La Certosa di Parma

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La Certosa di Parma
Titolo originale La Chartreuse de Parme
StendhalCharterhouseParma01.jpg
Edizione del 1846 in lingua originale
Autore Stendhal
1ª ed. originale 1839
Genere romanzo
Sottogenere romanzo storico
Lingua originale francese
Ambientazione Milano, Bologna e Parma, prima metà dell'Ottocento
Protagonisti Fabrizio del Dongo
Altri personaggi Angelina (Gina) Cornelia Isola Valserra del Dongo (poi contessa Pietranera, duchessa Sanseverina e contessa Mosca), Clelia Conti, il conte Mosca, il principe di Parma, il marchese e la marchesa del Dongo, Ascanio del Dongo, Fabio Conti, Robert

La Certosa di Parma (in francese, La Chartreuse de Parme) è un romanzo scritto da Stendhal.

Secondo la tradizione, fu composto a Parigi, in un edificio al numero 8 di rue Caumartin, fra il 4 novembre e il 26 dicembre 1838, durante una volontaria reclusione dell'autore durata 52 giorni. Sembra che lo scrittore, trincerato nel suo studio, diede ordine alla servitù di rispondere "il signore è a caccia" a qualsiasi importuno venisse a cercarlo e a turbare così la sua produttivissima prigionia. Inoltre, sempre secondo la tradizione, tale romanzo non fu direttamente scritto da Stendhal, bensì dettato, parola per parola, ad un abile copista, unico estraneo autorizzato a ficcare il naso nel rifugio dell'artista[1].

Il romanzo è stato suddiviso dall'autore in due parti: Libro Primo e Libro Secondo.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Libro Primo[modifica | modifica sorgente]

« Già mi fur dolci inviti a empir le carte
I luoghi ameni. »
(Ariosto, Satira IV)

L'infanzia di Fabrizio del Dongo[modifica | modifica sorgente]

Il romanzo, ambientato sullo sfondo dell'Italia della Restaurazione, in buona parte immaginaria, ha per protagonista il giovane nobiluomo milanese Fabrizio del Dongo, figlio naturale di una gentildonna milanese e di un soldato napoleonico, Robert, ospitato dalla famiglia durante l'occupazione francese di Milano[2].

Fabrizio, bello e spigliato, trascorre i primi anni della sua infanzia al castello di Griante (antica dimora quattrocentesca della famiglia Valserra del Dongo) dove vive «facendo spesso a pugni con i ragazzini del paese, senza imparare niente, neanche a leggere». Per la sua educazione viene mandato a Milano presso un collegio di gesuiti. Qui, però, il suo unico interesse è rappresentato dalla lettura di un volume di famiglia dove sono narrate le imprese eroiche dei suoi antenati: i Valserra (marchesi del Dongo). Si anima così di un forte spirito cavalleresco. Così, richiamato dal marchese del Dongo al castello di Griante, «al suo ritorno in quell'imponente palazzo edificato dai suoi antenati più bellicosi, Fabrizio non conosceva altro che gli esercizi militari e le passeggiate a cavallo». Qui cresce fra le attenzioni della madre e della zia, la contessa Gina Pietranera, trasferitasi nell'antico castello di famiglia alla morte del marito, un generale di divisione ucciso in un duello nato per futili motivi. Di tutte le attenzioni di cui è circondato il giovane Fabrizio si adombra il fratello Ascanio, il quale comincia a nutrire nei suoi confronti un forte risentimento e una profonda gelosia.

Le idee politiche[modifica | modifica sorgente]

Il marchese del Dongo e il primogenito Ascanio sono dei conservatori convinti, strenui sostenitori del governo austriaco tanto da fungere per esso da informatori "ufficiali" riguardo alle mosse di Napoleone e dei suoi sostenitori sul suolo italiano. Di idee totalmente opposte è invece Fabrizio, il cui animo si accende agli ideali di libertà di cui Napoleone si faceva portatore e per il quale nutre una stima e ammirazione appassionate e sincere, al punto che decide di armarsi e di andare a combattere al fianco dell'Imperatore, in Belgio. Sua zia, la contessa Pietranera, dirà dell'amato nipote:

« [...] nel mio bell'appartamento di Dugnami avevo delle stampe che riproducevano le battaglie vinte da Napoleone: mio nipote apprese a leggere guardando le didascalie sotto quelle incisioni. Da quando aveva cinque anni, il mio povero marito gli raccontava di quelle battaglie: gli mettevamo in testa l'elmetto di mio marito e lui, piccolo piccolo, si trascinava dietro la sua grande sciabola. Ebbene! Un bel giorno viene a sapere che il Dio di mio marito, l'Imperatore, è di ritorno in Francia; tutto frastornato, parte a raggiungerlo. »

