Mura spagnole di Milano

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Mura spagnole di Milano
Mura spagnole 005.jpg
Tratto di mura spagnole di Milano viste dal giardino di un centro benessere situato in zona piazza Medaglie d'Oro
Localizzazione
Stato attualeItalia Italia
RegioneLombardia Lombardia
CittàCoA Città di Milano.svg Milano
Coordinate45°28′27.77″N 9°12′18.04″E / 45.474381°N 9.205011°E45.474381; 9.205011Coordinate: 45°28′27.77″N 9°12′18.04″E / 45.474381°N 9.205011°E45.474381; 9.205011
Mappa di localizzazione: Italia
Mura spagnole di Milano
Informazioni generali
Tipomura con porte e torri
Costruzione1548-1562
Materialemattoni e terra
Demolizionefine XIX secolo - inizio XX secolo
Condizione attualenon più esistenti
Informazioni militari
UtilizzatoreLesser Ducal coat of Arms of Philip II of Spain as Monarch of Milan (1556-1598).svg Ducato di Milano
Funzione strategicadifesa della città di Milano
[1]
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Le mura spagnole di Milano, conosciute anche come Bastioni di Milano, sono state una cinta muraria eretta durante la dominazione spagnola sul Ducato di Milano a protezione della città meneghina.

Costruite dal 1548 al 1562 per sostituire le mura medievali di Milano, ormai diventate obsolete per l'invenzione della polvere da sparo, sono state demolite, per la gran parte, alla fine del XIX secolo come conseguenza del Piano Beruto, primo piano regolatore di Milano.

Trasformate nel XVIII secolo in camminamenti pedonali alberati, ne sono giunti al XXI secolo solo pochi tratti.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Una mappa di Milano come appariva nel 1573
Una mappa di Milano come appariva nel 1832. In rosso sono segnate le mura spagnole
Il Piano Beruto, primo piano regolatore di Milano, che ha previsto lo sviluppo urbanistico della città (segnato in rosso) oltre la Cerchia dei Navigli e le mura spagnole

La costruzione delle mura spagnole avvenne tra il 1548 e il 1562 per ordine di Ferrante I Gonzaga, governatore della città all'epoca in cui questa era dominata dagli spagnoli, e dell'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V d'Asburgo[2].

L'iniziale progetto di rafforzamento delle difese cittadine, eseguito dal'ingegnere militare Giovanni Maria Olgiati, prevedeva anche la trasformazione del Castello Sforzesco in una cittadella fortificata e la costruzione di un nuovo imponente castello nella parte meridionale della città[2]; il progetto di un nuovo castello fu poi accantonato per l'eccessiva onerosità, e si preferì costruire solo la nuova cinta muraria che sostituisse le mura medievali di Milano, ormai diventate obsolete[2].

Il Castello Sforzesco fu poi trasformato in una cittadella fortificata con il trasferimento della corte signorile a Palazzo Ducale: la guarnigione che lo difendeva era una delle più grandi d'Europa, variabile da 1.000 a 3.000 uomini, con a capo un castellano spagnolo[3]. Dai documenti risulta che Giovanni Maria Olgiati non fosse nuovo a questo tipo di mansione: uno scritto del 1542 conferma che Olgiati ricoprisse il ruolo di direttore dei lavori di ristrutturazione della mura medievali di Milano[2].

Era infatti necessario costruire una nuova cinta muraria per restare al passo del progresso della tecnica militare, soprattutto a causa dell'invenzione della polvere da sparo, che aveva fatto diventare superati i sistemi di difesa medievali (mura e castelli)[2]. I colpi di cannone potevano infatti facilmente sgretolare gli antichi muri medievali. Invece le mura costruite per resistere all'artiglieria, e quelle di Milano non furono un'eccezione, erano generalmente più basse, tozze e provviste di terrapieni a scarpa, che deviavano in modo più efficace i colpi di cannone[4].

La prima parte delle mura spagnole che venne costruita fu quella compresa tra il Castello Sforzesco e Porta Comasina[5]. Successivamente fu realizzato il tratto di cinta muraria tra Porta Romana e Porta Lodovica[5]. Nel 1552 venne innalzata la parte di mura tra il Castello Sforzesco e Porta Vercellina[5].

Completata nel 1562, la cinta era costituita da un muraglione con torri e lunette, il cui perimetro si estendeva per circa undici chilometri, rendendola all'epoca il sistema di mura più esteso d'Europa[2]. In alcuni punti le mura erano dotate di fossati, ricavati dai numerosi fiumi e canali che giungevano a Milano: l'Olona da ovest, la Vetra da sud-ovest e il Redefossi, che derivava dal Seveso, da est[2][5].

