Guerra civile siriana

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Guerra civile siriana
parte della primavera araba
bandiera siriana
Situazione militare attuale: Rosso: Forze governative, Verde: Opposizione, Giallo: Curdi (Rojava), Grigio: ISIS, Bianco: Fronte al-Nusra

Vedi anche mappe dettagliate di Daraa, Damasco, Aleppo, Deir el-Zor, Hasaka, Qamishli


Data 15 marzo 2011 - (conflitto in corso)
Luogo Siria, con sconfinamento principale in Iraq e sconfinamenti minori in Libano, Turchia e Giordania
Esito Conflitto in corso
Schieramenti
Bandiera Siria Coalizione nazionale siriana

Supporto:
Stati Uniti Stati Uniti
Francia Francia
Arabia Saudita Arabia Saudita
Qatar Qatar
Turchia Turchia

Formazioni jihadiste:

Altre formazioni

Supporto:
Arabia Saudita Arabia Saudita
Qatar Qatar
Turchia Turchia



ShababFlag.svg Stato Islamico[10]
Dal 3 gennaio 2014 in conflitto anche con il resto delle forze ribelli.



Flag of Syria.svg Repubblica Araba di Siria

Iran Iran

Flag of Hezbollah.svg Hezbollah[15]

PFLP-GC Flag.svg FPLP-CG[16]

Milizie sciite irachene e altre formazioni[17]

con ruoli di supporto diretto:
Russia Russia
Iraq Iraq[18]
con ruoli di supporto indiretto:

Cina Cina
Corea del Nord Corea del Nord[19]
Venezuela Venezuela
Bielorussia Bielorussia[20] Algeria Algeria[21]
Flag of Syrian Kurdistan.svg Comitato Supremo Curdo (DBK)

MLKP

Milizie assire e altre formazioni

con ruoli di supporto diretto:

Flag of KDP.png PDK[22]

Flag of PUK.png UPK[22]

Flag of Kurdistan Workers Party (PKK).svg PKK[23]

Inherent Resolve.jpg Coalizione internazionale anti-ISIS a guida statunitense
Comandanti
Esercito siriano libero:

Flag of Syria 2011, observed.svg Abdel al-Ilah al-Bachir[24]
(Capo di stato maggiore ESL)

Flag of Syria 2011, observed.svg Salim Idris (Capo di stato maggiore ESL [Dic 2012-Feb 2014])

Flag of Syria 2011, observed.svg Riyāḍ al-Asʿad (Capo di stato maggiore ESL [Lug 2011-Dic 2012])
Flag of Syria 2011, observed.svg Muṣṭafā Aḥmad al-Shaykh (Capo del consiglio militare ESL [Mar 2012-Dic 2012])
Flag of Syria 2011, observed.svg Jamal Maarouf (Capo del Fronte dei Rivoluzionari Siriani)

Coalizione Nazionale Siriana:'

Flag of Syria 2011, observed.svg Hadi al-Bahra (Presidente)

Flag of Syria 2011, observed.svg Ahmad Jarba (Presidente [Lug 2013-Lug 2014])

Flag of Syria 2011, observed.svg George Sabra (Presidente [Apr 2013-Lug 2013])

Flag of Syria 2011, observed.svg Muʿādh al-Khaṭīb (Presidente [Nov 2012-Apr 2013])

Mujaheddin:

Flag of Jabhat al-Nusra.jpg Abu Muhammad al-Jawlani[25] (Leader Fronte al-Nusra)

Flag of Jihad.svg ʿAbd al-Qādir Ṣāliḥ[26] (Comandante Brigata al-Tawhid) Logo of the Islamic Front (Syria).svg Aḥmad Abū ʿĪsā[27] (Leader Fronte Islamico)



ShababFlag.svg Abū Bakr al-Baghdādī (Califfo Stato Islamico)

ShababFlag.svg Abu Mohammad al-Adnani (Portavoce Stato Islamico)

ShababFlag.svg Abu Omar al-Shishani (Comandante Stato Islamico in Siria)
Siria Bashar al-Assad (Presidente)

Siria Fahd Jāsim al-Furayj (Ministro della Difesa)

Siria Dāwūd Rājiḥa(Ministro della Difesa [Ago 2011-Lug 2012])

Siria Muḥammad Ibrāhīm al-Shaʿār (Ministro degli Interni)

Siria Walīd al-Muʿallim (Ministro degli Esteri)

Siria Ali Abd Allah Ayyub (Capo di stato maggiore esercito)

Siria Issam Hallaq (Capo di stato maggiore aviazione)

Siria Māher al-Assad (Comandante 4ª Divisione Corazzata)

Siria Issam Zahreddine (Brigadiere Generale Guardia Repubblicana)

Siria Soheil Hassan[28] (Comandante "Tiger Force") + Iran Qāsim Sulaymānī (Comandante Forza Quds)
Flag of Hezbollah.svg Hassan Nasrallah (Segretario Generale Hezbollah)

Russia Russia Vladimir Putin
Flag of Syrian Kurdistan.svg Salih Muslim Muhammad (Leader Partito dell'Unione Democratica)
Effettivi
Esercito Siriano Libero: 40.000 - 50.000[29]

Fronte Islamico: 45.000[30]
Fronte Al-Nusra: 15.000[31]



Stato Islamico di Iraq e Levante: 8.500[32] (2013) - 50.000[33]


5.000[34] - 20.000[35] combattenti non siriani
Forze armate siriane:
200.000 soldati (2011)[36]
178.000 soldati (2013)[37]

Forza Nazionale di Difesa: 80.000
Shabiha: 10.000[38]
Jaysh al-Sha'bi: 50.000[39]
Brigata al-ʿAbbās: 10.000[40]


Hezbollah: 5.000[41][42]

Milizie irachene: 4.000 - 5.000[42]
40.000 – 45.000[43] combattenti
Perdite
43.752 ribelli siriani e curdi uccisi
37.010 membri di ISIS e al-Nusra uccisi (fonte SOHR, ottobre 2015)[44]
52.077 soldati delle forze armate
35.235 paramilitari della Forza Nazionale di Difesa e altre milizie affiliate al governo
971 Hezbollah
3.395 altri miliziani non siriani
(fonte SOHR, ottobre 2015)[44]
680 combattenti YPG uccisi nel 2015 (fonte YPG)[45]
250.000 morti totali (marzo 2011-agosto 2015, fonte ONU)[46]
260.758 morti totali (marzo 2011-dicembre 2015, fonte SOHR)[47]
~ 7.600.000 sfollati interni (luglio 2015, fonte UNHCR)
~ 4.000.000 rifugiati all'estero (luglio 2015, fonte UNHCR)[48]
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La guerra civile siriana (in arabo: الحرب الأهلية السورية‎, al-Ḥarb al-ahliyya al-sūriyya) o crisi siriana è una guerra civile scoppiata in Siria nel 2011 tra le forze governative e quelle dell'opposizione, e che viene inserita nel contesto più ampio della primavera araba.

Il conflitto è iniziato il 15 marzo 2011 con le prime dimostrazioni pubbliche, si è sviluppato in rivolte su scala nazionale, per poi divenire guerra civile nel 2012 ed è ancora in corso.

Le iniziali proteste hanno l'obiettivo di spingere alle dimissioni il presidente Baššār al-Asad ed eliminare la struttura istituzionale monopartitica del Partito Ba'th. Col radicalizzarsi degli scontri si aggiunge con sempre maggiore forza una componente estremista di stampo salafita che, anche grazie agli aiuti di alcune nazioni sunnite del Golfo Persico, si pensa possa aver raggiunto il 75% della totalità dei combattenti[49]. Tali gruppi fondamentalisti hanno come principale obiettivo l'instaurazione della Shari'a in Siria[50].[51][52]

A causa della posizione strategica della Siria, i suoi legami internazionali e del perdurare della guerra civile, la crisi ha coinvolto i paesi confinanti e l'intera comunità internazionale. Gli organi dirigenti del Partito Ba'th e lo stesso presidente appartengono alla comunità religiosa alawita, una branca dello sciismo che è tuttavia minoritaria in Siria. Per questo motivo, le nazioni a maggioranza sciita sono intervenute a protezione del governo siriano. Sia l'Iran che l'Iraq cercano di mantenere un governo alleato che permette di creare una macroregione che arrivi fino al Libano. Sia combattenti iracheni che iraniani sono presenti a fianco dell'esercito regolare[53][54][55]. Il fronte dei ribelli è invece stato sostenuto dalla Turchia[56] e soprattutto dai Paesi sunniti del Golfo, in particolare Arabia Saudita e Qatar che mirano a contrastare la presenza sciita in Medio Oriente[57][58][59][60]. In ambito ONU si è verificata una profonda spaccatura tra Stati Uniti, Francia e Regno Unito che hanno espresso sostegno ai ribelli[61][62] e Cina e Russia che invece sostengono il governo siriano sia in ambito diplomatico che militare[63][64].

La delicata composizione etnica siriana[65] si è fortemente riflessa negli schieramenti in campo. Sebbene le prime manifestazioni antigovernative avessero uno spirito "laico" e avessero coinvolto tutte le principali città del paese, incluse quelle a maggioranza alawita (come Latakia[66]), il perdurare della crisi ha polarizzato gli schieramenti, portando la componente sciita a sostenere il governo insieme a gran parte delle minoranze religiose, che hanno goduto della protezione del governo laico del Partito Ba'th[67][68]. Il fronte dei ribelli rimane composto prevalentemente da sunniti anche se non costituiscono un blocco compatto. Parte della popolazione sunnita continua a sostenere il governo[69]. Sono sunniti alcuni membri del governo e buona parte dell'esercito[70][71][72], nonché la stessa moglie di Bashar al-Assad. Le stragi perpetrate dalle componenti fondamentaliste dei ribelli nei confronti delle minoranze religiose in Siria[73][74][75] hanno portato le Nazioni Unite a definire la guerra civile come un "conflitto di natura settaria"[76].

Le organizzazioni internazionali hanno accusato le forze governative e i miliziani Shabiha di usare i civili come scudi umani, di puntare intenzionalmente le armi su di loro, di adottare la tattica della terra bruciata e di eseguire omicidi di massa. I ribelli anti-governativi sono stati accusati di abusi dei diritti umani tra cui torture, sequestri, detenzioni illecite ed esecuzioni di soldati e civili[77][78].

L'accezione "guerra civile" per descrivere il conflitto in atto è stata usata il 15 luglio 2012 dal Comitato Internazionale della Croce Rossa che ha definito la crisi siriana un conflitto armato non internazionale.[79]

Indice

Dati sulle vittime[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene nel gennaio del 2014 l'ONU avesse dichiarato che non avrebbe più aggiornato i dati sul numero delle vittime,[80] nell'agosto del 2014 ha pubblicato uno studio che documenta l'uccisione di 191.369 persone nel conflitto da marzo 2011 a fine aprile 2014. Di queste, il 9.3% sono donne (contro l'83.8% di uomini) e almeno 8.803 sono minori di 18 anni. Lo studio non riporta le percentuali di combattenti e di civili tra le vittime.[81][82]

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), un'organizzazione non governativa con sede a Londra, ha documentato 260.758 morti tra marzo 2011 e dicembre 2015, di cui poco meno di un terzo sono civili (oltre 76.000); i restanti due terzi sono combattenti, con una leggera prevalenza di caduti tra i combattenti governativi e filo-governativi (oltre 95.000) rispetto ai combattenti anti-governativi moderati ed estremisti (oltre 85.000, di cui oltre 45.000 ribelli siriani e curdi, e 40.121 jihadisti appartenenti principalmente a Stato Islamico e al-Nusra).[47]

Secondo i dati dell'UNHCR (aggiornati al 29 agosto 2015), i rifugiati siriani espatriati sarebbero 4.088.078 (quasi quanto la popolazione dell'intera Irlanda), molti dei quali all'interno di Libano e Turchia. A questi si aggiungono inoltre circa 7,8 milioni di siriani sfollati all'interno del paese.[83][84]

Il contesto storico-politico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Bashar al-Assad e Storia della Siria.

Il partito Baʿth, di ispirazione laica e inizialmente legato al socialismo arabo e al panarabismo, fin dalla sua fondazione negli anni quaranta ha evidenziato la sua caratteristica interconfessionale essendo i suoi tre ideatori un cristiano, un alawita e un sunnita. Il Baʿth in Siria assunse un ruolo di primo piano a seguito del disfacimento della Repubblica Araba Unita (RAU) nel 1961 e il successivo caos politico. Una serie di colpi di stato militari, durante i quali, nel 1962, venne introdotto lo stato di emergenza che di fatto sospende la maggior parte dei diritti costituzionali dei cittadini, definisce la nuova classe dirigente siriana. L'8 marzo 1963 un nuovo colpo di stato porta al governo il partito attraverso il "Comando Rivoluzionario del Consiglio Nazionale", composto da ufficiali dell'esercito e funzionari civili. Ḥāfiẓ al-Asad, ha l'opportunità di esercitare una grossa pressione sul governo nel 1966, quando un nuovo golpe permette al Partito Baʿth di eliminare tutti gli altri partiti politici e Hafiz diventa ministro della Difesa.

A seguito dell'indebolimento del governo dopo la guerra dei sei giorni con Israele e dei dissidi interni al partito, il 13 novembre 1970 Ḥāfiẓ al-Asad conquista la guida del partito e la presidenza della repubblica. La Siria visse un periodo di stabilità con un sistema di governo verticistico, monopartitico e repressivo. Asad, in maniera simile agli altri leader arabi sviluppa anche un forte culto della personalità. La stabilità della nazione, garantita anche dall'appoggio dell'URSS, permette importanti riforme infrastrutturali, mentre la laicità garantita dal partito garantisce una forte tutela alle numerose minoranze religiose presenti in Siria. La minoranza alawita di cui Assad fa parte riceve però i vantaggi maggiori, garantendosi i posti più importanti nell'amministrazione pubblica e nei gradi delle forze armate. Nel 1982 Ḥāfiẓ al-Asad deve affrontare una grave insurrezione di matrice islamica, guidata dalla locale branca dei Fratelli Musulmani che porta all'assedio della città di Hama e alla dura repressione degli insorti per mezzo dell'esercito e dell'aviazione. La stima dei morti varia, da una cifra minima del New York Times di almeno 10.000 cittadini siriani uccisi[85], ai 40.000 stimati dal Comitato siriano per i diritti umani[86], di cui 1000 soldati.