Fabrizio in fuga per Waterloo[modifica | modifica sorgente]

Fabrizio fugge dal castello di Griante, all'insaputa del padre putativo, che lo avrebbe ostacolato e punito. Arrivato a destinazione, animato dal desiderio di incontrare Napoleone in persona, in realtà si scontra subito con la prima delusione: insospettiti dal suo italiano, i militari francesi lo scambiano per una spia, lo arrestano e conducono in prigione. Per fortuna la moglie del guardiano della prigione, impietosita dalle vicende sfortunate del giovane e allo stesso tempo colpita dall'ardore militare che lo anima, lo aiuta e Fabrizio riesce a fuggire vestendo i panni di un soldato ussaro. Si mette quindi di nuovo alla ricerca di un battaglione di Napoleone a cui accorparsi, ma di nuovo una serie di disavventure lo perseguita (più volte gli viene rubato il cavallo) e, se non fosse per l'aiuto e i buoni consigli di una bonaria vivandiera, non riuscirebbe a sopravvivere.

Dopo mille peripezie riesce ad unirsi all'esercito, ma si troverà solo ad essere l'attonito spettatore di una battaglia che diventerà fin troppo famosa, quella di Waterloo. Ma la Waterloo di Fabrizio è una Waterloo confusa, guardata con l'occhio stupito ed inesperto di un ragazzo che non si rende conto di quello che sta succedendo, fra palle di cannone fischianti, disertori allo sbaraglio, furti di cavalli e assordanti cariche di fanteria prussiana. Lo stesso Napoleone, per conoscere il quale Fabrizio ha lasciato la casa paterna e ha percorso molte miglia, non è altro che un'incerta, ingobbita apparizione cui il protagonista non riesce a dare più di una fuggevole occhiata.

Il ritorno a Griante e il primo incontro con Clelia Conti[modifica | modifica sorgente]

Alla fine della battaglia, sconfitto Napoleone e disperso l'intero esercito francese, Fabrizio si ritrova a girovagare senza meta, fino a giungere davanti ad una locanda, il Cavallo Bianco. Qui gli viene chiesto, dal Generale dei Dragoni Le Baron, di fermare chiunque tentasse di attraversare il ponte e di farlo entrare nella locanda. Ferito ad un braccio e ad una coscia nel tentativo di bloccare la strada a chi era fermamente intenzionato ad attraversare il ponte, Fabrizio viene mandato nella locanda a riposare. Il giorno dopo, al suo risveglio scopre che la locanda è in fiamme; nel caos generale, decide di montare a cavallo e di fuggire via. Stremato per le ferite subìte, riesce a malapena a raggiungere un'altra locanda, dove riceve le prime cure. Tornato al suo vecchio albergo a Parigi, scopre, grazie alle lettere scritte dalla madre e dalla zia, che deve fare subito ritorno a Milano, ma stando attento a seguire degli accorgimenti precisi, perché su di lui era stato emanato un ordine di cattura. L'invidioso fratello di Fabrizio, Ascanio, lo aveva infatti denunciato alla polizia di Milano con l'accusa di essere una spia di Napoleone. Ricercato dalla polizia, preoccupato, ma allo stesso tempo eccitato all'idea di essere considerato una spia dell'Imperatore, Fabrizio, seguendo prudentemente le istruzioni delle lettere, riesce a raggiungere il castello di Griante, dove finalmente può riabbracciare la madre, la zia e le sorelle. Da qui, però, in attesa di trovare una soluzione per far ritirare l'ordine di cattura, Fabrizio fugge in Piemonte, a Romagnano, nei pressi di Novara. Durante la sua fuga fa la conoscenza di una giovane e affascinante dodicenne da cui rimane colpito: Clelia Conti. Una volta giunto in Piemonte riceve la notizia che la contessa Pietranera sua zia, grazie alla sua influenza, è riuscita a far accordare al nipote l'impunità, a patto di rispettare alcune condizioni per dimostrare di non essere un cospiratore.

Fabrizio diventa monsignore e raggiunge Parma[modifica | modifica sorgente]

