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Recep Tayyip Erdoğan

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Recep Tayyip Erdoğan
Recep Tayyip Erdogan 2017.jpg

12° Presidente della Turchia
In carica
Inizio mandato 28 agosto 2014
Primo ministro Ahmet Davutoğlu
Binali Yıldırım
Predecessore Abdullah Gül

25º Primo ministro della Turchia
Durata mandato 14 marzo 2003 –
28 agosto 2014
Presidente Ahmet Necdet Sezer
Abdullah Gül
Vice Abdullah Gül
Cemil Çiçek
Beşir Atalay
Predecessore Abdullah Gül
Successore Ahmet Davutoğlu

Leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo
In carica
Inizio mandato 21 maggio 2017
Predecessore Binali Yıldırım

Durata mandato 14 agosto 2001 –
27 agosto 2014
Predecessore carica creata
Successore Ahmet Davutoğlu

Sindaco di Istanbul
Durata mandato 27 marzo 1994 –
6 novembre 1998
Predecessore Nurettin Sözen
Successore Ali Müfit Gürtuna

Dati generali
Partito politico Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (dal 2001)
Precedenti:
Partito della Salvezza Nazionale (prima del 1981)
Partito del Benessere (1983-1998)
Partito della Virtù (1998-2001)
Professione politico
Firma Firma di Recep Tayyip Erdoğan

Recep Tayyip Erdoğan (pronuncia turca: [ɾeˈd͡ʒep tajˈjip ˈæɾdo.an], ascolta[?·info]; Istanbul, 26 febbraio 1954) è un politico turco, 12º e attuale presidente della Turchia.

È stato sindaco di Istanbul dal 1994 al 1998 e primo ministro della Turchia per tre mandati consecutivi dal 2003 al 2014, anno della sua elezione a presidente della Repubblica. Nel 2001 ha fondato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi - AKP).

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni e la carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Nasce nel rione popolare di Kasımpaşa a Istanbul il 26 febbraio 1954 da una famiglia musulmana osservante nativa della provincia di Rize.[1] Da ragazzino, vendeva limonata e focacce di sesamo (simit) per le strade dei quartieri degradati della città per aiutarsi economicamente.[1][2]

Dopo aver coniugato in gioventù la carriera di giocatore di calcio di buon livello con gli studi nella facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Marmara ed essersi sposato con Emine, da cui ha avuto quattro figli (Ahmet Burak, Necmeddin Bilal, Esra e Sümeyye), ha intrapreso l'attività politica alla fine degli anni '70 del XX secolo.

Figura di spicco, assieme al suo mentore politico e futuro primo ministro Necmettin Erbakan, del disciolto Partito del Benessere (in turco Refah Partisi) di ispirazione islamico-conservatrice, è divenuto una figura politica di rilevanza nazionale come sindaco di Istanbul.

Giudicato colpevole di incitamento all'odio religioso per aver declamato pubblicamente i versi del poeta Ziya Gökalp: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati...", è stato imprigionato nel 1998, dopo che il Primo ministro Erbakan si era forzatamente dimesso dall'incarico su pressione dei militari.[3][4][5] Uscito dal carcere, ha fondato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), a cui ha impresso un carattere più moderato rispetto ai precedenti partiti islamici turchi. L'AKP ha status di osservatore presso il Partito Popolare Europeo, gruppo conservatore e democratico-cristiano.

Primo ministro (2003-2014)[modifica | modifica wikitesto]

Erdoğan, il presidente della Russia Vladimir Putin e il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi all'apertura del gasdotto Blue Stream nel novembre 2005

Nelle elezioni legislative del 2002 (le prime a cui abbia partecipato) l'AKP ha ottenuto il 34,3% dei voti, diventando il primo partito del paese e ottenendo una schiacciante maggioranza in parlamento per via del sistema elettorale turco, proporzionale ma con uno sbarramento posto al 10% dei voti validi, oltrepassato nell'occasione soltanto da un altro partito, il Partito Popolare Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP).

