Giovanni dalle Bande Nere
| Giovanni di Giovanni de' Medici | |
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Ritratto di Giovanni dalle Bande Nere
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| 6 aprile 1498 - 30 novembre 1526 | |
| Soprannome | Giovanni dalle Bande Nere |
| Nato a | Forlì |
| Morto a | Mantova |
| Cause della morte | Ferite d'arma da fuoco |
| Luogo di sepoltura | Cappelle medicee (Firenze), traslato dalla Chiesa di San Francesco (Mantova) |
| Dati militari | |
| Nazione servita | Stato Pontificio |
| Anni di servizio | 1516-1526 |
| Grado | Capitano |
| Ferite | Ferita riportata nel 1525 |
| Battaglie |
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Giovanni dalle Bande Nere oppure delle Bande Nere al secolo Giovanni di Giovanni de' Medici (Forlì, 6 aprile 1498 – Mantova, 30 novembre 1526) è stato un condottiero italiano del Rinascimento.
Indice |
Biografia [modifica]
Figlio del fiorentino Giovanni de' Medici (detto il Popolano) e di Caterina Sforza, la signora guerriera di Forlì e Imola, una delle donne più famose del Rinascimento, che si era strenuamente difesa da Cesare Borgia nella sua rocca forlivese. Venne chiamato Ludovico in onore dello zio Ludovico il Moro, duca di Milano, ma alla morte del padre, avvenuta quando aveva pochi mesi d'età, la madre gli cambiò il nome in Giovanni. Fu l'ultimo capitano delle compagnie di ventura e assistette al tramonto della cavalleria pesante.
Fu ritenuto da Niccolò Machiavelli l'unica figura capace di difendere i regni italiani dalla discesa di Carlo V. Giovanni passò la propria infanzia in un convento, poiché la madre era prigioniera di Cesare Borgia.
Nel 1509 Caterina Sforza morì, ed essendo morto anche Luffo Numai, primo tutore di Giovanni, la tutela del giovane passò al canonico Francesco Fortunati e al ricchissimo fiorentino Jacopo Salviati, marito di Lucrezia de' Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico.
Jacopo Salviati dovette spesso rimediare con la propria autorità e fama alle numerose intemperanze del ragazzo, ma nel 1511 non poté evitargli il bando da Firenze, per l'uccisione di un suo coetaneo in una lite tra bande di ragazzi, bando ritirato l'anno successivo.
Quando il Salviati fu nominato ambasciatore a Roma nel 1513 Giovanni lo seguì, e qui fu iscritto nelle milizie pontificie grazie all'intercessione del Salviati presso papa Leone X, fratello di Lucrezia de' Medici. Tuttavia non passava giorno in cui Giovanni non si trovasse in qualche fastidio. Una bravata che lo rese celebre ai tempi fu lo scontro avvenuto sul ponte di Castel Sant'Angelo tra lui ed alcuni suoi nuovi amici romani, contro un gruppo di armati più numerosi appartenenti alla famiglia Orsini. Giovanni si scaraventò contro il comandante di quel gruppo e lo uccise. La notizia fece scalpore in quanto l'ucciso era un uomo abituato alla guerra che aveva servito con diversi capitani, ed il fatto che Giovanni, nemmeno diciassettenne lo passasse a fil di spada rese celebre il giovane. Tuttavia Jacopo Salviati decise di allontanare da Roma quel figlioccio mandandolo a Napoli, anche se pur per breve tempo visto che anche a Napoli il comportamento del ragazzo non cambiava. Quindi il Salviati non poté far altro che rimandarlo a Firenze.[1]
Il suo battesimo del fuoco nel nuovo ruolo di soldato papale avvenne il 5 marzo 1516 nella guerra contro Urbino al seguito di Lorenzo de' Medici. La guerra durò solo ventidue giorni, dopo i quali Francesco Maria I della Rovere si arrese; nonostante la propria indole irrequieta, Giovanni riuscì a insegnare agli uomini della sua compagnia - indisciplinati, rozzi e individualisti - disciplina e obbedienza. Ebbe anche modo di osservare, con acume caratteristico, il declino della cavalleria pesante.
