Clinica Columbus

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Clinica Columbus
(Villa Romeo-Faccanoni)
Paolo Monti - Servizio fotografico - BEIC 6339426.jpg
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneLombardia Lombardia
LocalitàMilano
Indirizzovia M. Buonarroti, 48
Coordinate45°28′21.83″N 9°09′20.99″E / 45.47273°N 9.15583°E45.47273; 9.15583
Informazioni generali
CondizioniIn uso
Costruzione1911-1913 (Villa Romeo-Faccanoni)

1938-1949 (Clinica Columbus)

Inaugurazione1913
StileLiberty (Villa Romeo-Faccanoni)
Usoclinica privata
Piani4 più un seminterrato
Realizzazione
ArchitettoGiuseppe Sommaruga (Villa Romeo-Faccanoni);

Gio Ponti, Antonio Fornaroli, Eugenio Soncini (Clinica Columbus)

CommittenteGiuseppe Facannoni (Villa Romeo-Facannoni)
Suore Missionarie del Sacro Cuore (Clinica Columbus)

La Clinica Columbus o Casa di cura Columbus è una clinica privata situata a Milano in via Buonarroti n.48, posta nel parco di un edificio in stile liberty, la Villa Romeo-Faccanoni. Il progetto della villa è di Giuseppe Sommaruga, che la realizzò nel 1911-1913; quello dell'adiacente clinica è opera della Studio Ponti-Fornaroli-Soncini e la sua realizzazione, a causa della guerra, richieste un decennio, dal 1938 al 1949 .

La villa[modifica | modifica wikitesto]

L'edificio, opera in stile liberty dell'architetto Giuseppe Sommaruga (1911-1913), originariamente noto come Villa Faccanoni, diventò nel 1919 Villa Romeo-Faccanoni in seguito all'acquisto da parte del celebre imprenditore dell'automobile Nicola Romeo, creatore dell'Alfa Romeo. La palazzina, comprendente oltre 30 locali su 3 piani di 337 m2, una grande portineria e con un ampio giardino (2300 m2), faceva parte di un trittico di costruzioni del Sommaruga nella zona vicina alla fiera campionaria, con la palazzina Galimberti in via Buonarroti (1908) e la palazzina Salmoiraghi in via Raffaello Sanzio (1906)[1].

La villa venne ornata con due sculture colossali di nudi femminili di Ernesto Bazzaro qui trasferite da Palazzo Castiglioni di Corso Venezia, altra preziosa residenza liberty di inizio novecento sempre del Sommaruga: il palazzo era stato soprannominato Ca' di Ciapp (Casa delle chiappe) proprio per via delle due sculture che avevano destato scandalo all'epoca della sua costruzione nel 1903 e quindi rimosse dalla facciata. Sono inoltre da segnalare le decorazioni dell'ebanista Eugenio Quarti (1867-1926) e i ferri battuti del celebre mastro ferraio Alessandro Mazzucotelli (1865-1938).

La clinica[modifica | modifica wikitesto]

Il progetto venne commissionato dalle Suore Missionarie del Sacro Cuore. Gio Ponti così racconta le due idee guida che ne ispirano l'architettura

"Un giorno determinai, per solo scopo di studio, gli schemi di una mia clinica tipo, che avesse a sud le camere, nel baricentro le comunicazioni verticali (scale, ascensori) e i controlli di piano [...] e il reparto operatorio innestato a nord. [...] Un altro principio fondamentale era che, né fuori né dentro, la clinica avesse il controproducente (sul malato) aspetto di clinica, ma che fosse per il malato il più accogliente conforto possibile."[2]

"I tempi di costruzione furono dilatati dal sopraggiungere della guerra. I lavori, iniziati nel 1938, furono interrotti con il bombardamento del cantiere nel 1943; solo nel 1949 venne completato il nuovo edificio."[3]

La pianta dell'edificio mantiene gli orientamenti previsti e nel nuovo schema a L, il cui lato più lungo è formato da due corpi distinti per destinazione e architettura, accoglie il reparto maternità e il reparto dei degenti di chirurgia e medicina".[4] Al centro i servizi verticali. Sul lato lungo si innestano, verso nord, le sale operatorie. Le camere di degenza, su tutti e quattro i piani, sono caratterizzate da "un bel colore [...] volutamente si è a esse conferito un carattere gioioso, non clinico".[5] "Ognuna ha un colore diverso e hanno mobili di legno, non di metallo; nell'ala della maternità ogni stanza ha un suo balconcino e una pergola."[6]

In netto contrasto con la villa (trasformata in residenza delle suore) i progettisti non accennano a nessun formalismo decorativo nelle facciate. Quelle verso il giardino presentano rivestimenti diversi che riflettono le differenti destinazioni: candido mosaico in ceramica per l'ala maternità e laterizio per il corpo di chirurgia e medicina.[4]

Il nome deriva da quello del "Columbus Hospital" che Francesca Cabrini aprì a New York nel 1894[7] per soccorrervi gli emigrati italiani.


Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Loretta Mozzoni, Stefano Santini (a cura di), Il disegno e le architetture della città eclettica, Liguori Editore, 2004 -ISBN 8820736535, p. 10.
  2. ^ G. Ponti, pag. 13-14, 1949
  3. ^ G. Arditi e C. Serrauto, pag. 105, 1994
  4. ^ a b G. Arditi e C. Serrauto, pag. 103, 1994
  5. ^ G. Ponti, pag. 19, 1949
  6. ^ L.L. Ponti, pag. 118, 1990
  7. ^ Su questo ospedale, cfr., tra l'altro, Kraut (1995: 206-207).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Ponti, "Clinica Columbus", Domus n. 240, settembre 1949, pp. 12–25.
  • G. Ponti, "Clinica 'Columbus' delle missionarie del Sacro Cuore in Milano", Edilizia Moderna n. 43, dicembre 1949, pp. 50–55.
  • P. Bottoni, Milano oggi, Edizioni Milano Moderna, Milano 1957
  • L. L. Ponti, Gio Ponti: l'opera, Leonardo Editore, Milano 1990 ISBN 88-355-0083-4
  • G. Arditi e C. Serrauto, Giò Ponti: venti cristalli di architettura, Il Cardo, Venezia 1994

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]