Incontro di Erdoğan con George W. Bush nel 2006

In seguito a tale vittoria elettorale, replicata nelle elezioni amministrative del 2004, Erdoğan, escluso dal corpo elettorale fino alla fine del 2002 per via della precedente condanna, ha dapprima appoggiato l'elezione a primo ministro del suo compagno di partito Abdullah Gül, dopodiché - restituito dei suoi pieni diritti elettorali attivi e passivi, anche grazie a un emendamento costituzionale e dopo aver vinto un seggio nella provincia di Siirt in Parlamento grazie a un'elezione suppletiva - ha assunto egli stesso la carica di Primo ministro del 59° governo della Repubblica Turca, carica confermata da successive elezioni.[6] Si è sempre mostrato un leader dinamico, fautore dell'ingresso della Turchia nell'Unione Europea (ingresso approvato in linea di principio dal Parlamento Europeo nel 2004; i successivi negoziati, cominciati nel 2005, stanno procedendo peraltro molto a rilento, anche per l'evidente ostilità di paesi determinanti come Francia e Germania).

Guerra d'Iraq[modifica | modifica wikitesto]

Recep Tayyip Erdoğan e Barack Obama alla Casa Bianca (7 dicembre 2009)

Nei primi mesi del 2003, alla vigilia della seconda guerra del Golfo, l'amministrazione Bush aveva chiesto il permesso di sorvolare il territorio turco e il dispiegamento delle truppe statunitensi nel paese. Un vivace dibattito si è svolto in questa occasione in Turchia e il governo ha chiesto il parere del Parlamento, che ha rifiutato seccamente la richiesta americana. Erdoğan, da poco insediatosi al governo e ostile alla guerra quanto interessato a prendere parte alle decisioni sul futuro delle zone curde dell'Iraq, ha permesso l'uso dello spazio aereo turco, ma non il transito della fanteria statunitense[7][8][9] in procinto di abbattere il regime di Saddam Hussein.

Lo scandalo Ergenekon[modifica | modifica wikitesto]

Le Forze armate turche, cui la Costituzione affida il ruolo di garante ultimo della laicità dello Stato[10], hanno rappresentato una minaccia per il governo moderatamente islamista di Erdoğan, che in varie occasioni ha denunciato l'esistenza di complotti per l'effettuazione di colpi di Stato ai danni del governo. Nelle elezioni presidenziali del 2007, vinte dal candidato dell'AKP Abdullah Gül, l'esercito ha avvertito il governo di mantenersi entro i confini del secolarismo nella scelta di un candidato. In quello stesso anno è stata promossa dal governo, e successivamente approvata attraverso un referendum, una riforma costituzionale che stabilisce l'elezione diretta della carica di presidente.

Gli stretti rapporti di amicizia intrattenuti da Erdoğan con il potente predicatore islamico e magnate Fethullah Gülen (autoesiliatosi in Pennsylvania dal 1999) hanno permesso all'AKP di influenzare la magistratura per indebolire l'opposizione e i militari.[11] Nel settembre del 2008 è venuto alla luce il piano di un colpo di Stato che ha dato luogo a centinaia di arresti e pesanti epurazioni tra le Forze armate con l'accusa di far parte di un'organizzazione clandestina kemalista e ultra nazionalista chiamata Ergenekon. Il caso è stato condannato da molti osservatori nazionali e internazionali come un tentativo di maccartismo congiunto di Erdoğan e Gülen di frenare l'opposizione all'AKP.[12]

Nonostante esperti calligrafici avessero concluso che i documenti utilizzati per basare le imputazioni erano in realtà dei falsi[13], il maxiprocesso agli alti esponenti del governo e ufficiali dell'esercito coinvolti nel presunto complotto si è concluso nell'agosto 2013 in 275 condanne e 17 ergastoli per alto tradimento.[14]

Incidente della Mavi Marmara[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Incidente della Freedom Flotilla.
Erdoğan lascia la sessione del World Economic Forum nel 2009, in polemica con Shimon Peres

Durante la conferenza del World Economic Forum a Davos il 29 gennaio 2009, il dibattito tra Erdoğan e il presidente israeliano Shimon Peres si è fatto teso in relazione all'operazione Piombo fuso condotta dall'esercito israeliano nella striscia di Gaza. Erdoğan si è lamentato di essere stato interrotto dal moderatore mentre stava rispondendo a Peres: «Capisco che vi possiate sentire un po' in colpa [...] Quanto ad ammazzare, voi sapete ammazzare molto bene. Sono bene al corrente che avete ammazzato bambini sulle spiagge». All'ennesimo richiamo del moderatore che necessitava di chiudere la discussione, Erdoğan ha abbandonato la conferenza in segno di protesta, accusandolo di dare a Peres una maggiore possibilità di parola rispetto a tutti gli altri relatori messi assieme.

