Maggioranza silenziosa (movimento)

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La Maggioranza silenziosa fu un movimento politico milanese, che prese il nome dall'omonima locuzione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel febbraio 1971, a Milano, alcuni esponenti del centro e della destra, tra cui i democristiani Adamo Degli Occhi (che sarebbe poi passato ai monarchici e infine al Movimento Sociale Italiano) e Massimo De Carolis (allora vicesegretario della DC) e il missino Luciano Buonocore (segretario regionale per la Lombardia del Fronte della Gioventù)[1], fondarono con questo nome un movimento con lo scopo dichiarato di mobilitare la media borghesia lombarda, intimorita dalla piazza rossa durante il Sessantotto, dall'autunno caldo e dalle lotte politiche del tempo, organizzando nella città alcune manifestazioni di piazza.

Il movimento fu fondato formalmente il 1º febbraio, nella sede del Partito Democratico di Unità Monarchica in corso Genova 26, in séguito a una riunione a cui parteciparono i responsabili giovanili di più partiti: Gabriele Pagliuzzi (liberali), Gian Paolo Landi di Chiavenna (monarchici) e Alfredo Mosini (socialdemocratici). I suoi fondatori cominciarono movendo accuse al Corriere della Sera, allora diretto da Piero Ottone, colpevole, a loro dire, d'essersi spostato a sinistra e di appoggiare la contestazione, in pieno sviluppo in quei primi anni settanta: si cercò di promuovere una specie di sciopero dei lettori del giornale[2]. Ma soprattutto la Maggioranza silenziosa si sforzò di fare scendere in piazza coloro che non erano usi a manifestare con azioni rumorose ad alta visibilità pubblica.

Il movimento alla sua formazione raggruppò alcuni elementi del centro-destra milanese, e in genere uomini che condividevano una linea politica anticomunista o conservatrice, provenienti in parte dalle organizzazioni giovanili liberali, monarchiche, democristiane, repubblicane, socialdemocratiche e missine. Altre personalità che vi aderirono furono Nino Nutrizio, direttore del quotidiano La Notte, Maurizio Blondet, Antonio Del Pennino e Paolo Pillitteri. La prima manifestazione, da porta Venezia a piazza del Duomo, organizzata per l'11 marzo 1971 fu un successo nonostante si svolse, come le successive, con una forte presenza di reparti di forze dell'ordine (a causa della contestazione da parte dei militanti della sinistra extraparlamentare).

Gli aderenti alla Maggioranza silenziosa sventolavano solamente bandiere tricolori, senza esibire alcun simbolo di partito. Inizialmente il movimento ebbe una certa autonomia dai partiti politici, ma successivamente dovette difendersi dalle accuse di neofascismo mossegli contro dalla forze di sinistra, nonostante la presenza nella Maggioranza silenziosa di alcuni anticomunisti di sinistra, come il futuro sindaco socialista Paolo Pillitteri, e pertanto cercò di minimizzare e ridurre l'apporto missino, smussando gli aspetti più estremisti. Tuttavia, senza la collaborazione dell'MSI la sua capacità di mobilitazione si rivelò scarsa.

D'altro canto scattò il tentativo missino di gestire il movimento e usarlo per sfuggire dalla logica dell'arco costituzionale e conquistarsi spazi di azione politica. In altre città, come Torino e Roma, furono organizzate manifestazioni che, per il loro carattere estremista neofascista, alienarono alla Maggioranza silenziosa gran parte delle simpatie della classe media. La fine di questo movimento fu definitivamente segnata dagli avvenimenti del giovedì nero di Milano, il 12 aprile 1973, quando l'agente Antonio Marino fu ucciso da una bomba a mano gettata dai neofascisti Maurizio Murelli e Vittorio Loi[3].

Questo episodio contribuì a far chiudere definitivamente ogni possibile collaborazione a Milano fra le forze moderate e la destra estremista e a far venir meno la partecipazione alle manifestazioni da parte del ceto medio moderato, a cui originariamente il movimento intendeva dar voce[4].

La Maggioranza silenziosa ebbe quindi vita breve, tuttavia contribuì a far entrare nel linguaggio politico italiano il termine e il concetto che le dava il nome.[senza fonte] Uno dei suoi fondatori, il democristiano Massimo De Carolis, fu in seguito sequestrato dalle Brigate Rosse nel suo studio legale milanese, sottoposto a processo popolare e quindi gambizzato, il 15 maggio 1975[3]. Nel 1981, allo scoppio dello scandalo P2, il suo nome sarà ritrovato negli elenchi degli affiliati alla loggia massonica coperta di Licio Gelli.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luciano Buonocore Archiviato il 12 ottobre 2011 in Internet Archive..
  2. ^ Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, Milano, Ares, 1991.
  3. ^ a b Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  4. ^ Michele Brambilla, Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto, Milano, Rizzoli, 1994.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]