Mafia e fascismo

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La lotta alla mafia da parte del regime fascista fu il constrasto tra il regime fascista e la mafia, in particolare Cosa Nostra.

L'attività di contrasto ebbe inizio nel 1924 con l'invio in Sicilia del prefetto Cesare Mori. L'azione condotta dal prefetto si tradusse in un forte contrasto del fenomeno, durante il quale furono incriminati anche potenti gerarchi fascisti. Secondo alcuni autori questi risultati furono condizionati dalle relazioni che vi furono fra mafiosi ed esponenti politici locali che aderirono al fascismo.

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'operato del prefetto Mori[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cesare Mori.
Cesare Mori in camicia nera

Nel maggio 1924, venne in Sicilia il presidente del consiglio Benito Mussolini (ancora non era avvenuto il delitto Matteotti), a Palermo Trapani e Girgenti. Recatosi a Piana dei Greci (oggi Piana degli Albanesi) ebbe modo di "prendere coscienza, col suo sensibile intuito, della nozione di mafia, come costume, come 'morbosità psichica', come autorità di tipo tribale"[1].

Al ritorno dalla visita in Sicilia nel 1924 Mussolini convoca il ministro dell'Interno Luigi Federzoni, che nomina Cesare Mori prefetto di Trapani, che prende servizio il 2 giugno del 1924. Cesare Mori, che era già stato in Sicilia come funzionario di polizia, nel 1922 era stato prefetto di Bologna e si dimostrò inflessibile nell'applicazione della legge, essendo fra i pochissimi rappresentanti degli organi di repressione dello stato che considerassero lo squadrismo fascista al pari del "sovversivismo" di sinistra e quindi da reprimere in egual maniera. Dopo aver bloccato una spedizione punitiva di squadristi fu duramente contestato dal fascismo bolognese, per cui all'ascesa al potere del Fascismo Mori fu dispensato dal servizio attivo.

Mori venne richiamato in servizio e gli fu affidato da Benito Mussolini l'incarico, sia per la sua fama di inflessibilità che per la precedente esperienza nella repressione dei fenomeni criminali in Sicilia. Fu nominato prefetto di Trapani, e vi rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritira subito tutti i permessi d'armi, e nel gennaio 1925 nomina una commissione provinciale che provvede ai nullaosta (resi obbligatori) per il campieraggio e la guardianía, attività tradizionalmente controllate dalla mafia.

Mussolini inviò in Sicilia anche il giudice Luigi Giampietro come procuratore generale della Corte d'Appello di Palermo, per assicurarsi che anche le condanne fossero esemplari.[2]

Dopo l'ottimo lavoro in provincia di Trapani, viene nominato prefetto di Palermo, dove si insedia il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nell'intera isola. Vi rimase fino al 1929. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita e la mafia, colpendo anche bande di briganti e signorotti locali, anche attraverso metodi extralegali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto), con l'esplicito appoggio di Mussolini, otterrà significativi risultati e la sua azione continuerà per tutto il biennio 1926-27. Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime.

I metodi che impiegò furono energici, arrivando perfino a prendere in ostaggio donne e bambini per raggiungere il suo scopo, a tale riguardo scrive lo storico Christopher Duggan nel "Prefetto di ferro".

« L'assedio di Gangi ebbe inizio la notte del 1 gennaio 1926 [...] Nevicava abbondantemente. I banditi erano stati spinti dal freddo a tornare alle loro famiglie, e la polizia sapeva più o meno esattamente dove si trovavano [...] la cittadina era costruita sul fianco di una collina ripida e molte case avevano due ingressi, uno al pianterreno e l'altro al primo piano. Vi erano anche nascondigli abilmente costruiti dietro muri [...]

In queste condizioni, l'operazione ebbe un andamento più lento del previsto. Il primo bandito ad arrendersi fu Gaetano Ferrarello, un uomo alto, anziano, con una lunga barba, molto orgoglio e dotato di una certa nobiltà d'animo [...] scopo dell'azione non era semplicemente la resa dei banditi, ma anche la loro umiliazione: "Volevo dare alle popolazioni la tangibile prova della viltà della malvivenza", scrisse Mori nelle sue memorie. Non si doveva sparare: i banditi dovevano essere privati dell'onore di una resistenza armata [...] (prosegue Mori) ma io avevo un'idea diversa. Dissi ai miei uomini di entrare nelle case dei criminali, dormire nei loro letti, bere il loro vino, mangiare le loro galline, uccidere il loro bestiame e venderne la carne ai contadini della zona a prezzo ridotto". Fu dato ordine di prendere ostaggi [...] sembra che gli obiettivi principali siano stati donne e bambini. Che le donne siano state maltrattate, come affermarono in seguito critici di Mori, non è certo. Sarebbe stato indubbiamente conforme allo spirito, se non alla lettera dell'impresa, perché scopo della cattura di ostaggi era far leva sul senso dell'onore dell'uomo nei confronti della moglie e della famiglia...[3] »

Inscrittosi intanto al Partito Nazionale Fascista,[4] nel 1927 arrestò e fece condannare all'ergastolo Vito Cascio Ferro boss della mafia siciliana e americana, che aveva assassinato Joe Petrosino.

Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. Qualcuno riporta tra le "vittime eccellenti" anche il generale di Corpo d'Armata, ed ex ministro, Antonino Di Giorgio, che avrebbe richiesto sostegno, in un colloquio riservato, a Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale e le dimissioni da deputato nel 1928.[5]

Ci sono varie opinioni sull'operato di Mori. Secondo Denis Mack Smith i suoi metodi brutali potevano aver creato anche malcontento nella popolazione, che spesso sarebbe stata tentata a schierarsi dalla parte dei mafiosi, di fronte a forze di polizia che apparivano quasi come invasori stranieri, senza rispetto delle più elementari regole di legalità. Egli scrisse in proposito:

« Ironicamente, l'operato di Mori potrebbe aver rafforzato proprio quella diffidenza nei confronti dello Stato che, come il governo, era stato così desideroso di vincere »
« Mori era amico dei latifondisti. [...] Dal 1927 gli agrari erano di nuovo al potere, e la Sicilia ne pagò a caro prezzo la riabilitazione; e gli anni trenta furono caratterizzati da abbandono e declino[6] »

Mori col consenso di Benito Mussolini perseguì anche l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia, Alfredo Cucco, membro del Gran Consiglio del Fascismo. Per quanto riguarda Cucco, Leonardo Sciascia scrive:

« Figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Christopher Duggan e Denis Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi[7] »

Nel caso specifico di Cucco lo storico Paolo Pezzino nel suo libro Le mafie ipotizza che la messa fuori gioco di Cucco fu un particolare caso in quanto uomo politico nuovo, avverso agli agrari. Cucco infatti nel 1927 viene addirittura espulso dal PNF e dalla Camera "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia, venendo assolto in appello quattro anni dopo, ma nel frattempo il fascio siciliano è stato decapitato dei suoi elementi radicali.[8]

Non fu risparmiato da Mori neppure l'ex ministro della Guerra del governo Mussolini, il potente generale Antonino Di Giorgio, che nonostante un colloquio riservato col Duce, subì il processo e il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale, fino alle dimissioni da deputato nel 1928. Mori, grazie anche ad una propaganda fascista sulle sue azione, molto ben orchestrata mediaticamente, divenne notissimo e nominato Senatore del Regno nel dicembre 1928. Nel luglio 1929 Mussolini lo rimosse dal suo incarico "per anzianità di servizio".

La vicenda Tresca[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi caso Tresca.

Emblematici del rapporto mafia-fascismo (che poi si intersecherà con l'intervento dei servizi segreti americani nel periodo pre, durante e post seconda guerra mondiale) sono stati la vicenda di Cesare Mori e la protezione data dal regime nel 1935 a Vito Genovese, che si sdebiterà con la costruzione della casa del fascio di Nola e successivamente sempre costui sarà il regista dell'assassinio a New York nel gennaio 1943 di Carlo Tresca[9]. Assassinio che permise il riciclo degli antifascisti dell'ultima ora, come Generoso Pope (precedentemente sostenitore di Mussolini), nella Mazzini Society attiva in America, questa vicenda è riferibile all'aspra lotta intestina nella "Mazzini Society" per ammettere o meno alcuni italiani, presenti in America, ma con passato di netto appoggio al fascismo, nei comitati di fronte unito antifascista nati nel 1943. Nel periodo dell'assassinio di Carlo Tresca, Vito Genovese si trovava in Italia e quindi la ricostruzione delle sue responsabilità è soprattutto di natura storica più che provata dal punto di vista investigativo, nel senso stretto del termine. Genovese pochi mesi dopo, alla fine del 1943 sarà l'interprete ufficiale del capo degli affari civili dell'AMGOT, in Sicilia e a Napoli,il colonnello americano Charles Poletti [10].