Al momento di crearsi una propria compagnia, Giovanni scelse perciò di impiegare cavalli piccoli e leggeri, preferibilmente turchi o berberi, adatti a compiti tattici quali schermaglie d'avanguardia o imboscate; individuò nella mobilità l'arma più utile da usare. Un accento particolare fu messo sullo spirito di corpo, allora assai carente. I nuovi venuti ricevevano un addestramento particolare, spesso impartito da Giovanni personalmente; sovente i traditori erano condannati a morte.
Sposò Maria Salviati, figlia di Jacopo, che gli diede un figlio, Cosimo, destinato un giorno a diventare Granduca di Toscana.
Nel 1520 sconfisse diversi signorotti ribelli marchigiani, tra i quali Ludovico Uffreducci che restò ucciso in battaglia presso Falerone. Nel 1521 Leone X si alleò con l'imperatore Carlo V contro Francesco I, per consentire agli Sforza di tornare padroni di Milano e per occupare le città perdute di Parma e Piacenza; Giovanni venne assoldato e posto sotto il comando di Prospero Colonna. Partecipò in novembre alla battaglia di Vaprio d'Adda: oltrepassò il fiume controllato dai francesi e li mise in fuga, aprendo la strada per Pavia, Milano, Parma e Piacenza.
Il 1º dicembre] morì Leone X, e Giovanni per manifestare il lutto fece annerire le insegne, che fino ad allora erano a righe bianche e viola, diventando così famoso presso i posteri come Giovanni dalle Bande Nere.
Nell'agosto 1523 Giovanni venne ingaggiato dagli imperiali, e nel gennaio del 1524 attaccò di notte il campo del francese Cavalier Baiardo, mentre questi dormiva e lo mette in fuga, facendo prigionieri oltre trecento soldati. Successivamente affrontò gli Svizzeri, la più temuta fanteria dell'epoca, che intanto erano calati dalla Valtellina in aiuto dei francesi; Giovanni li sconfisse a Caprino Bergamasco, costringendo l'armata francese a lasciare l'Italia.
Intanto a Roma diviene papa Clemente VII, della famiglia Medici, cugino della madre di Giovanni, Caterina. Il nuovo pontefice pagò tutti i debiti di Giovanni, chiedendogli però in cambio di passare con i Francesi. Questo accade nel novembre-dicembre 1524 quando Francesco I entrò nuovamente in Italia per una campagna militare e ritornò in Lombardia schierandosi sotto Pavia, dove subì la celebre cocente sconfitta e la prigionia.
La compagnia di Giovanni non partecipò alla battaglia: in una scaramuccia il 18 febbraio 1525 Giovanni "fu da uno archibuso in uno stinco di gamba gravemente ferito" (G. G. Rossi, Vita di Giovanni de' Medici). Spesso vengono confusi i fatti e gli "attrezzi" del febbraio 1525 con quelli del novembre 1526, quando, effettivamente, Giovanni verrà ferito ad una coscia da un colpo di falconetto. Anche Pietro Aretino, nella famosissima e suggestiva lettera (la n. 4 del primo libro) dà la medesima versione: "... ecco (oimè) un moschetto che gli percuote quella gamba già ferita d'archibuso...". Allo stesso modo, nel descrivere i momenti ed i luoghi delle cure la storiografia corrente pare non aver tenuto più di tanto in considerazione i documenti e le testimonianze ufficiali.
In effetti Giovanni venne subito trasportato a Piacenza, come relaziona Maestro Abramo, il medico inviato dal marchese di Mantova. Ma il 7 di marzo (in M. Tabanelli, Giovanni de' Medici dalle Bande Nere) Giovanni arrivò nel parmense: "... si fece portare nel parmigiano a i castelli della sorella" (G.G. Rossi, cit.). Solo nel mese di maggio Giovanni si recherà a Venezia, dove poté giovarsi, nell'ultima parte della convalescenza, dei benefici bagni termali della vicina Abano. Le sue Bande Nere in parte lo seguirono, in parte si sciolsero.
A Venezia Giovanni avrebbe potuto mettersi al servizio della Serenissima, ma era tipo troppo ribelle e declina con la frase: «Né a me si conviene per esser io troppo giovane, né ad essa perché troppo attempata».
