Cesare Romiti

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Cesare Romiti, in secondo piano, durante un incontro tra Gianni Agnelli e Ciriaco De Mita negli anni settanta

Cesare Romiti (Roma, 24 giugno 1923) è un dirigente d'azienda e imprenditore italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di un impiegato delle Poste, secondo di tre fratelli, si diploma ragioniere, si laurea a pieni voti in scienze economiche e commerciali studiando di notte e lavorando di giorno per mettere insieme qualche soldo dopo la morte del padre avvenuta a soli 47 anni.[1] Nel 1947 lavora per il Gruppo Bombrini Parodi Delfino, azienda di Colleferro, di cui assumerà la carica di direttore finanziario affiancando Mario Schimberni, suo ex compagno di classe,[2] che si occupa invece di amministrazione e controllo di gestione. Nel 1968, sempre a Colleferro, ricopre la carica di direttore generale nella Snia Viscosa dopo la fusione con la sua ex azienda. E proprio per seguire da vicino questa fusione, frequenta a Milano gli uffici di Mediobanca facendo una buona impressione ad Enrico Cuccia. Due anni più tardi l'IRI lo nomina direttore generale prima e amministratore delegato poi della compagnia aerea Alitalia. Lavora per un breve periodo (1973) alla Italstat, azienda che lascia per approdare, sponsorizzato da Cuccia, al gruppo Fiat nell'ottobre del 1974, quindi nel periodo della crisi petrolifera.[3] Nel 1976 diventa amministratore delegato in un triumvirato con Umberto Agnelli (lo stesso anno eletto senatore della DC in un collegio romano) e Carlo De Benedetti (resta alla Fiat solo tre mesi). Nella casa automobilistica ottiene i pieni poteri nel 1980 quando i due fratelli Agnelli, Gianni e Umberto, sono convinti da Mediobanca a passare la mano per evitare il peggio[4] e ricopre anche il ruolo di presidente (1996-1998) succedendo a Gianni Agnelli. Per quasi un quarto di secolo è stato uno dei maggiori rappresentanti dei cosiddetti "poteri forti". Ammetterà: "In Fiat ho avuto praticamente carta bianca per venticinque anni".[5]

Nel 1998, anno della sua uscita dalla Fiat, percepì una buonuscita di circa 105 miliardi di vecchie lire per i suoi 25 anni di attività, più 99 miliardi di lire per il patto di non concorrenza. Pari, in totale, a 101,5 milioni di euro.[6]

Gli anni alla Fiat[modifica | modifica wikitesto]

Per Romiti il primo problema è quello di assicurare liquidità alla casa automobilistica. Ed è personalmente coinvolto nell'operazione suggerita da Mediobanca che vede la Lybian Bank acquisire il 10% della Fiat, investendo circa 360 miliardi di lire e pagando le azioni ad un prezzo quadruplo rispetto alle quotazioni di Borsa. Per Gheddafi, scopre Gianni Agnelli incontrandolo a Mosca, si tratta di un puro investimento finanziario ma quei soldi libici, osserverà Romiti, "sono serviti molto".[7] Quindi concentra i suoi sforzi, in un periodo in cui in azienda c'è molta confusione e sono in molti a chiedersi se l'auto abbia un futuro,[8] le Brigate Rosse colpiscono anche dirigenti e capiofficina del gruppo, il sindacato è molto forte (nel 1975 Gianni Agnelli ha firmato in poche ore come presidente della Confindustria l'accordo sulla scala mobile accettando senza nemmeno discuterlo il massimo richiesto dal sindacato, cioè il punto unico di contingenza per tutte le categorie), nel riorganizzare la holding del gruppo: solo nel 1980 sarà pronto il primo bilancio consolidato.[9]