In seguito all'incidente della Freedom Flotilla del 31 maggio 2010, la tensione tra i due paesi è cresciuta considerevolmente: una flottiglia turca di attivisti pro-palestinesi, trasportante aiuti umanitari ed altre merci e guidata dall'imbarcazione MV Mavi Marmara, ha tentato di violare il blocco di Gaza ed è stata intercettata e assaltata da forze navali israeliane nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo causando 9 morti e almeno 60 feriti. Erdoğan ha condannato con forza il raid, descrivendolo come "terrorismo di Stato", e ha chiesto ai leader israeliani responsabili di scusarsi pubblicamente.

Erdoğan ha descritto Israele come "la principale minaccia per la pace regionale", ha chiesto che gli impianti nucleari di Israele venissero ispezionati dall'AIEA[15] e ha accusato Israele di trasformare Gaza in una "prigione a cielo aperto". Nel 2013, Erdoğan ha definito il sionismo "un crimine contro l'umanità", paragonandolo all'islamofobia, all'antisemitismo e al fascismo, e attirandosi le critiche di Israele, degli Stati Uniti, delle Nazioni Unite e dell'Unione europea. I rapporti tra i due paesi hanno incominciato a normalizzarsi quando il governo israeliano ha ufficialmente espresso rammarico per la morte dei 9 attivisti turchi nel raid del 2010, fino alla firma di un accordo di riconciliazione nel 2016.

Questione curda[modifica | modifica wikitesto]

Erdoğan e il primo ministro russo (allora presidente) Dmitry Medvedev a Mosca, 16 marzo 2011

Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato un'organizzazione terroristica da Turchia, USA, NATO, Unione europea (dal 2001, su richiesta degli USA) e Iran, dopo quindici anni di lotta per l'indipendenza e 37.000 morti, aveva dichiarato un cessate il fuoco nel 1999, rotto nel 2004.

Nell'agosto 2005 Erdoğan ha promesso di risolvere il problema curdo con maggiore democrazia rispetto ai suoi predecessori. Nel 2009 il suo governo ha annunciato l'avvio di un processo di pacificazione, sostenuto dall'Unione europea, per porre fine al conflitto dichiarando la lingua curda utilizzabile in tutti i media radiotelevisivi, restaurando nomi curdi per le città a cui erano stati dati nomi turchi[16] e approvando una parziale amnistia per ridurre le condanne inflitte ai membri del PKK che si erano arresi al governo; nel 2013, il leader curdo incarcerato Abdullah Öcalan invitava i militanti ad abbandonare la lotta armata in favore della pace.[17][18]

Tuttavia, già nel corso del 2015 Erdoğan ha interrotto la tregua che aveva siglato con il PKK (sia per ragioni legate alla guerra civile siriana, sia per ragioni elettorali, tentando e riuscendo a recuperare i voti del partito nazionalista MHP che gli hanno garantito la Presidenza) e ha scatenato una violenta guerra contro il separatismo curdo nel sud-est del paese che ha provocato centinaia di morti e di sfollati tra i civili[19][20][21], bombardando i villaggi e le postazioni dei guerriglieri curdi oltre il confine con la Siria; in particolare Cizre, teatro di un assedio condotto dalle forze di polizia turche contro i militanti asserragliati in città. Il Consiglio d'Europa ha sollevato preoccupazioni circa "l'uso sproporzionato della forza da parte delle forze di sicurezza contro i civili"[22]; dall'inizio delle operazioni antiterrorismo, ammontano a 9.500 i militanti del PKK uccisi, feriti o catturati.[23]

Nel 2016 alcuni politici tedeschi e difensori dei diritti umani hanno denunciato Erdoğan per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.[24]

Le manifestazioni di Piazza Taksim a Istanbul[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Proteste in Turchia del 2013.

Il deciso contrasto delle manifestazioni di protesta in Piazza Taksim a Istanbul e in varie altre città turche (a partire dall'aprile 2013, fortemente ampliatesi nel mese di giugno di quello stesso anno, con la morte di alcuni manifestanti a causa del violento comportamento repressivo della polizia) ha appannato alquanto l'immagine di un Paese allineato all'Europa comunitaria per quanto riguarda le libertà civili e la libera e non violenta manifestazione del pensiero. La reazione estremamente decisa e addirittura eccessiva delle forze dell'ordine, ben documentate dai media internazionali, è stata fortemente criticata dal Parlamento europeo e da gran parte dell'opinione pubblica internazionale, specialmente europea e nordamericana.