Nel 1526 re Francesco I tornò libero e in maggio, nacque la lega di Cognac contro l'Impero; papa Clemente si schierò con il re Francesco ed a Giovanni fu affidato il comando delle truppe pontificie. Il 6 luglio il capitano generale Francesco Maria I della Rovere, di fronte alle soverchianti forze imperiali, abbandonò Milano, ma Giovanni rifiutò di ritirarsi e attaccò la retroguardia del nemico alla confluenza del Mincio col Po, sconfiggendo i lanzichenecchi, mercenari tedeschi capeggiati da Georg von Frundsberg. La sera del 25 novembre, nel corso di un'aspra battaglia nelle vicinanze di Governolo, Giovanni venne colpito alla coscia da un colpo di falconetto, (probabilmente fornito da Alfonso I d'Este) che gli procurò una gravissima ferita.
| « ... Giovanni de' Medici co' cavalli leggieri; e accostatosi più arditamente perché non sapeva che avessino avute artiglierie, avendo essi dato fuoco a uno de' falconetti, il secondo tiro roppe la gamba alquanto sopra al ginocchio a Giovanni de' Medici; del quale colpo, essendo stato portato a Mantova, morí pochi dí poi,... » |
| (Francesco Guicciardini - Storia d'Italia, lib. 17 cap. 16) |
Venne subito trasportato a San Nicolò Po ma non si trovò un medico perciò fu trasportato a Mantova presso il palazzo[2] di Luigi Gonzaga[3][4][5], dove il chirurgo Abramo, che già lo aveva curato con successo due anni prima, gli amputò la gamba. Per effettuare l'operazione il medico chiese che 10 uomini tenessero fermo Giovanni.
Pietro Aretino testimone oculare, descrisse le sue ultime ore in una lettera a Francesco Albizi:
| « «Neanco venti» disse sorridendo Giovanni «mi terrebbero», presa la candela in mano, nel far lume a sé medesimo, io me ne fuggii, e serratemi l'orecchie sentii due voci sole, e poi chiamarmi, e giunto a lui mi dice: «Io sono guarito», e voltandosi per tutto ne faceva una gran festa. » |
La cancrena fu però inarrestabile e nel giro di pochi giorni lo portò alla morte. Il valoroso condottiero si spense il 30 novembre 1526, e venne sepolto tutto armato nella chiesa di San Francesco a Mantova.
Giovanni, in agonia, aveva inizialmente pensato di affidare il comando delle truppe a Lucantonio Cupano, uno dei suoi più fidi soldati o al nipote Pier Maria III de' Rossi di San Secondo Parmense, figlio della sorella Bianca Riario, ma fu tutto inutile: prive del loro capo e del suo carisma, le bande si sciolsero.
Sempre Pietro Aretino testimonia:
| « Si mosse a ragionar meco, chiamando Lucantonio con estrema affezione; e dicendo io: «Noi manderemo per lui», «Vuoi tu», disse, «che un par suo lasci la guerra per veder amalati?». Si ricordò del conte di San Secondo, dicendo: «Almen fusse egli qui, che gli restarebbe il mio luogo». » |
E anche Giovan Girolamo de' Rossi, nipote di Giovanni e fratello del Conte di San Secondo, conferma:
| « Esso signore le raccomandò nella morte sua al conte Pietromaria Rosso di San Secondo, suo nipote, scrivendo a papa Clemente che non poteva darle più concenevolmente ad altri che a lui, il quale, per essere suo nipote e continovamente nutrito da lui nella guerra, sarebbe da i suoi soldati temuto e amato più d'ogni altro. » |
Le Bande Nere [modifica]
L'origine delle Bande Nere può farsi risalire alle compagnie che il giovane Giovanni de' Medici comandò durante la guerra di Urbino del 1517. Questo breve conflitto fu per Giovanni una "scuola militare" nella quale egli si formò per la fase cruciale delle guerre d'Italia, quella compresa tra il 1521 e il 1527, dove si guadagnò grande fama prima di essere mortalmente ferito a Governolo.