Gli anni '90 portano ad un avvicinamento della Siria all'Occidente a seguito del sostegno all'Operazione Desert Storm contro l'Iraq di Saddam Hussein e al tentativo di siglare un accordo di pace con Israele. Nel 1999, alla notizia della designazione come successore alla presidenza del figlio Baššār al-Asad, scoppiano delle violente proteste a Lattakia tra la polizia e i seguaci di Rifāʿat al-Asad, fratello di Ḥāfiẓ che sperava di succederlo alla presidenza. Ḥāfiẓ al-Asad, gravemente malato di cuore, muore un anno dopo, il 10 giugno 2000. Come programmato, gli succede Baššār al-Asad, anche grazie a un rapido emendamento costituzionale che permette di abbassare da 40 a 34 anni l'età minima per essere eletti presidente. Viene eletto col 99,7% dei voti.

Il nuovo presidente Baššār al-Asad, figlio di Ḥāfiẓ e salito alla presidenza repubblicana nel 2000, tra le prime questione politiche si trova ad affrontare la questione dell'indipendentismo curdo. Infatti nel 2004 scoppiano una serie di rivolte nel nord della Siria. La più grave nella cittadina di Kamichlié, quando durante una partita di calcio, alcune persone cominciano a sventolare bandiere curde. La violenta reazione della polizia causa almeno 30 morti e la protesta dilaga in molti altri centri sfociando in scontri anche con la comunità araba. Baššār non modifica la rigida struttura di controllo della popolazione, la censura della stampa libera e continua a non permettere la formazione di partiti politici di opposizione. Inoltre si incrinarono i rapporti con l'Occidente a seguito dell'appoggio a Saddam Hussein durante la guerra all'Iraq del 2003, l'appoggio a movimenti considerati organizzazioni terroristiche secondo l'Unione europea come Hezbollah e Hamas e il coinvolgimento nell'assassinio dell'ex-Primo Ministro libanese Rafīq Ḥarīrī.

Baššār al-Asad dichiarò che il suo Stato era immune dalle proteste di massa che si stavano manifestando in Egitto.[senza fonte] Buthayna Sha'bān, un consigliere presidenziale, diede la colpa agli ambienti clericali sunniti e alle loro prediche che incitavano alla rivolta, così come aveva fatto lo "shaykh informatico" egiziano (ma residente in Qatar) Yusuf al-Qaradawi in un suo sermone da Doha il 25 marzo 2011. Secondo il The New York Times il governo siriano ha chiamato solamente le unità dei servizi segreti in mano agli alauiti per reprimere la rivolta, ciò poiché secondo alcuni il fratello minore del presidente, Maher al-Assad, comanda la IV Divisione mentre il cognato, Assef Shawkat, era Capo di Stato Maggiore delle forze armate siriane.[senza fonte]

Cronologia degli eventi[modifica | modifica wikitesto]

Avvisaglie della crisi (gennaio 2011 - febbraio 2011)[modifica | modifica wikitesto]

La prima fase dell'insurrezione contro il governo siriano è caratterizzata da una serie di manifestazioni di piazza organizzate attraverso i social network sulla scia di iniziative simili che si stavano diffondendo in Vicino Oriente e Nord Africa (Primavera araba).

In un'intervista concessa al quotidiano statunitense Wall Street Journal, Baššār al-Asad si dice convinto del fatto che siano necessarie riforme e che si stia costruendo una "nuova era" in Vicino Oriente, mentre in altri paesi del Nordafrica si svolgono manifestazioni di piazza senza precedenti.[87] La mobilitazione indetta però in Siria per il 4 e 5 febbraio, in contemporanea con la "giornata della partenza" proclamata in Egitto, nel 2011, non ottiene il risultato sperato e scarse risultano le adesioni da parte della popolazione, soprattutto per la paura di ritorsioni da parte degli organi di sicurezza[88]. Il giorno prima si era rivelato un insuccesso un sit-in indetto davanti alla sede del Parlamento "in segno di solidarietà con studenti, lavoratori e pensionati privi di reddito".[89]

Per limitare le possibili aggregazioni di manifestanti, il governo attua una politica di censura su Internet, impedendo l'accesso a Facebook, Twitter e YouTube[88]. Tuttavia il 10 febbraio Damasco apre definitivamente ai social network e dopo 5 anni fa cadere il divieto che ne prevedeva l'oscuramento.[90] La decisione di eliminare le limitazioni, secondo quanto riferisce il quotidiano filo-governativo al-Waṭan (La Patria), dimostra "la fiducia del governo nell'uso della rete". Secondo l'opposizione il libero accesso ai social network sarebbe un tentativo delle autorità siriane per contrastare attività sediziose contro il regime.[90] Il 17 febbraio però Tal al-Mallūḥī, giovane blogger siriana, viene condannata a cinque anni di carcere dall'Alta corte per la sicurezza dello Stato, con l'accusa di aver lavorato per conto della Cia.[91]

L'inizio della rivolta (marzo 2011)[modifica | modifica wikitesto]

Dal 15 marzo la Siria è di nuovo percorsa da timide manifestazioni anti-regime, che però solo a Dar'a, città della Siria meridionale, capoluogo della regione agricola e tribale del Hawran (tra le più povere del paese), sfociano dal 18 marzo in proteste di massa senza precedenti, represse con le forze militari.[92][93] Numerose persone rimangono uccise durante gli scontri. Il governatore della regione, Fayṣal Kulthūm, il 23 marzo viene rimosso dall'incarico dal presidente siriano.[92]

Nonostante l'annuncio delle riforme dato il giorno prima dal portavoce del presidente, il 25 marzo le proteste proseguono e sfociano in scontri che provocano numerose vittime a Dar'a, Latakia e Samnin.[94]

Il 26 marzo, mentre manifestazioni si svolgono a Darʿā, i partecipanti al funerale delle vittime dei giorni precedenti danno alle fiamme la sede locale del partito Baʿth e manifestazioni si svolgono anche a Latakia, dove il giorno successivo si apprende che almeno 12 persone (secondo l'opposizione 20), tra cui una decina di militari, rimangono uccise negli scontri.[95][96] A Darʿā ancora il 28 marzo persone scese in strada per protestare contro lo stato di emergenza sono fatte oggetto di attacchi a colpi di arma da fuoco da parte della polizia. Nello stesso giorno il vice presidente siriano annuncia che il presidente Asad prenderà decisioni che saranno "gradite al popolo siriano".[97]

Il 30 marzo, durante la repressione delle manifestazioni, rimangono uccise altre 25 persone a Latakia.[98].

Parallelamente alla repressione delle manifestazioni, il presidente siriano Bashar al-Assad offre una serie di concessioni. Scioglie il governo e nomina l'ex ministro dell'Agricoltura Adel Safar nuovo Premier.[99] La coscrizione obbligatoria viene ridotta da 21 a 18 mesi. Viene rimosso il governatore della provincia di Darʿā. Vengono fatte promesse per la diminuzione delle tasse e la revisione dei salari[100][101].

Assad accusa forze straniere di fomentare la rivolta e condanna i media satellitari come Al Jazeera di sobillare i rivoltosi.[102]

La diffusione (aprile 2011 - maggio 2011)[modifica | modifica wikitesto]

Situazione delle proteste in Siria al 15 aprile 2011
Manifestazione filogovernativa a Damasco l'8 aprile 2011

Aprile si apre con imponenti manifestazioni che interessano tutte le maggiori città del Paese, ma è a Dar'a, nella Siria meridionale, che si concentrano gli scontri più violenti. A partire dall'8 aprile, numerosi manifestanti rimangono uccisi nel corso di scontri che durano alcuni giorni.[103][104].

A Dar'a, diventata il fulcro delle proteste, viene per la prima volta schierato l'esercito siriano che con 6.000 uomini e mezzi corazzati cinge d'assedio la città[105][106]. Oltre 400 sono i decessi registrati dall'inizio della protesta, mentre circa 500 persone sono tratte in arresto.[107] Oltre a Dar'a, la protesta dilaga in diverse città della Siria: Latakia, Homs, Damasco e Aleppo dove attivisti dei diritti umani riferiscono di numerosi morti e centinaia di feriti.[108]

Il 22 aprile un raduno di manifestanti a Damasco contro il regime viene disperso a colpi di fumogeni.[109]. Altre proteste si svolgono contemporaneamente a Kamichlié e Amuda[109]. In un sobborgo a nord della capitale, Duma, si registrano alcuni morti a seguito di scontri tra polizia e manifestanti, così come in altre città siriane[110][111]. Nel corso della giornata, che vede man mano estendersi la protesta in numerose città del paese, oltre 100 persone muoiono a seguito della repressione[112].

Manifestazione a Baniyas il 29 aprile 2011: il "venerdì della rabbia"

Venerdì 29 aprile manifestazioni si svolgono in numerosissime piazze del paese, compresa Der'a, e per la prima volta compaiono organizzazioni dichiaratamente islamiste, come la clandestina Fratellanza Musulmana messa fuori legge nel paese.[113][114] Dopo un sanguinoso attacco contro la città di Baniyas (una delle roccaforti della protesta) il 7 maggio, l'11 maggio anche la città di Homs, e soprattutto il quartiere di Bab Amr, sono al centro di una vasta operazione dell'esercito siriano[115].

A metà maggio una trentina di manifestanti risultano aver perso la vita negli scontri degli ultimi tre giorni tra manifestanti e forze di sicurezza a Tall Kalakh, nella Siria occidentale a ridosso del confine con il Libano[116]. Durante il "venerdì delle libertà" proclamato per il 21 maggio, circa 40 persone vengono uccise dalle forze di polizia nel corso di manifestazioni nella provincia occidentale di Idlib e nella città di Homs[117][118].

Per tutto il mese di maggio le proteste si susseguono ed aumenta il numero dei morti, arrivando a oltre 1.000. Si contano anche 10.000 arresti tra gli attivisti[119]. A partire dalla fine di marzo, la piazza si riempie anche di manifestazioni a favore del governo caratterizzate da una grande quantità di persone, una buona organizzazione e una forte visibilità sulle televisioni nazionali. Manifestazioni si svolgono a Damasco[120][121], Aleppo[122], Tartus[123] e Lattakia[124].

Inoltre il governo continua ad accogliere parte delle richieste dei manifestanti. Il 21 aprile viene eliminato lo stato di emergenza, che era una delle principali richieste[125].

L'inizio della lotta armata (giugno 2011 - ottobre 2011)[modifica | modifica wikitesto]

La bandiera della Repubblica di Siria in uso tra il 1932 e il 1958 e adottata nuovamente nel 2011 dall'opposizione siriana.

Il 4 giugno 2011 avviene, per la prima volta, un'azione di protesta in cui i dimostranti prendono le armi e reagiscono violentemente agli apparati di sicurezza. Accade a Jisr ash-Shugur, nella provincia di Idlib, vicino al confine con la Turchia. I dimostranti aggrediscono le forze di polizia uccidendo 8 persone e prendono il controllo della locale stazione di polizia, saccheggiandola e distribuendo le armi contenute al suo interno[126]. Gli scontri continuano per una settimana, nella quale i gruppi armati uccidono un totale di 120 poliziotti[127].

La reazione del governo è delle più dure. Oltre all'esercito, vengono dispiegati i carri armati e alcuni elicotteri[128]. Solo il 12 giugno viene ristabilita la calma in città. Grazie alla vicinanza con la Turchia, 10.000 residenti fuggono dalla battaglia oltrepassando il confine[126].Altre manifestazioni, più pacifiche, compaiono a Maarat al-Numaan[129] e Aleppo[130].

Il 3 luglio 2011 ad Hama si svolge la più imponente manifestazione contro il governo[131]. La circostanza è particolarmente delicata in quanto è la prima azione di ribellione di questa città dopo la sanguinosa insurrezione del 1982 e l'organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani è qui ancora molto forte. L'intervento del governo è immediato: viene inviato l'esercito e in un mese viene riportata la calma in città a costo di più di 200 morti[132]. La durissima repressione del governo, senza che si fossero verificate reali ostilità da parte dei dimostranti, genera la prima forte protesta sul piano internazionale, principalmente da Stati Uniti[133] e Unione europea[134].

Fin da inizio giugno, quando la repressione si intensifica, si registrano casi di diserzione da parte di membri della polizia e dell'esercito[126]. Il 29 luglio 2011, un gruppo di ufficiali disertori crea L'Esercito siriano libero (ESL)[135]. Questo evento modifica sensibilmente l'evoluzione dell'opposizione, che, di fatto, si trasforma in un vero e proprio esercito combattente con lo scopo di destituire il governo baatista. L'ESL comincia a creare una catena di comando e ad organizzare i gruppi ribelli, armandoli e addestrandoli. Le due principali città siriane, Damasco e Aleppo, registrano alcune manifestazioni di opposizione, ma il numero di partecipanti è molto basso e non si verificano significativi atti di repressione[136]. Le piazze principali sono invece teatro di oceanici raduni di manifestanti filogovernativi[137].

Il 23 agosto 2011 i vari gruppi di opposizione in esilio creano il Consiglio nazionale siriano (CNS) con sede a Istanbul[138]. L'intento è quello di creare un punto di riferimento politico per l'opposizione siriana e creare un interlocutore con l'ESL. Tuttavia l'opposizione rimarrà sempre un insieme poco amalgamato di gruppi politici da molto tempo in esilio (quindi con poca conoscenza della reale situazione in patria) e diviso su linee ideologiche, etniche e religiose[139].