La Darsena costeggiata dalle mura spagnole in una foto del 1880
La Darsena di Milano affiancata, sulla destra, dalle mura spagnole in un'immagine del 1910

Contestualmente alla costruzione delle mura spagnole furono realizzate ex novo le sei porte di accesso alla città che avevano già dato in epoca medievale il nome ai relativi sestieri della città, ovvero Porta Orientale, Porta Romana, Porta Ticinese, Porta Vercellina, Porta Nuova e Porta Comasina, che sostituirono le omonime porte medievali, senza intenti monumentali o estetici, perlomeno all'inizio: esse rappresentavano semplicemente un'apertura delle mure che consentiva l'accesso controllato alla città[5]. A queste, con il passare dei secoli, complice l'aumento dei traffici, se ne aggiunsero altre[5].

Un'eccezione fu Porta Romana, che venne realizzata già nel 1598 con architettura monumentale grazie al suo imponente arco trionfale: fu innalzata per celebrare l'ingresso in città di Margherita d'Austria-Stiria[5]. La monumentalizzazione di tutte le altre porte fu eseguita nel XIX, quando gli ingressi cittadini assunsero anche una funzione di rappresentanza, che si aggiunse alla primigenia funzione, quella di casello daziario[5].

Le mura spagnole di Milano che costeggiano la Darsena. Si possono notare il terrapieno situato verso l'esterno, che serviva per limitare l'impatto dei colpi di artiglieria, e il camminamento superiore delimitato da una doppia fila di alberi. Per secoli sono state il confine di Milano con il resto del suo contado
Le mura spagnole di Milano verso Porta Volta in una foto risalente al XIX secolo

Le mura spagnole di Milano possedevano anche nomi che definivano i vari tratti, denominazioni che derivavano dal nome della porta da cui iniziava, in senso antiorario, la parte di cinta muraria[6]. Così il tratto compreso tra Porta Orientale e Porta Nuova era chiamato "Bastioni di Porta Orientale", da Porta Nuova a Porta Comasina le mura erano denominate "Bastioni di Porta Nuova", ecc.[6] In origine i Bastioni di Porta Orientale erano chiamati "Bastioni di San Dionigi", che presero il nome dalla basilica di San Dionigi, luogo di culto demolito nel XVIII secolo per far spazio ai Giardini di via Palestro (ora "Giardini pubblici Indro Montanelli") e al Museo Civico di Storia Naturale[6].

Nel 1750 le mura, superate ormai da qualche decennio da un punto di vista militare, vennero adibite, per ordine del governatore lombardo dell'epoca, Gian Luca Pallavicini, a passeggiata pubblica: la sommità dei bastioni fu resa accessibile a tutti ed era dotata di panchine e alberi[2]. Tra le opzioni vagliate ci fu anche la loro completa demolizione con la trasformazione della spianata ottenuta in passeggiata alberata per nobili, ipotesi poi scartata[5].

Dal 1783 e il 1786 Giuseppe Piermarini continuò l'opera di trasformazione delle mura spagnole, ricavandone un vero e proprio giardino pubblico pensile, soprattutto nei tratti adiacenti a Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Vercellina[2]. Nel complesso le mura spagnole erano state quindi trasformate in un viale sopraelevato panoramico: da ogni punto del camminamento era possibile vedere il Duomo, mentre dalla parte settentrionale delle mura si potevano osservare le Alpi e la campagna circostante, all'epoca priva di ogni urbanizzazione[2]. Sulle mura situate nei pressi di Porta Romana venne realizzato uno scosceso pendio che fu soprannominato dai milanesi "Monte Tabor": la popolazione lo utilizzava, da un punto di vista ludico, come una pista di discesa[5].

Le demolizioni e il rimaneggiamento delle mura, considerate ormai soltanto d'intralcio alla viabilità cittadina, visto che gli unici assi viari che le superavano erano quelli che passavano attraverso le porte cittadine, iniziarono nella seconda metà del XIX secolo e furono ultimate nell'immediato secondo dopoguerra, con l'eliminazione pressoché totale delle antiche mura spagnole[2]. Ciò fu la conseguenza dell'attuazione del Piano Beruto, primo piano regolatore di Milano[2][5]. Al suo posto furono costruite nuove abitazioni e venne realizzata la circonvallazione viaria interna, che è infatti detta anche cerchia delle mura spagnole per il suo svolgersi lungo tale perimetro[5]. Nell'intento di Cesare Beruto, estensore dell'omino Piano, tali strade dovevano essere circondate da parchi con l'obiettivo costituire un anello verde per la città, ma in sede di approvazione del Piano si optò per realizzare costruzioni residenziali.