Erdoğan, per tutta risposta, ha dichiarato di non riconoscere il Parlamento di Strasburgo[25] e ha ribadito, malgrado le evidenze contrarie, il "superamento della prova democratica" da parte della polizia[26] e della Turchia.[27] Erdoğan ha accusato Gülen, suo più stretto alleato fino a pochi anni prima, di essere dietro le accuse di corruzione agli uomini di partito AKP di Erdoğan[28], e di guidare uno "Stato parallelo" infiltrato all’interno delle istituzioni della Turchia, subito dopo che il governo aveva deciso ai primi di dicembre 2013 di chiudere molte delle strutture private d'insegnamento pre-universitario in Turchia, finanziate da Gülen.[29] A fine anno dà il via a un forte rimpasto di governo a seguito di un'inchiesta sull'accettazione di tangenti da parte di membri dei dicasteri, sostituendo 10 ministri.

Presidente (2014-oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Recep Tayyip Erdoğan nel 2015

Il 10 agosto 2014, Erdoğan vince le prime elezioni presidenziali, si tratta della prima elezione diretta del Presidente che in precedenza era eletto dal Parlamento. Erdoğan si aggiudica le elezioni, a cui ha partecipato il 76% degli aventi diritto, con il 52% dei consensi davanti agli altri candidati Ekmeleddin İhsanoğlu (38%) e Selahattin Demirtaş (10%).[30]
L'anno seguente il partito di Erdoğan vince ancora le elezioni politiche conquistando 316 seggi su 550 tra gli scontri che si sono verificati nel paese.[31] Il leader turco ha chiarito di non accontentarsi del ruolo eminentemente cerimoniale che la Costituzione affida alla carica di presidente e di volerle trasferire maggiori poteri a livello di potere esecutivo, ed è stato accusato dalle opposizioni di voler stabilire un sistema presidenziale forte nel paese. Durante un discorso di fine anno il 31 dicembre 2015, Erdoğan ha difeso il suo proposito citando come un esempio di buon sistema presidenziale la Germania nazista di Adolf Hitler: «Ci sono esempi in tutto il mondo. E ci sono anche esempi nel passato, se si pensa alla Germania di Hitler, è possibile vederlo».[32]

Ottomanismo[modifica | modifica wikitesto]

Erdoğan incontra il presidente palestinese Abbas nel Palazzo Presidenziale di Ankara con una cerimonia in stile ottomano antico

Come presidente, Erdoğan ha ripreso molte delle tradizioni dell'antico Impero ottomano come nel caso del ricevimento del presidente palestinese Mahmoud Abbas che è stato accolto con una cerimonia di stile ottomano imperiale nel nuovo palazzo presidenziale fatto costruire da Erdoğan nei pressi di Ankara e denominato "Ak Saray" (Palazzo Bianco, composto da 1.125 stanze e costato 615 milioni di euro[33]), con guardie vestite con costumi rappresentanti i fondatori dei 16 Grandi Imperi Turchi della storia.[34]

Quando ancora era primo ministro della Turchia, più volte Erdoğan ha fatto riferimento agli ottomani durante la campagna elettorale, chiamando i suoi sostenitori "nipoti degli ottomani" (Osmanlı torunu).[35] Questo fatto è stato da molti sentito come un insulto all'istituzione repubblicana presente in Turchia che egli stesso oggi regge come presidente e che si rifà alla tradizione inaugurata da Mustafa Kemal Atatürk. Nel 2015, Erdoğan ha imposto con una legge speciale l'uso del termine ottomano külliye per riferirsi ai campus universitari anziché la parola del turco standard kampüs.[36] Molte critiche per questo sono piovute a Erdoğan che è accusato di volersi proclamare sultano e abbandonare le ormai secolari credenziali democratiche della repubblica.[37][38][39][40] Pressato da queste voci nel gennaio del 2015, Erdoğan ha smentito e anzi ha rincarato la dose dicendo di preferire vedersi come la regina Elisabetta II del Regno Unito anziché come un sultano ottomano, non negando a ogni modo velate aspirazioni monarchiche.[41]

Dopo che Abbas venne ricevuto con una cerimonia in stile ottomano antico durante la sua visita di stato, un membro del parlamento, Tülay Babuşcu, ha ridicolizzato l'evento commentando "siamo tornati indietro di 90 anni", facendo riferimento al periodo ottomano appunto.[42]