Fabrizio viene preso sotto l'ala protettrice della zia Pietranera e del suo nuovo spasimante, il conte Mosca della Rovere Sorezana, «ministro della guerra, della polizia e delle finanze di Ernesto IV, principe di Parma», conosciuto al teatro La Scala di Milano. Innamoratosi perdutamente di lei, il conte Mosca chiede alla Pietranera di trasferirsi alla corte di Parma. Entusiasta all'idea di poter rivivere gli antichi fasti della "perduta" giovinezza (lei è appena trentenne), Gina acconsente ad andare a vivere a Parma, accettando pure la condizione imposta dal conte per salvare le apparenze (lui è sposato, seppure separato, mentre lei è un'attraente giovane vedova): quella di accettare un matrimonio di facciata con il duca Sanseverina-Taxis, un sessantottenne con l'aspirazione di diventare ambasciatore. Presentata alla corte parmense come la duchessa Sanseverina, Gina riesce ben presto a conquistarsi l'intera corte (o comunque i personaggi di maggiore spicco). Consigliata dall'amante Mosca, invita il nipote Fabrizio ad abbandonare le sue velleità militari per abbracciare una ben più sicura (e degna dei suoi antenati) carriera ecclesiastica. Fabrizio accetta a malincuore. Viene così mandato all'Accademia ecclesiastica di Napoli e, dopo tre anni, ricevuta la nomina di monsignore, viene introdotto con tutti i fasti all'interno della corte parmense.

Qui Stendhal fa sfoggio di tutta la sua fantasia, inventando un fantomatico Principato storicamente mai esistito (giacché a quell'epoca Parma era compresa nel Ducato di Parma e Piacenza), nonché della sua colossale abilità letteraria riuscendo a ritrarre in maniera esemplare il complesso microcosmo della corte, con tutti i suoi delicati equilibri, le sue malcelate ipocrisie, i suoi rapporti di forza, le servitù, le clientele, gli amori, le figure dominanti.

In questa foresta sociale il giovane monsignor del Dongo si muove agevolmente, seppur a volte un po' incautamente, ma all'occorrenza sempre rintuzzato o protetto dalla zia, che, seppure molto più anziana di lui, ne è visibilmente innamorata.

Da questo momento in poi, il romanzo non verterà più soltanto sulla figura di Fabrizio, poiché la Sanseverina acquisterà sempre maggior rilievo, diventando il secondo perno della narrazione.

La continua ricerca dell'amore[modifica | modifica sorgente]

Fabrizio, intanto, è tormentato dalla continua ricerca dell'amore, che non gli è mai riuscito di vivere se non nell'aspetto della pura passione fisica:

« "Ma non è curioso" si diceva a volte, "che io non riesca proprio a provare quell'esclusiva e appassionata ansietà che la genta chiama 'amore'? Tra tutte le relazioni che mi è capitato di avere a Novara o a Napoli, mai ho incontrato una donna la cui presenza, finanche nei primi tempi, mi sembrasse preferibile a una bella passeggiata su un cavallino nuovo! Ma non sarà una menzogna, ciò che chiamano amore? Sì, certo, io di amare amo: così come ho appetito verso le sei! Non sarà questo bisogno un po' volgare, ciò che tanti bugiardi avrebbero fatto passare come l'amore di Otello, l'amore di Tancredi? Oppure mi devo considerare diverso dagli altri? Devo pensare che il mio animo manchi di passione? Ma perché? Certo, sarebbe proprio uno strano destino!" »

L'amore per Marietta e l'omicidio di Giletti[modifica | modifica sorgente]

Se da un lato Fabrizio passa da un letto all'altro nel disperato tentativo di trovare il vero amore, dall'altro sa di avere un legame di complicità molto forte (a tratti persino equivoco) con la zia, e quando il conte Mosca se ne accorge, se ne ingelosisce al punto da temere che i due siano amanti. Per distogliere la sua attenzione dalla zia, Fabrizio, dimentico dei doveri e divieti propri di un prelato, frequenta un teatro dove rimane affascinato da una giovane attrice che scoprirà chiamarsi Marietta Valserra. Scopre altresì che la giovane attrice è sotto la protezione di un attore follemente geloso di nome Giletti. Il brivido della conquista fa intestardire ancor più Fabrizio, pronto a sfidare Giletti pur di avere Marietta. Nonostante i tentativi del conte Mosca di allontanare da Parma la compagnia teatrale (e quindi lo stesso Giletti), Fabrizio ne farà un incontro del tutto fortuito a Sanguigna (dove si era recato per sovrintendere a degli scavi archeologici per il conte Mosca). Giletti, appena riconosciuto Fabrizio, gli si scaglia contro con il chiaro intento di ucciderlo. Fabrizio è costretto a difendersi e gli infligge un colpo mortale con un coltello consegnatogli qualche istante prima da Marietta. La morte del Giletti causerà una necessaria latitanza per Fabrizio, che si vedrà costretto a scappare di città in città sotto falso nome, passando per Ferrara e fermandosi a Bologna, dove vivrà per qualche tempo sotto il nome di Giovanni Bossi. Proprio in quest'ultima città incontra Marietta (che si era recata lì nella speranza di incontrarlo) e i due diventano amanti.

