Marcia dei quarantamila

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I Quarantamila in marcia in via Roma a Torino.

La marcia dei quarantamila o dei quarantamila quadri FIAT fu una manifestazione che si tenne a Torino il 14 ottobre 1980[1].

Migliaia di impiegati e quadri della FIAT sfilarono per le strade del capoluogo piemontese in segno di protesta contro i picchettaggi che impedivano loro, da 35 giorni, di entrare in fabbrica. La manifestazione ebbe come effetto diretto quello di spingere il sindacato a chiudere la vertenza con un accordo favorevole alla FIAT. Viene convenzionalmente indicata come l'inizio di un radicale cambio di relazioni tra grande azienda e sindacato nel Paese.

In retrospettiva la Marcia è vista come l'inizio della frattura dell'unità tra i salariati del ceto medio (i cosiddetti «colletti bianchi») e quelli della catena di montaggio (o «colletti blu»)[2].

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

L'8 maggio 1980, due giorni dopo l'insediamento di Vittorio Merloni alla guida di Confindustria, la FIAT, in crisi, propose la cassa integrazione per 78.000 operai per 8 giorni[3][4].

Il 31 luglio Umberto Agnelli si dimise da co-amministratore delegato dell'azienda, lasciando il solo Cesare Romiti nella carica[5].

Quest'ultimo era il capofila in azienda della linea dura antisindacale, già messa in mostra nell'estate dell'anno precedente e culminata il 9 ottobre 1979 con la sospensione di 61 operai, imputando loro «danni materiali e morali» all'azienda[6]: tutti gli operai erano sospettati di contiguità con il terrorismo e accusati – in gran parte senza alcun fondamento, dal momento che solo quattro condanne furono irrogate in generale nei confronti di detti lavoratori – di violenze in fabbrica[7][8][9][10].

Si trattò di un significativo gesto di decisionismo recuperato. Successivamente si verificò una schiarita nei rapporti tra governo e sindacati, e tra sindacati e vertice aziendale[6].

Gli avvenimenti[modifica | modifica wikitesto]

Il 5 settembre 1980 si registrò un nuovo capitolo della crisi tra azienda e sindacato quando la FIAT preannunciò la messa in cassa integrazione di 24.000 dipendenti – 22.000 dei quali operai – per 18 mesi[11].

Gianni Agnelli con l'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Alle loro spalle Cesare Romiti.

Dopo quasi una settimana di difficili trattative[12] l'azienda annunciò l'11 successivo 14.469 licenziamenti[13].

Il consiglio di fabbrica, in risposta alla decisione aziendale, proclamò lo sciopero con decorrenza immediata, cui fece seguito il blocco dei cancelli di Mirafiori e il picchettaggio degli accessi.

I sindacalisti comunisti (e il PCI in prima persona) cercavano di riaffermare la propria egemonia nelle fabbriche e impedire una «restaurazione» già in atto, e che era la conseguenza a tante abdicazioni degli anni settanta, in campo padronale. Molti luoghi di lavoro erano diventati inaccessibili ai dirigenti delle aziende, e invivibili per i «quadri» intermedi, poiché tra gli operai erano presenti (anche se in minoranza) veri e propri professionisti dell'agitazione selvaggia: spesso si trattava di giovani che consideravano il lavoro un'imposizione e la disciplina repressione, accomunavano i capi azienda al pari dei Kapò nazisti, erano facili all'insulto e anche a menar le mani[6].