Non son mancati comunque sulla vicenda investigazioni e una vasta popolarità in diversi periodi negli USA, ed è ritenuto, con quasi certezza, che il killer fu Carmine Galante poi affiliato alla famiglia di Joseph Bonanno.[11]

I vertici della mafia avevano dovuto piegare il capo sotto la repressione, in particolare le cosche delle Madonie, di Bagheria, Bisacquino, Termini Imerese, Mistretta, Partinico, Piana dei Colli;[4] altre invece erano rimaste in stato di latenza, e colsero l'occasione dello sbarco degli Alleati in Sicilia per rialzare la testa, con gli Statunitensi che spesso li misero ai vertici delle amministrazioni locali siciliane, come sicuri antifascisti.

Lo sbarco alleato in Sicilia e l'immediato dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Operazione Husky.

Dopo lo sbarco, l'AMGOT, il governo militare alleato dei territori occupati, in particolare il capo degli affari civili, l'ex governatore di New York Charles Poletti, era alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali fasciste e decise di privilegiare alcuni gabellotti e campieri mafiosi, che si presentavano come vittime della repressione fascista[12]. Tutto ciò era inserito in un momento di scontri sociali e rivendicazioni da parte degli strati meno abbienti della popolazione siciliana, che portarono ad un gran numero di caduti in piazza. I morti fra i manifestanti in questo periodo furono circa 80, a fronte di due appartenenti agli organi di polizia dello stato, con un rapporto di circa 40 ad 1; i feriti, più o meno gravi, fra i manifestanti furono centinaia.

Già il 18 agosto 1943 il capo dell'AMGOT in Sicilia, il generale inglese Francis Rennell Rodd in un rapporto ai superiori si lamentava della recrudescenza del fenomeno mafioso nell'isola,[13] lamentandosi anche del disarmo dei Reali Carabinieri: "la popolazione rurale ne ha tratto la conclusione che i carabinieri e il fascismo, i due grandi nemici della mafia, sarebbero scomparsi in fretta" .[14]

Nel 1951 la Commissione d'inchiesta statunitense sul crimine organizzato presieduta dal senatore Estes Kefauver indagò pure sulla collaborazione del gangster italoamericano Lucky Luciano con il Naval Intelligence Service, giungendo a queste conclusioni:

« Durante la seconda guerra mondiale si fece molto rumore intorno a certi preziosi servigi che Luciano, a quel tempo in carcere, avrebbe reso alle autorità militari in relazione a piani per l'invasione della sua nativa Sicilia. Secondo Moses Polakoff, avvocato difensore di Meyer Lansky, la Naval Intelligence aveva richiesto l'aiuto di Luciano, chiedendo a Polakoff di fare da intermediario. Polakoff, il quale aveva difeso Luciano quando questi venne condannato, disse di essersi allora rivolto a Meyer Lansky, antico compagno di Luciano; vennero combinati quindici o venti incontri, durante i quali Luciano fornì certe informazioni[15] »

Infatti la commissione Kefauver accertò che nel 1942 Luciano offrì il suo aiuto al Naval Intelligence per indagare sul sabotaggio di diverse navi nel porto di Manhattan, tra cui la SS Normandie, un transatlantico francese che prese fuoco e affondò nelle acque dello Hudson, di cui furono sospettate alcune spie naziste infiltrate tra i portuali; in cambio della sua collaborazione, Luciano venne trasferito nel carcere di Sing Sing, dove venne interrogato dagli agenti del Naval Intelligence e si offrì anche di recarsi in Sicilia per prendere contatti in vista dello sbarco, progetto comunque non andato in porto[12][16].

È quasi certo che la collaborazione di Luciano con il governo statunitense sia finita qui, anche se lo storico Michele Pantaleone sostenne di oscuri accordi con il boss mafioso Calogero Vizzini per il tramite di Luciano al fine di facilitare l'avanzata americana, smentito però da altre testimonianze. Lo storico Francesco Renda sostenne che per il coinvolgimento della mafia nello sbarco alleato si trattava di «una favola che ha la forza di un mito»[12]. Un altro storico, Salvatore Lupo, scrisse:

« La storia di una mafia che aiutò gli angloamericani nello sbarco in Sicilia è soltanto una leggenda priva di qualsiasi riscontro, anzi esistono documenti inglesi e americani sulla preparazione dello sbarco che confutano questa teoria; la potenza militare degli alleati era tale da non avere bisogno di ricorrere a questi mezzi. Uno dei pochi episodi riscontrabili sul piano dei documenti è l’aiuto che Lucky Luciano propose ai servizi segreti della marina americana per far cessare alcuni sabotaggi, da lui stesso commissionati, nel porto di New York; ma tutto ciò ha un valore minimo dal punto di vista storico, e soprattutto non ha alcun nesso con l’operazione ‘Husky’. Lo sbarco in Sicilia non rappresenta nessun legame tra l’esercito americano e la mafia, ma certamente contribuì a rinsaldare i legami e le relazioni affaristiche di Cosa Nostra siciliana con i cugini d’oltreoceano[17] »