Con la nascita dell'ESL, gli scontri diventano molto più violenti e, al posto delle dimostrazioni di piazza, si verificano atti di guerriglia, sabotaggio e imboscate. Un esempio è la Battaglia di Rastan, combattuta tra il 27 settembre e il 1º ottobre 2011 in cui i ribelli riescono a sconfiggere l'esercito regolare e allontanarlo dalla città per 4 giorni[140]. Le forze armate governative reagiscono mettendo in campo l'aviazione e la marina[141]. Per tutta la durata di ottobre in Siria si registrano combattimenti in tutte le città, soprattutto a Idlib e nel suo governatorato[142].

Lo scoppio della guerra (novembre 2011 - marzo 2012)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Referendum costituzionale siriano del 2012 e Bombardamenti di Homs nel 2012.

Sebbene a livello internazionale la crisi siriana non venga ancora ufficialmente considerata una guerra civile, sul campo si verifica un'escalation degli scontri causata anche dal flusso continuo di disertori che ingrossano le file dell'ESL[143]. L'evento più significativo è la serie di attacchi che a fine ottobre vengono compiuti dall'Esercito Siriano Libero nella città di Homs. Vengono uccisi 37 soldati[144]. La reazione dell'esercito regolare incontra un livello di resistenza mai incontrato prima e, a differenza delle operazioni svolte a Dar'a e Hama, la rivolta non viene sedata[126]. L'ESL riesce a conquistare i quartieri nevralgici della terza città siriana e costringe l'esercito ad un'azione di difesa. Il corrispondente di Sky News, Stuart Ramsay, descrive la situazione a Homs come una "chiara zona di guerra"[145]. A causa della tenace resistenza dei ribelli, Homs verrà in seguito definita la "Capitale della rivoluzione"[146].

L'assedio di Homs, anche a causa della sua durata, provoca anche i primi chiari scontri settari tra civili, prevalentemente musulmani sunniti e alawiti[147]. Questi ultimi considerati come sostenitori del regime de facto. Tra novembre e dicembre l'ESL si alimenta grazie alle continue diserzioni[148] e aumenta il numero e l'intensità degli attacchi. In soli due mesi vengono attaccati: la sede dei servizi segreti dell'aeronautica a Damasco, la sede del Partito Baath e un edificio dell'intelligence a Idlib e un aeroporto militare vicino Homs[149].

Il 15 dicembre, grazie a un'imboscata, i ribelli uccidono 27 soldati a Dar'a. È l'attacco singolo più sanguinoso finora avvenuto[150]. Il 28 dicembre, di fronte alle difficoltà sorte nel combattere una guerra asimmetrica, il presidente Bashar al-Assad fa nuove concessioni agli oppositori e libera 755 detenuti politici.[151] Tra le concessioni più importanti vi è la modifica della costituzione, che, tra i punti fondamentali, prevede il tetto alla possibilità di ricandidatura del presidente a 2 anni ed elimina la citazione del Partito Baʿth come partito unico in Siria[152]. La nuova costituzione viene sottoposta a referendum il 26 febbraio e approvata[153].

A gennaio 2012 non si verificano più manifestazioni pacifiche di piazza, che lasciano il posto al conflitto armato su larga scala[154]. L'Esercito siriano libero ottiene importanti vittorie in tutto il paese: a Zabadani l'opposizione controlla l'intera città[155] e avanza nei dintorni di Damasco, soprattutto nella città di Duma[156], dove l'esercito regolare è costretto a ritirarsi. A Idlib, dopo una lunga serie di scontri, i ribelli controllano parte della città[157].

Nel governatorato di Homs l'opposizione armata, dopo una settimana di scontri, ottiene il pieno controllo della città di Rastan e delle cittadine nei dintorni[158]. L'esercito regolare, decimato dalle defezioni, è costretto alla ritirata. Sebbene l'Esercito siriano libero costituisca l'ossatura dell'opposizione armata in Siria, a inizio gennaio compaiono altri gruppi paralleli che operano in maniera più autonoma. Tra essi quello più importante è il Fronte al-Nusra che si costituisce il 23 gennaio[159]. Il gruppo è inizialmente composto da membri della branca irachena di Al-Qaeda (Stato Islamico dell'Iraq) che combatte la presenza americana nel paese. I membri siriani dell'organizzazione, inclusi militanti di nazionalità irachena, tornano in patria vedendo nella crisi siriana l'opportunità di rovesciare il governo di Asad e instaurare uno Stato islamico basato sulla sharia.

Il Fronte al-Nusra, rappresentante l'ala più radicale del fondamentalismo sunnita, opera in maniera indipendente e con finalità diverse rispetto all'ESL. Tuttavia elementi di entrambe le fazioni combattono insieme contro le truppe regolari siriane. Il gruppo introduce tuttavia una strategia di attacco molto più violenta basata anche su attentatori suicidi che eseguono singoli attentati contro istituzioni governative con finalità di puro terrorismo. La strategia degli attacchi suicidi, generalmente per mezzo di auto-bomba, viene inaugurata nel distretto Al-Midan di Damasco il 6 gennaio 2012 con la morte di 26 persone, tra cui molti civili[160]. L'esercito siriano, inizialmente in difficoltà di fronte ai successi dei ribelli, organizza una controffensiva il 2 febbraio che dura circa due mesi e permette al governo di arginare l'avanzata dei ribelli nel Governatorato di Damasco. Il risultato più importante viene ottenuto nella città di Idlib che il 15 marzo viene riconquistata dopo giorni di combattimenti[161].

Alla fine di marzo 2012 il computo totale dei morti in Siria sale a 10.000[162].

Le uccisioni di civili (aprile 2012 - giugno 2012)[modifica | modifica wikitesto]

Situazione a giugno 2012. Il rosa chiaro indica le aree di conflitto, le zone rosse quelle conquistate dall'ESL.

L'avanzata dei ribelli in molte aree del paese estremizza la reazione del governo. Vengono utilizzati elicotteri d'assalto nei centri abitati[163] e nelle città i soldati governativi impiegano negli attacchi sempre più spesso le milizie shabiha. Tali bande, composte prevalentemente da siriani di religione alawita e senza una reale struttura organizzativa, sono composte da giovani spesso legati alla criminalità comune. Le bande di shabiha compaiono in maniera concomitante alle prime manifestazioni antigovernative del 2011, dove sono protagonisti di gesti di violenza contro i dimostranti. È forte il sospetto che oltre ad essere "tollerate" dal governo, siano una vera e propria milizia non ufficiale[164]. Con l'acuirsi della crisi le milizie vengono impiegate nelle azioni più violente contro i ribelli e i civili considerati sostenitori dell'opposizione. Tale impiego dovrebbe proteggere l'esercito regolare da eventuali accuse di violazione dei diritti umani.

A partire da aprile 2012 l'abuso nell'utilizzo degli shabiha provoca una serie di massacri della popolazione civile che culmina nei due episodi più gravi: la strage di Hula[165][166], in cui vengono uccise a sangue freddo 108 persone[167], e quella di Al-Qubeir[168][169][170], dove vengono uccise 78 persone[171].

In entrambi i casi il governo siriano cerca di negare l'accaduto attribuendo la responsabilità ai gruppi ribelli[172][173]. L'eco delle stragi, amplificate dai media, provoca per la prima volta una forte reazione internazionale. A fine maggio molte nazioni espellono l'ambasciatore siriano per prendere le distanze dal governo di Baššār al-Asad[174][175]. Da giugno 2012, vedendo le difficoltà nella gestione della crisi da parte del governo siriano, molte Nazioni straniere cominciano a prefigurare una prossima caduta di Bashar al-Assad e sostengono apertamente il fronte dei ribelli[176].

La Nazione più attiva è la Turchia che fornisce armi all'ESL e dà rifugio ai vertici militari dell'opposizione[177][178]. USA[179][180], Francia[181] e Gran Bretagna[182] cominciano a fornire equipaggiamenti e finanziamenti, mentre l'Unione europea inasprisce l'embargo sulla Siria[183].

Gli Stati del Golfo Persico, in maniera simile a quanto avvenuto durante le rivolte della Primavera Araba, da aprile 2012 finanziano e inviano armi ai ribelli[184][185]. I destinatari sono prevalentemente i gruppi di ispirazione salafita[186].

La presa di posizione a favore dei ribelli di molte Nazioni, provoca la reazione degli Stati tradizionalmente alleati della Siria. La Russia, che ha un accordo con il governo di Asad per l'utilizzo del porto di Tartus, invia del personale tecnico per la formazione dei militari siriani[187]. L'Iran, che teme di perdere un prezioso alleato regionale, in aprile comincia ad inviare armi e finanziamenti al governo siriano[188]. Sul campo i ribelli continuano a guadagnare terreno, avanzando nel Governatorato di Idlib[189] e soprattutto conquistando il 10 luglio la cittadina di Al-Qusayr[190], posizionata strategicamente su un valico di confine con il Libano e sulla strada che conduce dalla costa ad Homs.

Le battaglie di Damasco e Aleppo ed il fronte curdo (luglio 2012 - agosto 2012)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Damasco e Battaglia di Aleppo.
Graffito a Damasco recante il simbolo dell'ESL e la scritta: "Stiamo arrivando".

Nel mese di luglio le forze ribelli continuano a mantenere l'iniziativa e scatenano la più imponente offensiva contro il governo siriano tentata finora. Le due principali città siriane: la capitale Damasco e Aleppo, cuore commerciale del paese, fin dal 2011 non erano state teatro di forti manifestazioni antigovernative e finora erano state colpite dal conflitto solo in maniera marginale[137]. A Damasco i ribelli erano stati fermati a inizio anno prima che entrassero nei sobborghi della città. Successivamente i danni più ingenti erano stati singoli attacchi terroristici per mezzo di autobomba[191][192][193] contro obiettivi militari o governativi. Anche nella città di Aleppo, a parte poche manifestazioni di piazza[130], non si erano mai verificati scontri armati e la città veniva considerata una roccaforte filo-governativa[194]. I dintorni di Aleppo invece, a partire da febbraio, erano stati oggetto dell'avanzata dei miliziani dell'ESL che provenivano dalle loro roccaforti intorno a Idlib e dal confine turco[195].

A metà luglio i ribelli attaccano entrambe le città. All'operazione partecipano sia l'Esercito siriano libero che tutte le formazioni islamiste. Il 15 luglio 2012 inizia la Battaglia di Damasco[196], denominata "Operazione Vulcano di Damasco"[197]. L'operazione coinvolge brigate ribelli appositamente spostate dalle aree a nord del paese[198]. I miliziani si riversarono in città dando luogo ad una serie di scontri a fuoco con l'esercito regolare e applicando la tattica della guerriglia cittadina[199].

Il 18 luglio una bomba distrugge il quartier generale della Sicurezza Nazionale. Nell'attentato muoiono alti dirigenti militari e del governo[200]. La contemporanea offensiva ribelle verso le aree centrali della città fa presagire ad un imminente crollo del regime[201].

Tuttavia, anche a causa del mancato sostegno popolare dei cittadini di Damasco, i ribelli non riescono a consolidare le posizioni conquistate e le forze armate siriane riescono ad organizzare una controffensiva che allontana i ribelli verso le zone periferiche della città, di cui riescono a mantenere il controllo[202]. La Battaglia di Damasco è una dura sconfitta per l'ESL anche per la sua immagine. Infatti per la prima volta si crea una spaccatura tra i settori della società che solidarizzavano con le prime manifestazioni pacifiche e i ribelli armati.

Il 19 luglio 2012 inizia la Battaglia di Aleppo[203], denominata dai ribelli la "madre di tutte le battaglie"[204], considerando la scala e l'importanza dell'obiettivo. L'attacco, quasi contemporaneo a quello di Damasco, coglie alla sprovvista le truppe governative, orientate alla difesa della capitale. I ribelli, attaccando da sud-ovest e nord-est, riescono ad entrare in città, raggiungendo il centro storico[205]. La contemporanea conquista dei ribelli delle strade di collegamento con la frontiera turca permette di aprire un vitale canale di approvvigionamento[206].

A inizio agosto i ribelli controllano buona parte della città, riuscendo ad unire i due fronti di attacco. Tuttavia grazie al martellante uso dell'aviazione e dell'artiglieria pesante, l'esercito regolare riesce a bloccare l'avanzata delle milizie ribelli e a respingerli dal quartiere strategico di Salaheddine[207]. La battaglia non si conclude ma si trasforma in una logorante guerra di posizione, caratterizzata da poche modifiche territoriali, con ribelli ed esercito governativo che controllano ognuno circa il 50% della città[208].

Sempre nel mese di luglio, a Erbil, in Iraq, i due principali partiti che rappresentano la popolazione di etnia curda siriana, minoranza etnica a lungo discriminata dal governo, siglano un accordo che prevede la formazione di un organo politico unitario (il Comitato Supremo Curdo) e la "liberazione" delle aree a maggioranza curda, in modo da implementare un governo autonomo[209]. La posizione curda è di fatto completamente indipendente sia dai ribelli che dal governo centrale. I ribelli sono considerati degli alleati[210], ma vengono visti con scetticismo per i legami instaurati con la Turchia e la presenza delle fazioni islamiste[211]. Il governo centrale viene considerato il vero nemico ma, di fatto, durante le prime dimostrazioni la repressione è stata molto meno violenta rispetto alle zone arabe. Inoltre la nuova dirigenza curda vuole operare in modo da mantenere inalterata l'amministrazione pubblica siriana, per poi gradualmente sostituirla con quella curda[212].

Il 19 luglio 2012 le Unità di Protezione Popolare (YPG), braccio armato del Comitato Supremo Curdo, iniziano la campagna di liberazione del Kurdistan Siriano entrando in armi nelle città di Ayn al-Arab, Amuda ed Efrîn[213]. La reazione delle forze governative (polizia ed esercito) è estremamente debole: le città vengono abbandonate senza combattere[214]. Il giorno successivo vengono occupati altri villaggi intorno al confine turco[215].