L'apice della protesta fu la mattina del 26 settembre quando Enrico Berlinguer, a Torino per un comizio che avrebbe dovuto tenere quella sera in piazza San Carlo, espresse agli scioperanti il pieno appoggio del PCI e l'impegno a costringere il governo, in sede istituzionale, a dichiarare quale fosse la sua posizione sulla vicenda[14], lasciando anche presupporre sostegno politico nel caso in cui il consiglio di fabbrica avesse deciso l'occupazione dei luoghi di produzione[3]. Berlinguer fu accolto con entusiastiche dimostrazioni d'affetto, e quando gli chiesero che cosa avrebbe fatto se gli operai avessero occupato la FIAT, rispose: «Se si dovrà giungere a questo per responsabilità della FIAT e del governo, i comunisti faranno la loro parte»[6]. Gianni Agnelli replicò che Berlinguer aveva rafforzato le diffidenze di chi «ha poca fiducia nelle possibilità del PCI di convivere in una società democratica», mentre Flaminio Piccoli bollò la «vocazione dei comunisti alla dittatura del proletariato»[6]. La minaccia di Berlinguer fece scalpore, a causa del suo carattere cauto: il leader comunista si lamentò per quelle che definiva le inesattezze e le faziosità delle cronache giornalistiche, e per reazioni che criticava come reazionarie e autoritarie[6].

Il giorno seguente, a seguito della caduta del governo Cossiga II e la mancanza di un interlocutore istituzionale, la FIAT sospese le procedure di licenziamento[15] e si accordò con i sindacati confederali per la messa in cassa integrazione di 24.000 dipendenti e l'uscita dal lavoro di quelli più anziani tramite prepensionamenti[15].

Enrico Berlinguer, segretario del PCI nel 1980.

Il 30 settembre la FIAT consegnò gli avvisi di messa in cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al 31 dicembre successivo a 22.884 operai sparsi per tutte le fabbriche del Paese[3]: i sindacati di categoria contestarono il fatto che i procedimenti di allontanamento e cassa integrazione fossero stati mirati in gran parte ai delegati dei consigli di fabbrica e minacciarono lo sciopero generale[3], mentre alcuni rappresentanti istituzionali degli enti locali chiesero alla FIAT di recedere dalla sua decisione[3]. Durante il picchettaggio a Mirafiori un caporeparto, Vincenzo Bonsignore, di 48 anni, nel tentativo di forzare il blocco fu colpito da infarto e morì sul posto[16].

Il 14 ottobre, 35º giorno consecutivo di mobilitazione, un gruppo di quadri e impiegati della FIAT informalmente guidato dal caporeparto Luigi Arisio si riunì al Teatro Nuovo in assemblea e, successivamente, decise di sfilare per le vie cittadine innalzando cartelli riportanti slogan quali, tra l'altro, «Il lavoro si difende lavorando» e «Vogliamo la trattativa, non la morte della Fiat»[17]. Al gruppo si aggregarono molte altre persone durante il cammino[16][17], chiedendo che il lavoro riprendesse normalmente e che finissero le intimidazioni e le prevaricazioni degli estremisti[6]. Non fu mai chiarita con precisione la portata numerica della manifestazione, definita senza mezzi termini «antisindacale» dall'Unità[18]: secondo lo stesso Arisio i manifestanti sarebbero stati al massimo trentamila[16] (per la Questura e la sinistra non più di 12.000)[3] ma, avendo l'allora segretario della CGIL Luciano Lama parlato di «quarantamila» contromanifestanti, la FIAT e gli organizzatori della marcia trovarono conveniente non contestare la veridicità di un numero che veniva dalla controparte[16] e che successivamente passò nel linguaggio giornalistico dando origine alla definizione di «marcia dei quarantamila».

Lo stabilimento Fiat Mirafiori nel 2007.

Al di là del numero di manifestanti, tuttavia, la marcia fu il segnale della resa sindacale[6] ed ebbe l'effetto di imprimere un'imprevista svolta nelle trattative, con i sindacati confederali che giunsero tre giorni più tardi a un compromesso[19] con cui la FIAT ritirò i licenziamenti ma mantenne la cassa integrazione a zero ore per i 22.000 operai[6][17].

La linea dura tenuta dall'amministratore delegato Cesare Romiti, altresì, rinforzò la posizione dell'alto dirigente al vertice del gruppo[10]. La sconfitta era stata grave per il sindacato e gravissima per Berlinguer, che l'aveva scavalcato a sinistra esponendo direttamente se stesso e il partito alla controffensiva dei «quarantamila»[6].