Durante questi anni Giovanni e le sue Bande cambiarono ripetutamente campo, passando prima al servizio di Carlo V, poi di Francesco I, poi ancora di Carlo V e quindi nuovamente di Francesco I. Ferito alcuni giorni prima della battaglia di Pavia, Giovanni fu portato a Piacenza per esservi curato. Le sue Bande, rimaste senza il loro capitano, nulla poterono contro la massa dei Lanzichenecchi imperiali sortiti dalla città assediata.
La guerra, ripresa con la Lega di Cognac, vide nuovamente Giovanni schierato dalla parte del pontefice Clemente VII. Le Bande operarono come una forza distaccata dal grosso dell'esercito della Lega, guidato da Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino. Il "Gran Diavolo" con i suoi cavalieri e archibugieri tormentò gli imperiali diretti a Roma, creando loro grosse difficoltà. La sua morte rivelò la pochezza delle virtù militari del duca d'Urbino che lasciò via libera al nemico.
Le Bande Nere sopravvissero alla morte di Giovanni per quasi due anni.
All'inizio del 1527 diedero ancora una volta prova della loro efficienza difendendo Frosinone dall'esercito del viceré di Napoli. Nell'aprile dello stesso anno Clemente VII, ansioso di alleggerirsi delle gravose spese che il mantenimento di truppe mercenarie comportava, fidandosi dell'accordo con Carlo di Lannoy e ingannato da Carlo di Borbone, licenziò “imprudentissimamente - scrive il Guicciardini - quasi tutti i fanti delle bande Nere”. Un migliaio di questi, raccolti da Renzo da Ceri dopo che il pontefice ebbe finalmente realizzato che gli imperiali avrebbero investito Roma, tentarono di difendere la città dall'assalto nemico venendo in gran parte uccisi sulle mura.
Le Bande, passate al soldo di Firenze, furono affidate ad Orazio Baglioni e parteciparono alla sciagurata spedizione guidata da Odet de Foix, visconte di Lautrec, per la conquista del regno di Napoli. Nel corso di questa campagna ebbero modo di distinguersi più volte per il loro valore. Non mancarono comunque dimostrazioni di crudeltà e ferocia, come avvenne in occasione della presa di Melfi “ dove - così ci informa il Sanuto - introno per forza dentro amazando tutti chi trovorono, fanti homeni et done, fino i putti, et fatti presoni, et sachizato la terra, nè alcun si salvò se non quelli se butorono de muri, quali si amazavano et erano etiam presi et morti”. Orazio Baglioni cadde in una scaramuccia sotto Napoli il 22 maggio 1528. Alla fine di agosto le Bande, falcidiate dai continui combattimenti e dalla peste, si arresero agli imperiali insieme ai resti dell'esercito della Lega, cessando definitivamente di esistere.
Il nome di Nere con cui le bande di Giovanni de' Medici passarono alla storia, e con cui esse stesse cominciarono a nominarsi dopo la morte del loro condottiero, era dovuto al colore delle loro bandiere che Giovanni aveva cambiato da bianco e violetto in nero in segno di lutto per la morte dello zio, il papa Leone X.
Le Bande Nere rappresentarono la migliore espressione della strategia e tattica "all'italiana" emerse nel corso delle guerre rinascimentali. Composte in gran parte da archibugieri, si trattava di truppe leggere molto mobili, particolarmente adatte alla "piccola guerra". Mentre negli scontri campali non erano in grado di sostenere l'urto dei massicci quadrati di picchieri se non erano sostenute a loro volta da fanterie inquadrate in ordine chiuso, nella guerriglia, nei colpi di mano, nelle azioni di avanguardia o di copertura erano tra il meglio che il "mercato" potesse offrire. Non per niente le parti in lotta si contesero sempre i loro servigi a suon di ducati.
Giovanni era d'altra parte un professionista della guerra e anche molto abile, e come tale si faceva pagare profumatamente per il suo servizio. Tuttavia non era solo il denaro ad attirarlo ma anche la speranza che, alleandosi ora all'una ora all'altra parte, gli riuscisse prima o poi di ritagliarsi un feudo tutto suo. Il denaro, e si trattava di cifre enormi, gli era d'altronde indispensabile per pagare i soldati e mantenere così unita la compagine delle sue Bande. In un'epoca dove tutto era in vendita egli restò comunque sempre fedele a Firenze e alla casata dei Medici, rappresentata per l'occasione dai pontefici Leone X e Clemente VII.