La mossa successiva dell'YPG fu la conquista della città di Qamishli, la più grande città siriana a maggioranza curda nell'est del paese. Tuttavia la forte presenza di popolazione araba e di forze di sicurezza governative porta ai primi scontri armati<ref(EN) Clashes between Kurds and Syrian army in the Kurdish city of Qamişlo, Western Kurdistan, in Ekurd daily, 21 luglio 2012. URL consultato il 6 febbraio 2016. </ref>. Il numero di combattenti YPG sovrasta i militari siriani che si ritrovano presto completamente circondati[216]. In città si genera una "guerra fredda" tra le due fazioni per cui da un lato le truppe regolari rimangono nelle loro caserme, ma dall'altro l'amministrazione statale della città viene mantenuta[217]. Entro il 24 luglio, in meno di una settimana dall'inizio delle ostilità, le forze curde occupano tutte le città a maggioranza curda nel nord del paese. L'operazione comporta un numero ridottissimo di perdite sia per i Curdi che per le forze governative[218]. La veloce e indolore avanzata curda è dovuta a due fattori: il sostegno popolare assoluto nelle aree a maggioranza curda e la volontà del governo siriano di focalizzarsi sui territori a maggioranza araba. La presenza dell'YPG nelle città del nord di fatto "libera" le truppe siriane che vengono dislocate nelle aree "calde" del paese[219].

Il 2 agosto il Comitato Supremo Curdo annuncia la liberazione della maggioranza del territorio del Kurdistan siriano[220].

L'avanzata dei ribelli (settembre 2012 - dicembre 2012)[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo successivo alle battaglie di Damasco e Aleppo, vede i ribelli nuovamente all'attacco in tutte le zone del paese. Il conflitto si allarga all'intero territorio nazionale.

A Damasco l'esercito siriano allarga l'operazione che aveva permesso l'allontanamento dei ribelli dai quartieri centrali e attacca i sobborghi esterni controllati dagli insorti. L'intenzione è sfruttare la momentanea disorganizzazione dei ribelli in ritirata per mettere definitivamente al sicuro la città. Ad agosto l'esercito regolare riconquista la cittadina strategica di al-Tall, a nord della città e sulla strada che porta nella regione di Qalamun[221]. I ribelli avevano qui ammassato le truppe per tentare un nuovo assalto a Damasco[222].

Le truppe governative riescono ad avanzare anche nei sobborghi a sud[223] e ad est della capitale[224]. La riconquista delle zone periferiche di Damasco viene condotta con estrema brutalità dall'esercito, che utilizza in larga misura artiglieria, elicotteri da combattimento e milizie Shabiha[225]. La popolazione di alcune cittadine periferiche è infatti solidale con gli insorti e gli attacchi non tengono conto del loro status di civili[226][227]. Emblematica è la situazione di Darayya, roccaforte degli insorti posizionata sulla strada per l'aeroporto di Mezze. Il bombardamento martellante e l'azione delle milizie filogovernative lascia sul campo più' di 400 morti, la maggior parte vittima di esecuzione[228][229][230].

L'operazione termina a fine settembre, quando l'esercito consolida le posizioni acquisite, che corrispondono a quelle antecedenti alla Battaglia di Damasco.

Miliziani dell'ESL festeggiano la conquista della cittadina di Helfaya (governatorato di Hama).

Si susseguono scontri per tutto il mese di ottobre, con piccole alterazioni dello status quo[231][232][233]. Nello stesso periodo l'ESL conduce una campagna di omicidi mirati di vertici politici e militari[234].

A novembre i ribelli scatenano una nuova offensiva su Damasco avanzando dalle roccaforti a sud e ad est della città[235]. A fine novembre l'offensiva ottiene come successi la chiusura dell'aeroporto civile di Damasco e la cattura di due basi militari a Hajar al-Aswad (sud) e Ghuta (est) dove vengono instaurati i centri direzionali dell'ESL[236]. L'afflusso di armi e finanziamenti permette ai ribelli di migliorare le strategie di attacco e di difendersi anche contro l'aviazione.

L'avanzata dei ribelli viene rallentata dall'afflusso di nuove truppe regolari smobilitate dalle campagne e a prezzo di un gran numero di perdite[237]. L'offensiva rallenta e si prolunga per tutto dicembre e gennaio. I successi più significativi per i ribelli avvengono sul fronte est, dove riescono a conquistare tutto il sobborgo di Ghuta. A sud invece l'esercito lancia una vittoriosa offensiva su Darayya[238].

Il fallimento dei continui assalti alla città da parte dei ribelli sono dovuti al dispiegamento delle truppe migliori da parte del governo che vuole difendere la città a oltranza ed evitare le condizioni che avevano portato ad un passo dal crollo del regime nel luglio 2012. Tuttavia il richiamo di un così ingente numero di soldati lascia sguarniti gli altri fronti interni. Soprattutto a nord della Siria, nei governatorati di Idlib e Aleppo, l'ESL, in collaborazione con le milizie jihadiste, dilaga soprattutto nelle zone rurali, riuscendo a controllare gran parte dei punti di frontiera con la Turchia, vitali per l'afflusso di armi e combattenti[239][240][241]. Verso la fine di settembre viene spostato il centro di comando dell'ESL dalla Turchia alle aree controllate[242].

Il successo strategicamente più' significativo è la conquista della città di Maarrat al-Nu'man tra l'8 e il 13 ottobre. Essa è uno snodo fondamentale che collega Damasco, Aleppo, Idlib e la costa. La Siria viene in questo modo tagliata in due[243]. Il 28 ottobre viene sottratta al controllo dell'esercito anche l'ultimo sobborgo di Idlib: Salqin[244]. La successiva conquista della cittadina di Saraqib permette di isolare completamente Idlib e Aleppo anche dalle regioni costiere[245]. La costa, ovvero i governatorati di Lattakia e Tartus, sono filogovernativi. L'atteggiamento della popolazione è radicalmente cambiato rispetto alle prime manifestazioni del marzo 2011, quando nelle principali città costiere erano scoppiate dimostrazioni di protesta molto numerose. Tale cambiamento è sintomatico della radicalizzazione della guerra civile e la sua deriva settaria. Infatti le regioni costiere, a maggioranza sciita alawita (la stessa religione della famiglia Assad) subiscono il fondamentalismo sunnita salafita dei gruppi jihadisti e la criminalizzazione da parte dei membri dell'ESL. Ad Aqrab, nel dicembre 2012, i ribelli compiono il massacro della popolazione civile di fede alawita, uccidendo circa 125 persone[246].

Inoltre la presenza dei combattimenti genera un deterioramento dell'ordine pubblico causata dall'assenza di organismi statali riconosciuti. La criminalità comune aumenta sensibilmente, spesso confondendosi e appoggiandosi alle forze ribelli. Si susseguono saccheggi e rapimenti a scopo estorsivo[247].

Situazione nella città di Aleppo a novembre 2012. In verde le aree controllate dai ribelli, in giallo dai curdi, in rosso dal governo e in marrone le zone di conflitto.

I miliziani salafiti, col perdurare della crisi, cominciano ad assumere un ruolo di primo piano nel fronte ribelle a causa del loro forte impatto sul campo di battaglia, la crescita del loro numero e la maggiore disponibilità economica garantita dal finanziamento da Qatar e Arabia Saudita. Il fanatismo dei gruppi islamisti (tra cui il Fronte al-Nusra è il più numeroso) provoca la reazione non solo degli sciiti alawiti, ma anche delle altre minoranze etniche e religiose. A metà del 2012 si cominciano a formare gruppi auto-organizzati, denominati "Comitati Popolari", composti da cittadini di origine cristiana, drusa, alawita e sciita con lo scopo di difesa dalle azioni di odio settario da parte delle milizie sunnite[248]. I primi gruppi nascono a Damasco, ma si registrano comitati in tutte le grandi città. Ad Aleppo il comitato popolare cristiano partecipa alla battaglia dell'agosto 2012 per difendere i quartieri cristiani dall'avanzata dei ribelli[249]. Verso la fine del 2012 il governo cerca di "istituzionalizzare" i comitati popolari fondendoli nella Forza Nazionale di Difesa: un'organizzazione alle dipendenze dell'esercito che fornisce armi, addestramento e coordinamento[250].

Nella città di Aleppo, il 27 settembre i ribelli tentano una nuova offensiva, volta a risolvere lo stallo militare[251]. L'attacco parte dai quartieri meridionali e presto raggiunge il centro storico della città. I combattimenti sono molto violenti e si registrano forti perdite in entrambi gli schieramenti[252]. L'avanzata ribelle è molto lenta e si ferma alle porte dell'antico suq di Aleppo che viene completamente distrutto da un incendio generatosi durante gli scontri[253]. Dopo solo 3 giorni di offensiva si raggiunge lo stallo a causa della tenace resistenza dell'esercito regolare senza sostanziali modifiche allo status quo[254].

Una nuova offensiva ribelle su larga scala viene scatenata in novembre, sfruttando il sostanziale isolamento di Aleppo dal resto del Paese. A questi nuovi attacchi partecipano con maggior presenza i miliziani islamisti del Fronte al-Nusra, che assumono anche il comando di alcune incursioni[255]. Anche questa offensiva si risolve in una logorante guerra di posizione, con l'eccezione dei quartieri orientali, dove i ribelli riescono a raggiungere l'aeroporto[256]. A fine anno ad Aleppo si combatte casa per casa. La città è divisa sostanzialmente a metà tra ribelli e forze governative.

Il 16 dicembre 2012 i ribelli, consolidata la presenza nella strategica città di Maarrat al-Nu'man, scatenano un'offensiva verso sud, volta a conquistare la città di Hama, controllata interamente dal governo fin dal 2011[257]. L'offensiva si rivela efficace anche per la ritirata dell'esercito siriano che abbandona le aree rurali concentrandosi sulla difesa della città[258][259]. L'offensiva viene infatti bloccata il 31 dicembre alle porte di Hama[260]. I ribelli riescono a controllare molti villaggi inclusi due a maggioranza alawita dove gli abitanti sono oggetto dell'odio settario[261].

L'ascesa del fondamentalismo islamico (gennaio 2013 - marzo 2013)[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene il comando strategico delle operazioni dei ribelli sia ancora mantenuto dall'esercito siriano libero, i gruppi estremisti cominciano ad acquisire sempre maggiore autonomia sul campo. La presenza di miliziani legati al fondamentalismo islamico è particolarmente forte nelle regioni orientali del paese. Fin dalla fine del 2012 si intensificano i combattimenti nella fascia fertile della valle dell'Eufrate, finora teatro solo di sporadiche scaramucce con l'esercito regolare.

La valle dell'Eufrate è storicamente abitata da tribù un tempo beduine di religione sunnita e molto tradizionalista. Esse sono infatti imparentate con i beduini provenienti dall'Arabia Saudita e molti hanno la doppia nazionalità. In questa regione le incursioni dei ribelli sono guidate dalle formazioni islamiste, quasi sempre il Fronte al-Nusra.

Militante jihadista della formazione Liwa al-Islam.

Il 19 settembre 2012 i ribelli conquistano il valico di frontiera con la Turchia nel centro nord della Siria[262], mentre il 22 novembre 2012 viene conquistato il valico con l'Iraq nella strategica città di Mayadin[263]. Questi passaggi assicurano ai ribelli un continuo flusso di uomini e rifornimenti. In particolare dal valico con l'Iraq possono affluire in Siria i combattenti delle formazioni islamiste irachene che compongono l'ossatura del Fronte al-Nusra.

L'11 gennaio 2013 il Fronte al-Nusra, a capo di una coalizione di gruppi fondamentalisti, ottiene la prima conquista strategica di rilievo operando indipendentemente dall'ESL. Gli islamisti dopo una serie di assalti, ottengono il pieno controllo della base militare di Taftanaz, una delle più grosse nel nord del paese. Gli islamisti possono ora accedere a carri armati, lanciarazzi e altro materiale militare. Il leader di al-Nusra dichiara che per la quantità di materiale ottenuto, l'azione cambierà le "regole del gioco"[264].

Successivamente gli islamisti ottengono una serie di successi lungo l'Eufrate. Il 29 gennaio viene conquistato il ponte di Siyasiyeh, che connette Deir ez-Zor con Hasakah, e permette di agli islamisti di entrare a contatto con la zona d'influenza curda[265]. L'11 febbraio vengono conquistate le cittadine di Al-Thawrah e Tabqa Dam, dove sorge un'importante centrale idroelettrica[266]. Il 14 febbraio viene controllato il valico con l'Iraq di Shadadeh[267].

Il successo più importante avviene tra il 3 e il 6 marzo 2013, quando il Fronte al-Nusra assume il completo controllo della città di Raqqa. La città era considerata "pacifica" e fin dal 2011 non si erano tenute dimostrazioni significative né conflitti armati[268]. La posizione della città garantisce il controllo di buona parte del centro-nord della Siria. I ribelli attaccano da nord e in pochissimo tempo controllano l'intera città, causando la fuga dei pochi soldati regolari che si barricano nella locale base militare[269][270]. I militanti del Fronte al-Nusra, appoggiati da Ahrar al-Sham, issano la bandiera nera della jihad nella piazza principale e cominciano subito un processo di islamizzazione della città[271].

Offensiva dei ribelli a Damasco: in rosso la zona controllata dal governo siriano e la linea del fronte al 6 febbraio 2013, in verde chiaro la zona controllata dai ribelli, in verde scuro le aree contese fino a marzo

La presenza dei fondamentalisti islamici si fa sentire anche sul fronte di Damasco, dove il 6 febbraio 2013 i ribelli lanciano una nuova offensiva verso il centro città, denominata "Battaglia dell'Armageddon"[272]. Ancora una volta è la periferia est che presenta le maggiori difficoltà per l'esercito regolare. I ribelli arrivano fino alla circonvallazione interna della città[273]. Tuttavia l'operazione di sfondamento verso il centro fallisce e la battaglia raggiunge lo stallo con i ribelli alle "porte della città"[274]. I miliziani del Fronte al-Nusra per la prima volta guidano alcuni attacchi e si rendono protagonisti di un'ondata di autobombe che producono 80 morti, per lo più civili[275].