Lo storico Nicola Tranfaglia, a quasi trent'anni dall'evento, nel sottolineare sia gli errori strategici del sindacato che dello stesso PCI nella gestione della lotta, contestò tuttavia la tesi dell'ineluttabilità dei licenziamenti di massa, giustificati da Cesare Romiti come unica misura contro il fallimento aziendale[20], in quanto nonostante il ricorso all'uscita dei dipendenti (sia tramite licenziamento che cassa integrazione), per il risanamento la FIAT ricorse al sostegno delle banche che a seguire le imposero il ridimensionamento e la sostanziale trasformazione societaria[20].

Nel 1983 Arisio, su invito di Giovanni Spadolini[16], si candidò alla Camera nella IX legislatura per il PRI, raccogliendo 14.000 preferenze ottenute anche grazie all'appoggio di Susanna Agnelli[21], venendo eletto: si ricandidò nel 1987, ma non raggiunse un numero sufficiente di preferenze e non fu rieletto[22].

Per tutto il decennio a seguire non vi furono più a Torino manifestazioni sindacali di portata paragonabile a quelle avvenute nell'autunno del 1980. La prima grande rivendicazione di massa fu il 2 febbraio 1994, quando tra le trenta e le sessantamila persone fra operai, quadri, studenti e cittadini comuni, manifestarono contro la decisione della FIAT di promuovere una nuova ondata di migliaia di licenziamenti, tra cui 3.800 impiegati, parecchi dei quali, singolarmente, figuravano al fianco dell'azienda più di tredici anni prima nelle file dei Quarantamila[23][24][25][26].

Tra i cassintegrati delle società del gruppo FIAT figuravano anche i due figli di Arisio, uno dei quali dipendente in Fiat Powertrain e l'altro in Comau[2].

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Alla marcia dei quarantamila e agli eventi sociali che caratterizzarono il periodo in cui essa si verificò sono ispirate diverse opere, tra cui figurano il film del 2008 Signorina Effe, diretto da Wilma Labate[20], e l'episodio L'ingegnere della miniserie televisiva Gli anni spezzati del 2014.

Pubblicazioni sull'argomento[modifica | modifica wikitesto]