Nel luglio 1980 Umberto Agnelli lascia gli incarichi operativi dopo avere rilasciato un'intervista a la Repubblica in cui chiede provocatoriamente la svalutazione della lira e la possibilità di operare come operano i concorrenti, cioè licenziando. Molte le polemiche. È Enrico Cuccia a chiedere il suo passo indietro sostenendo che le banche sono molto preoccupate per i debiti del gruppo[10] e chiedono interventi urgenti: Umberto si limiti quindi a fare l'azionista. E la stessa cosa chiede a Gianni Agnelli. Così, in questa netta separazione tra azionisti e management, Romiti, che ha la piena fiducia di Cuccia, diventa amministratore delegato unico del gruppo. E affronta con decisione il nodo dei costi annunciando il licenziamento di 14 mila dipendenti. Lo scontro con il sindacato è forte, Mirafiori è bloccata dai sindacati per oltre un mese, Enrico Berlinguer assicura il sostegno del Pci nel caso di occupazione della Fiat ma tutto si risolve con la marcia per le vie di Torino di quarantamila persone, molte sono quadri Fiat, che esprimono il loro malessere[11] e chiedono di poter lavorare. Alla fine la pace torna in fabbrica. Romiti dirà: "Nei primi anni ottanta il silenzio del sindacato colpiva".[12] Il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta segnalerà a Romiti come la svolta alla Fiat sia "l'unico fatto politico vero degli ultimi dieci anni: ha cambiato tutto il sistema delle relazioni industriali, ha messo ko il sindacato, ha ribaltato i rapporti tra classe politica e quella imprenditoriale".[13]

La Fiat riprende a fare gli utili, lancia nuovi prodotti, sestuplica in fabbrica il numero dei robot, chiude nel 1982 il Lingotto, aumenta gli investimenti, riduce il numero dei dipendenti (dai 320 mila nel 1980 ai 225 mila di sei anni più tardi), compra Il Corriere della Sera e la Rizzoli, l'Alfa Romeo, la Snia Bpd, la Toro assicurazioni, entra con la Gemina nella Montedison presieduta da Schimberni, si libera anche della presenza di Gheddafi e dei libici: ottengono (se ne occupano Romiti e Gianluigi Gabetti) sei volte di più l'investimento effettuato dieci anni prima. Gianni Agnelli parlerà di "meravigliosi anni ottanta", i giornali di "strapotere Fiat", in un'intervista Bettino Craxi annovererà Romiti tra i "proconsoli energumeni" degli imperi industriali,[14] Luciano Lama lo definirà "un estremista dell'impresa".[15] Nel 1987 la Fiat ha un fatturato proiettato verso i 40 mila miliardi di lire, cosa che fa dell'azienda torinese il secondo gruppo italiano dietro all'Iri. Il merito è di Romiti e di Vittorio Ghidella, il responsabile del settore auto, quello che azzecca una vettura dietro l'altra, dalla Uno alla Thema, dalla Y10 alla Croma. Il 1989, con utili netti di ben 3300 miliardi di lire provenienti per l'85% dal settore auto, rappresenta il capolinea di quegli anni di forte sviluppo. Poi scoppia la guerra del Golfo e le vendite di auto calano, nel 1990 il marchio Fiat scende in Italia sotto il 40% e scivola al 10% in Europa. Gianni Agnelli pronuncia una frase diventata famosa: "La festa è finita".

Scontri per il potere[modifica | modifica wikitesto]

Grintoso, aggressivo,[16] intelligente[17] tenace, ambizioso con il sogno di diventare il nuovo Valletta, estroverso, passionale, capace di mettere qualche bastone tra i piedi di Craxi e di Ciriaco De Mita parlando di "regurgiti anticapitalisti", galante e grande frequentatore dei salotti romani[18] con un certo spirito di emulazione nei confronti di Gianni Agnelli,[19] Romiti ha avuto all'interno della Fiat vari scontri per il potere nel suo lungo periodo trascorso a Torino. Il più importante è quello con Vittorio Ghidella, il genio del prodotto. I due hanno strategie diverse sul futuro della Fiat: Romiti è dell'idea che l'azienda non debba essere solo auto ma debba diversificarsi anche in altri settori, dalle telecomunicazioni all'aerospaziale, dando così vita ad una conglomerata con una guida accentrata in una holding. Ghidella, per quanto non contrario alla diversificazione, pensa che l'auto debba avere le maggiori risorse. Nel dicembre 1987 Gianni Agnelli annuncia a Marentino, davanti a circa 200 top manager Fiat, che tra breve lascierà il suo ruolo al fratello Umberto e Romiti farà altrettanto con Ghidella. Umberto resta invece in panchina grazie alle pressioni di Cuccia che non ha in lui grande fiducia e sei mesi dopo Ghidella viene mandato via con una liquidazione d'oro.[20] Nell'arco di due anni saranno eliminati dall'azienda circa trecento dirigenti tecnici con timbro ghidelliano, sono proprio quelli che sanno fare l'auto. Marco Vitale, economista d'impresa, parlerà di una "profonda svolta nella cultura della Fiat".[21]