Le fila dei gruppi fondamentalisti si arricchiscono anche di numerosi volontari stranieri che raggiungono la Siria dai Paesi del Medio Oriente o da quelli Occidentali per unirsi alla jihad. A febbraio 2013 vengono stimati in più' di 6.000 morti[276].

La battaglia di Qusayr (aprile 2013 - giugno 2013)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Qusayr.

Ad aprile 2013 la guerra civile siriana vede il costante avanzamento dei ribelli in tutte le regioni del paese, soprattutto nelle aree rurali. Il governo invece riesce a mantenere il controllo sulle principali città, esclusa Aleppo, che controlla solo parzialmente. Indicativamente i ribelli controllano circa il 60% del territorio[277].

Il rafforzamento della componente jihadista della ribellione e il continuo flusso di armi e finanziamenti verso i ribelli da parte di Qatar e Arabia Saudita[278] impensieriscono l'Iran sciita, storico alleato della Siria di Assad e avversario degli Stati sunniti a cui contende il ruolo egemonico nell'area mediorientale[279]. Un'eventuale caduta di Assad e la nascita di una nazione rigorosamente sunnita, provocherebbe la rottura dell'”Asse della Resistenza”, composto da Iran, Siria e l'Hezbollah libanese[280] e, più in generale, della “Mezzaluna crescente sciita[281], ovvero la macroregione composta dagli stati a maggioranza sciita o governati da esponenti dello sciismo.

Posizione della città di al-Qusayr, al confine con il Libano.

L'Iran già dalle prime proteste in Siria nel 2011 ha fornito supporto alle forze armate siriane in termini di addestramento, rifornimenti e finanziamento[282]. Con l'inasprirsi delle ostilità, il coinvolgimento è aumentato, fornendo armamenti, intelligence e addestratori militari sul campo[283][284].

Ad aprile 2013, constatate le difficoltà del governo siriano sul campo, l'Iran decide di intervenire in maniera più decisiva. Per farlo si affida ai miliziani libanesi di Hezbollah, che hanno le loro roccaforti al confine con la Siria. La situazione in Libano risente della crisi siriana. Soprattutto nelle cittadine di Hermel e Arsal, poste sul lato libanese dei valichi controllati dai ribelli, si forma un canale di approvvigionamento e di afflusso di combattenti[285][286]. Hezbollah finora non è mai intervenuto nella crisi siriana e anche tra gli analisti vi è forte scetticismo su un suo coinvolgimento, reputando più probabile un suo impegno nell'evitare un contagio in Libano[287].

L'11 aprile 2013 l'esercito siriano scatena un'offensiva contro la cittadina di al-Qusayr, controllata dai ribelli dal luglio 2012 e posizionata strategicamente sul confine libanese e sulla strada principale tra la costa, Damasco e Homs[288], ancora teatro di combattimenti. Dal Libano si riversano in Siria più di 700 combattenti sciiti di Hezbollah che si uniscono all'esercito regolare[289]. I combattimenti crescono di intensità e, grazie alla tattica di guerriglia di Hezbollah, i ribelli sono costretti a cedere terreno, abbandonando numerosi villaggi[290][291][292]. La strategia è quella di occupare le aree rurali per circondare e successivamente attaccare al-Qusayr[293]. L'assedio della città viene completato il 19 maggio. L'assalto alla cittadina dura 3 settimane e si conclude il 5 giugno con una completa vittoria dell'esercito siriano, che allontana i ribelli costretti ad una precipitosa rotta verso la regione del Qalamun[294][295][296].

La vittoria governativa è un punto di svolta per la guerra, in quanto i ribelli perdono l'iniziativa e, per la prima volta, sono costretti a cedere ampie zone di territorio. La sconfitta e la ritirata disorganizzata provocano anche tensioni all'interno del fronte ribelle, con accuse reciproche tra i comandanti e la dirigenza politica del Consiglio Nazionale Siriano, considerato lontano dal campo di battaglia e tra le diverse anime della rivolta armata[296]. Anche le cancellerie internazionali sono costrette a rivalutare la forza dei ribelli e considerare nuovamente Assad come un possibile interlocutore politico. La rotta dei ribelli ad al-Qusayr apre la strada per Homs, dove fin dal 2011 continuano ininterrotti i combattimenti che vedono i ribelli mantenere le loro posizioni sui quartieri centrali della città. I rinforzi dell'esercito e di Hezbollah permettono di conquistare il 2 maggio il quartiere di Wadi al-Sayeh[297] che divide le due aree controllate dai ribelli: la città vecchia e il distretto di Khalidiya che sono ora completamente separate e circondate[298].

Il sostegno di Hezbollah galvanizza l'esercito regolare, che, da aprile, ottiene una serie di importanti vittorie anche sugli altri fronti. Il 17 aprile nel governatorato di Idlib l'esercito riesce a rompere l'accerchiamento dei ribelli a Wadi al-Deif, permettendo di riottenere il controllo su due grosse basi militari nel nord[299].

L'impegno nella battaglia di al-Qusayr ha anche sottratto forze ribelli da Aleppo, causando un loro indebolimento anche su questo fronte. Il 2 giugno, verso il termine della battaglia ad al-Qusayr, i vertici dell'esercito siriano chiedono ad Hezbollah un affiancamento per un'offensiva sulla città. Centinaia di miliziani si spostano in profondità nel nord della Siria[300].

L'operazione "Tempesta del Nord" inizia il 9 giugno[301][302]. L'offensiva, nella prima settimana, causa l'arretramento dei ribelli sia in città che nelle campagne circostanti[303]. Tuttavia l'afflusso di nuovi combattenti e nuove armi, tra cui missili anticarro dall'Arabia Saudita, permettono ai ribelli di rallentare l'avanzata e fermarla il 17 giugno[304][305]. L'ESL e i miliziani jihadisti lanciano un'operazione diversiva nei quartieri occidentali di Aleppo il 24 giugno per dividere le forze governative. Tale offensiva viene chiamata "Battaglia di Qadisiyah", in riferimento all'omonima battaglia del 636 quando le armate arabe sconfissero quelle persiane[306]. È chiaro il riferimento all'attuale Iran e di come venga esso ritenuto responsabile della svolta favorevole al governo siriano.

Anche nel sud della Siria l'arrivo dei miliziani Hezbollah aiuta l'esercito regolare a guadagnare terreno nei confronti dei ribelli. L'8 maggio l'esercito conquista la città strategica di Khirbet Ghazaleh, che permette un controllo totale sull'autostrada che porta in Giordania e alla città di Dar'a, oggetto di combattimenti con i ribelli fin dal 2011[307][308].

Offensiva del governo siriano a Damasco: in rosso la zona controllata dal governo siriano e la linea del fronte al 26 marzo 2013, in verde chiaro la zona controllata dai ribelli, in verde scuro le aree contese fino ad agosto

Anche Damasco vede l'avanzata delle truppe governative che, sostenute da Hezbollah, scatenano il 7 aprile un'offensiva su larga scala verso le roccaforti ribelli a est e sud della città[309]. Le aree oggetto dell'attacco sono Ghuta, Otaiba e soprattutto Jdaidet al-Fadl, dove ha luogo una feroce battaglia che causa numerosi morti tra la popolazione civile[310]. Le vittorie governative portano all'isolamento dei ribelli nei sobborghi della città e ad un loro accerchiamento[311].

La rottura nel fronte ribelle (luglio 2013 - agosto 2013)[modifica | modifica wikitesto]

Gli eventi di Qusayr e la lunga serie di vittorie strategiche da parte dell'esercito regolare hanno un impatto molto forte sul fronte dei ribelli. Sia dal punto di vista militare che politico. Il ruolo di primo piano che l'Esercito siriano libero aveva tenuto fin dagli inizi della crisi comincia a sgretolarsi mentre le formazioni islamiste, che col tempo hanno aumentato la loro influenza nelle battaglie, cominciano ad operare in maniera sempre più autonoma o a prendere la guida delle operazioni.

Il gruppo islamista più violento, il Fronte al-Nusra, viene affiancato da una nuova formazione composta prevalentemente da miliziani non siriani: lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIS). Ad aprile 2013, il leader dello Stato Islamico dell'Iraq (ISI) Abu Bakr al-Baghdadi annuncia che al-Nusra non è che un'estensione in Siria dell'ISI, e dichiara la fusione dei due gruppi nello "Stato Islamico dell'Iraq e al-Sham" (ISIS). Tuttavia, il leader del Fronte al-Nusra rifiuta la fusione, e in giugno il leader di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, interviene per mantenere le formazioni distinte, ingiungendo ad al-Baghdadi di mantenere la sua area di operazione limitata all'Iraq[312][313].

L'ISIS, per la sua natura transnazionale, interpreta la guerra di Siria come un passo verso la Jihad globale e la rifondazione del califfato. L'indebolimento dell'ESL e il contemporaneo afflusso di sempre nuovi combattenti jihadisti porta all'aumento della tensione tra i gruppi ribelli. L'11 luglio 2013 i miliziani dell'ISIS uccidono un alto comandante dell'ESL, Kamal Hamami, e dichiarano guerra a quella frangia dei ribelli che viene definita "secolarista", "eretica" e "foraggiata dagli USA"[314]. Si parla quindi dell'apertura del "terzo fronte"[315].Il conflitto tra ESL e ISIS, a cui si allea il Fronte al-Nusra, si diffonde in tutto il paese. Ma è soprattutto nel nord che il conflitto si fa più duro, portando l'ESL a cedere terreno e armamenti ai jihadisti.

L'ascesa dei fondamentalisti islamici alla guida dell'opposizione armata comporta un aumento della frizione nelle zone sotto il controllo delle milizie curde. Fin da febbraio vi erano stati scontri occasionali che si erano localizzati principalmente nei quartieri curdi di Aleppo e nella città di Ras al-Ayn, al valico con la Turchia nel nord-est del paese[316].

Il 17 luglio a Ras al-Ayn riesplode il conflitto[317] che a breve si diffonde in tutte le zone a controllo misto tra le due forze ribelli. Le milizie curde, forti del sostegno compatto della popolazione civile, hanno la meglio nella maggior parte degli scontri e a partire da agosto riescono a espellere dai villaggi a maggioranza curda tutte le formazioni islamiste e dell'Esercito Siriano Libero[318][319]. Nel nord del paese si crea un'area di conflitto molto estesa che spesso deborda anche in territorio iracheno, da dove i Curdi ricevono sostegno. Il 29 settembre l'ISIS rivendica un'ondata di autobomba nella città curda irachena di Erbil[320].

Offensiva dei ribelli (in verde) contro il territorio controllato dal governo (in rosso) nel Governatorato di Latakia

L'ideologia fondamentalista sunnita dei gruppi jihadisti porta come inevitabile conseguenza un aumento degli episodi di guerra settaria e veri e propri atti di "pulizia etnica" nei confronti delle minoranze religiose siriane. Uno degli episodi più gravi si verifica nel Governatorato di Latakia, quando, in risposta ai successi governativi in tutto il Paese, il 4 agosto le formazioni islamiste guidano un attacco verso la costa. L'operazione, chiamata "Liberazione della Costa"[321], non ha successo in quanto si svolge in un territorio che da sempre sostiene il governo Assad. I miliziani, di cui 300 non-siriani, compiono una serie di massacri nei villaggi momentaneamente occupati, facendo strage dei civili non sunniti, in maggioranza alawiti[322]. La strage conta tra i 62 e i 140 civili uccisi e altri 200 scomparsi. In migliaia scappano verso le città costiere[323][324]. Questa strage, denunciata anche da Human Rights Watch, aliena definitivamente l'appoggio delle minoranze religiose alla causa ribelle.

Nei mesi di luglio e agosto le truppe governative e le milizie Hezbollah continuano a guadagnare terreno. Il 28 luglio le aree ancora sotto il controllo ribelle di Homs vengono attaccate e, con la conquista del quartiere di Khalidiya, la città entra quasi del tutto sotto il controllo governativo[325]. Il presidente Bashar al-Assad viene ripreso mentre visita le truppe nel centro storico[326].

A Damasco le truppe governative scatenano un'offensiva verso i sobborghi orientali. Il 21 agosto nel quartiere di Ghuta viene riportato l'uso di armi chimiche che colpisce militari governativi, ribelli e popolazione civile[327]. L'evento provoca una forte presa di posizione dell'ONU e di gran parte delle cancellerie internazionali non solo per l'elevato numero di vittime (tra i 281[328] e le 1.729[329]) ma per il fatto che il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel 2012 aveva posto come "linea rossa" per un intervento militare internazionale, proprio l'utilizzo di armi chimiche[330].

Il governo e i ribelli si accusano a vicenda per l'operazione[331]. I Curdi si dicono "scettici che il governo siriano abbia condotto l'attacco"[332].

Il mancato intervento internazionale (settembre 2013)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Attacco chimico di Ghuta.

A seguito dell'uso di armi chimiche a Damasco, la crisi siriana diventa internazionale accentuando le differenze tra gli schieramenti a favore e contro i ribelli. Due giorni dopo l'attacco Stati Uniti e Unione europea accusano le forze governative di Bashar al-Assad di aver condotto l'operazione[333]. La Russia e l'Iran invece difendono il governo e accusano i ribelli[334].

Si apre concretamente la possibilità di un intervento militare contro il regime, quando Barack Obama annuncia la possibilità di uno strike punitivo con il lancio di missili verso le postazioni militari siriane in 48 ore[335].

Tuttavia la forte opposizione dell'opinione pubblica[336], di parte del congresso americano[337] e i ripetuti interventi di Russia e Cina in sede Onu[338] spingono il presidente ad attendere un'approvazione da parte del congresso[339]. A fianco degli USA le nazioni più interventiste sono Francia[340], Regno Unito e Turchia.[341], mentre l'Iran dichiara che un attacco verso la Siria causerebbe un lancio di missili verso Israele[342]. In pochi giorni la tensione internazionale sale alle stelle: gli Stati Uniti d'America mobilitano le loro forze armate e inviano numerose navi da guerra nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero, tra cui la portaerei USS Nimitz. La Russia risponde all'avvio della macchina militare americana inviando navi nel Mediterraneo di fronte alla costa siriana. Per diverse settimane si teme addirittura lo scoppio di un vero e proprio conflitto armato tra Stati Uniti e Russia, con Francia, Regno Unito e Turchia dalla parte dei primi e la Siria dalla parte dell'altra.