Finché il primo fu in vita, Giovanni rimase a fianco degli ispano-imperiali, alleati della Chiesa. Morto Leone X passò dalla parte dei francesi, poi ancora con gli spagnoli e quindi allettato dalle ricche offerte di Francesco I, ritornò con i francesi, tanto più che il nuovo papa, Clemente VII, propendeva per il re di Francia. Da quel momento diventò l'implacabile nemico dei lanzichenecchi tedeschi che lo gratificarono con il significativo soprannome di Gran Diavolo.
La fama di Giovanni e delle sue Bande si diffuse rapidamente. In esse si arruolarono, come ci testimonia ancora Guicciardini, i "migliori fanti Italiani che allora prendessero soldo"; molti vi entrarono più per spirito di avventura che per vera sete di guadagno, visto che la disciplina vi era più severa che nelle altre formazioni e il soldo il più delle volte era lento ad arrivare e sovente non arrivava affatto. Nelle loro file vi erano letterati falliti o velleitari, cadetti di famiglie nobili squattrinati e in cerca di riscatto, avventurieri professionisti, disperati e rifiuti della società, contadini che per non morire di fame si arruolavano per fare ad altri quello che era stato fatto a loro. Abili con l'archibugio e con la spada, questi soldati si trasformavano da Gran Diavoli del campo di battaglia a diavoli della rapina, della violenza e del saccheggio quando se ne presentava l'occasione e soprattutto quando le paghe tardavano troppo ad arrivare.
Tra essi vi erano anche disertori e traditori. I primi una volta ripresi, venivano impiccati mentre i secondi, non appena scoperti, venivano inesorabilmente ”passati per le picche” dai loro stessi compagni, a simboleggiare la punizione collettiva che colpiva chi era venuto meno al giuramento di fedeltà al capitano e al vincolo solidale verso i propri compagni d'arme.
Le Bande Nere non furono mai molto numerose. Anche nei loro momenti migliori non superarono le 4000 unità. A Caprino contro gli svizzeri vi erano 200 cavalieri pesanti, 300 leggeri e 3000 archibugieri; a Pavia 50 cavalieri pesanti, 200 leggeri e circa 2000 fanti. A Governolo Giovanni attaccò gli imperiali con 400 archibugieri, che furono trasportati a cavallo sul campo di battaglia da altrettanti cavalieri. Frosinone fu difesa da 1800 fanti.
Le Bande erano costituite quasi interamente da italiani, per lo più toscani e romagnoli, con la probabile aggiunta di lombardi durante il periodo nel quale Giovanni operò nell'Italia del nord. Ciò perché i paesi dell'Appennino tosco-emiliano fornivano uomini che costavano poco ed erano, almeno all'inizio della loro carriera di soldati, di poche pretese; inoltre i mercenari stranieri, lontani da casa, erano meno fidati e più propensi alla diserzione e a cambiare padrone.
Nel volgere di breve tempo, sotto la guida di Giovanni, la Bande diventarono una formazione d'élite, con pochi riscontri nel panorama delle compagnie di ventura italiane, di cui costituirono l'ultimo e più importante esempio. Ebbero vita breve, come il loro giovane condottiero. Con lui entrarono nella storia, dopo la sua morte diventarono leggenda.
Ritratti [modifica]
| « Non mi snudare senza ragione. Non mi impugnare senza valore. » |
| (Scritta riportata sulla spada visibile nella statua degli Uffizi) |
Un ritratto di Giovanni dalle Bande Nere, dipinto da Gian Paolo Pace è conservato presso la Galleria degli Uffizi a Firenze. Il dipinto fu regalato da Pietro Aretino a Cosimo I de' Medici, figlio di Giovanni, ed era stato, in un primo tempo, commissionato a Tiziano, che però non poté realizzare il ritratto per altri impegni. La notizia ci arriva da Giorgio Vasari (Vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri).
