Omicidio di Marta Russo

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Targa in ricordo di Marta Russo all'Università La Sapienza di Roma

Marta Russo (Roma, 13 aprile 1975 – Roma, 14 maggio 1997), studentessa di giurisprudenza all'Università La Sapienza di Roma, fu vittima di un omicidio compiuto all'interno della Città universitaria il 9 maggio 1997, quando la ragazza, che era ventiduenne, fu ferita a morte da un colpo di pistola, morendo cinque giorni dopo in ospedale.

L'omicidio fu al centro di un complesso caso giudiziario, oggetto di grande copertura mediatica alla fine degli anni novanta, sia per il luogo in cui era stato perpetrato, sia per la difficoltà delle prime indagini, che non riuscivano a delineare un movente, oltre che per l'intervento di personalità politiche nel caso. Nel 2003 furono condannati in via definitiva, sulla base di una testimonianza molto contestata, due assistenti universitari di filosofia del diritto, Giovanni Scattone, per omicidio colposo aggravato, e Salvatore Ferraro per favoreggiamento, i quali si sono sempre professati innocenti. Il terzo indagato, Francesco Liparota, venne assolto dall'accusa di favoreggiamento dalla Corte di Cassazione lo stesso anno.

Dinamica del delitto[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del 9 maggio 1997, alle ore 11:35 circa, Marta Russo, studentessa di giurisprudenza ed ex campionessa regionale di scherma[1], fu raggiunta alla testa da un proiettile calibro 22 mentre, insieme all'amica Jolanda Ricci, percorreva un vialetto all'interno della Città Universitaria, tra le facoltà di Scienze Statistiche, Scienze Politiche e Giurisprudenza. I testimoni parlarono di un colpo attutito, come sparato da un'arma col silenziatore, secondo alcuni una carabina, secondo altri una pistola, come verrà detto nel processo. La ragazza fu trasportata al vicino Policlinico Umberto I, dove arrivò in coma e morì il 14 maggio. I genitori e la sorella decisero di donarne gli organi.[2]

La salma di Marta Russo riposa nel Cimitero del Verano di Roma.

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

La Città Universitaria di Roma, sede dell'Università La Sapienza, in una foto del 1938

A causa della complessità della scena del delitto, per ricostruire la dinamica degli eventi si dovette ricreare virtualmente il cortile dell'università con una videocamera laser tridimensionale unica in Italia, in possesso della Facoltà di Architettura dell'Università degli studi di Ferrara e in uso ai tecnici del NubLab[3] / DIAPREM[4]. Gli scanner 3D, utilizzati abitualmente per rilevare l'architettura storica in funzione del restauro, permisero in questo caso di realizzare un modello estremamente preciso e completo come base per le perizie[5]. Questa ricostruzione è stata tuttavia criticata da alcuni esperti di armi, come, alcuni anni dopo, l'ex magistrato Edoardo Mori; egli afferma che le perizie non potevano sostenere con certezza che il colpo partì da una precisa stanza (l'aula 6, piuttosto che il bagno di cui si parlò da subito da parte di alcuni periti, poi licenziati), scrivendo anche che a causa degli errori forensi, a suo dire commessi, si focalizzò l'attenzione sul luogo sbagliato come punto di partenza del colpo; in particolare è stato detto che un simile tiro sarebbe stato difficile se non per un tiratore esperto[6][7] (il principale sospetto, Giovanni Scattone, aveva prestato servizio militare nei Carabinieri[8] ma, a parte questo, non era un esperto nell'uso delle armi; infatti non fu possibile dimostrare alcune indiscrezioni che lo volevano frequentatore di poligoni di tiro).[9]

La pista terroristica e della criminalità organizzata[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo l'omicidio, la particolarità del luogo dove era avvenuto, la coincidenza con gli anniversari della morte di Aldo Moro (9 maggio 1978) e di Giorgiana Masi[10] (studentessa vittima di proiettile vagante durante una manifestazione a Roma, il 12 maggio 1977) e la clamorosa vittoria della destra nelle elezioni delle rappresentanze studentesche tenute il giorno precedente all'omicidio ma anche nel mese di aprile (il candidato di Alleanza Universitaria-AN si impose tra il sospetto di brogli[11][12]), resero plausibile la tesi dell'agguato terroristico a sfondo politico, ipotesi abbandonata perché né Marta Russo né l'amica Jolanda Ricci, erano iscritte a partiti o movimenti politici, se si escludeva la teoria dello scambio di persona.[1]

C'erano state comunque minacce ventilate di terrorismo nei giorni precedenti e seguenti, anche con informative di SISMI e SISDE[13], dal terrorismo rosso (risultato poi presente in alcuni ambienti della Sapienza) e nero al separatismo (lo stesso giorno ci fu il cosiddetto "assalto al campanile di San Marco" di Venezia da parte del gruppo denominato Serenissimi) fino al terrorismo islamista, che cominciava una campagna di attentati nel mondo e aveva nel mirino Roma e il Giubileo del 2000.[14][15][16] Anche l'ipotesi di una nuova strategia della tensione fu presto abbandonata, come quella della criminalità organizzata, emersa anche in seguito.[17]

Le indagini iniziali furono ad ampio spettro e scandagliarono il passato di Marta, dei suoi familiari, dell'amica Jolanda e di altri testimoni. Si indagò anche sul passato del padre di Jolanda, Renato Ricci, funzionario del Ministero della Giustizia, impiegato nel Dipartimento per l'Amministrazione penitenziaria (Dap) e già vicedirettore del carcere di Rebibbia.[18] Il padre di Jolanda aveva dichiarato di aver ricevuto alcune telefonate anonime,[19] con minacce dirette proprio alla ragazza.[20] La Procura di Roma non fece inizialmente menzione del fatto che Renato Ricci era stato tra gli indiziati principali dei pestaggi avvenuti il 12 luglio 1972 nel carcere di cui era vicedirettore.[21][18] Venne ipotizzata una vendetta della criminalità (mafia, 'ndrangheta, banda della Magliana)[18] o un'azione dimostrativa del terrorismo rosso, che avesse per obiettivo Jolanda Ricci in quanto figlia di Renato, e non Marta Russo, colpita per errore data la vicinanza e la somiglianza da lontana (entrambe le ragazze avevano i capelli tinti di biondo e un vestito simile).[18] La pista, ventilata anche dallo stesso Renato Ricci[18], venne abbandonata.[22]

Facciata dell'edificio sede del Rettorato e della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, sullo sfondo, ai due lati, visibile l'edificio dell'Istituto di Filosofia del Diritto

Nel 1999 la figlia di un collaboratore di giustizia messinese minacciato da Cosa Nostra, frequentante l'università La Sapienza, affermò di essere stata nel mirino di killer mafiosi che avrebbero rintracciato la famiglia, nonostante il programma di protezione testimoni. La ragazza sostenne che poteva essere lei l'obiettivo per vendetta trasversale contro il padre testimone, data una certa somiglianza e i capelli biondi, e non Marta Russo o Jolanda Ricci. Si sarebbe trattato di scambio di persona da parte dei sicari; i pm titolari dell'inchiesta tuttavia non ritennero verosimile l'ipotesi, lasciando cadere questa presunta pista, sebbene gli investigatori della Procura Nazionale Antimafia non la ritenessero totalmente "incompatibile".[23][24]