Anche i rapporti con Umberto Agnelli, che ha appoggiato Ghidella, non sono buoni. In panchina alla Fiat sin dal 1980 ma molto attivo a livello dell'Ifil, la finanziaria di famiglia che insieme all'Ifi è azionista di riferimento della Fiat, tanto da avere creato un polo alimentare di tutto rispetto (con la Galbani alleata alla Bsn Danone, la Agnesi, la Ferrarelle, una fetta della Star), Umberto Agnelli tiene gli occhi puntati su Romiti. Nel 1990 si dice contrario all'acquisizione della Chrysler suggerita da Romiti [22] e a partire dal gennaio 1991 comincia ad inviare a Romiti ma soprattutto al fratello Gianni una serie di lettere e memorandum roventi. Le lettere saranno poi sequestrate nel 1995 dai magistrati torinesi nell'ambito di un'inchiesta sui fondi neri della Fiat.[23]

Nel 1992 Gianni Agnelli ribadisce che da lì a un anno avrebbe ceduto il suo ruolo al fratello Umberto, anche Romiti annuncia a sua volta che non sarebbe rimasto un minuto in più dell'Avvocato: "Siamo una coppia, insieme abbiamo lavorato, insieme ce ne andiamo".[24] Ma interviene Mediobanca: per dare liquidità all'azienda che ne ha di nuovo bisogno, Enrico Cuccia impone un aumento di capitale di 4200 miliardi, il più grande fatto sino ad allora in Italia. Chiede anche che Romiti resti nel suo incarico. Così il 28 settembre il consiglio d'amministrazione della Fiat rinnova per tre anni il mandato di Gianni Agnelli e di Romiti. Nel dicembre 1995 Agnelli fa sapere che nel marzo successivo, al compimento dei 75 anni, avrebbe ceduto la presidenza effettiva della Fiat a Romiti. Gli dice: "Lei non è molto più giovane di me, ma ha ancora due anni per arrivare alla fatidica soglia".[25] Nella storia della Fiat Romiti sarà così il secondo presidente non della famiglia e manterrà l'incarico fino al compimento dei 75 anni, nel giugno del 1998.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Romiti-Schimberni[modifica | modifica wikitesto]

Da ragazzi Cesare Romiti e Mario Schimberni sono amici. Entrambi romani ed entrambi di famiglie povere, si conoscono al Leonardo da Vinci, la scuola. Sono compagni di classe alle inferiori (corso C) mentre alle superiori frequentano, sempre nello stesso istituto, sezioni diverse. E poi si laureano entrambi in economia e commercio. Si sposano giovani: Romiti con una sua coetanea, Gina Gastaldi, Schimberni con Angela Peppicelli. Le due famiglie si frequentano, Romiti sarà anche il padrino di battesimo del primo dei figli di Schimberni.[26] Si ritrovano, dopo aver fatto tutti e due diversi lavori, alla Bomprini Parodi Delfino, la principale azienda privata del centro sud, produttrice di insetticidi, detersivi, carrozze ferroviarie, soprattutto munizioni ed esplosivi. Sono entrambi assunti nel 1947. E lì fanno entrambi carriera. Quando la direzione generale viene divisa, Romiti diventa direttore della finanza, Schimberni direttore dell’amministrazione e del controllo di gestione.

Nel 1968 viene deciso in gran segreto di fondere la Bomprini con la Snia Viscosa. Se ne occupa in particolare Romiti che spesso si reca anche a Milano negli uffici di Mediobanca e incontra Enrico Cuccia. Schimberni, lasciato all’oscuro della trattativa, scopre della fusione solo sui giornali.[27] Tra i due è la rottura. Poi si ritroveranno di fronte negli anni ottanta, quando uno è amministratore delegato della Fiat e l'altro presidente della Montedison. Nel 1983 Romiti acquista in gran fretta, e senza dire nulla a Gianni Agnelli, Palazzo Grassi di Venezia portando via l’affare a Schimberni che credeva di averlo già concluso.[28] Nel 1985 è Schimberni a prendere il controllo della Bi-Invest di Carlo Bonomi grazie ad una "scalata" in Borsa compiuta da un finanziere molto abile, Francesco Micheli. L'operazione destabilizza il sistema di potere garantito da Mediobanca,[29] facendo irritare Cuccia e Agnelli, naturalmente anche Romiti.[30] Ma nell’irritazione di Romiti ha un peso rilevante l'aspetto psicologico: il fatto che sia stato proprio Schimberni "a gabbarlo, a essere più abile e spregiudicato di lui".[31]

