Incitamento all'odio

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Graffito razzista

Con l'espressione incitamento all'odio[1] (o "discorso di incitamento all'odio", che traduce il concetto di hate speech usato dalle organizzazioni internazionali[2]) si intende un particolare tipo di comunicazione che si serve di parole, espressioni o elementi non verbali[3] aventi come fine ultimo quello di esprimere e diffondere odio ed intolleranza, nonché di incitare al pregiudizio e alla paura verso un soggetto o un gruppo di persone accomunate da etnia, orientamento sessuale o religioso, disabilità, appartenenza culturale o sociale e via dicendo. Il fenomeno ha acquisito particolare visibilità ed estensione con la diffusione dei social network, spingendo i governi e l'associazionismo a mettere in atto diverse azioni di contenimento o repressione[4].

Nella giurisprudenza[modifica | modifica wikitesto]

In alcuni ordinamenti giuridici, in particolare di paesi del mondo occidentale, il discorso di incitamento all'odio viene considerato un reato e quindi sanzionato dalla legge[5]. Un aspetto particolarmente delicato della perseguibilità dell'incitamento all'odio è quello della sua compatibilità con il diritto alla libertà di espressione[6].

Il Novecento, con la teorizzazione pseudoscientifica della superiorità della razza ed i nazionalismi, rappresenta uno dei momenti storici in cui si è ricorso in maniera massiccia ad un discorso di incitamento all'odio. È sempre nel XX secolo che si cominciò a parlare di hate speech negli Stati Uniti, per poi passare, negli anni '20, ai primi testi legislativi che si proponevano di tutelare minoranze di ebrei e neri.

In The Nature of Prejudice (1954), lo psicologo Gordon Allport, classifica le "antilocution" ("parole contro") come il livello più basso del razzismo in una scala da 1 a 5 in cui al vertice vi si trova lo sterminio dei diversi.

Un ulteriore punto di vista sulla questione è rappresentato dai lavori di ricerca della CRT (Critical Race Theory), un movimento di giuristi, inizialmente tutti afroamericani, nato negli anni ottanta del Novecento. Le ricerche della CRT hanno messo in luce come il diritto alla libertà d'espressione, simbolo e valore fondante delle odierne democrazie occidentali, giochi spesso a sfavore delle minoranze. La CRT ha evidenziato come la protezione della libertà di parola possa trasformarsi in un facile strumento di offesa e di incitamento al disprezzo, spingendo alla denigrazione e alla violenza fisica all'interno di un discorso mirato a ribadire e rimarcare la distanza tra una maggioranza ed un gruppo colpito.

Presentata a Roma la ricerca "L’odio non è un'opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni".

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

La prima ricerca italiana sull’Hate Speech in relazione a giornalismo e migrazioni dal titolo L’odio non è un’opinione si pone come obiettivo quello di offrire una formazione rivolta ad agenzie e professionisti della comunicazione per mantenere standard etici e deontologici, supportando così meccanismi che permettano la denuncia di casi di Hate Speech e Hate Crime. Il lavoro, realizzato dal Cospe [7] e inserito nel più grande progetto europeo contro il razzismo e la discriminazione sul web, Bricks – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech, è stato presentato presso la Federazione Nazionale della Stampa a Roma in occasione della giornata mondiale contro il razzismo, il 21 marzo 2016.

Progetti[modifica | modifica wikitesto]

Progetto internazionale "Media Against Hate"

Dall’ottobre 2016 un Consorzio europeo che raggruppa associazioni della società civile, dei media e ong (Community Media Forum Europe, European Federation of Journalists, Article19, Media Diversity Institute, Croatian Journalists’ Association, COSPE onlus e Community Media Institute) è impegnato nel progetto Media Against Hate[8]. L’obiettivo è rendere la società consapevole della giusta relazione tra libertà di espressione da una parte e rispetto del principio di non discriminazione e di uguaglianza, dall’altra.

Web[modifica | modifica wikitesto]

Il fenomeno dell'incitamento all'odio trova diffusione in rete e nei social network dove si garantisce il diritto all'anonimato.

Degli studenti di cartografia della Humboldt State University in California hanno elaborato una “mappa dello hate speech[9] su Twitter selezionando manualmente i contenuti inequivocabilmente offensivi da un campione di 150 mila tweet contenenti parole dispregiative come nigger (“negro”), cripple (“storpio”) o wetback (“clandestino”).

Gestione dei commenti[modifica | modifica wikitesto]

Dalla ricerca del Cospe emergono differenti pratiche di gestione dei commenti da parte delle principali testate giornalistiche: il Fatto quotidiano, ad esempio, ha optato per la pre-moderazione passando al vaglio tutti i commenti per l'approvazione prima della pubblicazione; la Stampa, invece, ha deciso di chiudere il commenti sul sito concentrando gli sforzi di condivisione e moderazione sui vari social network.

La campagna nohatespeech , promossa dall'Associazione Carta di Roma, European Federation of Journalists e Articolo 21, volta a contrastare la diffusione dell'odio come responsabilità etica del giornalismo, ha incoraggiato la pratica di coinvolgere attivamente la community con la richiesta di segnalare e isolare le provocazioni.

Anche sui soggetti incaricati della moderazione le scelte sono diverse: si va dalla gestione interna affidata agli stessi giornalisti a chi si affida a team esterni e agenzie specializzate.

Le grandi aziende come Google e Facebook affidano la compilazione delle norme di utilizzo dei servizi a un gruppo di lavoro specifico, che chiamano scherzosamente i Deciders, “quelli che decidono”.

YouTube vieta esplicitamente l'incitamento all'odio, inteso secondo la definizione generale di linguaggio offensivo di tipo discriminatorio; Facebook lo vieta ma ammette messaggi con «chiari fini umoristici o satirici» ; Twitter, invece, non vieta o cita esplicitamente l'incitamento all'odio, eccetto che in una nota sugli annunci pubblicitari (in cui sottolinea che le campagne politiche contro un candidato «generalmente non sono considerate hate speech»).[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Loprieno, Fiorita
  2. ^ Zaccuri et al.
  3. ^ AAVV
  4. ^ Internet, i nostri diritti, Stefano Rodotà, Anna Masera, Guido Scorza, ed. Laterza (vedi Google books)
  5. ^ Thompson
  6. ^ AAVV
  7. ^ Cospe, Media Against Hate, su cospe.org.
  8. ^ Media Against Hate, su europeanjournalists.org.
  9. ^ Mappa dello Hate Speech, su users.humboldt.edu.
  10. ^ Lo "hate speech" per i social network, su ilpost.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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