A fine ottobre 2003, poco prima della sentenza definitiva, uno dei condannati, Giovanni Scattone, rivelò alla Stampa la presenza sul luogo e nel giorno del delitto di un dipendente di un'impresa di pulizie risultato poi appartenente alle Nuove Brigate Rosse, Paolo Broccatelli (che era anche studente), arrestato quell'anno e poi condannato per associazione sovversiva a 9 anni di reclusione, in relazione all'omicidio di Massimo D'Antona (1999), ucciso con una pistola con silenziatore; D'Antona era docente proprio alla Sapienza e i brigatisti avevano seguito a lungo le sue lezioni e i suoi spostamenti, preparando il delitto. Questa accusa venne però criticata anche da alcuni innocentisti.[25][26]

Un altro possibile obiettivo fu individuato nel professor Cesare Marongiu Buonaiuti (ipotesi sostenuta in seguito anche dallo stesso Scattone[26]), titolare della cattedra di Storia della Chiesa alla facoltà di Scienze politiche, il quale passava in automobile nel vialetto quando il proiettile colpì Marta Russo.[27] Marongiu (deceduto poi per cause naturali nel 2003), dopo aver visto Marta accasciarsi a terra, scese subito per sincerarsi delle sue condizioni, ed era convinto di averla urtata con la vettura.[28] Sebbene i titolari dell'inchiesta sulle Nuove BR ritengono che Broccatelli si trovasse a quell'ora nell'aula di informatica, uno studente di 22 anni, il giorno successivo all'omicidio, raccontò alla redazione del Giornale di essere entrato nel bagno di Statistica dove avrebbe scorto "un ragazzo con una sacca rossa che fingeva di guardarsi allo specchio, come se avesse voluto aspettare che io me ne andassi". Dopo essere uscito udì lo sparo.[28] Uno dei testimoni al processo raccontò di avere chiuso la finestra del bagno poco prima dello sparo, e poi sarebbe uscito; un testimone oculare del delitto, Andrea Ditta, spiegò di aver visto invece la finestra socchiusa subito dopo il colpo. Il professor Marongiu aveva partecipato anche ad un convegno nel quale era ospite Gianni Bonvicini, politologo e direttore dell'Istituto affari internazionali, il quale quattro anni dopo fu uno degli obiettivi dei Nuclei Iniziativa Proletaria Rivoluzionaria nell'attentato fallito di via Brunetti[29]: dalle carte sequestrate ad alcuni neo-brigatisti risultatono dei legami ideologici e operativi con i NIPR.[28]

Aveva destato particolare scalpore il ritrovamento, nella notte di domenica 11 maggio 1997, di alcune cartucce in un locale dell'Istituto di Fisiologia utilizzato proprio dagli inservienti delle pulizie.[18] Interrogati e perquisiti, risultarono estranei alla vicenda.[18] Nel bagno di Statistica vengono trovati residui di presunta polvere da sparo e una pistola arrugginita, mentre nel bagno del Rettorato un testimone affermò di aver trovato la scheda tecnica di una pistola.[30][31] La Polizia effettua numerose perquisizioni presso gli uffici e i locali della ditta di pulizie Pul.Tra, rinvenendo “bossoli e parti di armi”.[30]

A casa di uno dei dipendenti vengono trovati tre fucili, una carabina ad aria compressa, una rivoltella a salve modificata per accogliere proiettili calibro 22, buste e confezioni di proiettili. Negli armadietti vengono ritrovati anche silenziatori rudimentali artigianali. Viene fatta richiesta di intercettazioni, "ritenendo estremamente probabile coinvolgimento medesimi in episodio criminoso", secondo il dirigente della Squadra Mobile di Roma, Nicolò D’Angelo. Un verbale della questura afferma: “anche in precedenza all’evento delittuoso, e probabilmente dallo stesso punto di fuoco sono stati sparati dei colpi... Alcune persone rintracciate sono sicuramente solite 'divertirsi' a sparare". Si accerta che il bagno di Statistica si poteva chiudere da dentro incastrando la maniglia della porta con la “cipolla” della doccia. Le chiavi erano state rubate tempo prima e chiunque avrebbe potuto entrare nei locali.[30]

Il 21 maggio, sul davanzale dell’Aula Assistenti della Istituto di filosofia del diritto, la Polizia Scientifica ritrova una particella di “ferro-bario-antimonio”, indirizzando gli inquirenti ad abbandonare le precedenti indagini sulla ditta di pulizie e su altre persone. La sentenza di Cassazione del 2001 definirà questo fatto come "un errore".[30]

Oltre all'ipotesi dello scambio di persona, si parlò di colpo di pistola partito per sbaglio a qualcuno, nel pulire o maneggiare un'arma. Uno dei poliziotti che indagavano avrebbe però commentato, prima ancora di avere qualsiasi conferma e molto prima che venissero fatti i nomi di Scattone e Ferraro: "Secondo noi sono stati due assistenti che cazzeggiavano con una pistola".[30]

Il proiettile recava tuttavia fibre di lana di vetro, mentre le finestre erano invece intatte, e le fibre erano compatibili con quelle del controsoffitto del bagno di Statistica, inizialmente indicato dai testimoni come luogo dello sparo, e non con l'aula 6.[32] La finestra, dalla quale era stato esploso il colpo secondo la scientifica era negli uffici al secondo piano della Facoltà di Giurisprudenza. Gli inquirenti cominciarono a raccogliere testimonianze ma nessuna delle persone nelle stanze superiori venne collegata al terrorismo. Si parlò anche di altri scandali legati al mondo universitario.[33]

Nel 2001 si verificò un caso simile a Roma, quando una religiosa venne colpita da un proiettile in via Trastevere, ma sopravvisse; il colpevole non venne mai individuato.[34]

Scattone e Ferraro[modifica | modifica wikitesto]

Vennero iscritti nel registro degli indagati circa 40 dipendenti e frequentanti l'Università, e venne indiziato all'inizio un bibliotecario di Lettere, Salvatore "Rino" Zingale (trovato in possesso di armi e munizioni[30]), poi scagionato dopo pochi giorni.[35] Furono ascoltati, tra gli altri, una studentessa, Giuliana Olzai, il professor Nicolò Lipari, ex parlamentare democristiano, e soprattutto sua figlia Maria Chiara Lipari, dottoranda, che fece, dopo aver riferito i ricordi in maniera frammentaria, definita "subliminale"[36], i nomi del professor Bruno Romano, direttore dell'istituto e noto filosofo, che fu arrestato (ai domiciliari) per favoreggiamento e poi presto scagionato (Romano venne difeso dagli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi), di Gabriella Alletto, 45 anni, impiegata dell'istituto, di Francesco Liparota, 35 anni, all'epoca usciere della facoltà ma laureato in legge e in procinto di divenire avvocato libero professionista[37], e di due assistenti universitari, Giovanni Scattone, 29 anni, assistente del professor Romano presso la facoltà di Lettere e Filosofia e ricercatore di "teoria generale del diritto e filosofia della politica"[38], e Salvatore Ferraro, 30 anni, già dottore di ricerca in Giurisprudenza e assistente del professor Gaetano Carcaterra assieme a Scattone stesso[20], i quali tenevano alcuni corsi di filosofia del diritto[39][40].