  • Luigi Arisio, Vita da capi. L'altra faccia di una grande fabbrica, Milano, Etas, 1990, ISBN 88-453-0411-6.
  • Alberto Baldissera, La svolta dei quarantamila. Dai quadri Fiat ai Cobas, Milano, Edizioni di Comunità, 1988, ISBN 88-245-0406-X.
  • Alfano Bonaventura, Confronto al lingotto. I 35 giorni alla FIAT 15 anni dopo. Atti della Tavola rotonda, Roma, Meta, 1996, ISBN 88-86541-01-5.
  • Gian Mario Bravo (a cura di), I cassintegrati FIAT. Gli uomini, la storia, gli ambienti, le fonti documentarie, Torino, Tirrenia-Stampatori, 1989, ISBN 88-7763-191-0.
  • Coordinamento cassintegrati Torino (a cura di), L'altra faccia della FIAT. I protagonisti raccontano, Roma, erre emme, 1990, ISBN 88-85378-17-X.
  • Tommaso Giglio, La classe operaia va all’inferno. I quarantamila di Torino, Milano, Sperling & Kupfer, 1981, ISBN 88-200-0171-3.
  • Piero Perotti e Marco Revelli, FIAT autunno 80. Per non dimenticare. Immagini e documenti di una lotta operaia, in Quaderni del Cric, Torino, Centro di ricerca e iniziativa comunista, 1986.
  • Gabriele Polo e Claudio Sabattini, Restaurazione italiana. FIAT, la sconfitta operaia dell’autunno 1980. Alle origini della controrivoluzione liberista, Roma, Manifesto libri, 2000, ISBN 88-7285-220-X.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Salvatore Tropea, Il giorno dei quarantamila, in la Repubblica, 14 ottobre 1990. URL consultato il 14 giugno 2008.
  2. ^ a b Giorgio Dell'Arti, Luigi Arisio, in Catalogo dei viventi, Cinquantamila giorni, 22 settembre 2013. URL consultato il 21 aprile 2015.
  3. ^ a b c d e f 37 giorni.
  4. ^ Michele Costa, Grave misura Fiat: cassa integrazione per 78 mila (PDF), in l'Unità, 9 maggio 1980, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  5. ^ Michele Costa, Clamorosa crisi al vertice Fiat (PDF), in l'Unità, 1º agosto 1980, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  6. ^ a b c d e f g h i j Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  7. ^ Baral, pp. 18-19.
  8. ^ Salvatore Tropea, E l'esercito di Romiti marciò sul sindacato, in la Repubblica, 12 luglio 1989. URL consultato il 30 agosto 2009.
  9. ^ Massimo Cavallini, 61 licenziamenti alla Fiat con un'oscura motivazione, in l'Unità, 10 ottobre 1979, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  10. ^ a b Nicola Borzi, Romiti, un ingombrante "primo ministro", in Il Sole 24 ORE. URL consultato il 30 agosto 2009.
  11. ^ Bruno Ugolini, Cassa integrazione per 22 mila operai della FIAT (PDF), in l'Unità, 6 settembre 1980, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  12. ^ La FIAT sceglie la linea dura (PDF), in l'Unità, 11 settembre 1980, p. 1. URL consultato il 16 dicembre 2015 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  13. ^ Partono 14 mila licenziamenti (PDF), in l'Unità, 12 settembre 1980, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  14. ^ Bruno Ugolini, Berlinguer fra gli operai Fiat (PDF), in l'Unità, 27 settembre 1980. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  15. ^ a b Sospesi i licenziamenti Fiat. È un primo grande successo (PDF), in l'Unità, 28 settembre 1980. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  16. ^ a b c d e Stefano Lorenzetto, Arisio: "Sono pronto a replicare la marcia dei 40mila alla Fiat di Pomigliano", 4 luglio 2010. URL consultato il 12 febbraio 2014.
  17. ^ a b c Quei 40 mila che cambiarono l'Italia, in il Foglio, 14 ottobre 2015. URL consultato il 29 ottobre 2015 (archiviato dall'url originale il 29 ottobre 2015).
  18. ^ Marcello Villari, Fiat: ore decisive. Stretta per le trattative (PDF), in l'Unità, 15 ottobre 1980, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  19. ^ Marcello Villari, Fiat: firmato l'accordo al ministero del Lavoro fra sindacati e azienda (PDF), in l'Unità, 18 ottobre 1980, p. 1. URL consultato il 30 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).
  20. ^ a b c Nicola Tranfaglia, La signorina effe, su nicolatranfaglia.com, 15 gennaio 2008. URL consultato il 1º settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 10 ottobre 2010).
  21. ^ Enrico Caiano, «Mi domandò: "Ma eravate davvero quarantamila?"», in Corriere della Sera, 26 gennaio 2003, p. 6. URL consultato il 1º settembre 2009 (archiviato dall'url originale il ).
  22. ^ Salvatore Tropea, La disfatta di Pli e Psdi, in la Repubblica, 17 giugno 1987. URL consultato il 17 dicembre 2015.
  23. ^ Riccardo de Gennaro, Torino, cinquantamila "no" alla Fiat, in la Repubblica, 3 febbraio 1994. URL consultato il 1º settembre 2009.
  24. ^ Un braccio di ferro lungo 5 mesi, in la Repubblica, 21 febbraio 1994. URL consultato il 1º settembre 2009.
  25. ^ Michele Costa, «Io, l'inutile colletto bianco» (PDF), in l'Unità, 3 febbraio 1994, p. 19. URL consultato il 4 settembre 2009 (archiviato dall'url originale il 15 dicembre 2015).
  26. ^ Giampaolo Cerri, Ho superato la Fiat. Come vivere senza Mirafiori, in Vita, 29 maggio 2002. URL consultato il 16 dicembre 2015 (archiviato dall'url originale il 16 dicembre 2015).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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