Violazione della libertà di stampa[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente Erdoğan e il suo staff hanno più volte manifestato contro la libertà di stampa turca. L'ultimo giornale preso di mira è stato lo Zaman.[43] Dopo questi fatti gli ambasciatori statunitensi Morton Abramowitz ed Eric Edelman hanno pubblicamente condannato le azioni del presidente Erdoğan sulla libertà di stampa con un articolo pubblicato sul Washington Post nel quale il primo dei due citava: "chiaramente, la democrazia non può fiorire sotto Erdogan a questo punto."[44] "Le riforme pacifiste in Turchia non solo sono rallentate ma non sono presenti in molte aree come ad esempio la libertà di espressione e l'indipendenza giudiziaria dal governo, vi è stata quindi una regressione che è particolarmente preoccupante" ha precisato il reporter Kati Piri nell'aprile del 2016 dopo che il Parlamento Europeo diede il proprio annuale rapporto sulla Turchia.[45][46]

Erdoğan accolto dal presidente iraniano Hassan Rouhani a Teheran, 7 aprile 2015

Il 22 giugno 2016, il presidente Erdoğan ha precisato a tal proposito che egli si considera vincente nell'essere riuscito a "distruggere" gruppi civili turchi che stavano "lavorando contro lo stato",[47] una conclusione che è stata commentata alcuni giorni dopo da Sedat Laciner, professore dell'International Relations e rettore della Çanakkale Onsekiz Mart University: "Ponendo fuori legge l'opposizione pacifica e disarmata, condannando le persone per accuse erronee, è il modo per istigare genuinamente il terrorismo nella Turchia di Erdogan. Le pistole e la violenza diverranno la sola alternativa per una legale espressione del pensiero."[48].

Negazionismo del genocidio armeno[modifica | modifica wikitesto]

Il 14 aprile 2015 Erdoğan nega il genocidio armeno del 1915-1917 (1,5 milioni le vittime) e ammonisce il pontefice Francesco: «Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini».[49]

Il giorno seguente gli eurodeputati approvano una risoluzione che riconosce il genocidio chiedendo alla Turchia di approfittare del centenario del 24 aprile come opportunità per riconoscere il genocidio. Il presidente turco reagisce in maniera decisa, affermando che «qualunque decisione presa dal Parlamento europeo mi entra da un orecchio e mi esce dall'altro».[50]

Intimidazioni alla Corte Costituzionale[modifica | modifica wikitesto]

In un discorso in diretta televisiva, il presidente Erdoğan ha riferito venerdì 11 marzo 2016: "Spero che la corte costituzionale non tenterà nuovamente nuove vie di ostacolo che mettano in discussione la sua stessa legittimazione ed esistenza".[51] Il 26 febbraio, Erdogan ha dichiarato in un discorso pubblico di "non avere né rispetto né di accettare" una corte costituzionale che condanna le sue azioni in quanto ha fatto arrestare due giornalisti sovversivi di un giornale di opposizione violandone i diritti.[52]

Erdoğan nella foto di gruppo del G20 2015 di Antalya

Coinvolgimento nella guerra civile siriana[modifica | modifica wikitesto]

Relazioni con l'Europa[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista al giornale Der Spiegel, il ministro della difesa tedesco, Ursula von der Leyen, ha riferito venerdì 11 marzo 2016 che la crisi dei rifugiati ha dato buoni frutti di cooperazioni tra Unione Europea e Turchia che è "essenzialmente importante". "Pertanto ritengo sia giusto avanzare ora dei negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea".[53]

Nella sua risoluzione "Il funzionamento delle istituzioni democratiche in Turchia" del 22 giugno 2016, il Parlamento del Consiglio Europeo ha notato però come "i recenti sviluppi in Turchia che hanno messo a repentaglio la libertà dei media e di espressione, erodendo il governo delle legge e portando violazioni ai diritti umani in relazione a operazioni di anti-terrorismo nel sud-est turco hanno (...) sollevato diversi dubbi sul funzionamento delle istituzioni democratiche del paese."[54][55]

Omofobia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 19 giugno 2016 la polizia turca ha interrotto il locale Gay Pride con la forza, tramite l'uso di proiettili di gomma e lacrimogeni causando decine di feriti.[56]

Il tentativo di colpo di Stato[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Colpo di Stato in Turchia del 2016.