Il dibattito storico[modifica | modifica sorgente]

Pentiti mafiosi hanno riconosciuto il grave stato di difficoltà nella mafia dopo quegli anni.[18] Mori non si occupò solo degli strati più bassi della mafia, ma anche delle sue connessioni con la politica, portando lo stesso Mussolini a sciogliere il Fascio di Palermo ed espellere il leader siciliano Cucco – che pure era membro del Gran Consiglio del Fascismo – dal PNF. Dopo il congedo di Mori, secondo Petacco, vi fu una recrudescenza del fenomeno mafioso in Sicilia. Come scrisse nel 1931 un avvocato siciliano in una lettera indirizzata a Mori[19]:

« Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere... »

Alfredo Cucco rientra nel partito solo nel 1937 e nel 1938 è tra i firmatari del Manifesto della razza. Nell'aprile del 1943 Mussolini lo nomina vice segretario nazionale del PNF e quindi aderisce alla Repubblica Sociale Italiana dove diviene Sottosegretario alla Cultura popolare. Alla fine della guerra, nonostante tali precedenti, sarà prosciolto da ogni accusa e diverrà un deputato del MSI.

« Il Fascismo non unì alla lotta sul piano militare alcun intervento di tipo sociale, facendo anzi dei passi indietro, soprattutto nelle campagne, riaffidando quasi interamente il potere ai latifondisti »
("Introduzione" a Christopher Duggan, pag. IX[6])

Per Giovanni Raffaele, studioso della storia di Sicilia, che ha scritto L'ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni Venti si riassume[20]:

« La conclusione è che nella zona presa di mira da Mori non vi fosse mafia in senso stretto, proprio perché i meccanismi dell'accumulazione, del consenso e del controllo politico seguivano altri canali consolidati, che della mafia - intesa come organizzazione specifica e gerarchicamente strutturata - potevano fare a meno. Dalla ricerca emergono però anche la complicità del fascismo col sistema di mafia e, per certe zone, la forza intatta di un'élite che, per il controllo sociale, di mafia non aveva bisogno. »

Tra i mafiosi indagati dal regime fascista c'erano: il principe Giuseppe Lanza di Scalia, Epifanio Gristina, il barone Vincenzo Ferrara, i baroni Li Destri e Sgadari.(Per Li Destri e Sgadari si guardi e si legga: Salvatore Lupo: Storia della Mafia dall'unità ad Oggi,Donzelli, Editore.) Questi ultimi furono processati, ma vennero assolti. Il principe Giuseppe Lanza Branciforte di Scalia che era stato eletto alla Camera nelle liste del PNF nel periodo precedente all'instaurazione della dittatura, alle politiche del 1924, fu in seguito espulso dal partito.

Arrigo Petacco nel suo libro Il Prefetto di Ferro dice che il fascismo si occupa dei "pesci piccoli" riportando alla Sicilia i capi mafiosi fascistizzati che avevano subito nulle o lievi pene tramite tramite varie forme giuridiche utilizzate ad hoc.[21]

Secondo lo storico Giuseppe Tricoli, Mussolini "ritenne, forse erroneamente, che l'opera di Mori fosse compiuta, e volle evitare una ulteriore militarizzazione della Sicilia che poteva essere vista dalla popolazione come trovarsi in perpetuo stato di guerra" [22].

I vertici della mafia avevano piegato il capo sotto la repressione fascista, e colsero l'occasione dello sbarco degli Alleati in Sicilia nel luglio 1943 per rialzare la testa, con gli Statunitensi che spesso li misero ai vertici delle amministrazioni locali siciliane, come sicuri antifascisti.