L'amore per Fausta[modifica | modifica sorgente]

La sfrenata, incessante e spesso irresponsabile ricerca dell'amore, comune a molti dei personaggi stendhaliani, fa invaghire Fabrizio questa volta di una certa Fausta, famosa cantante dotata di una splendida voce. Proprio quella voce da usignolo fa innamorare follemente Fabrizio, il quale crede di avere trovato in lei finalmente l'amore. Decide allora di conquistarla, pur sapendo dell'esistenza di uno spasimante, anch'egli (come Giletti) fortemente geloso, e certo non disposto a cedere la donna amata. Il culmine della rivalità tra i due sfocerà in un duello da cui Fabrizio uscirà vincitore, limitandosi solo a ferire e spaventare il rivale.

Libro Secondo[modifica | modifica sorgente]

« Con le sue grida continue,
questa repubblica ci impedirebbe
di godere della migliore
delle monarchie. »
(Capitolo XXIII)

L'arresto e il trasferimento alla Cittadella di Parma[modifica | modifica sorgente]

L'eco dell'omicidio di Giletti raggiunge la corte parmense. Qui il principe di Parma, innamorato perdutamente della duchessa Sanseverina e quindi gelosissimo di Fabrizio (poiché l'unico capace di catturare il cuore della donna), vede subito nella situazione una preziosa occasione per allontanare una volta per tutte Fabrizio e, allo stesso tempo, infliggere un duro colpo all'altera duchessa, rea di avere rifiutato di divenire la sua amante. Dal canto suo, la Sanseverina sfrutta la sua influenza presso il principe (il quale, nonostante i fermi propositi, non riesce a rimanere insensibile al fascino della donna) per farsi promettere, attraverso la firma di un documento, di non procedere contro Fabrizio. Il principe finge di acconsentire, ma il giorno dopo (grazie anche ad un vizio di forma del documento firmato che lo rende nullo) firma l'ordine d'arresto di Fabrizio e, allo stesso tempo, mostra la sua clemenza firmando la riduzione della condanna da venti anni a dodici anni di fortezza. L'ordine viene immediatamente eseguito: Fabrizio viene prelevato a Bologna e condotto in catene alla Cittadella di Parma.

Il secondo incontro con Clelia Conti[modifica | modifica sorgente]

Qui, prima di essere condotto in prigione, Fabrizio fa un secondo incontro (il primo era avvenuto cinque anni prima sul lago di Como) con Clelia Conti, figlia del generale Fabio Conti, governatore della cittadella parmense. I due rimangono colpiti l'uno dall'altra e Clelia, capendo che Fabrizio si trova nei guai, si sente in dovere di aiutarlo, in nome della gentilezza e del soccorso che il giovane le aveva prestato cinque anni prima. Clelia, inoltre, sa bene che oltre alla pura e semplice prigionia, Fabrizio rischia di essere avvelenato o impiccato pubblicamente; infatti, in seguito ad un colloquio tra il principe di Parma e il governatore, alla domanda di Clelia su cosa avesse detto il sovrano, il governatore rispose: «La bocca ha detto: 'prigione'. Lo sguardo: 'morte'».

La prigionia nella Torre Farnese[modifica | modifica sorgente]

Rinchiuso in una cella all'interno della Torre Farnese, Fabrizio, ancora stordito dall'incontro con la ragazza, rimane immediatamente estasiato dallo spettacolare panorama che gli si presenta dalla finestra della cella (da lì può vedere, infatti, la catena delle Alpi, da Treviso al Monviso). Il suo animo si rallegra ancor più quando scopre che può anche scorgere il palazzo del governatore della prigione e, in particolare, la finestra di una stanza usata come uccelliera da Clelia Conti. Con suo grande stupore quella posizione privilegiata gli permette di vedere a più riprese la ragazza e, persino, di comunicare con lei. In quello stato d'animo febbrile dettato dall'amore (questa volta vero amore), Fabrizio riesce addirittura ad apprezzare l'angusta e deprimente cella in cui si trova, chiamata Camera dell'Obbedienza passiva: «Ma è una prigione, questa? È questo ciò che avevo tanto temuto? [...] Come mai, io che avevo tanta paura della prigione, adesso sono dentro, e mi scordo di esser triste?»[3]

Non solo. Fabrizio riesce persino a comunicare con la duchessa Sanseverina, la quale aveva trovato un modo molto semplice, ma non per questo meno pericoloso, di contattare il nipote: si recava, nottetempo, in cima ad una torre che poteva essere vista dalla cella del prigioniero e da lì dapprima gli trasmetteva messaggi attraverso segnali luminosi intermittenti (che corrispondevano alle singole lettere dell'alfabeto) e poi, dopo aver corrotto un soldato di guardia, attraverso palle di piombo contenenti lunghe missive, scagliate all'interno della prigione con la fionda proprio dall'abile soldato. In questo modo la Sanseverina, oltre ad avere la certezza della sopravvivenza del nipote (spesso venivano diffuse notizie sulla sua morte), poteva rivelargli tutto quanto accadeva a corte, compresa la necessità, sempre più incombente, di tenersi pronto per la fuga: il principe di Parma, infatti, volendo infliggere il colpo di grazia alla duchessa, aveva incaricato un suo uomo di fiducia, il fiscale generale Rassi (uomo privo di scrupoli), di occuparsi della morte di Fabrizio, da indurre col veleno.