Romiti-De Benedetti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1988, raccogliendo la sua testimonianza per il libro Questi anni alla Fiat, Giampaolo Pansa gli chiede a proposito dell'uscita dall'azienda di Carlo De Benedetti: come vi siete lasciati? E Romiti: “Non bene, e me ne dispiace. Lui vedeva in me l’uomo che l’aveva ostacolato nel suo proposito di essere l’unico a comandare in Fiat. Così, ci fu anche del malanimo, dell’amarezza un po’ acida”.[32] Ventiquattro anni più tardi, nel 2012, Romiti dice a Paolo Madron nel libro-intervista Storia segreta del capitalismo italiano di averlo incontrato la sera stessa della firma di separazione tra De Benedetti e la Fiat: "Cesare, io me ne vado ma ho messo una condizione: che tu prenda il mio posto alla testa della Gilardini. (...) Sulla sua insistenza che io diventassi presidente al posto suo, motivò la cosa dicendomi che si fidava solo di me".[33] Uno scherzo della memoria.[34]

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Anche il gruppo Fiat sarà travolto dalla bufera di Tangentopoli. Nell'aprile 1997 Cesare Romiti è condannato insieme ad altri manager dell'azienda. All'indomani della condanna esce una lettera di solidarietà a Romiti firmata da Enrico Cuccia e altri quaranta personaggi di primo piano della finanza e dell'imprenditoria italiana. Fa sensazione la presenza della firma di Cuccia, conosciuto per la sua grande riservatezza. Confiderà Romiti: "In quell'occasione ha giocato il mio strettissimo rapporto con Cuccia. E poi la convinzione che si stava esagerando. Cuccia diceva che la politica non si rendeva conto di essere arrivata a un tal punto di depravazione da rendere impossibile il lavorare onestamente".[35]

Nel 2000 la Cassazione conferma la condanna a undici mesi e dieci giorni di reclusione per falso in bilancio, finanziamento illecito dei partiti e frode fiscale relativa al periodo in cui ricopriva la carica di amministratore delegato del gruppo Fiat, consigliere in RCS MediaGroup e Impregilo[36].

La Corte di Appello di Torino, in data 4 dicembre 2003, in accoglimento dell'istanza di incidente di esecuzione, ha revocato la sentenza di condanna per falso in bilancio dichiarando che il fatto per cui era stata emessa sentenza non è più previsto dalla legge come reato[37].

Il dopo Fiat[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'uscita dalla Fiat e avere rifiutato due offerte (una dalla Zanussi e una da Silvio Berlusconi)[38] diventa imprenditore in proprio. Guida la società finanziaria Gemina (come liquidazione aveva chiesto ad Agnelli la possibilità di acquistarne una quota)[39] che controllava RCS, di cui Romiti è stato presidente dal 1998 al 2004 (successivamente sarà presidente onorario) e la società di costruzioni e ingegneria Impregilo. Nel maggio 2005 entra nel patto di sindacato degli Aeroporti di Roma. Nel 2007 la famiglia Romiti (Cesare e i due figli Maurizio e Piergiorgio) viene progressivamente estromessa prima da Gemina, quindi da Impregilo, poi da Aeroporti di Roma.[40]

Romiti ha costituito nel 2003 la Fondazione Italia-Cina, che presiede dal 2004; la Fondazione raduna decine di personalità imprenditoriali ed aziende interessate al mercato cinese. Dal 2006 al 2013 è stato presidente dell'Accademia di Belle Arti di Roma.

È presidente onorario e membro del comitato esecutivo dell'Aspen Institute.[41]

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Sposato dal 1948 con una sua coetanea, Luigia Gastaldi, Gina per tutti, donna molto riservata, impegnata negli anni novanta nell'associazione Area per l'assistenza ai disabili e mancata nel 2001. Due i figli: Maurizio (1949) e Piergiorgio (1951).