L'ipotesi di un allargamento incontrollato del conflitto su scala regionale e mondiale viene sollevato dalla Cina[343] e dall'Italia, che annuncia di non essere disposta a concedere l'utilizzo degli aeroporti militari italiani[344]. Anche il Vaticano, pur condannando l'uso delle armi chimiche, si oppone fermamente ad un intervento militare contro la Siria. Papa Francesco indice per il 7 settembre una giornata di digiuno e preghiera per la pace a cui partecipano anche laici e esponenti di altre religioni[345].

Il 30 agosto il parlamento del Regno Unito nega al primo ministro David Cameron la possibilità di intervento armato[346] e di fatto isola USA e Francia.

La diplomazia prende il sopravvento e la discussione sull'intervento in Siria monopolizza l'incontro del G20 di San Pietroburgo del 6 settembre. Grazie alla proposta di soluzione russa, il 14 settembre viene raggiunto un accordo che elimina la possibilità di intervento armato in cambio della distruzione dell'arsenale chimico siriano, il libero accesso ai depositi di armi chimiche da parte dei funzionari ONU e l'adesione del governo siriano alla "Convenzione sulle armi chimiche"[347][348].

Il 27 settembre viene votata all'unanimità all'Onu la Risoluzione 2118 che prevede la distruzione dell'arsenale chimico siriano[349].

Il mese di settembre, a causa del possibile intervento occidentale, non vede significative evoluzioni sul campo di battaglia. Anche l'offensiva verso i quartieri orientali di Damasco da parte dell'esercito si ferma.

La ripresa dell'offensiva governativa (ottobre 2013 - dicembre 2013)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Qalamun.

Archiviata la possibilità di un intervento occidentale in Siria e aperti i canali diplomatici tra il governo e i funzionari ONU per l'eliminazione dell'arsenale chimico, ad ottobre il governo siriano scatena una nuova serie di offensive, mentre si riacutizza il conflitto tra ribelli islamisti e curdi nel nord del paese. L'ESL, che aveva sostenuto l'intervento militare contro la Siria, perde ulteriore peso politico e inesorabilmente il fronte ribelle viene egemonizzato dalle formazioni jihadiste.

L'offensiva governativa si sviluppa su tre fronti distinti: Aleppo, Damasco e la regione montuosa di Qalamun, al confine con il Libano.

L'offensiva governativa verso Aleppo dell'ottobre 2013. In rosso le aree controllate dall'esercito, in verde quelle controllate dai ribelli.

La situazione ad Aleppo non subiva sostanziali modifiche dal luglio 2013 ed era caratterizzata da un conflitto continuativo generalizzato. A seguito dei progressi governativi ad Homs la via principale verso Aleppo supponeva un attacco verso Maarat al-Numaan, saldamente sotto controllo ribelle. L'esercito siriano invece scatena l'offensiva lungo la cosiddetta "Via del Deserto" che da Hama conduce direttamente verso la regione a sud-est di Aleppo.

Il 1º ottobre viene attaccata la città strategica di Khanasir, dove i ribelli si arrendono 3 giorni dopo[350]. La conquista di Khanasir permette l'apertura di un'importante via di rifornimento da Hama e l'apertura della via di accesso verso Aleppo. In pochi giorni l'esercito controlla i villaggi circostanti e il 10 ottobre assedia la città di al-Safira, controllata dai jihadisti del Fronte al-Nusra e ISIS e sede di un deposito di armi chimiche.[351]. Con il fondamentale sostegno delle milizie Hezbollah l'esercito entra in città il 30 ottobre[352]Il repentino avanzamento governativo e la debole risposta delle forze ribelli porta alle dimissioni del comandante in capo dell'ESL ad Aleppo, Abdul Jabbar al-Oqaidi[353]Le truppe governative in una settimana riescono a conquistare le cittadine intorno ad al-Safira e rompere l'assedio all'aeroporto di Aleppo.[354] L'obiettivo delle truppe governative è spingersi a nord-est cercando di accerchiare i quartieri centrali di Aleppo controllati dai ribelli. L'avanzata si spinge fino al distretto di al-Naqqarin dove si ferma a causa della forte resistenza dei ribelli[355] che il 13 novembre avevano chiamato alla mobilitazione generale di tutte le forze presenti ad Aleppo[356].

Il mese di dicembre è caratterizzato dall'offensiva dell'aviazione siriana che bombarda giornalmente le posizioni degli insorti[357].L'offensiva fu un grosso successo per il governo siriano, che acquisiva il controllo del 60% della città[358].

A nord del paese continua anche l'avanzata delle milizie curde che, anche approfittando della mobilitazione di combattenti verso Aleppo, espandono la propria area di influenza combattendo principalmente contro le milizie islamiste. L'operazione più importante si svolge il 26 ottobre, quando lo YPG conquista il valico di frontiera con l'Iraq di Til Koçer[359]. A inizio novembre i Curdi scatenano l'"Offensiva del martire Serekeniye"[360] che permette di conquistare gran parte del governatorato di Al-Hasakah ed estendere il controllo curdo su circa 50 altre cittadine[361].

Offensiva del governo siriano a Damasco: in rosso la zona controllata dal governo siriano e la linea del fronte al 10 settembre 2013, in verde chiaro la zona controllata dai ribelli, in verde scuro le aree contese fino a febbraio 2014

Anche a Damasco l'esercito governativo scatena una serie di offensive verso i sobborghi controllati dai ribelli. La prima linea d'attacco è l'area a sud della capitale, dove dal 9 all'11 ottobre l'esercito, spalleggiato dalle milizie Hezbollah e dalle milizie sciite irachene, conquista le 3 città strategiche di Sheikh Omar, al-Thiabiya e Husseiniya[362][363], isolando le posizioni ribelli dalle linee di rifornimento provenienti da sud. Per tutto il mese di novembre si susseguono le vittorie delle truppe governative che accerchiano completamente le sacche ribelli a sud e ad est della capitale, assediandole. In particolare i distretti nella Ghuta orientale cominciano a soffrire della mancanza di rifornimenti e viveri.

Negli ultimi giorni di novembre i ribelli provano uno sfondamento del fronte per rompere l'assedio. Il massiccio attacco provoca una carneficina da ambo le parti. In una settimana vengono uccisi più di 1.000 ribelli, inclusi i vertici di comando[364]. L'operazione viene bloccata dall'esercito regolare con il massiccio aiuto delle milizie Hezbollah, che lasciano sul campo almeno 40 morti[365].

A novembre l'esercito siriano scatena un'offensiva volta a conquistare la regione montuosa del Qalamun. Questa regione è strategica in quanto controlla l'autostrada che congiunge Damasco ad Homs e in quanto, essendo al confine con il Libano, permette l'approvvigionamento dei ribelli e il loro afflusso sul fronte di Damasco. Il 15 novembre comincia l'offensiva che permette la conquista delle cittadine di Qara, An-Nabk e Deir Attiyeh entro la fine del mese[366][367].

L'unica controffensiva di rilievo, condotta principalmente dalle formazioni islamiste, avviene il 29 novembre, quando viene attaccata e occupata la cittadina cristiana di Maalula[368] dove le milizie islamiste arrecano molti danni alle chiese, uccidono gli abitanti che non vogliono convertirsi all'Islam[369] e rapiscono 12 monache[370].

L'11 dicembre le truppe siriane pongono l'assedio alla città di Yabrud. La radicata presenza dei ribelli e il valore simbolico della città più popolosa della regione, porta le truppe governative ad essere caute su un'offensiva diretta, preferendo un assedio caratterizzato da bombardamenti aerei e terrestri e sporadiche incursioni. Anche a causa delle cattive condizioni meteorologiche di fine dicembre, l'avanzata nel Qalamun entra in una fase di stallo. La forte presenza dei ribelli jihadisti nel nord del paese e il loro controllo sui valichi di confine costringe Stati Uniti e Gran Bretagna a sospendere ogni tipo di supporto ai ribelli siriani in quelle zone[371].

L'incontro di Ginevra (gennaio 2014 - febbraio 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Conferenza di pace Ginevra 2.

Gennaio 2014 si apre con l'attesa della conferenza di pace di Ginevra, ribattezzata Ginevra 2, indetta dall'ONU in collaborazione con Russia e Stati Uniti per tentare di trovare una soluzione politica alla crisi. Alla conferenza partecipano il governo siriano, la Coalizione Nazionale Siriana e il fronte curdo. Dopo vari tentativi e ripensamenti non viene invitato a partecipare l'Iran, principale sostenitore del governo siriano. Rifiutano ogni dialogo tutte le formazioni islamiste, inclusi il Fronte al-Nusra, il Fronte Islamico e l'ISIS. Evento significativo dei primi giorni di gennaio è l'ulteriore frazionamento del fronte ribelle. Oltre al conflitto che oppone l'ESL alle milizie islamiste, anche il fronte jihadista si rompe.

Situazione in Siria a marzo 2014: l'ISIS (in nero) controlla la parte settentrionale del governatorato di Raqqa e i territori limitrofi, gli altri ribelli (in verde) controllano parti dei governatorati di Idlib, Aleppo e Deir el-Zor

Il 3 gennaio il Fronte Islamico, appoggiato dall'ESL, attacca le basi dello Stato Islamico dell'Iraq e Levante nei governatorati di Idlib e Aleppo occupandole rapidamente[372]. Il 6 gennaio le ostilità si allargano al governatorato di Raqqa e Deir ez-Zor[373] e l'8 gennaio nella regione del Qalamun[374]. Dopo 10 giorni di combattimenti, il numero di morti tra ISIS e ribelli contrapposti sale a 700[375]. Al 13 gennaio l'ISIS riesce a cacciare le altre forze ribelli da Raqqa e parte del suo governatorato[376] e avanza verso la città di al-Bab, nel governatorato di Aleppo. La maggioranza delle città nel resto del nord della Siria vede invece un arretramento dei miliziani dell'ISIS[377]. Per la prima volta si registrano scontri significativi anche tra ISIS e Fronte al-Nusra, finora rimasto neutrale[378]. Il 16 gennaio il numero di morti nei combattimenti tra milizie islamiste sale a 1.000[379].

Grazie alla nuova spaccatura interna del fronte ribelle, l'esercito governativo riesce a riprendere l'offensiva ad Aleppo. Il 15 gennaio viene conquistato il quartiere di al-Naqqarin[380] e il 22 gennaio viene riaperto l'aeroporto di Aleppo al traffico civile[381]. L'offensiva governativa prosegue verso nord, con il chiaro intento di raggiungere la prigione della città circondata dai ribelli da un anno. A febbraio gli scontri si concentrano nell'area industriale di Sheikh Najjar, che dista pochi chilometri dalla prigione. Tuttavia la forte opposizione dei ribelli, che richiamano rinforzi dal resto del governatorato di Aleppo, porta ad uno stallo dell'avanzata[382]. I ribelli, che rischiano l'accerchiamento del centro città, contrattaccano nel centro storico facendo esplodere due palazzi controllati dall'esercito con tunnel sotterranei riempiti di esplosivo. L'operazione, condotta dal Fronte Islamico, viene chiamata "Operazione Terremoto"[383].

Il 22 gennaio inizia la conferenza di pace Ginevra 2 a Montreux dove, sotto egida ONU, si incontrano per la prima volta una delegazione del governo siriano e una della Coalizione Nazionale Siriana[384]. Dopo l'iniziale rischio di fallimento del negoziato, il primo risultato concreto della conferenza viene raggiunto il 7 febbraio, quando viene siglata una tregua nella città di Homs per permettere l'evacuazione della popolazione civile[385]. Tregua poi estesa fino al 14 febbraio[386].

Il 14 febbraio 2014 i negoziati a Ginevra si chiudono senza nessun accordo politico tra le due delegazioni e l'inviato speciale dell'ONU, Lakhdar Brahimi, annuncia il fallimento "scusandosi con il popolo siriano"[387]. A metà febbraio l'esercito governativo riprende l'avanzata nella regione del Qalamun, con l'intento di controllare completamente il confine libanese[388].

I ribelli in difficoltà (marzo 2014 - maggio 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Qalamun § La conquista di Yabrud e Battaglia di Kesab.

A inizio marzo 2014 si assiste ad una generale avanzata dell'esercito siriano su molti fronti. L'area di maggiore attività è sicuramente la strategica regione del Qalamun, dove l'esercito regolare siriano, con la collaborazione sempre più importante della milizia Hezbollah, riesce a conquistare la roccaforte ribelle di Yabrud[389] tagliando definitivamente le linee di approvvigionamento dei ribelli dal Libano e facendo collassare le loro linee difensive. La campagna nella regione si conclude a fine aprile con la resa dei ribelli a Zabadani[390].

La perdita del Qalamun è un duro colpo per l'opposizione siriana: blocca la principale linea di rifornimento per il fronte di Damasco e crea nuove spaccature tra le milizie ribelli, che si scambiano accuse sulle responsabilità della sconfitta. Il flusso dei ribelli sconfitti oltre confine determina un aumento della tensione in Libano.

Sempre in prossimità del confine libanese, tra l'8 e il 20 marzo i ribelli vengono sconfitti nella cittadina di Zara[391] e in quella di Al-Hosn[392]. In particolare il 20 marzo viene liberato il Krak dei Cavalieri, una fortezza medievale patrimonio dell'UNESCO che i ribelli avevano trasformato in una loro roccaforte. L'operazione dell'esercito evita che il castello subisca danni eccessivi[393]. Le due cittadine conquistate erano le ultime due controllate dall'opposizione nell'ovest del governatorato di Homs.