Dapprima Fabrizio rifiuta categoricamente l'idea della fuga, poiché avrebbe significato allontanarsi, forse per sempre, dall'unica donna capace di risvegliare in lui l'amore. Sarà proprio Clelia Conti, nel frattempo divenuta alleata della duchessa e per questo a conoscenza di tutti i suoi piani, a convincere Fabrizio a cambiare idea e a farsi giurare da lui che, quando fosse venuto il momento, non avrebbe esitato a fuggire.

La fuga[modifica | modifica sorgente]

Dopo nove lunghi mesi di prigionia Fabrizio riceve il segnale convenuto per la fuga. Approfittando di una fitta nebbia che era calata su Parma e approfittando dello stato di ubriachezza in cui versavano i soldati in occasione di un festeggiamento, Fabrizio, attraverso una serie di corde, si cala dalla Torre fino a raggiungere terra. Qui, provato per la stanchezza e la tensione, sente che le forze lo abbandonano, quando due uomini mandati dalla duchessa Sanseverina lo aiutano e lo portano in salvo. Fabrizio viene sistemato a Locarno, in Svizzera, dove la duchessa può incontrarlo quotidianamente (per stare vicino al nipote aveva preso una casa presso Belgirate). Accanto alla felicità di averlo lì con sé sano e salvo, la duchessa è però straziata dalla serietà innaturale del nipote e dal dubbio che il suo cuore fosse rimasto a Parma. Capisce che, per quanto lei abbia fatto tutto il possibile per liberarlo dalla prigione, l'unica vera persona che aveva davvero salvato Fabrizio (convincendolo a fuggire) era la giovane Clelia. Capisce, quindi, di avere perduto per sempre l'amato nipote.

La vendetta[modifica | modifica sorgente]

Accecata dalla gelosia, la duchessa sfrutta i pochi contatti che le sono rimasti a corte per accelerare le nozze tra Clelia Conti e il ricchissimo marchese Crescenzi (in modo che Fabrizio dimentichi, e in fretta, la giovane figlia del governatore). Giunge, intanto, a Belgirate, la notizia della morte del principe: la duchessa non è sorpresa, poiché ne è direttamente coinvolta. Non molto tempo prima, infatti, aveva assoldato un vecchio medico, nonché poeta e tribuno del popolo, Ferrante Palla (innamorato di lei e per la quale si sarebbe macchiato di ogni delitto) per uccidere, attraverso il veleno, il carnefice di Fabrizio: il principe di Parma in persona.

Il ritorno a Parma[modifica | modifica sorgente]

La morte del principe di Parma scatena nella città parmense una serie di rivolte popolari contro la Cittadella, il fiscale Rassi e la vecchia amministrazione in generale. Questo subbuglio permette al conte Mosca di agire in favore di Fabrizio imponendo il silenzio sulla sentenza del giovane a tutti i giudici incaricati del processo (pena l'immediata impiccagione). Aiutando Fabrizio, il conte favorisce di certo anche il ritorno dell'amata duchessa, ora nominata dal nuovo principe di Parma Ranuccio Ernesto V (figlio del principe defunto) duchessa di San Giovanni e prima dama di compagnia della principessa madre Clara Paolina. Un ultimo ostacolo bloccava il ritorno a Parma di Fabrizio in qualità di uomo libero: egli avrebbe dovuto sottoporsi al processo ed essere prosciolto da ogni accusa e, prima di questo, presentarsi alle prigioni della città (comandate dal conte Mosca e quindi "sicure") per costituirsi.

La nuova prigionia[modifica | modifica sorgente]

Tutto il piano per restituire la libertà a Fabrizio era stato studiato nei minimi particolari dal conte e dalla duchessa, ma senza tenere conto di un fatto certo: Fabrizio era innamorato e l'amore rende imprevedibili, impavidi e avventati. Fabrizio, infatti, si era sì presentato per costituirsi, ma non alle prigioni controllate dal conte Mosca, bensì direttamente alla Cittadella, nella speranza di rioccupare la sua vecchia cella e di vedere di nuovo Clelia (oramai prossima alle nozze col marchese Crescenzi). Questa mossa lo rende inevitabilmente esposto al rischio concreto di una vendetta da parte di Fabio Conti, il governatore della Cittadella, che vede nella situazione un'occasione unica per riscattarsi dal ridicolo di cui si era coperto al momento della fuga del prigioniero.