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
«Laureatosi in Scienze Economiche e Commerciali, entrò a far parte, nel 1947, del Gruppo BPD, di cui divenne Direttore Generale. Nel 1968, a seguito della fusione BPD-Snia Viscosa, lo troviamo Direttore Generale Finanziario per il Coordinamento della SNIA. Nel 1970 passa all'Alitalia come Amministratore Delegato e successivamente, nel 1973, alla Italstat con lo stesso incarico. Nel 1974 entra a far parte dei quadri della Fiat e nel 1976 assume la carica di Amministratore Delegato della società torinese. Entrato nella FIAT nel momento della crisi energetica, si dedicò all'opera di risanamento finanziario concludendo, nel Novembre 1976, la nota operazione con la "Libyan Arab Foreign Bank". La sua opera in seno alla Fiat si è sviluppata con l'aumento della dimensione internazionale e con il rafforzamento degli insediamenti produttivi in Italia. Ne sono tappe la creazione della Iveco, la realizzazione di nuovi stabilimenti in Brasile e in Venezuela, l'associazione con l'Alfa Romeo nella SOFIM di Foggia, l'acquisizione della Società Telettra nel settore delle telecomunicazioni. Particolare attenzione viene dedicata da Cesare Romiti anche al settore della formazione e dell'addestramento del personale. È autore di numerose pubblicazioni ed articoli in materia economico-industriale ed ha tenuto importanti conferenze su temi di attualità economica, nazionale ed internazionale.»
— 1978[42]
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana
— 7 novembre 1984[42]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Paolo Madron, Date a Cesare..., Milano, Longanesi & C, 1998, p. 21.
  2. ^ Schimberni lo definirà "un ragazzo sfrontato, pieno di grinta, il più bravo di tutti con un'enorme facilità nell'imparare a memoria". Cfr Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 310-311.
  3. ^ Dirà a Giampaolo Pansa: "Alla Fiat non avevano i soldi per fare le paghe e gli stipendi della fine dell'anno".Cfr Questi anni alla Fiat, Milano, Rizzoli, 1988, p. 10.
  4. ^ Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 50.
  5. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, Milano, Longanesi, 2012, p. 190.
  6. ^ Profumo è secondo nella classifica delle buonuscite più ricche. Romiti irraggiungibile, Il Sole 24 ORE, 22 settembre 2010. URL consultato il 12 settembre 2014.
  7. ^ Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op.cit. p. 325.
  8. ^ Testimonianza a Giampaolo Pansa, Questi anni alla Fiat, op.cit., p. 16.
  9. ^ Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992, p. 109.
  10. ^ Il settimanale Il Mondo scrive il 4 luglio in un servizio intitolato "Rosso Fiat" che i debiti superano gli 8 mila miliardi di lire.
  11. ^ Colto in particolare da due manager Fiat, Luigi Arisio e Carlo Callieri. Cfr Marco Ferrante, Casa Agnelli, Milano, Mondadori, 2007, p. 164.
  12. ^ Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op.cit., p. 347.
  13. ^ Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, p. 550.
  14. ^ Cfr Giampaolo Pansa, Questi anni alla Fiat, op.cit., p. 222.
  15. ^ Alberto Mazzuca. Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op. cit., p. 361.
  16. ^ Nel 1984 dirà a Gianni Minoli nella trasmissione Mixer: "Io sono molto, molto più cattivo dell'avvocato Agnelli".
  17. ^ "Un cartesiano rozzo" dirà Giampaolo Pansa in Questi anni alla Fiat, op.cit., p. 221.
  18. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op.cit., p.218 e seguenti; Bruno Vespa con Candida Morvillo, La signora dei segreti, Milano, Rcs Libri, 2015, p. 305.
  19. ^ "Ma Romiti saprà mai, come Gianni Agnelli, possedere la chiave del messaggio universale?". Cfr Marie-France Pochna, Agnelli l'irresistibile, Milano, Sperling & Kupfer, 1990.
  20. ^ "Ottanta miliardi, frutto della rivendita alla Fiat del diritto d'opzione sul 40% della Ferrari concessogli a suo tempo". Ugo Bertone, Gli Agnelli - Atto II, Milano, Boroli Editore, 2006, p. 16.