Il 9 marzo l'esercito siriano riesce ad avanzare anche ad Aleppo, dove da mesi si combatte per il controllo dell'area industriale Shaykh Najjar. In particolare l'esercito conquista il quartiere chiave di Hanano, che gli permette di controllare le ultime strade di collegamento con il centro città. Aleppo viene posta d'assedio[394]. In risposta alle avanzate governative, i ribelli organizzano due offensive. A sud della Siria, il 19 marzo, i ribelli riescono a controllare la prigione centrale di Gharaz, nelle vicinanze di Daraa e a liberare circa 300 detenuti[395]. Il 21 marzo i ribelli lanciano un'offensiva nel nord del governatorato di Latakia denominata "Operaziona Al-Anfal" con l'obiettivo di controllare il valico di frontiera di Kesab. L'operazione si svolge in un'area fortemente filogovernativa in quanto a maggioranza alawita[396]. L'avanzata ribelle tuttavia non riesce a penetrare nell'entroterra e subisce la controffensiva lealista[397].

Assedio di Homs: le linee tratteggiate indicano il fronte ad aprile 2014, prima della resa dei ribelli

Il 6 maggio 2014 i ribelli presenti nella città vecchia di Homs aprono una trattativa con il governo siriano che porta ad un accordo sulla totale evacuazione dei miliziani dalla città con la garanzia di un salvacondotto. L'8 maggio Homs, terza città del Paese, entra sotto completo controllo dell'esercito siriano[398]. Nel corso del mese di maggio, l'offensiva governativa si sviluppa anche sugli altri fronti aperti nel paese. In particolare nella Ghuta Orientale di Damasco[399], ad Aleppo, dove l'esercito rompe l'assedio alla prigione centrale che durava da più di un anno[400], e a sud, dove l'esercito avanza verso la cittadina di Nawa[401].

La rielezione di Assad (giugno 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Elezioni presidenziali in Siria del 2014.

Il 3 giugno 2014 si svolgono in Siria le elezioni presidenziali che, seguendo i dettami della nuova costituzione siriana, permettono la presenza di più candidati. I seggi elettorali vengono installati solo nelle aree controllate dal governo. I ribelli siriani, inclusi l'ISIS e i curdi, non partecipano alla consultazione, definendola una farsa[402][403]. A livello internazionale si assiste ad una forte polarizzazione dei governi: la maggior parte dei Paesi occidentali e del mondo arabo sunnita condanna la consultazione elettorale (alcune nazioni tra cui Belgio, Canada, Egitto, Francia, Germania, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi e gli Stati Uniti non permettono ai residenti siriani di recarsi a votare nella loro ambasciata)[404]. Altre 30 nazioni, tra cui Russia, Iran e Venezuela invece riconoscono la consultazione inviando anche osservatori per garantire il corretto svolgimento delle operazioni di voto[405].

Il governo siriano comunica un'affluenza alle urne del 73.42%, e vi è una forte affluenza anche tra i residenti all'estero[406]. Alcuni osservatori indipendenti descrivono l'affluenza dei siriani residenti in Libano come "sorprendente"[404]. Nelle zone di confine con le aree controllate dai ribelli si registrano alcuni attacchi volti a scoraggiare il voto. In particolare ad Aleppo i seggi elettorali sono oggetto di tiri di mortaio[407]. Bashar al-Assad viene dichiarato vincitore delle elezioni con l'88.7% distanziando gli altri due candidati Hassan al-Nouri e Maher Hajjar e riconfermato presidente per la terza volta[408].

La proclamazione del califfato da parte dell'ISIS tra Siria e Iraq (giugno 2014 - agosto 2014)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Stato Islamico dell'Iraq e Levante.
Emblema dello Stato Islamico.

Contemporaneamente allo svolgimento delle elezioni in Siria, si verificano una sequenza di episodi che cambiano radicalmente lo svolgimento della guerra civile. Lo Stato Islamico dell'Iraq e Levante, già attivo nell'ovest dell'Iraq, dove aveva conquistato alcune cittadine del governatorato di al-Anbar, a inizio giugno scatena un'improvvisa offensiva nel nord dell'Iraq e rapidamente conquista numerose città. Il 9 giugno l'ISIS entra a Mossul, seconda città del Paese. L'esercito regolare iracheno abbandona la città senza combattere[409].

L'avanzata dei ribelli islamisti provoca la fuga immediata di 500.000 persone e apre una profonda crisi politica in Iraq. I miliziani entrano in possesso di una grande quantità di armi di fabbricazione americana abbandonati dall'esercito e di 429 milioni tra dollari e oro saccheggiati dalle banche cittadine[410]. Vengono inoltre rilasciati 2.400 detenuti che si uniscono alle file dell'ISIS[411].

Nel mese di giugno si susseguono i successi dell'ISIS, che assume il controllo di numerose città irachene e si spinge fino alla periferia di Baghdad. In particolare viene di fatto annullata una lunga fascia di confine tra Iraq e Siria da cui possono ora passare liberamente armi e combattenti[412]. Il 29 giugno 2014 il leader dell'ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi annuncia l'instaurazione del califfato nei territori controllati tra Siria e Iraq e chiede a tutti i musulmani di aderirvi[413].

Offensiva dell'ISIS (in nero) nella Siria nord-orientale nel luglio-agosto 2014 contro le altre forze ribelli (in verde) e le forze governative (in rosso). In giallo i curdi

Grazie alle armi sofisticate catturate in Iraq, al numero e alla determinazione dei combattenti, l'ISIS il 1º luglio scatena un'imponente offensiva nel governatorato di Deir el-Zor che, in due settimane, permette di sconfiggere le altre formazioni ribelli siriane, in particolare il Fronte al-Nusra, e assumere il controllo del 95% della provincia nonché di circa il 50% di Deir el-Zor città[414].

L'espulsione di tutte le sigle ribelli dall'est della Siria, permette all'ISIS di entrare in diretto contatto con le aree controllate dal governo siriano, verso il quale organizza un'offensiva il 16 luglio. Il primo obiettivo è il campo di gas di Shaer, nella regione desertica a nord di Palmira. In sole 12 ore le milizie occupano il campo e giustiziano sommariamente 200 tra soldati e civili[415]. Successivamente, il 26 luglio, l'esercito riesce a riconquistare gli impianti[416]. Il 25 luglio l'ISIS attacca e conquista la base militare "Divisione 17" a nord di al-Raqqa, ultimo bastione governativo nella città[417] e il 7 agosto la base militare "Brigata 93". In entrambi i casi non vengono fatti prigionieri[418].

Situazione in Siria a settembre 2014: dopo l'offensiva estiva, l'ISIS (in nero) controlla ormai quasi integralmente i governatorati di Raqqa e Deir el-Zor

Il 10 agosto l'ISIS comincia l'offensiva contro l'aeroporto militare di Tabqa, ultima postazione governativa nell'intero governatorato. L'attacco dura per tutto il mese, fino a quando, il 24 agosto, i miliziani riescono ad entrare nel complesso e a conquistarlo[419]. Le forze armate siriane riescono a evacuare gran parte del materiale militare, tuttavia circa 250 soldati vengono catturati e giustiziati sommariamente. Con un totale di circa 500 morti tra i soldati governativi, la battaglia rappresenta una dura sconfitta per il governo siriano, che, per la prima volta, viene anche criticato dall'opinione pubblica alawita che accusa l'esercito di aver abbandonato i propri uomini[420].Il fronte tra esercito governativo e le altre milizie ribelli si attesta principalmente nella campagna a nord di Hama e nella Ghuta orientale.

Il 26 luglio i ribelli scatenano un'offensiva con l'obiettivo di conquistare l'aeroporto di Hama e, in seguito, attaccare la città. Grazie a rinforzi provenienti da Aleppo, i ribelli, guidati dal Fronte al-Nusra, in un mese conquistano diverse città fino ad occupare Halfaya e Arzeh, incuneandosi quindi a ovest di Hama fino a 3 km dall'aeroporto[421]. Tuttavia, anche grazie ai rinforzi governativi spostati da Aleppo, l'avanzata ha una stagnazione e i ribelli subiscono la controffensiva che, il 17 settembre, riporta il fronte alle posizioni di luglio[422].

Nella Ghuta orientale l'esercito governativo, in collaborazione con Hezbollah, continua a stringere la sacca di resistenza ribelle, avanzando nel distretto di Jobar e soprattutto riconquistando la cittadina di al-Maliha il 14 agosto, a seguito di una lunga operazione cominciata ad aprile[423]. La città era uno snodo strategico per i ribelli e il punto di partenza di una rete di tunnel che collega le altre aree controllate[424].

L'intervento internazionale contro l'ISIS (settembre 2014 - gennaio 2015)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Intervento militare contro lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante e Assedio di Kobane.

La rapida avanzata dell'ISIS nel nord e nell'est dell'Iraq nel giugno 2014 e l'incapacità militare e politica del governo centrale nel contrastarla, creano profonde preoccupazioni nei governi occidentali e, in particolare, in quello americano. Il premier iracheno Nuri al-Maliki invoca l'intervento internazionale e si rivolge direttamente agli Stati Uniti, chiedendo un immediato supporto aereo[425]. Tali eventi trasformano lo sconfinamento della guerra civile in conflitto regionale.

La situazione in Iraq peggiora ulteriormente all'inizio di agosto, quando una nuova offensiva dell'ISIS rompe le linee di difesa dei peshmerga curdi nella Regione autonoma del Kurdistan Iracheno e permette ai miliziani di penetrare rapidamente nel nord del paese[426]. In particolare vengono conquistate alcune cittadine a maggioranza cristiana, tra cui Qaraqosh, e yazida, tra cui Sinjar. L'avanzata provoca la fuga di 200.000 persone che temono il massacro per motivi religiosi[427]. Particolarmente grave la situazione della popolazione yazida, che viene accerchiata sulla montagna a nord di Sinjar. Il rischio di completa occupazione del Kurdistan Iracheno spinge gli Stati Uniti a intervenire nel conflitto. Il 7 agosto avviene il primo bombardamento nei pressi di Erbil[428].

Viene organizzata una coalizione che raggruppa 11 paesi occidentali, inclusa l'Italia che però offre solo supporto logistico, aiuti umanitari ai profughi e armamento leggero alle milizie curde irachene[429]. L'intervento occidentale contro l'ISIS si limita all'Iraq, sebbene gran parte dei miliziani e i principali centri di comando si trovino in Siria. Il problema principale per gli USA è la possibilità che un intervento in territorio siriano possa aiutare le truppe dell'esercito governativo, che, paradossalmente, un anno prima avevano minacciato di attaccare. Tuttavia dal 26 agosto si verificano alcuni voli di ricognizione sul territorio siriano[430]. Il 10 settembre il presidente statunitense Barack Obama apre alla possibilità di attaccare l'ISIS in Siria, affermando in una conferenza stampa: "Daremo la caccia ai terroristi ovunque si trovino. Significa che non esiterò a comandare operazioni anche in Siria"[431].

Gli obiettivi dei primi attacchi statunitensi in Siria in una mappa del Dipartimento della Difesa: oltre all'ISIS nell'area di Raqqa e Deir el-Zor, viene colpito anche il fronte al-Nusra a ovest di Aleppo

Il 22 settembre si verificano i primi bombardamenti sul territorio siriano. Il governo viene informato con la mediazione dell'Iran, ma non viene consultato per coordinare gli attacchi o chiedere l'autorizzazione. Tuttavia viene rilasciata una dichiarazione che afferma: "la Siria appoggia ogni iniziativa internazionale nella lotta contro gli jihadisti"[432][433]. La coalizione guidata dagli Stati Uniti comprende 5 nazioni arabe: Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti[434]. Tra i primi obiettivi vi sono tutti i principali centri urbani controllati dall'ISIS, tra cui Raqqa e, inaspettatamente, anche postazioni del Fronte al-Nusra; in particolare viene attaccato il quartier generale del "Gruppo Khorasan"[435].

L'imprevista inclusione del Fronte al-Nusra nell'attacco provoca una dura reazione da parte delle altre formazioni ribelli siriane, tra cui l'Esercito siriano libero, che teme un diretto rafforzamento delle truppe governative e un travaso di miliziani verso l'ISIS allo scopo di combattere gli Stati Uniti come "nemico comune"[436]. Nell'area di Damasco, nel giorno stesso dell'inizio dei bombardamenti, viene siglato un patto di non aggressione tra ISIS e le altre formazioni ribelli[437].

Sul terreno, a metà settembre, l'ISIS scatena una imponente offensiva verso la regione di Kobane, confinante con la Turchia e controllata dalle milizie curde YPG. Grazie agli equipaggiamenti provenienti dall'Iraq, l'ISIS riesce rapidamente a conquistare diverse cittadine, mandando in rotta i miliziani curdi. Solo il 2 ottobre l'ISIS conquista 350 villaggi e arriva alle porte della città[438]. L'attacco provoca il flusso di 300.000 profughi verso la Turchia, causando il più importante sconfinamento della guerra civile sul suo territorio[439].

Linea del fronte a Kobane, dalla massima estensione del controllo dell'ISIS a fine ottobre-inizio novembre 2014 (linea tratteggiata rossa), alla contro-offensiva dell'YPG (in giallo) a gennaio 2015

L'assedio di Kobane permette alle forze della coalizione di bersagliare i miliziani dell'ISIS con facilità a causa della loro concentrazione. Al 15 ottobre le vittime si contano a centinaia[440]. La vicinanza degli scontri, spinge la Turchia a schierare le proprie truppe al confine. Tuttavia, ignorando le richieste della minoranza curda e degli Stati Uniti, il presidente Erdogan si rifiuta di fornire aiuti alla città e ai miliziani YPG[441]. Solo a inizio novembre viene permesso l'ingresso in città di un piccolo contingente di curdi iracheni[442]. L'offensiva dell'ISIS si arresta dividendo in due la città. Le ripetute controffensive curde permettono piccoli avanzamenti per tutto il mese di novembre e dicembre. A fine anno le milizie YPG controllano tra il 70%[443] e l'85%[444] di Kobane.