Durante la notte del 15 luglio 2016, venne intentato in Turchia un colpo di Stato da parte dei militari dell'esercito contro il governo di Erdoğan con l'intento di rimuoverlo dalla propria posizione di presidente. I golpisti hanno chiuso due ponti sul Bosforo con dei carri armati, bloccato l'accesso ai principali aeroporti del paese e bombardato l'area del palazzo presidenziale con un elicottero militare. Il presidente Erdoğan, che si trovava in vacanza a Bodrum, si è collegato da un luogo sconosciuto, attraverso FaceTime, con la CNN Turk per denunciare il tentativo di colpo di Stato dei militari e per incitare il popolo turco a "resistere e scendere in piazza". Numerose persone hanno accolto favorevolmente l'appello del presidente e hanno organizzato dei movimenti di resistenza nei confronti dei militari, e già il giorno successivo le forze di Erdogan hanno ottenuto il pieno controllo della nazione intera.[57] Malgrado questo, alle 10:19 i ribelli continuavano a controllare i quartier militari della capitale.[57] Come riportato dalle fonti ufficiali, nessun ufficiale di governo venne arrestato o rimase ferito negli scontri[58][59], che tuttavia hanno portato alla morte di 290 persone e al ferimento di altre 1.440. I resti delle esplosioni non sono stati rimossi dal perimetro esterno del complesso presidenziale, diventando meta di turisti e di curiosi.[60]

Erdoğan, come altri ufficiali di governo, subito accusarono del tentativo del colpo di Stato l'imam esiliato Fethullah Gülen[61], definito da Erdogan "terrorista come Bin Laden"[62]. Suleyman Soylu, ministro del lavoro del governo di Erdoğan, ha accusato gli Stati Uniti di aver pianificato il colpo di Stato per rovesciare Erdoğan.[63] Erdoğan personalmente aveva infatti più volte chiesto agli Stati Uniti di estradare Gülen, senza mai però ricevere una risposta affermativa in merito.[64][65]

Dopo il colpo di Stato, dunque, le relazioni tra Turchia e Stati Uniti sono significativamente peggiorate. I leader europei hanno espresso le loro preoccupazioni per quanto successo in Turchia, anche se molti hanno avvertito pubblicamente Erdogan di non sfruttare l'occasione del colpo di Stato per schiacciare i suoi oppositori politici con la forza.[66]

Stato d'emergenza (20 luglio 2016 – oggi)[modifica | modifica wikitesto]