L'attività di Mori si può dire, in linea di massima, che fu congruente allo sviluppo del regime il quale, se da una parte ambiva ad incarnare un potere equipollente a quello della mafia, dall'altra doveva vincolare la mafia ad un certo "ordine di regime" in modo da trattenere nella propria immagine l'istanza simbolica di "potere superiore". Mori fu lo strumento del Mussolini per arrivare a tale obiettivo.[23][24]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giuseppe Tricoli, Mussolini a Palermo nel 1924, ISSPE, Palermo 1993, pagina 12
  2. ^ Arma dei Carabinieri - Home - L'Arma - Ieri - Pagine di Storia - Vista da - Fascicolo 13
  3. ^ da Il "prefetto di ferro" estratto da scritto di Duggan
  4. ^ a b "Cesare Mori" in enciclopedia Treccani.
  5. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C.
  6. ^ a b da Il "prefetto di ferro"
  7. ^ scritto di Leonardo Sciascia
  8. ^ Matteo di Figlia, Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea, 1979
  9. ^ Tutta la Verità sul caso Tresca di Mauro Canali
  10. ^ Ecco chi era Vito Genovese, boss sanguinario e doppiogiochista - Corriere del Mezzogiorno
  11. ^ vedere Tutta la verità sul caso Tresca di Mauro Canali, l'autore e fra quelli accreditati dal SISDE per i suoi lavori che spesso ne riportano stralci sul sito
  12. ^ a b c Mafia in Enciclopedia Treccani
  13. ^ [1]
  14. ^ http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/prova.php?&id=&start=240
  15. ^ La genesi della mafia - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA.
  16. ^ Sicilia: gli Usa, lo sbarco e Lucky Luciano - Antimafiaduemila.com
  17. ^ LA MAFIA E LO SBARCO ALLEATO IN SICILIA, UNA STORIELLA PERCEPITA PER STORIA - siciliainformazioni.com
  18. ^ Pino Arlacchi, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, 1992.
  19. ^ Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Mondadori, 1975.
  20. ^ scheda Libro
  21. ^ da ilduce.net
  22. ^ Il Fascismo in Sicilia negli scritti di Giuseppe Tricoli
  23. ^ approfondire su Mafia e Fascismo L'operazione incompiuta del prefetto Mori a firma di Davide Caracciolo
  24. ^ Il "prefetto di ferro"

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1976
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Pagano, Napoli, 1993
  • Cesare Mori, Tra le zagare oltre la foschia, La Zisa, 1988
  • Aristide Spanò, Faccia a faccia con la mafia, Mondadori, 1978
  • Salvo Porto, Mafia e fascismo: l'azione del prefetto Mori in Sicilia, Flaccovio, 1977
  • Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1994
  • Francesco Brancato, La mafia nell'opinione pubblica e nelle inchieste: dall'Unità d'Italia al fascismo, 1986, Pellegrini
  • Monte S. Finkelstein Separatism, the Allies and the Mafia: The Struggle for Sicilian Independence 1943-1948 (Separatismo, gli alleati e la mafia: La lotta per indipendenza siciliana 1943-1948), Lehigh Univ Pr
  • Giovanni Raffaele, L'ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni Venti, FrancoAngeli, Milano, 1993.
  • Christopher Duggan La mafia durante il Fascismo 1987, Rubbettino, con Prefazione di Denis Mack Smith
  • Giuseppe Carlo Marino Storia della Mafia Newton & Compton, 2007
  • Giuseppe Tricoli, Il fascismo e la lotta alla mafia, ISSPE, Palermo, 1988
  • Giuseppe Tricoli, Mussolini a Palermo nel 1924, ISSPE, Palermo 1993
  • Matteo Di Figlia, Alfredo Cucco. Storia di un federale. Associazione Mediterranea, Palermo, 2007. ISBN 978-88-902393-4-2
  • Ezio Taddei ,Il "caso" Tresca 2006 ISBN:&nbsp888820798-8
  • Italia Gualtieri Carlo Tresca: vita e morte di un anarchico italiano in America 1999 - 71 pag., "Regione Abruzzo, Centro servizi culturali di Sullmona, Circolo cultura & società. Giornata della memoria, 20 maggio 1994"
  • Carlo Tresca, L'attentato a Mussolini: ovvero, Il segreto di Pulcinella, New York, editore Alexandria, Va. , Chadwyck-Healey Inc, 1987.
  • Gabriella Facondo, Socialismo italiano esule negli USA (1930-1942), Federazione italiana delle associazioni partigiane, 1993, Bastogi
  • Fiandaca G.-Costantino S., La mafia, le mafie tra detti e nuovi paradigmi, Laterza, Bari, 1994
  • Paolo Pezzino, Mafia, Stato e società nella Sicilia contemporanea: secoli XIX e XX
  • Nicola Tranfaglia, Mafia, politica, affari nell'Italia repubblicana, 1943-91, Laterza, Bari, 1992
  • Giuseppe Tricoli. Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, Palermo, ISSPE, 1987

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]