Il tentato avvelenamento[modifica | modifica sorgente]

Il governatore decide così di uccidere Fabrizio del Dongo facendogli avvelenare il pasto della sera. Ma ancora una volta Fabrizio viene salvato dalle due donne che lo amano: Clelia, che, accortasi di quello che stava succedendo e dimentica del voto fatto alla Madonna (quello di sposare il marchese Crescenzi e non rivedere più Fabrizio), corre alla Torre Farnese ed irrompe direttamente nella cella di Fabrizio per impedirgli di mangiare la cena avvelenata; e la duchessa, che cede al ricatto del giovane principe di Parma accettando di diventare la sua amante in cambio della vita di Fabrizio. Il giovane del Dongo viene così graziato dal principe e salvato da morte certa. Il principe di Parma, del tutto all'oscuro e inorridito di fronte alle macchinazioni e tentativi di avvelenamento che si tramano alle sue spalle, decide di infliggere una esemplare punizione ai colpevoli: il generale Conti viene destituito assieme al Rassi, ed entrambi costretti anche all'esilio in Piemonte.

La libertà amara[modifica | modifica sorgente]

Nel frattempo Fabrizio si sottopone al giudizio dei giureconsulti, i quali, dopo un regolare processo, lo prosciolgono da ogni accusa. Tornato in libertà, Fabrizio viene nominato - dal principe in persona - coadiutore dell'arcivescovo Landriani con futura successione e acquisisce pure il titolo di Eccellenza. Ma tutti quei titoli pomposi ed onori non importano nulla a Fabrizio, ora che si vede di nuovo allontanato dall'amata Clelia, la quale, saputo in salvo l'amato, ritorna nella sua fermezza di sposare il marchese Crescenzi, per dovere nei confronti del padre e per dovere nei confronti del voto fatto alla Madonna.

Adottando un travestimento Fabrizio riesce ad incontrare Clelia e i due finalmente si chiariscono: lei gli spiega il motivo del suo comportamento schivo e la necessità di non vedersi più. Per Clelia era inoltre necessario non rimandare ancora le nozze con il marchese Crescenzi, essendo questo l'unico modo per far ritornare il padre alla corte parmense (la stessa duchessa si sarebbe adoperata personalmente per il reintegro del generale a governatore della Cittadella, a condizione, però, che le nozze venissero celebrate il prima possibile). Questa notizia e la ferma decisione di Clelia di mantenere fede all'impegno preso, gettano monsignor del Dongo in uno stato di «tristezza senza speranze», di rassegnazione quindi, che lo spinge ad isolarsi e a ritirarsi presso il convento di Velleja, poco lontano da Parma. Questo isolamento dalla vita di corte, dalla mondanità e il silenzio in cui si era forzatamente rinchiuso, assieme all'estrema magrezza, lo fanno amare dalla gente comune, che arriva addirittura ad avvertire in lui l'odore della santità: «tutta la sua condotta, unicamente ispirata dal dolore per le nozze di Clelia, fu presa come il frutto di una religiosità semplice e sublime». Tornato a Parma per adempiere ai suoi doveri di coadiutore, Fabrizio ha l'occasione di rivedere Clelia, ora marchesa Crescenzi, ad un ricevimento presso il principe e la fiamma tra i due innamorati si riaccende più viva che mai.

La duchessa fugge da Parma e diventa la contessa Mosca[modifica | modifica sorgente]

La duchessa si trova ora costretta ad adempiere al giuramento fatto al principe (quello di divenire la sua amante), non riuscendo a convincerlo a fare altrimenti (nonostante la minaccia di fuggire da Parma e non farvi più ritorno). Scappa quindi dalla città per rifugiarsi a Bologna. Dopo pochi giorni sposa a Perugia il conte Mosca, diventando così la contessa Mosca della Rovere. I due si trasferiscono a Napoli, mentre Fabrizio rimane alla corte parmense, dove riesce a conquistarsi la piena fiducia del giovane principe. Proprio il pieno favore acquisito presso il principe, assieme al favore incontrastato che gode presso il popolo in qualità di eccellente predicatore, gli permette di aiutare il conte Mosca e sua moglie, gettando il seme per un loro futuro ritorno in pompa magna. Ma la felicità di Fabrizio del Dongo di aiutare il conte Mosca è offuscata dall'ottuso silenzio e isolamento in cui si era relegata per l'ennesima volta Clelia, ora incinta del primogenito, ora più che mai decisa a non rivedere più Fabrizio.