Una ventina di studenti testimoniarono che il "delitto perfetto", su cui avrebbero tenuto anche un seminario, era ricorrente nei discorsi dei due assistenti universitari[41]. Riguardo alle lezioni tenute dai due sospetti, i giornalisti ipotizzarono anche delle fantasiose connessioni tra il "Superuomo" di Nietzsche e la figura di Raskolnikov, il protagonista immaginario di Delitto e castigo di Dostoevskij, che realizza un delitto quasi perfetto e che reputa a fin di bene, ma poi confessa tutto al giudice Porfirij Petrovič, spinto dal rimorso, o con i film di Hitchcock Delitto perfetto e Delitto per delitto; seppur considerata una pista poco consistente, gli inquirenti insistevano che i due avessero voluto "inscenare" o "simulare" un delitto senza movente, ma che la situazione fosse degenerata per colpevole imprudenza, circostanza sempre negata con determinazione da Scattone e Ferraro e poi caduta nel corso delle indagini e del primo processo.[42] In realtà i due non tennero mai un seminario universitario sul tema citato: il professor Carcaterra andò al processo a smentire, precisando che era lui a decidere il titolo e il contenuto dei seminari.[20]

Giovanni Scattone nel 2003

Qualcun altro ipotizzò che lo sparatore avesse preso esempio da una scena del film Schindler's list, andato in onda la sera prima, in cui si vede il nazista Amon Göth (interpretato da Ralph Fiennes) sparare a casaccio sugli ebrei, pur non risultando che i due indagati avessero simpatie per l'estrema destra o la passione delle armi.[14]

Un investigatore si spinse addirittura a paragonare Scattone e Ferraro ai "compagni di merende" del caso del Mostro di Firenze, coniando il nome "compagni di pizzeria" e citando molestie, mai avvenute, da parte dei due assistenti alle studentesse.[43]

Salvatore Ferraro nel 2013

Si giunse all'incriminazione di Scattone e di Ferraro, che si proclamarono sempre innocenti, ma che fornirono alibi non confermati[44] e talvolta smentiti; Scattone dirà di essere stato in diversi luoghi, dove in effetti fu visto, ma ciò non escluse una veloce partecipazione al delitto, secondo gli inquirenti: prima avrebbe incontrato il professor Lecaldano, poi andò a ritirare un certificato per gli esami del corso di Lettere a cui era iscritto come studente e infine vide lo studente La Porta e l'assistente Fiorini, che confermarono.[45] Assieme a Scattone e Ferraro venne rinviato a giudizio anche Francesco Liparota per favoreggiamento; tutti e tre vennero arrestati, i primi due per concorso in omicidio volontario; Liparota sarà poi scarcerato dopo alcuni mesi[46].

Sul davanzale erano state ritrovate particelle di bario e antimonio, metalli pesanti compatibili con la polvere da sparo e i proiettili, e di ferro, ma non fu possibile stabilire se effettivamente fossero residui di sparo.[47]

Tuttavia, secondo gli altri periti nominati successivamente dalla Corte, le tracce (una "particella") che gli inquirenti avevano creduto di identificare come "univocamente" attribuibile allo sparo avrebbe potuto, con alta probabilità, «non avere nessun rapporto col colpo» che uccise Marta Russo, «sia per la presenza in essa di antimonio sia per la preponderante presenza di ferro, che la renderebbe compatibile soltanto con un colpo esploso da un’arma arrugginita (e non è, come si è visto, il caso in oggetto)»; una vecchia pistola arrugginita, che però non aveva sparato negli ultimi anni, venne trovata in effetti in un intercapedine del detto bagno. I proiettili prodotti dalla ditta inglese Eley, come quello trovato nel capo della vittima, non contengono antimonio nell’innesco e rilasciano invece piombo, bario e calcio, oltre a tracce di fosforo.[14] Secondo questi periti la particella aveva quindi «un’origine diversa dallo sparo (proviene cioè da inquinamento ambientale)», essendoci particelle analoghe su altre finestre degli edifici circostanti.[48] Ad occuparsi dei rilievi sulla presunta particella fu anche il perito Ezio Zernar, inquisito nel decennio successivo per falsificazione di prove, avvenuta nel suo laboratorio, nel caso di Elvo Zornitta.[49][50] Zernar, dopo che il perito Giacomo Falso aveva trovato i residui sulla finestra dell'aula 6, trovò comunque analoghe particelle sulla finestra del professor Costantino.[50]

Secondo i periti, il prof. Carlo Torre, Paolo Romanini e Pietro Benedetti, erano compatibili con il percorso fatto dal proiettile le traiettorie dalle finestre uno, tre, quattro, sei (l'aula "incriminata"), sette e otto dell'istituto di Filosofia del diritto. Ma «solo la sette e la otto», al pianterreno, hanno «una più accentuata probabilità».[51]

Nella borsa di Ferraro furono ritrovati altri residui, secondo l'accusa sempre resti di polvere da sparo, secondo altri polvere metallica derivata da particelle di pastiglie freno dei veicoli, diffuse nell'aria di Roma.[9] L'arma del delitto non verrà mai ritrovata.[9]

Venne accettata dalla procura la ricostruzione secondo la quale Scattone e Ferraro avessero portato in aula una pistola, credendo fosse scarica o con la sicura inserita[52], e a Scattone sarebbe partito accidentalmente un colpo, mentre la maneggiava; oppure Scattone avrebbe sparato volontariamente (anche se venne escluso il dolo eventuale), per motivi rimasti sconosciuti, per fare uno scherzo o per dimostrare la detta possibilità del delitto perfetto[41], ma non voleva colpire nessuno, ma solo sparare in aria o al muro[41]; non avrebbe però calcolato la deviazione a destra della mano dello sparatore[41], colpendo accidentalmente Marta Russo; da qui la reazione concitata che sarebbe avvenuta in seguito in Ferraro e Liparota. I due assistenti negarono sempre anche questa accusa, affermando di non avere mai avuto una pistola.[42] A parte la particella presunta nella borsa e quella variamente interpretata sulla finestra, non venne ritrovata alcuna traccia di polvere da sparo nei luoghi frequentati da Scattone o sui vestiti, né alcun tipo di arma o di bossolo sarà mai ritrovato a casa loro.[30]

Il metodo di raccolta delle testimonianze fece subito discutere: «E questi fino alle 5 di mattina hanno voluto assolutamente che dal subconscio... dall'ano proprio del cervello mi venisse in mente qualche faccia, qualche immagine... E in parte sono anche riuscita a recuperare qualche sensazione... Quest'ultimo interrogatorio è stato due ore e mezzo con un certo Procuratore... è stato anche a tratti violento... questo diceva sputtano lei, sputtano suo padre... per intimidirti, per costringerti... dicevano "mors tua vita mea"... mi dicevano sì, però allora ti incolpiamo a te, per cui dillo» (intercettazione telefonica di Maria Chiara Lipari, 23 maggio 1997).[53] Anche Liparota riferì cose simili, ma nonostante le presunte minacce e il carcere, ritratterà subito una presunta confessione, difendendo gli altri accusati.[51] Fu però l'interrogatorio dell'altra testimone chiave, Gabriella Alletto, che scatenò feroci polemiche, anche a livello politico.[54]