Le porte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Porte di Milano.
Dazio di Porta Vigentina, 1880 circa
Porta Romana ancora inserita nelle mura spagnole sull'incisione Entrée des français dans Milan le 25 Floréal an 4 di Carle Vernet. L'incisione rappresenta l'entrata di Napoleone Bonaparte, alla testa delle truppe francesi, in Milano, attraverso Porta Romana, il 15 maggio 1796
Porta Ticinese ancora inserita nelle mura spagnole in una foto del 1860

Al 1796 le porte principali erano dodici, di cui sei erano quelle principali[2][5]:

Fin dall'inizio, alle sei principali, erano associate altre quattro porte succursali, che dipendevano da quelle maggiori (ad eccezione di Porta Tenaglia, che faceva riferimento al vicino Castello Sforzesco)[2]:

  • Porta Tenaglia, ora piazza Lega Lombarda, esattamente nei pressi dell'attuale Porta Volta (dalla carta del 1883 si evince che le due porte sono sempre state comunque distinte e separate), fu demolita dopo poco tempo, nel 1571. Come accennato, era succursale del Castello Sforzesco.
  • Porta Tosa, dal 1861 Porta Vittoria, succursale di Porta Orientale.
  • Porta Vigentina, succursale di Porta Romana.
  • Porta Lodovica, succursale di Porta Ticinese.

Con la crescita dei commerci e del traffico, nel XIX vennero aperte altre porte, le ultime prima della demolizione delle mura spagnole, che iniziò alla fine dello stesso secolo[2][5]:

Ogni porta era presidiata dai gabellieri, che lavoravano per il dazio di Milano[2]. Come si può notare, molte porte, con il passare del tempo, cambiarono nome[2][5]. In epoca napoleonica Porta Orientale venne rinominata in Porta Riconoscenza, con un'allusione alla riconoscenza che i milanesi avrebbero dovuto portare a Napoleone per averli liberati dall'assolutismo, oppure Porta Ticinese, che fu rinominata Porta Marengo in ricordo del rientro vittorioso di Napoleone a Milano nel 1800 proprio da questa porta dopo la battaglia di Marengo[2][5].

Altri cambiamenti di nome si ebbero durante il Risorgimento. Porta Tosa cambiò nome in Porta Vittoria per celebrare le cinque giornate di Milano, durante le quali gli insorti espugnarono le porte cittadine togliendole dal controllo degli austriaci (Porta Tosa fu la prima di queste), Porta Vercellina, che venne rinominata Porta Magenta in ricordo della battaglia di Magenta, scontro armato facente parte della seconda guerra di indipendenza, Porta Comasina, che fu ridenominata Porta Garibaldi in onore a Giuseppe Garibaldi e Porta Orientale, che fu ridenominata Porta Venezia (1859) in onore alla città lagunare, non ancora annessa al Regno di Sardegna vista l'inaspettata interruzione della seconda guerra di indipendenza (Venezia fu poi annessa al neocostituito Regno d'Italia nel 1866, dopo la terza guerra di indipendenza)[2][5][6].

Nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

I Bastioni di Porta Venezia nel 1910
Porta Tosa ancora inserita nelle mura spagnole in una foto del XIX secolo. Demolito alla fine dell'Ottocento l'arco neoclassico, della porta sopravvivono oggi solo i caselli daziari. Fu descritta da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi

Le mura spagnole di Milano sono descritte da Ugo Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, da Stendhal in Rome, Naples et Florence e da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi[2].

Ugo Foscolo descrive così la passeggiata fatta con Giuseppe Parini su un tratto sopraelevato delle mura spagnole di Milano vicino a Porta Orientale (ora Porta Venezia)[2]:

« [...] Ier sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città sotto un boschetto di tigli : egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall'altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpii suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava. S'assise sopra uno di que' sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch'io m’abbia mai conosciuto; e d'altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non dà somma eloquenza? [...] »

(Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis)

Per quanto riguarda Stendhal, la descrizione delle mura spagnole di Milano si riferisce a ciò il celebre scrittore vide il giorno 10 novembre 1816, osservazioni che poi riportò sul suo diario di viaggio. Da questo panorama Stendhal prenderà in seguito ispirazione per la descrizione del paesaggio visibile dalla Torre Farnese, presente nella Certosa di Parma, da cui lo scrittore godette di una vista delle Alpi[7]. Così Stendhal descrive le mura spagnole e il panorama che si vedeva dal loro camminamento[2][8]:

(FR)