Il 20 luglio 2016, il presidente Erdoğan ha dichiarato in Turchia lo stato d'emergenza, per il tentativo di colpo di Stato avvenuto.[67] Come previsto dalle norme, esso perdurerà per tre mesi ma potrà essere esteso a seconda delle necessità. Il parlamento turco ha approvato questa misura.[68]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Pakistan (Pakistan) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Pakistan (Pakistan)
— 26 ottobre 2009[69]
Ordine del Vello d'Oro (Georgia) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine del Vello d'Oro (Georgia)
— 18 maggio 2010
Ordine "Danaker" (Kirghizistan) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine "Danaker" (Kirghizistan)
— Biškek, 2 febbraio 2011[70]
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila d'Oro (Kazakistan) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila d'Oro (Kazakistan)
— 2012
Grand'Ufficiale dell'Ordine Nazionale del Niger (Niger) - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine Nazionale del Niger (Niger)
— 9 gennaio 2013[71]
Cavaliere dell'Ordine di Heydar Aliyev (Azerbaigian) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine di Heydar Aliyev (Azerbaigian)
«Per l'eccezionale contributo al rafforzamento e allo sviluppo delle relazioni amichevoli e fraterne tra la Repubblica della Turchia e la Repubblica dell'Azerbaigian»
— 2 settembre 2014
Ordine della stella di Somalia - nastrino per uniforme ordinaria Ordine della stella di Somalia
— 25 gennaio 2015[72]
Ordine di Bandiera nazionale (Albania) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Bandiera nazionale (Albania)
— 13 maggio 2015[73]
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio)
— 5 ottobre 2015[74]
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Nazionale al Merito (Guinea) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Nazionale al Merito (Guinea)
— 3 marzo 2016[75]
Gran Cordone dell'Ordine Nazionale del Madagascar (Madagascar) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Cordone dell'Ordine Nazionale del Madagascar (Madagascar)
— 25 gennaio 2017[76]
Membro di I Classe dell'Ordine di Isa bin Salman Al Khalifa (Bahrain) - nastrino per uniforme ordinaria Membro di I Classe dell'Ordine di Isa bin Salman Al Khalifa (Bahrain)
— 12 febbraio 2017[77]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Turkey's most powerful president since Ataturk: A profile of Recep Tayyip Erdogan. The Telegraph. April 20, 2015.
  2. ^ Recep Tayyip Erdogan: Turkey's dominant president. BBC. July 21, 2016.
  3. ^ Matteo Cruccu, Golpe in Turchia, l’ultimo di una lunga serie, corriere.it. URL consultato il 16 luglio 2016.
  4. ^ Turkey's charismatic pro-Islamic leader. BBC News. November 4, 2002.
  5. ^ Who Can Challenge Erdogan?. Der Spiegel. August 29, 2007.
  6. ^ Turkish PM quits for Erdogan. CNN. March 11, 2003.
  7. ^ Erdogan: Saddam Hussein can prevent war. Hürriyet. January 29, 2003.
  8. ^ TURCHIA. La Repubblica Archivio. 14 febbraio 2003.
  9. ^ Turkish parliament votes down US war plans. World Socialist Web Site. March 4, 2003.
  10. ^ Ansa
  11. ^ What you should know about Turkey's AKP-Gulen conflict, su Al-Monitor. URL consultato il 7 giugno 2015.
  12. ^ Yargıtay ‘koşulsuz kaos’ dedi. Ilke Haber. June 19, 2010.
  13. ^ Turkish Leader Disowns Trials That Helped Him Tame Military, su The New York Times, 27 febbraio 2014.
  14. ^ Turchia, chiuso processo Ergenekon: 17 ergastoli. ISPI. 7 agosto 2013.
  15. ^ Turkish PM: Israel Is the Main Threat to Mideast Peace. Haaretz. 7 aprile 2010.
  16. ^ http://www.nytimes.com/2009/11/14/world/europe/14kurds.html
  17. ^ Turkey.
  18. ^ La road map della pace tra i curdi e la Turchia sa di petrolio. Il Foglio. 21 marzo 2013.
  19. ^ Cosa sta succedendo tra la Turchia, i curdi e lo Stato islamico. Internazionale. 29 luglio 2015.
  20. ^ Le sfide di Erdogan per il 2016: dall’Isis ai curdi, dal rapporto con Mosca all’Unione Europea. La Stampa. 2 gennaio 2016.
  21. ^ «Così Erdogan bombarda i villaggi curdi» L’esercito turco e l’assedio di 79 giorni a Cizre. Corriere della Sera. 3 giugno 2016.
  22. ^ Turkey 'must ensure access' to besieged Cizre, says Council of Europe. BBC News. September 11, 2015.
  23. ^ Turchia: Erdogan, 9.500 Pkk uccisi, feriti o catturati. ANSA. 14 dicembre 2016.
  24. ^ Germania: denuncia contro Erdogan per crimini di guerra e contro l’umanità. Sputnik Italia. 28 giugno 2016.
  25. ^ Erdogan: "Non riconosco parlamento Ue". Ferito e fermato a Istanbul fotografo italiano, in La Repubblica, 17 giugno 2013. URL consultato il 19 luglio 2016.
  26. ^ Erdogan: «Polizia? Test di democrazia superati», in Lettera43, 18 giugno 2013. URL consultato il 19 luglio 2016.
  27. ^ Erdogan, nostra democrazia superato test, ANSA, 17 giugno 2013. URL consultato il 19 luglio 2016.
  28. ^ The Gulen movement: a self-exiled imam challenges Turkey's Erdoğan, in The Christian Science Monitor, 29 dicembre 2013. URL consultato il 31 dicembre 2013.
  29. ^ Turkey's Fethullah Gulen denies corruption probe links, BBC News, 27 gennaio 2014. URL consultato il 4 febbraio 2014.
  30. ^ Elisabetta Rosaspina, In Turchia un plebiscito per Erdoğan, in Il Corriere della Sera, 11 agosto 2014, p. 12.
  31. ^ Marta Ottaviani, Turchia, Erdogan ha la maggioranza assoluta. Esplode la rabbia dei curdi, scontri con la polizia, in La Stampa, 1º novembre 2015. URL consultato il 19 luglio 2016.
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