La svolta[modifica | modifica sorgente]

Gelosa di una giovane borghese di nome Annetta Marina, innamorata persa di Fabrizio, e sui quali circolavano voci di una relazione, Clelia si risolve finalmente ad assistere ad una predica di monsignor del Dongo. Così, dopo quattordici mesi di lontananza forzata, i due si rivedono e l'aspetto emaciato di Fabrizio, in netto contrasto con la passione delle parole da lui pronunciate, convince Clelia ad incontrarlo. Gli dà appuntamento per la notte seguente all'aranceto di palazzo Crescenzi, dove finalmente i due dichiarano apertamente il loro amore.

La fine[modifica | modifica sorgente]

A questo punto Stendhal fa un balzo in avanti di tre anni. L'autore ci informa che nell'arco di questo periodo i due amanti hanno continuato a vedersi di nascosto (rigorosamente di notte per non venire meno al voto fatto alla Madonna di non vedere mai più Fabrizio) e che da questa relazione segreta è nato un bambino, Sandrino, il quale viene però cresciuto dal marchese Crescenzi (che lo crede suo figlio). Dopo due anni Fabrizio confessa a Clelia il desiderio di avere con sé almeno il figlio, non potendo vivere apertamente con la donna amata. Così le suggerisce di far fingere a Sandrino una malattia, che si sarebbe aggravata fino a provocare la morte del bimbo (in realtà portato al sicuro in un'altra casa). All'inizio riluttante, Clelia finisce con l'acconsentire al tanto diabolico quanto disperato piano. Le cose sembrano andare esattamente come previsto, ma quando Sandrino viene trasferito e si simula il lutto, il bambino si ammala veramente e muore dopo soli pochi mesi, seguito in capo a qualche mese dalla madre, distrutta dal dolore della perdita e del castigo subìto. A questo punto Fabrizio non vede altra soluzione che dimettersi dal suo ufficio all'arcivescovado e, dopo aver dato disposizioni sulla divisione patrimoniale, si ritira nella Certosa di Parma «situata nei boschi nei pressi del Po, a due leghe da Sacca», dove morirà dopo un solo anno.

Stendhal, alla fine, ci informa anche su quanto accadde alla contessa Mosca. Ella aveva acconsentito affinché il marito tornasse a Parma per riprendere il suo ministero, ma senza fare lei stessa ritorno, in nome del giuramento di non mettere più piede negli Stati del principe fatto il giorno della violenza subìta. Vive perciò presso Vignano (in territorio austriaco) in un palazzo fatto costruire appositamente per lei dal conte Mosca. Lì trascorre un periodo tutto sommato felice. Alla morte dell'adorato nipote, però, la contessa non gli sopravvive che pochissimo tempo.

Stendhal chiude il romanzo informandoci che a Parma non ci sono più prigionieri, che il nuovo principe è amato e che il conte Mosca è diventato ricchissimo: magrissimo sollievo per gli "happy few", i pochi lettori eletti a cui l'autore ha dedicato l'opera:

« Le prigioni di Parma erano vuote, il conte immensamente ricco, Ernesto V venerato dai suoi sudditi che paragonavano il suo governo a quello dei granduchi di Toscana.
TO THE HAPPY FEW »

Personaggi (in ordine di apparizione)[modifica | modifica sorgente]

  • Il tenente Robert
  • Il marchese del Dongo
  • Angelina Cornelia Isola Valserra del Dongo, chiamata semplicemente Gina (poi contessa Pietranera, duchessa Sanseverina e contessa Mosca)
  • La marchesa del Dongo
  • Fabrizio del Dongo (poi monsignore del Dongo)
  • Ascanio del Dongo
  • L'abate Blanès
  • Fabio Conti
  • Clelia Conti
  • Il conte Mosca della Rovere Sorezana
  • Il principe di Parma Ranuccio Ernesto IV
  • La principessa di Parma Clara Paolina
  • L'arcivescovo Landriani
  • Il principino Ranuccio Ernesto V
  • Ferrante Palla (medico, poeta, nonché tribuno del popolo)
  • Marietta Valserra (attrice)
  • Giletti (attore)
  • Fausta F*** (cantante)
  • Il fiscale generale Rassi

