manoela Patti, La mafia alla sbarra. I processi fascisti a Palermo, Istituto Poligrafico Europeo, 2014

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]