Sentenze[modifica | modifica wikitesto]

Primo e secondo grado[modifica | modifica wikitesto]

Nel processo di primo grado emersero collegamenti con soggetti legati alla 'ndrangheta riguardante la provenienza della pistola, poi caduti in dibattimento. Molto criticata fu anche l'affermazione dell'accusa secondo cui "il movente è l'assenza di movente".[17]

Il caso Alletto[modifica | modifica wikitesto]

La condotta dei pubblici ministeri nel corso dell'interrogatorio preliminare della testimone Gabriella Alletto (al quale partecipò come testimone anche il cognato carabiniere della donna[35]), al limite della minaccia verso la donna che ebbe una crisi nervosa, fu definita "gravissima" dall'allora Presidente del Consiglio Romano Prodi[54], e ci furono critiche da parlamentari e dal Ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick, che aprì un'inchiesta ministeriale[54], i seguito alla quale vennero rinviati a giudizio dalla procura di Perugia per abuso d'ufficio e violenza privata, ma in seguito prosciolti.[55]

La Alletto venne interrogata circa 13 volte e lungamente per circa 3 giorni. I pm affermarono - nei fatti - che l'impiegata doveva dire che Scattone e Ferraro erano nella stanza, altrimenti sarebbe stata lei sola ad essere accusata di omicidio: «Cioè, non ha capito che lei è messa male, è messa peggio de quello che ha sparato. (...) I casi sono due: o lei è responsabile di omicidio, o lei è responsabile di favoreggiamento personale. Non si sbaglia, non si scappa!. Per omicidio lei va certamente in carcere e non esce più»[54] e all'affermazione della testimone "finirà che me ammazzo... a me me prenderanno pe’ scema, pe’ fissata a me", il procuratore Italo Ormanni (che in passato si occupò di vari casi celebri, come via Poma, tutti rimasti irrisolti tranne uno, l'Olgiata, grazie alla confessione dopo molti anni del colpevole) rispose «No, la prenderanno... la prenderemo per omicida! (...) La prenderemo per omicida!»; il processo per favoreggiamento nei suoi confronti sarà poi archiviato.[54] Il pm Carlo Lasperanza disse invece che «suo cognato l'ho ripescato io, che nessuno lo voleva, lo voleva prendere: sono disposto a fargli un encomio scritto a suo cognato, per quest'opera che sta facendo, quindi ne avrà anche un vantaggio personale».[56]

Nel videotape dell'11 giugno 1997, con l'audio originale fornito da Radio Radicale, la Alletto ripeteva, per quasi quattro ore, infatti: «Non sono mai entrata in quell'aula... Io nun ce stavo là dentro, te lo giuro sulla testa dei miei figli… Non ci sono proprio entrata, ma come te lo devo dì? Fino allo sfinimento…».[30] In aula la dottoressa Capparelli dichiarerà che il 12 giugno la Alletto le disse: «Mi hanno messa in mezzo…io in quella stanza non c’ero, però non mi conviene dire che non c’ero […] loro si immaginavano la scena, ma avevano bisogno di un testimone attendibile, di una persona affidabile».[30] In un altra intercettazione (12 giugno 1997, ore 8.25), dice: «Mi hanno infilato dentro come una stronza…non mi conviene dire che non c’ero…vogliono un teste, una persona affidabile,… a me mi fanno veramente vacillà la testa».[30] Aggiungendo poi «Mi stanno convincendo che ero lì dentro, mi stanno convincendo che hanno sparato da lì».[57] I colleghi riferiscono che la donna parlava anche della minaccia di toglierle il figlio.[58]

Il 14 giugno, dopo le suddette pressioni (le viene contestata anche la sua presunta assunzione irregolare come dipendente alla Sapienza[30]), cambia improvvisamente versione accusando i sospettati.[30] La testimone Serenella Armellini riferì ancora che la mattina del 14 giugno la Alletto, subito prima di recarsi in Questura, dove sarà interrogata da membri della DIGOS, senza la presenza dell'avvocato difensore e per nove ore (senza verbale scritto), le disse: "Bisogna fare come dicono loro", riferendosi agli inquirenti.[54][59]

Il 15 settembre 1998 dichiarò in tribunale: "Ero nell'aula 6, Scattone aveva una pistola, poi ho visto un bagliore e sentito un tonfo"[54], rendendo quindi una contestata dichiarazione, sempre al processo, sulla presenza dei due accusati nella stanza (sulla base della precedente "confessione", ritenuta dai critici "forzata", ma che la donna, pur non volendone più parlare, non ritrattò mai):

« Scattone aveva in mano una pistola nera, ho visto un bagliore e ho sentito un "tonfo". Ferraro si è messo le mani nei capelli, dentro c'era pure Liparota... Scattone, invece, con la mano sinistra spostava le doghe della tenda e con la destra ritraeva la pistola... Era il gelo assoluto. Non hanno detto nulla, poi è entrata la Lipari... Era un'arma nera, lunga venticinque - trenta centimetri. Scattone l'ha messa nella borsa che era sulla scrivania ed è uscito bisbigliando qualcosa, forse un saluto, alla Lipari che era appena entrata. Ferraro ha preso la borsa e l'ha portata via uscendo insieme con Liparota. Giurai il falso sui miei figli, dovevo proteggermi (...) il ricordo non è più chiaro anche perché ho cercato di mandare via quei tremendi giorni. (...) Ho dovuto fare uno sforzo per ricordare, non volevo essere coinvolta, non volevo coinvolgere i miei figli e la mia famiglia (...) Non volevo, ma l'ho dovuto fare. L'ho fatto per amore e perché non voglio che succeda più ad altri (...) In ufficio sono stata coinvolta in un lavaggio del cervello, le persone che dovevano aiutarmi, che dovevano dirmi "Gabriella, puoi fare qualcosa", non mi hanno aiutato. Il professor Bruno Romano ha avuto un atteggiamento non buono e mi dispiace dirlo. »
(Testimonianza di Gabriella Alletto[17])

Liparota avrebbe riferito anche lui una versione simile il giorno dell'arresto, prima di negare e ritrattare tutto, ascrivendo il racconto alle fortissime pressioni dei pm che volevano una conferma esatta della loro ricostruzione, conferma chiesta pressantemente anche alla Alletto:

« Il 9 maggio del 1997 era per me una giornata normalissima. Agli inquirenti che mi interrogarono dissi subito che non potevo escludere di essere stato nell'aula 6. In quella stanza io entravo in continuazione, lo facevo quasi tutti i giorni perchè faceva parte del mio lavoro... Ho subito interrogatori pressanti, ero sorvegliato durante le pause, non ero libero di andare a mangiare. In questo clima, crescevano le mie angosce e le mie preoccupazioni. Psicologicamente ero a pezzi... Il pm Lasperanza mi raggiunse in Questura e mi disse: "guardi, i giochi sono fatti, l'Alletto ha parlato, sappiamo che lei non ha sparato, ma deve confermarci tutto altrimenti va in galera"... In quel momento stavo impazzendo. Alcuni poliziotti ridevano. Ero in crisi e leggendo l'ordinanza fui preso da non pochi dubbi circa le mie psicofacoltà di quel momento. In quei giorni stavo male e mi curavo prendendo dei farmaci e pensai forse che avevo assistito alla scena senza essermene accorto. Un poliziotto mi descrisse il carcere e disse quello che mi sarebbe toccato da detenuto... Decisi di confermare quanto raccontato dalla Alletto variando qualche piccolo particolare per essere più attendibile. Inventai di sana pianta la storia delle minacce fatte da Ferraro. Un poliziotto mi consigliò di segnare su un foglietto queste accuse che poi avrei dovuto riferire al gip. Il foglio mi fu sequestrato a Regina Coeli. »
(Testimonianza di Francesco Liparota[51])