La statua che lo ritrae seduto in Piazza San Lorenzo a Firenze fu commissionata da suo figlio Cosimo I de' Medici a Baccio Bandinelli. Un suo ritratto ottocentesco si trova anche in una nicchia nel lato corto degli Uffizi verso l'Arno, accanto ad altri famosi condottieri fiorentini (Francesco Ferrucci, Pier Capponi e Farinata degli Uberti).
Presso il Museo Stibbert di Firenze è visibile il corsaletto funebre di Giovanni dalle Bande Nere.
Ricerche paleopatologiche [modifica]
Il 19 novembre 2012 è iniziato lo studio dei resti scheletrici di Giovanni e di sua moglie, Maria Salviati. La tomba è stata aperta e i resti studiati nella cripta del Museo delle Cappelle Medicee a Firenze nell'ambito di una ricerca finanziata dalla Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia e condotta dalla Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa, diretta dal professor Gino Fornaciari, e sostenuta dal Dipartimento Radiologico dell'ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze, diretto dal dottor Ilario Menchi.
L'indagine paleopatologica, ancora in corso, cercherà tra l'altro di contribuire a chiarire le cause di morte dell'ultimo leggendario capitano di ventura, che le cronache di quasi cinque secoli fa attribuiscono ad una cancrena dopo l'amputazione della gamba destra. L'apertura del vano sepolcrale di Giovanni dalle Bande Nere segue di poco più di un mese l'ispezione di un'altra tomba, sempre nelle Cappelle Medicee, quella dell'Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa de' Medici, ultima esponente della grande casata fiorentina. Le due sepolture di Giovanni dalle Bande Nere e di sua moglie vennero ispezionate nel 1948 da Gaetano Pieraccini e, come le altre indagate durante i lavori del 'Progetto Medici', furono danneggiate dall'Alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 e, per questo, necessitavano di una revisione conservativa [6][7].
Filmografia [modifica]
- Giovanni dalle Bande Nere, regia di Mario Caserini (1911)
- Condottieri conosciuto anche come Giovanni dalle Bande Nere, regia di Luis Trenker e Werner Klingler (1937)
- I condottieri, Giovanni delle bande nere, regia di Luis Trenker (1950)
- Giovanni dalle Bande Nere, regia di Sergio Grieco (1956)
- Il mestiere delle armi, regia di Ermanno Olmi (2001)
Note [modifica]
- ^ Vannucci,1982, op. cit., p. 109
- ^ Il palazzo si trovava in Via del Grifone, ora Via Ardigò sede dell'Archivio di Stato.
- ^ Roggero Roggeri; Leandro Ventura, I Gonzaga delle nebbie. Storia di una dinastia cadetta nelle terre tra Oglio e Po, Cinisello Balsamo, p.43, 2008.
- ^ 1526: Giovanni dalle Bande Nere fu ferito a Governolo
- ^ Guido Sommi Picenardi, Castel Goffredo e i Gonzaga, Milano, 1864.
- ^ Firenze, riesumato Giovanni dalle Bande Nere
- ^ Giovanni dalle Bande Nere: allo studio i resti del capitano di ventura del ’500
Bibliografia [modifica]
- (a cura di) Mario Scalini, Giovanni delle Bande Nere, Milano, Silvana editoriale, 2001
- Giorgio Batini, Capitani di Toscana, Firenze, Edizioni Polistampa, 2005, pp. 150 - 157 ISBN 88-8304-915-2
- Giovangirolamo de Rossi, "Vita di Giovanni de Medici detto delle bande nere", Roma, Salerno Editrice, 1996.
- Roggero Roggeri; Leandro Ventura, I Gonzaga delle nebbie. Storia di una dinastia cadetta nelle terre tra Oglio e Po, Cinisello Balsamo, p.43, 2008.
- Marcello Vannucci, Giovanni Delle Bande Nere, il "grande diavolo", Roma, Newton & Compton editori, 2004.
- Guido Sommi Picenardi, Castel Goffredo e i Gonzaga, Milano, 1864. (ISBN non disponibile).
- Maurizio Arfaioli, The Black Bands of Giovanni. Infantry and Diplomacy During the Italian Wars (1526–1528), 2005, Pisa, Edizioni Plus.
Voci correlate [modifica]
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
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