  21. ^ "Gianni Agnelli non capisce (o fa finta di non capire) che quello scontro di potere segna una grande, profonda svolta nella cultura Fiat. La supremazia cioè dell'appartenenza a un clan rispetto alla professionalità che storicamente è invece sempre stata una delle grandi risorse dell'industria automobilistica torinese. Quando in un'industria succede questo, quell'industria è segnata". Cfr Marco Vitale, Guido Corbetta, Alberto Mazzuca, Il mito Alfa, Milano, Egea, 2004.
  22. ^ La Chrysler andrà poi alla Daimler. Romiti si chiederà: "Col senno di poi, cosa sarebbe accaduto se avessimo avuto il coraggio di farlo quell'accordo? La Fiat sarebbe molto più grande". Cfr. Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op.cit., p. 373.
  23. ^ I particolari in Paolo Griseri, Massimo Novelli, Marco Travaglio, Il processo, Roma, Editori Riuniti, 1997. Stralci delle lettere anche in Massimo Mucchetti, Licenziamo i padroni?, op.cit.
  24. ^ Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, op. cit., p. 377.
  25. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op.cit., p. 143.
  26. ^ Alberto Mazzuca, Gardini il Corsaro. Storia della Dynsty Ferruzzi da Serafino alla Montedison e a Enrico Cuccia, Bologna, Minerva Edizioni, 2013, p. 137.
  27. ^ Paolo Madron, Date a Cesare..., op.cit. p. 29.
  28. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op.cit., p. 37.
  29. ^ Eugenio Scalfari commenterà: "L'operazione Bi-Invest non è stata una banale, per quanto spettacolare, scalata di Borsa; è stata uno dei momenti importanti di mutamento strutturale del sistema". Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, op.cit., p. 612.
  30. ^ Testimonianza a Giampaolo Pansa, Questi anni alla Fiat, op.cit. p. 247 e seguenti.
  31. ^ Paolo Madron, Date a Cesare..., op.cit. p. 175.
  32. ^ Testimonianza a Giampaolo Pansa, Questi anni alla Fiat, op.cit., p. 41.
  33. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op.cit., pp. 62-63.
  34. ^ Lo mette in evidenza Giorgio Meletti su Il Fatto Quotidiano il 29 maggio 2012.
  35. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op.cit., p. 147.
  36. ^ Cassazione, per Romiti confermata la condanna, la Repubblica, 20 ottobre 2000. URL consultato il 12 settembre 2014.
  37. ^ Torino, revocata la condanna di Romiti, Il Corriere della Sera, 5 dicembre 2003. URL consultato il 12 settembre 2014 (archiviato dall'url originale il ).
  38. ^ Testimonianza di Romiti a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op.cit., p. 186.
  39. ^ Testimonianza a Paolo Madron, Storia segreta del capitalismo italiano, op. cit., 175.
  40. ^ Nunzia Penelope, Vecchi e potenti, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007, p. 131.
  41. ^ Organi direttivi Aspen.
  42. ^ a b Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, quirinale.it. URL consultato il 12 settembre 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marie-France Pochna, Agnelli l'irresistibile, Milano, Sperling & Kupfer, 1990. ISBN 88-200-1028-3
  • Marco Borsa con Luca De Biase, Capitani di sventura, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1992. ISBN 88-04-33929-2
  • Paolo Griseri, Massimo Novelli, Marco Travaglio, Il processo, Roma, Editori Riuniti, 1997. ISBN 88-359-4304-3
  • Paolo Madron, Date a Cesare..., Milano, Longanesi & C., 1998. ISBN 88-304-1497-2
  • Massimo Mucchetti, Licenziare i padroni?, Milano, Feltrinelli, 2003. ISBN 88-07-17073-6
  • Alberto Mazzuca, Giancarlo Mazzuca, La Fiat da Giovanni a Luca, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004. ISBN 88-8490-662-8
  • Marco Vitale, Guido Corbetta, Alberto Mazzuca, Il mito Alfa, Milano, Egea, 2004. ISBN 978-88-238-3264-0
  • Ugo Bertone, Gli Agnelli - Atto II, Milano, Boroli Editore, 2006. ISBN 88-7493-097-6
  • Marco Ferrante, Casa Agnelli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007. ISBN 978-88-04-56673-1
  • Nunzia Penelope, Vecchi e potenti, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2007. ISBN 978-88-6073-230-9
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Bologna, Minerva, 2017. ISBN 978-88-738-1849-6

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente onorario della Rizzoli-Corriere della Sera Successore
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