La mattina dopo Liparota difatti ritrattò subito "quelle falsità", ma venne, a suo dire, spaventato da una guardia penitenziaria, che gli disse che sarebbe stato trasferito in cella con altri detenuti. «Davanti al gip tentai più volte di dire la verità, ma il giudice non mi stava a sentire. Il 16 giugno uscii dal carcere. A casa confessai ai miei che avevo raccontato solo falsità e che avrei ritrattato tutto».[51]

I pm rispondono accusando i dipendenti dell'Istituto di "omertà". Olzai, Lipari e Alletto affermano la presenza di Scattone e Ferraro nell'edificio, mentre Liparota e molti altri la negano.[58]

Incongruenze nella testimonianza della Alletto[modifica | modifica wikitesto]

Oltre alla forzatura e alla presunta manipolazione della testimonianza di Gabriella Alletto, rimasta comunque unico caposaldo dell'accusa, furono rilevate alcune incongruenze nel contenuto della testimonianza stessa:

  • durante il processo, rifiuterà il confronto con le tre colleghe che smentiscono la sua versione dei fatti, affermando le perplessità della Alletto stessa, e la sua assenza dall'aula 6 allora del delitto[30]
  • la divergenza con il fatto (stabilito da varie perizie) che, per sparare da quella posizione, Scattone avrebbe dovuto sporgersi abbastanza o sporgere comunque il braccio dalla finestra in maniera significativa, cosa che secondo la Alletto stessa, non avrebbe invece fatto. Un colpo effettuato "per caso" e senza rimbalzo del proiettile, data la lontananza della finestra e il posizionamento di un condizionatore d'aria sulla parte destra[60] (della persona che si affacci al davanzale) a ostruire in parte la visuale, sarebbe stato assai improbabile nel modo descritto (senza sporgersi affatto dalla finestra)[61]
  • un testimone dello sparo non vide nessuno dalle finestre dell'aula 6, che erano presumibilmente chiuse[57]
Il deputato Marco Taradash
La polemica politica[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'intervento di Prodi, ci furono interrogazioni parlamentari. La Alletto denunciò poi per diffamazione il deputato di Forza Italia Marco Taradash e ottenne il suo rinvio a giudizio[62].

Il deputato aveva denunciato una "montatura giudiziaria" e affermato che «a me sembrano testimonianze costruite a tavolino in cambio delle quali almeno due hanno avuto la garanzia dell'impunità» e che la Alletto aveva subito un condizionamento simile all'ipnosi da parte di due agenti dei servizi segreti; viene fatto il nome di Aurelio Mattei, criminologo e funzionario del SISDE, collaboratore di uno dei periti dell'accusa, Francesco Bruno.[63]

I difensori paventano, quindi, perfino l'inpistaggio o il depistaggio, per coprire un possibile colpo partito per caso a un "agente in borghese".[64] Venne da loro fatta anche l'ipotesi di un falso ricordo, di una confusione con un altro giorno, e con un altro oggetto somigliante a una pistola.[64][65][66] Al processo le fu anche chiesto: "se i colpevoli sono Scattone e Ferraro, e Lei sapeva quindi che l’uomo in precedenza fermato era innocente, perché non si è fatta viva per scagionarlo?" e la Alletto rispose: “Mica è un mio parente”; questa dichiarazione (la teste affermò di non aver capito la domanda) fu usata dalla difesa per tentare di indebolirne la testimonianza.[35]

Condanna dei tre imputati[modifica | modifica wikitesto]

I pm chiesero la condanna di Scattone e Ferraro a 18 anni di reclusione per concorso in omicidio volontario causato da dolo eventuale (ma con la concessione delle attenuanti generiche), e per detenzione illegale di arma da fuoco, e, per favoreggiamento, cinque anni e 9 mesi per Liparota e quattro per Romano (che verrà invece assolto con formula piena).[67]

Il dibattimento di primo grado, tra i giudici anche Giancarlo De Cataldo[68], si concluse con la condanna di Giovanni Scattone per omicidio colposo con aggravante della colpa cosciente (escludendo quindi il dolo[69]) a 7 anni, e di Salvatore Ferraro e Francesco Liparota per favoreggiamento a 4 e 3 anni rispettivamente, e con la legittimazione dell'operato dei pubblici ministeri nel corso dell'interrogatorio della Alletto.[55]

La campagna innocentista e l'appello[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sentenza, Scattone e Ferraro, nel frattempo scarcerati verso la fine del 1999 e posti agli arresti domiciliari, furono illecitamente invitati in esclusiva a Porta a Porta dietro compenso di 130 milioni di lire ciascuno. Agostino Saccà, al tempo direttore di RaiUno, fu indagato in concorso con altri per «mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice»[70]. Fu comunque un processo mediatico, con innocenti e colpevolisti, come se ne sarebbero visti altri in seguito, con risonanza anche internazionale e politica; ci si domandò nei dibattiti e da parte di giuristi, anche in seguito, se le pene erano basse per reale convincimento dei giudici della non dolosità, oppure perché si era consci (pur non volendo ammetterlo) che Scattone e Ferraro erano un capro espiatorio, e venne fatto un paragone con altri fatti, come il caso dell'omicidio Kennedy (con Lee Harvey Oswald e la cosiddetta "pallottola magica"), o quello di Adriano Sofri.[71]

Intervenne anche l'ex direttore del più importante quotidiano italiano (il Corriere della sera), Paolo Mieli, che affermò:

« Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono manifestamente innocenti.[72] »

Si costituì un Comitato per la difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro (non legata agli avvocati ufficiali Siniscalchi, Rossi e Petreilli), per iniziativa del francesista Alberto Beretta Anguissola, e a cui aderirono Alessandro Figà Talamanca, Guido Vitiello e altri 148 cittadini[73], con lo scopo di sostenere moralmente ed economicamente i due assistenti universitari; appoggiarono la campagna innocentista anche l'ex Rettore della Sapienza Giorgio Tecce, lo scrittore Vincenzo Cerami[74], lo storico Giovanni Sabbatucci, i politici Marco Taradash e Daniele Capezzone.[75]

« Non solo manca la certezza che lo sparo sia partito da quella finestra (e questo già lo si sapeva), ma c'è qualche buon motivo in più per pensare che lo sparo non sia partito da lì; e che dunque tutto l'improbabile scenario costruito dall'accusa (due giovani studiosi incensurati si procurano, non si sa come, una pistola, mai ritrovata, e la usano per sparare a casaccio da una finestra colpendo a morte la povera studentessa: il tutto in un luogo aperto al pubblico e alla presenza di testimoni che li conoscono bene) sia fondato praticamente sul nulla. »
(Giovanni Sabbatucci)