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Lo spunto per il romanzo deriverebbe da un manoscritto italiano intitolato L'origine della grandezza di casa Farnese, di cui Stendhal si sarebbe fatto fare una copia e su cui vi avrebbe scritto a margine le parole «To make of this sketch un romanzetto». Nel manoscritto si narrano le vicende di Alessandro Farnese (vissuto nel XVI secolo), futuro papa Paolo III, il quale diventa pontefice grazie all'aiuto della zia Vannozza (che adorava il nipote) e alla relazione di quest'ultima con il cardinale Rodrigo Borgia. Da qui la somiglianza con i personaggi del romanzo: Alessandro Farnese e Fabrizio del Dongo, la zia Vannozza e la duchessa Sanseverina, il cardinale Borgia e il conte Mosca. Nella vita del cardinale Farnese ci fu anche una certa Creria, nobildonna con cui strinse una relazione segreta e da cui ebbe quattro figli, che Stendhal inserirà nel romanzo con il nome di Clelia Conti[1].
  • La Cittadella descritta da Stendhal è in realtà molto diversa dalla vera Cittadella di Parma e, invece, molto simile a Castel Sant'Angelo, dalla cui cella fuggì (calandosi con delle corde), nel Cinquecento, Alessandro Farnese, rinchiuso per aver rapito e sedotto una nobildonna romana. In seguito diviene cardinale e, poi, papa. Come si può notare, l'esuberante personalità di questo ecclesiastico avventuriero richiama molto quella di monsignor Fabrizio[1].
  • Stendhal, come Fabrizio del Dongo, era entrato nell'esercito di Napoleone, facendo però parte del reggimento dei Dragoni. Inoltre, giunse per la prima volta in Italia a diciassette anni, la stessa età di Fabrizio quando scappa da casa per raggiungere Waterloo[1].
  • Stendhal, per ordine del suo editore, fu costretto a tagliare le circa trecento pagine finali, le cui vicende furono condensate nelle ultime due pagine del romanzo[1].

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Principali traduzioni italiane[modifica | modifica sorgente]

  • traduzione di Maurizio Cucchi (2008)
  • traduzione di Biancamaria Bruno (2005)
  • traduzione di Annamaria Laserra (2004)
  • traduzione di Gianni Celati (1993)
  • traduzione di Franca Zanelli Quarantini (1980)
  • traduzione di Maurizio Antonioli (1977)
  • traduzione di Tina Simonetti (1975)
  • traduzione di Guido Bertolini (1971)
  • traduzione di Giovanni Bonaccorso (1968)
  • traduzione di Renato Prinzhofer (1965)
  • traduzione di Emilio Tadini (1965)
  • traduzione di Bruno Schacherl (1964)
  • traduzione di Marisa Zini (1954)
  • traduzione di Camillo Sbarbaro (1944)
  • traduzione di Luigi Galeazzo Tenconi (1933)
  • traduzione di Decio Cinti (1933)
  • traduzione di Elda Bossi (1933)
  • traduzione di Ferdinando Martini (1930)
  • traduzione di Maria Ortiz (1922)
  • traduzione di Luigi Masieri (1885)

Adattamenti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Annamaria Laserra, Il Querciolo di Stendhal, introduzione al romanzo di Stendhal La Certosa di Parma, Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso SpA, 2004.
  2. ^ Stendhal non parla in maniera esplicita della relazione clandestina, ma lo lascia intendere nel primo capitolo del romanzo. Robert dice della marchesa del Dongo: «La bellezza della marchesa del Dongo [...] era al tempo del suo massimo splendore: [...] quegli occhi così belli e di così angelica dolcezza, quei capelli biondo-scuro che mirabilmente le incorniciavano l'ovale dell'incantevole viso. In camera mia c'era un'Erodiade di Leonardo da Vinci: sembrava il suo ritratto. Iddio volle che fossi [...] ammaliato dalla sua bellezza sovrumana». Ancora, Stendhal ci informa che la marchesa continua a tenersi in contatto col tenente Robert, ora conte di A***, scrivendogli almeno due volte all'anno. Infine, pensando alla fin troppo acerba educazione di Fabrizio, la marchesa del Dongo dice fra sé: «Se sembra poco istruito a me [...] che non so proprio niente, Robert, che è persona così colta, sarebbe del parere che la sua educazione sia stata un vero fallimento» (Stendhal La Certosa di Parma, Roma, Gruppo Editoriale L'Espresso SpA, 2004).
  3. ^ Ritorna qui il tema stendhaliano della prigionia come momento di catarsi ed introspezione, come mezzo necessario per raggiungere una maturità intellettuale, già notato in altre opere come Il rosso e il nero. Ma qui la questione si complica, poiché alla prigionia fisica (che per Stendhal è metafora della prigionia dell'anima libera da impedimenti all'interno di un corpo ingombrante e corruttibile), si aggiunge una prigionia spirituale, dal momento che Fabrizio si innamora della bella e giovane Clelia Conti.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Amedeo Benedetti, Il Principe moderno, o La Certosa di Parma di Stendhal, in "Rivista di Studi Politici Internazionali", vol. 77, fasc. 306, aprile-giugno 2010, pp. 292–298.

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