« [...] J'ai fait neuf milles en sédiole sur les remparts de Milan élevés au-dessus du sol d'une trentaine de pieds, ce qui est considérable dans ce pays de plaine parfaite. Par l'étonnante fertilité de la terre, cette plaine offre partout l'aspect d'une forêt, et l'on ne voit pas à cent pas de soi. Les arbres ont encore toutes leurs feuilles aujourd'hui 10 novembre. Il y a des teintes de rouge et de bistre magnifiques. La vue des Alpes, à partir du bastion di porta Nova jusqu'à la porte de Marengo, est sublime. C'est un des beaux spectacles dont j'aie joui à Milan. On m'a fait distinguer le Resegon di Lec et le mont Rosa. Ces montagnes, vues ainsi par-dessus une plaine fertile, sont d'une beauté frappante, mais rassurante comme l'architecture grecque. [...] »

(IT)

« [...] Ho percorso nove miglia in sediolo sui bastioni di Milano, che si ergono fino a una trentina di metri dal suolo, cosa alquanto singolare, in questa zona perfettamente pianeggiante. La sorprendente fertilità della terra conferisce ovunque a questa pianura l'aspetto di una foresta, tanto che non è possibile estendere lo sguardo a cento passi di distanza. Ad oggi, 10 novembre, gli alberi conservano ancora tutte le loro foglie. Ci sono meravigliose tinte di rosso e di bistro. La vista delle Alpi, quale la si può ammirare dal bastione di porta Nova fino a Porta Marengo, è sublime. È uno dei begli spettacoli di cui ho goduto a Milano. Mi hanno fatto distinguere il Resegone di Lecco e il Monte Rosa. Queste montagne, viste troneggiare su una fertile pianura, sono di una bellezza sorprendente ma rassicurante, come l'architettura greca. [...] »

(Stendhal, Rome, Naples et Florence, Paris, Delaunay, 1826, t. I, pp. 74-75)

Le mura spagnole furono descritte anche da Alessandro Manzoni nel capitolo 11 de I promessi sposi, in occasione dell'arrivo di Renzo a Milano attraverso Porta Tosa[2]:

« [...] Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori non andava diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; poi scorreva serpeggiante e stretta, tra due siepi. La porta consisteva in due pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una parte, una casuccia per i gabellini. I bastioni scendevano in pendìo irregolare, e il terreno era una superficie aspra e inuguale di rottami e di cocci buttati là a caso. La strada che s’apriva dinanzi a chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che ora si presenta a chi entri da porta Tosa. [...] »

(Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo 11)

Cosa rimane[modifica | modifica wikitesto]

  • Resti ben conservati delle mura spagnole sono visibili lungo viale Vittorio Veneto nei pressi di Porta Venezia, dove hanno mantenuto l'aspetto originale, quella di "passeggiata" alberata[2][5].
  • Altri resti ben conservati sono visibili nella zona compresa tra Porta Romana e Porta Lodovica, dove sono usati come mura di cinta di abitazioni private, particolarmente in viale Beatrice D'Este e viale Angelo Filippetti[5]. Altri resti, in questa zona, sono presenti tra piazza Medaglie d’Oro e Porta Lodovica oltre che in viale Emilio Caldara[2][5].
  • Tra piazza Medaglie d'Oro e piazza XXIV Maggio sono ben visibili resti delle mura, ora notevolmente ridimensionate e adibite a perimetro di abitazioni private[2].
  • Lungo viale Monte Nero sono presenti a piccola distanza due giardinetti ricavati da resti delle mura[2].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vedere i testi citati in bibliografia.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa C'era una volta: le mura spagnole di Milano, su liberospazio.com. URL consultato il 30 ottobre 2017.
  3. ^ Guida Milano, Touring Club Italiano, 1985, p. 438.
  4. ^ Le diffese, su rodi.it. URL consultato il 30 ottobre 2017.
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Zona Porta Romana – Le mura spagnole, su blog.urbanfile.org. URL consultato il 30 ottobre 2017.
  6. ^ a b c d I Bastioni di Porta Venezia, su vecchiamilano.wordpress.com. URL consultato il 30 ottobre 2017.
  7. ^ Vecchia Milano, pg. 12, Libreria Meravigli Editrice, Milano, 2003
  8. ^ Testo completo di "Rome, Naples et Florence" di Stendhal (TXT), su archive.org. URL consultato il 29 ottobre 2017.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vecchia Milano, Libreria Meravigli Editrice, Milano, 2003
  • Vittore e Claudio Buzzi Le vie di Milano, 2005, Milano, Ulrico Hoepli editore.
  • Bonvesin de le Riva De magnalibus Mediolani (1288), 1998, Milano, Libri Scheiwiller.
  • AA. VV., Enciclopedia di Milano, Milano, Franco Maria Ricci Editore, 1997.
  • AA. VV., Milano, il volto della città perduta, Milano, Edizioni Celip, Milano 2004.
  • Bruno Pellegrino Così era Milano, 2011, Milano, Edizioni Meneghine.

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