Nel processo di appello fu confermata la sentenza di primo grado, con un lieve aumento della pena (8 e 6 anni) perché Scattone fu accusato anche di detenzione illegale di arma da fuoco. Francesco Liparota fu condannato anch'egli per favoreggiamento, a 4 anni.[76]

Annullamento della Cassazione e nuovo appello[modifica | modifica wikitesto]

Il 6 dicembre 2001, la Corte di Cassazione, su richiesta anche del Procuratore Generale che avrebbe voluto una condanna più severa, ma definì comunque illogiche e contradditorie molte prove, annullò la sentenza di appello.[77] Il giudice accolse però le motivazioni dei difensori - criticando le prove e le modalità delle indagini - che parlavano di «illogicità», «inadeguatezza», «nullità della perizia balistica del prof. Compagnini», e della «critica infondata ed immotivata cui è stata sottoposta la perizia collegiale disposta in primo grado» ed effettuata dal prof. Torre, assieme a Romanini e Benedetti, e affermando, al di là della dichiarazione di innocenza, che le pene erano eccessive per un delitto giudicato colposo.[78]

Il secondo processo di appello, invece, confermò le condanne ribadendo l'impianto precedente, ma con pene più miti: sei anni per Scattone, quattro per Ferraro, due per Liparota.[79]

Condanna definitiva di Scattone e Ferraro e assoluzione di Liparota (Cassazione, 2003)[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 dicembre 2003 la V Sezione Penale della Corte di Cassazione, nell'assolvere l'usciere Francesco Liparota[80], condannò in via definitiva Giovanni Scattone (eliminando però il reato di detenzione illegale di arma, e costituendo così una nuova incongruenza, dato che Scattone non aveva mai avuto nessuna arma regolarmente detenuta) a 5 anni e quattro mesi, e Salvatore Ferraro a 4 anni e due mesi[81]. Liparota venne assolto perché «non punibile» poiché il suo favoreggiamento - secondo la sentenza - fu frutto solo delle minacce ricevute dagli altri due. Egli stesso però negò, anche dopo l'assoluzione, di avere ricevuto minacce dagli assistenti universitari, dicendo che fu «un processo-farsa, niente di tutto questo è mai stato vero».[37]

Dalla sua assoluzione, Francesco Liparota svolge attività di avvocato nello studio del fratello Fabio.[82]

Scattone, che avrebbe potuto scontare la maggioranza della pena ai domiciliari, rifiutò di confessare il delitto e preferì andare in carcere per finire di scontare gli anni rimanenti (rimarrà a Rebibbia per un altro anno). Ferraro sconterà il resto della pena ai domiciliari.[83] Il pg Antonio Marini dichiara che «volevamo che i giudici scrivessero soltanto tre parole: "sono stati loro", cioè che fosse riconosciuta la responsabilità di Scattone e Ferraro, e questo è avvenuto. Non ci interessava il resto».[84] La famiglia di Marta Russo si disse soddisfatta della conclusione, accettando la tesi dell'omicidio colposo ad opera dei due condannati, mentre Giovanni Scattone annunciò invece che avrebbe voluto chiedere la revisione del processo[85], cosa ribadita nel 2011 ma finora mai richiesta[86]: «Ho la coscienza pulita, perché sono innocente e con l’omicidio di Marta Russo io non c’entro. [I genitori di Marta] sono sempre stati colpevolisti e questo per me è un grande dolore».[87]

Procedimenti correlati[modifica | modifica wikitesto]

Nel luglio 2005 Giovanni Scattone accusò il giornalista Paolo Occhipinti e la RCS di violazione del diritto della personalità per un articolo pubblicato sul settimanale Oggi, ma perse la causa di risarcimento dei danni, con addebito a suo carico delle spese processuali.[88]

Nell'ottobre 2005 l'investigatore privato e criminologo[89] Carmelo Lavorino (ma non del deputato Marco Taradash, prosciolto) fu condannato a un anno e mezzo di reclusione (pena sospesa) per calunnia nei confronti degli investigatori dell'accusa e di Gabriella Alletto[90].

Nel 2010, il deputato Daniele Capezzone, che aveva seguito il caso - definendolo "caso di giustizia kafkiana (cioè italiana)"[91] -, fu condannato in via definitiva per diffamazione a mezzo stampa, per aver definito "teppistico" il comportamento di alcuni magistrati romani nel caso Marta Russo, in particolare quello del pm Carlo Lasperanza, dichiarazione resa nel 2002 quando era ancora segretario radicale.[92][93]

Nel maggio 2011 la XIII Sezione del Tribunale Civile di Roma, presieduta dal giudice Roberto Parziale, condannò Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro al risarcimento di un milione di euro ai familiari di Marta Russo - i genitori, Donato e Aureliana, e la sorella Tiziana - e al pagamento delle spese giudiziarie, stabilendo inoltre che La Sapienza non può essere ritenuta responsabile della morte della ragazza. Il solo Ferraro - pur non essendo stato dichiarato come colui che impugnava l'arma[94] - fu condannato a versare all'università 28 mila euro come risarcimento dei danni di immagine.[95]

Nell'aprile 2013 la Corte di Cassazione confermò il risarcimento delle spese del giudizio e della detenzione carceraria per € 300.468 a carico di Ferraro e a favore dello Stato italiano, motivando la sentenza con le circostanze che «il soggetto non si trova in stato di indigenza» e che «l’adempimento non comporta uno squilibrio del suo bilancio tale da precludere il suo recupero e il reinserimento sociale»[96].

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il 26 maggio 2001 la seconda edizione del torneo di scherma «Trofeo Marta Russo» è diventato internazionale. Dal 2004 ha cambiato denominazione in «Una stella per Marta».

Nel 2001 fu dedicato a Marta Russo un parco nel quartiere Labaro in Roma, adiacente a via Gemona del Friuli.[97]

Dal 14 maggio 2003 si svolge il premio «Marta Russo. La Donazione degli organi: gesto d'amore a favore della vita», rivolto agli studenti degli istituti di scuola media superiore di Roma e provincia, promosso dall'Associazione Marta Russo e dalla Provincia di Roma.

Il 5 maggio 2010 l'Istituto Comprensivo Via Italo Torsiello di Roma, frazione di Trigoria, fu intitolato a Marta Russo con una cerimonia alla quale parteciparono i genitori della ragazza.

Fine pena di Scattone e Ferraro e successive polemiche[modifica | modifica wikitesto]

Nel settembre 2003 Salvatore Ferraro fu ingaggiato come consulente per la sceneggiatura di un film su un serial killer[98]. Ha scritto anche alcuni spettacoli teatrali.[99] Nel 2005 finì di scontare la pena ai domiciliari. Ferraro è inoltre divenuto un militante del Partito Radicale, tra i responsabili dell'Associazione "Il Detenuto Ignoto" (da lui fondata con Irene Testa), e ha lavorato anche come collaboratore della Camera dei deputati dal 2006 al 2008, durante il governo Prodi II, assunto da Daniele Capezzone che era allora deputato della Rosa nel Pugno e Presidente della Commissione Attività Produttive.[100][101]

Nel 2011, scontata la pena, prima in carcere (fino al 2004) poi ai servizi sociali fino al 2006, e non interdetto dai pubblici uffici in quanto ritenuto responsabile di delitto colposo e non volontario, Giovanni Scattone ottenne una supplenza in storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma, dove aveva studiato Marta Russo, generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti riguardo la sua riammissione all'insegnamento.[102][103][104] Dopo un periodo di polemiche accese, Scattone decise di abbandonare l'incarico, nonostante fosse la sua principale fonte di sostentamento nonché di pagamento dei risarcimenti civili e processuali.[105] Tornò poi a insegnare filosofia nel liceo Primo Levi[106], e in anni successivi come insegnante supplente di materie umanistiche in altri licei.[107][108]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

La miniserie televisiva Morte di una ragazza perbene (1999) si ispirò vagamente all'omicidio di Marta Russo.[109]

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Killer all'università, studentessa in coma
  2. ^ «Legata a quell'ostaggio dal cuore di Marta»
  3. ^ Laboratorio di modellazione e rilievo in tre dimensioni.
  4. ^ Development of Integrated Automatic Procedure for Restoration of Monuments.
  5. ^ La Repubblica Effetti speciali in aula targati Hollywood
  6. ^ Cecchino spara all'Università
  7. ^ Un laser per la verità su Marta
  8. ^ Marta Russo: "Scattone sparò consapevolmente"
  9. ^ a b c Edoardo Mori, Drammatica situazione delle scienze forensi in Italia
  10. ^ Agguato all'università, studentessa in coma
  11. ^ Sapienza, schede sospette
  12. ^ Università, bis della destra
  13. ^ Separatismo nuovo colore del terrorismo?
  14. ^ a b c Yara, Sarah Scazzi, Marta Russo: quando le inchieste ripartono da zero
  15. ^ Il capo dell'antiterrorismo USA: "L'Italia deve fare di più"
  16. ^ Giubileo, pericolo terroristi islamici
  17. ^ a b c Haver Flavio, " Scattone aveva in mano una pistola ", Il Corriere della Sera, 15 settembre 1998. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  18. ^ a b c d e f g Flavio Haver, "Colpita per errore, il bersaglio era l'amica" in Corriere della Sera, 13 maggio 1997. (archiviato dall'originale il ).
  19. ^ Flavio Haver, Il padre di Jolanda in Corriere della Sera, 13 maggio 1997. (archiviato dall'originale il ).
  20. ^ a b c Enrico Ratto, Caso Marta Russo: Intervista a Giovanni Valentini. URL consultato il 15 ottobre 2014.
    «Giovanni Valentini è editorialista della "Repubblica", ha diretto "L’Europeo" e poi "L’Espresso". È autore del libro "Il mistero della Sapienza - il caso Marta Russo" (Baldini & Castoldi).».
  21. ^ Anonimo, Per il massacro di Rebibbia incriminati il direttore e i vice direttori in Lotta Continua, 29 luglio 1972. (archiviato dall'originale il ).
    «Il direttore del carcere di Rebibbia, il gendarme dottor Giovanni Castellano, i suoi due vicedirettori, Vincenzo Barbera e Renato Ricci, (che avevano presenziato di persona al pestaggio dei detenuti per accertarsi che le botte andassero a segno), alcuni sottufficiali e numerose guardie carcerarie, sono stati indiziati del reato di lesioni per aver sottoposto più di 45 detenuti al massacro di botte e di manganellate della notte del 12 luglio scorso. Ieri un avvocato ha sporto denuncia al magistrato perché il detenuto da lui difeso è in fin di vita in conseguenza delle botte ricevute quella notte.».
  22. ^ Cinzia Palopodi, Psicologia della Testimonianza: Il caso Marta Russo in Tesi di Specializzazione Triennale in Scienze Criminologiche, Istituto MEME, p. 6. URL consultato il 15 ottobre 2014.
  23. ^ Nel caso Marta Russo spunta una pista mafiosa
  24. ^ Flavio Haver, "Volevano colpire me, non Marta Russo"
  25. ^ Paolo Mieli, Il giudice in croce e le accuse di Scattone alle Br, Il Corriere della Sera, 31 ottobre 2003. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  26. ^ a b La morte di Marta Russo, l'uomo delle pulizie e i dubbi di Scattone
  27. ^ Uccisa Marta sono andati a festeggiare
  28. ^ a b c Giallo Marta Russo: atto terroristico?
  29. ^ La bomba innescata con un telefonino
  30. ^ a b c d e f g h i j k l m Le ombre del caso Marta Russo
  31. ^ Caso Marta Russo, la testimonianza: “Nel bagno del Rettorato la scheda tecnica di una pistola”
  32. ^ Marta Russo, l'appello bis, si cerca l'ultima verità
  33. ^ Alla Sapienza scatta anche l'indagine interna
  34. ^ Suora colpita come Marta Russo Roma, sparo in viale Trastevere La donna in ospedale: non è grave
  35. ^ a b c Alletto: mi sono comportata da madre di famiglia
  36. ^ Alberto Beretta Anguissola, Le memorie troppo volontarie di Maria Chiara Lipari
  37. ^ a b «Volevo suicidarmi, ora torno a vivere»
  38. ^ Giovanni Scattone - Curriculum
  39. ^ Haver Flavio, Marta Russo, scontro tra i professori, Il Corriere della Sera, 16 luglio 1998. URL consultato il 25 febbraio 2013.
  40. ^ Redazione, Marta Russo, un caso lungo due anni, La Repubblica, 1º giugno 1999. URL consultato il 25 febbraio 2013.
  41. ^ a b c d Di Gianvito Lavinia, "Provavano il delitto perfetto", Il Corriere della Sera, 5 settembre 1997. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  42. ^ a b Kennedy, Frances. "It was the perfect crime. So who made the fatal error?", The Independent, 1999-06-08. Retrieved on 2009-07-08.
  43. ^ Uccisa Marta sono andati a festeggiare
  44. ^ Brogi Paolo, Nuovo alibi per Scattone, un'altra donna nel mistero, Il Corriere della Sera, 15 luglio 1997. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  45. ^ Giovanni Valentini, Quegli alibi così normali
  46. ^ Haver Flavio, "Testimone flop" per l' alibi di Scattone, Il Corriere della Sera, 25 aprile 1998. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  47. ^ L'omicidio di Marta Russo nella ricostruzione di Roberta Bruzzone (I parte)
  48. ^ Le ragioni del nostro impegno, Comitato per la Difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro
  49. ^ Un ingegnere di Pordenone accusato ingiustamente di essere il bombarolo soprannominato "Unabomber italiano".
  50. ^ a b Comitato per la Difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, Le cosiddette piste alternative, pag. 20
  51. ^ a b c d Marta Russo, sull'aula 6 si sbriciolano le prove
  52. ^ Scattone non sapeva che la pistola era carica
  53. ^ Lipari, la fatica di ricordare
  54. ^ a b c d e f g la Repubblica/fatti: Marta Russo, i due pm rischiano la sostituzione
  55. ^ a b Marta Russo, prosciolti i magistrati romani
  56. ^ Il caso Marta Russo - Interrogatorio di Gabriella Alletto
  57. ^ a b Vacilla la verità di Gabriella Alletto
  58. ^ a b Il drammatico confronto: «Vi ho visto, dovete confessare» Quelle pressioni sulla Alletto e l'inchiesta di Flick sui Pm
  59. ^ Marta, è colpo di scena. Alletto: "Non parlo più"
  60. ^ Fotografia della finestra
  61. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi, pag. 215
  62. ^ Brogi Paolo, Gabriella Alletto ottiene il rinvio a giudizio di Taradash, Il Corriere della Sera, 13 febbraio 1999. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  63. ^ IL RUOLO DEI SERVIZI SEGRETI Ecco gli omicidi irrisolti in cui compare sempre uno 007
  64. ^ a b Comitato per la Difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, Le cosiddette piste alternative
  65. ^ "Alletto ipnotizzata perché accusasse"
  66. ^ Alletto: Taradash rinviato a giudizio
  67. ^ Marta Russo: chiesti 18 anni per Scattone e Ferraro
  68. ^ Guido Vitiello, Poetic Justice. Il caso Marta Russo, dieci anni dopo
  69. ^ Haver Flavio, Marta Russo, scontro sulla sentenza, Il Corriere della Sera, 9 febbraio 2001. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  70. ^ Haver Flavio, Saccà, direttore di RaiUno indagato per i milioni dati a Scattone e Ferraro, Il Corriere della Sera, 12 dicembre 1999. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  71. ^ Osvaldo Duilio Rossi, Capri espiatori di massa, 2011, pag. 2-3
  72. ^ Tavola rotonda sul tema: "Informazione e giustizia: un rapporto difficile"
  73. ^ Adesioni al Comitato pro Scattone e Ferraro
  74. ^ Cerami: ma contano solo i fatti
  75. ^ Comitato per la difesa di Scattone e Ferraro
  76. ^ Haver Flavio, "Ecco perché Scattone sparò ", Il Corriere della Sera, 5 maggio 2001. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  77. ^ Haver Flavio, Delitto Marta Russo «È stato il diavolo a premere il grilletto», Il Corriere della Sera, 19 ottobre 2002. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  78. ^ Marta Russo, la sentenza della Cassazione del 2001
  79. ^ Haver Flavio, «Condanna più severa a Scattone», Il Corriere della Sera, 5 maggio 2003. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  80. ^ Redazione, «Liparota era terrorizzato» La Cassazione: non è punibile, Il Corriere della Sera, 23 luglio 2004. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  81. ^ Di Gianvito Lavinia, Marta Russo, libero Scattone «Voglio un lavoro e dei figli», Il Corriere della Sera, 3 aprile 2004. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  82. ^ Studio Legale Liparota - I professionisti
  83. ^ Giovanni Scattone - Biografia
  84. ^ Marta Russo, Scattone e Ferraro condannati anche in Cassazione
  85. ^ Scattone e Ferraro: pene ridotte ma confermate
  86. ^ Marta Russo, stabilito il risarcimento di un milione di euro
  87. ^ Scattone: "Ho la coscienza pulita, sono innocente"
  88. ^ Redazione online, Negato risarcimento a Giovanni Scattone, Il Corriere della Sera, 28 luglio 2005. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  89. ^ Meredith Kercher “uccisa solo da Guede”: Carmelo Lavorino, criminologo, convinto
  90. ^ Di Gianvito Lavinia, «Marta Russo, non ci fu complotto», Il Corriere della Sera, 15 ottobre 2005. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  91. ^ Scattone. Capezzone: spero che finisca accanimento contro di lui
  92. ^ Cassazione: condannato Capezzone, diede dei 'teppisti' alle toghe in Adnkronos, 12 febbraio 2010. URL consultato il 13 febbraio 2010.
  93. ^ Definì 'teppista' un magistrato Capezzone condannato in Cassazione in La Repubblica, 12 febbraio 2010. URL consultato il 13 febbraio 2010.
  94. ^ "Condannati preventivi": una galleria degli orrori
  95. ^ Redazione online, Morte di Marta Russo, Scattone e Ferraro dovranno risarcire la famiglia, Il Corriere della Sera, 5 maggio 2011. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  96. ^ Fonte: Il Fatto Quotidiano, 18.04.2013, "Marta Russo, Cassazione conferma oltre 300mila euro di spese"
  97. ^ Corriere della Sera articolo del 29 dicembre 2001 [1]
  98. ^ Haver Flavio, Ferraro si dà al cinema. «Esperto» per un serial killer, Il Corriere della Sera, 24 settembre 2003. URL consultato il 23 febbraio 2013.
  99. ^ Io, killer innocente di Marta Russo ora metto in scena la cattiva giustizia
  100. ^ Adesioni al digiuno di dialogo con la Commissione giustizia della Camera per l'Amnistia
  101. ^ Un lavoro alla Camera, polemica su Ferraro
  102. ^ Fonte: La Repubblica, 26.11.2011, "Scattone nella scuola di Marta Russo. La madre: «Non dovrebbe educare i giovani»"
  103. ^ Fonte: Ansa,29.11.2011,"La mamma di un'allieva di Scattone",
  104. ^ Fregonara Gianna, UNO SBAGLIO CHE RINNOVA IL DOLORE, Il Corriere della Sera, 26 novembre 2011. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  105. ^ Fregonara Gianna, Scattone: «Rinuncio alla cattedra», Il Corriere della Sera, 26 novembre 2011. URL consultato il 24 febbraio 2013.
  106. ^ Scattone dal carcere alla cattedra insegna storia e filosofia al liceo, La Repubblica, 6 ottobre 2005.
  107. ^ Marta Russo, Scattone farà il professore di liceo: supplente di storia fino a giugno
  108. ^ Scattone, Lotta Studentesca critica il prof: "Un assassino" Ma i genitori degli studenti si oppongono: "Un ottimo insegnante"
  109. ^ Si ispira al caso Marta Russo Morte di una ragazza perbene il film tv che Luigi Perelli sta girando a Belgrado

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Valentini, Il mistero della Sapienza. Il caso Marta Russo, Baldini e Castoldi, 1999.
  • Alberto Beretta Anguissola e Alessandro Figà Talamanca, La prenderemo per omicida. Caso Marta Russo: il dramma di Gabriella Alletto, Koinè, 2001.
  • Marco Catino, Sociologia di un delitto. Media, giustizia e opinione pubblica nel caso Marta Russo, Roma, Luca Sossella, 2001.
  • Salvatore Ferraro, Il dito contro. Memoriale del processo per l'assassinio di Marta Russo, prefazione di Vittorio Feltri, Avagliano, 2001.
  • Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi, 2005.
  • Sabina Marchesi, I processi del secolo. Enigmi, retroscena, orrori e verità in trenta casi giudiziari italiani da Gino Girolimoni a Marta Russo, Olimpia, 2008.
  • Massimo Picozzi e Carlo Lucarelli, La nera. Storia fotografica di grandi delitti italiani dal 1946 a oggi, Mondadori, 2008.
  • Nino Luca, Parentopoli. Quando l'università è affare di famiglia, Marsilio, 2009.
  • Ferdinando Imposimato, L'errore giudiziario: aspetti giuridici e casi pratici, Giuffrè, 2009.
  • Annalisa Chirico, Condannati preventivi. Le manette facili di uno Stato fuorilegge, Rubbettino, 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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