I bombardamenti hanno effetto anche nell'area di Deir el-Zor, dove, a dicembre, il governo siriano riesce a espellere l'ISIS da molte zone della città[445]. Settembre vede anche un avanzamento delle truppe governative siriane nella Ghuta orientale di Damasco, dove il 25 i ribelli sono costretti a ritirarsi dalla città di Adra[446].

Crescita del territorio controllato da al-Nusra dopo il conflitto con l'ESL:

__ Prima dell'offensiva

__ Dopo l'offensiva

Ad Aleppo l'esercito siriano avanza nel nordest della città, conquistando lo strategico quartiere di Handarat. L'esercito ora può bersagliare l'unica arteria di collegamento in mano ai ribelli, ponendo le aree centrali della città sotto assedio de facto[447]. Il 23 ottobre l'esercito siriano riesce a conquistare la cittadina di Morek, a nord di Hama, dopo 9 mesi di combattimenti. Alcune testimonianze riportano che l'attacco della coalizione internazionale contro il Fronte al-Nusra ha di fatto aiutato l'esercito siriano in quest'ultima operazione[448]. Poco dopo questo evento, il 26 ottobre, il Fronte al-Nusra rompe l'alleanza con l'Esercito siriano libero ed attacca le sue postazioni in tutto il governatorato di Idlib sequestrando tutto l'armamento e costringendo i miliziani a scappare in Turchia o a unirsi al Fronte[449]. Viene mantenuta inalterata l'alleanza nel sud della Siria.

Il periodo compreso tra novembre e dicembre 2014 vede un rallentamento delle iniziative militari su tutto il territorio siriano ad esclusione del governatorato di Daraa dove le milizie ribelli riescono a conquistare l'importante città di Nawa[450] ed avanzare verso Shaykh Maskin[451] con l'intenzione di controllare l'autostrada Dar'a-Damasco ancora sotto controllo governativo.

Il 26 gennaio 2015 le milizie curde annunciano che la città di Kobane è completamente sotto il loro controllo[452]. Lo Stato Islamico riconosce l'impossibilità di mantenere le proprie posizioni e, visto l'alto numero di perdite, annuncia il ritiro dalla città e dalle aree circostanti[453].

Le forze governative in difficoltà (febbraio 2015 - maggio 2015)[modifica | modifica wikitesto]

Dal mese di febbraio si intensificano le operazioni militari su tutti i fronti della guerra civile. Le milizie curde YPG, con il fondamentale appoggio dell'aviazione americana e alcune unità dell'Esercito Siriano Libero, riescono in un mese a riconquistare tutte le cittadine curde della regione a sud di Kobane perse tra ottobre e dicembre 2014[454]. Lo Stato Islamico è costretto ad attestare la propria linea difensiva nei villaggi a maggioranza etnica araba.

Offensiva dei curdi (in giallo) contro l'ISIS (in nero) a est di Hasaka e dell'ISIS contro i curdi a ovest di Hasaka, febbraio-marzo 2015

I curdi siriani, stavolta alleati alle forze governative, scatenano un'offensiva il 21 febbraio nella zona est di Al-Hasaka, verso Tal Hamis, roccaforte dello Stato Islamico vicino al confine iracheno. Grazie anche all'intervento dei peshmerga iracheni, che eseguono bombardamenti da oltre confine, i curdi conquistano tra il 25 e il 28 febbraio Tal Hamis e la vicina Tell Brak, oltre ad altri 105 piccoli villaggi[455]. Lo Stato Islamico reagisce attaccando a ovest di Al-Hasaka e conquistando 35 villaggi a sud di Tell Tamer, entrando in un territorio abitato in maggioranza da cristiani assiri[456]. Le milizie cristiane, curde e l'esercito siriano riescono ad arginare l'avanzata il 16 marzo[457].

Il 16 febbraio 2015, a seguito dell'arrivo di numerosi rinforzi ad Aleppo, l'esercito siriano scatena un'imponente offensiva volta a completare l'accerchiamento del centro città e rompere l'assedio delle cittadine sciite di Nubl e Zahara[458]. L'attacco coglie di sorpresa le postazioni ribelli a nord della città e in poche ore l'esercito siriano conquista diversi villaggi arrivando a controllare la principale via di rifornimento ribelle e a raggiungere le due città assediate[459]. Tuttavia l'avanzata si rivela effimera e già il giorno successivo l'esercito subisce il contrattacco ribelle, che in pochi giorni recupera tutte le posizioni perse e infligge forti perdite alle truppe governative[460][461]. Inoltre la seconda offensiva volta ad accerchiare Aleppo entra subito in stallo e le milizie ribelli riescono a penetrare nei quartieri strategici di Al-Mallah e Handarat[462].

Offensiva delle forze filo-governative (in rosso) contro i ribelli (in verde) nel sud della Siria

Il 7 febbraio 2015, in risposta alle recenti vittorie ribelli nel sud del paese, l'esercito siriano scatena un'offensiva sul fronte meridionale volto ad allontanare ulteriormente i ribelli da Damasco e riprendere il controllo sulla fascia di confine con le Alture del Golan[463]. Per la prima volta dallo scoppio della guerra civile partecipano in maniera diretta molte unità dei pasdaran iraniani[464], oltre che molti miliziani Hezbollah e alcune milizie sciite afghane[465]. La battaglia viene considerata decisiva dalle forze governative e molti osservatori internazionali la considerano una delle più importanti della guerra[466]. La prima fase dell'offensiva permette di conquistare velocemente 7 cittadine, ma dopo solo una settimana le forze governative entrano in stallo, subendo pesanti perdite ed esaurendo la spinta iniziale. Le limitate conquiste territoriali e l'importanza attribuita all'operazione portano a considerare l'attacco come un grosso fallimento.

Gli scarsi risultati ottenuti nelle offensive di febbraio sono il preludio ad un periodo estremamente difficile per il governo siriano. A partire da marzo si verificano una serie di pesanti sconfitte ai danni dell'esercito governativo che, per la prima volta dalla battaglia di Qusayr, è costretto a cedere importanti aree strategiche. Le ragioni di questa modifica dei rapporti di forza sono da ricercarsi nella cronica mancanza di uomini nelle file governative, che si sono ridotti ulteriormente nella guerra d'attrito invernale. Inoltre gli alleati sciiti iracheni, iraniani e Hezbollah hanno ridotto la loro presenza sul campo o si sono focalizzati su aree ridotte di interesse strategico[467]. Inoltre compaiono i primi cedimenti politici all'interno del campo governativo. Si verificano imprigionamenti, fughe e uccisioni di membri interni al partito Baath, alcuni accusati di ordire un colpo di stato[468]. I ribelli siriani invece, nella componente jihadista, trovano una nuova unità creando una coalizione attiva soprattutto al nord, Jaish al Fatah (Esercito della Conquista), guidata dal Fronte al-Nusra e comprendente altri sei gruppi ribelli tra cui Ahrar al-Sham[469]. Inoltre Arabia Saudita e Turchia aumentano finanziamenti e coordinamento a sostegno dei miliziani[470].

Conquista di Idlib e Jisr al-Shughur da parte dei ribelli di Jaish al Fatah (in verde), marzo-aprile 2015

Il 25 marzo con un rapido attacco i miliziani dell'Esercito Siriano Libero conquistano la cittadina meridionale di Bosra, costringendo l'esercito siriano a ritirarsi nel gebel Druso[471]. Il 24 marzo Jaish al Fatah scatena un ampio attacco alla città di Idlib, sotto controllo governativo e capoluogo dell'omonimo governatorato. Con l'ausilio di numerosi attentatori suicidi i miliziani si infiltrano nelle zone nord ed est della città, avanzando velocemente verso il centro[472]. Nell'arco di 4 giorni le truppe siriane e i membri della Forza Nazionale di Difesa si ritirano verso sud, abbandonando definitivamente la città il 28 marzo[473]. La conquista della città rappresenta una dura perdita per il governo siriano soprattutto dal punto di vista morale e permette al Fronte al-Nusra di presentarsi ormai come la formazione egemone tra i ribelli[474]. Jaish al Fatah annuncia l'instaurazione della sharia in città, che diviene de facto la "capitale" delle aree amministrate dal gruppo jihadista[475]. Una nuova sconfitta per il governo siriano avviene il 1º aprile di nuovo a sud, al confine con la Giordania, dove i miliziani ribelli riescono a conquistare il valico di Nasib, ultima area di confine ancora sotto controllo statale e garantirsi in questo modo una nuova via di rifornimento[476].

A nord, a seguito della conquista di Idlib, Jaish al Fatah continua l'offensiva verso ovest, aprendo il 22 aprile 3 diversi fronti: a ovest della città, su Jisr al-Shughur e nella piana di al-Ghaab. Il 25 aprile l'esercito siriano abbandona Jisr al-Shughur[477] e, dopo una timida controffensiva è costretto a cedere anche alcuni villaggi nella piana di al-Ghaab[478]. La presa di Jisr al-Shughur è particolarmente importante in quanto è uno snodo strategico per la costa di Latakia, area alawita e fortemente filogovernativa.

Offensiva dell'ISIS (in nero) contro Palmira, maggio 2015

Il 13 maggio 2015 il governo siriano subisce una pesante sconfitta anche nell'est del paese. Questa volta è lo Stato Islamico che, sfruttando l'alleggerimento di truppe governative ricollocate sul fronte di Idlib, attacca la città di Palmira, posizionata strategicamente nel deserto tra il confine iracheno, Homs e Damasco. La resistenza dura circa 10 giorni. Il 21 maggio i miliziani dell'ISIS entrano in città, mentre le truppe regolari evacuano i civili e i reperti archeologici contenuti nel Museo di Palmira[479].

Verso la fine del mese i vari fronti aperti entrano in stallo, con piccoli avanzamenti dei ribelli solo nell'area di Idlib[480].

La grande avanzata curda nel nord (giugno 2015 - settembre 2015)[modifica | modifica wikitesto]

Già a partire dalla metà maggio 2015 le forze curde YPG presenti nella regione a nord-ovest di Hassaké avevano intrapreso una campagna militare in risposta ai recenti avanzamenti dello Stato Islamico nell'area riconquistando, in collaborazione con le milizie cristiane, i territori persi a inizio marzo[481].

Avanzata dei curdi (in giallo) contro l'ISIS (in nero) nel nord della Siria, con l'unificazione dei cantoni di Kobane (a ovest) e Jazira (a est)

Il 31 maggio 2015 viene lanciata una nuova imponente offensiva, guidata dalle milizie curde in collaborazione con alcuni gruppi selezionati dell'Esercito Siriano Libero e la copertura aerea della Coalizione a guida americana. I curdi avanzano sia da est, che da ovest (dal cantone di Kobane) con l'intenzione di entrare nel Governatorato di al-Raqqa, unificare i due cantoni e assumere il controllo continuo di quasi tutto il confine con la Turchia. L'avanzata si rivela estremamente veloce, con le milizie islamiste che spesso si ritirano senza ingaggiare i combattenti curdi. Unica cittadina ad opporre resistenza è Suluk, che però cade il 14 giugno[482]. Tra il 15 e il 16 giugno i combattenti curdi YPG provenienti dai due cantoni unificano il fronte e attaccano l'ultima roccaforte dello Stato Islamico: la città frontaliera di Tell Abyad, che viene abbandonata dagli jihadisti con poca resistenza[483]. La vittoria curda permette il controllo di larga parte del confine turco e di tagliare i rifornimenti diretti a Raqqa, nonché di minacciare direttamente la capitale del Califfato. I curdi YPG conquistano quasi tutte le aree a maggioranza curda (Rojava), spingendosi anche in cittadine arabe, lasciate in gestione alle poche brigate dell'Esercito Siriano Libero, per dare rassicurazione agli abitanti[484]. A fine giugno i curdi, con una presenza più importante dell'Esercito Siriano Libero, conquistano Ayn Issa, spingendosi più in profondità verso Raqqa[485]. La vittoria di Tel Abyad rappresenta uno dei più rapidi avanzamenti della guerra civile siriana e una sconfitta strategica importante per lo Stato Islamico che è costretto a organizzare le difese della propria capitale e rinunciare alla via più diretta di approvvigionamento verso la Turchia.

La risposta dell'ISIS all'avanzata curda avviene alla fine del mese. Il 25 giugno un centinaio di miliziani islamisti penetra nella città di Kobane facendo esplodere 3 autobomba vicino al valico di confine con la Turchia e attaccando le retrovie delle milizie YPG[486]. L'effetto sorpresa rende complessa la risposta dei curdi, che sono costretti a richiamare i miliziani dal fronte. La battaglia dura 3 giorni durante i quali gli islamisti commettono anche una serie di massacri contro la popolazione civile[487]. Il 29 giugno gli ultimi miliziani dell'ISIS vengono eliminati. I curdi accusano direttamente la Turchia di aver permesso l'accesso dei combattenti attraverso il suo territorio[488]. Il 30 giugno avviene un episodio identico nella città di Tall Abyad[489]. I curdi sono costretti ad interrompere l'offensiva verso sud, essendo il fronte troppo vasto e riconoscendo la necessità di rafforzare il controllo sulle aree conquistate.

La situazione a Hasaka al 3 luglio 2015: in nero l'ISIS, in rosso il governo siriano, in giallo l'YPG, in verde le milizie assire

Quasi contemporaneamente l'ISIS scatena un'offensiva anche nell'area curda orientale, attaccando frontalmente la città di Hassaké il 23 giugno[490]. I miliziani riescono a conquistare i sobborghi meridionali e ad entrare nel centro cittadino. Il YPG viene affiancato dall'esercito regolare siriano, che rinforza il proprio contingente con 400 membri della Guardia Repubblicana[491]. I bombardamenti della coalizione a guida americana sono sporadici per evitare il sostegno diretto alle truppe governative[492]. Gli scontri proseguono per tutto il mese di luglio. Il 1 agosto la battaglia si dichiara conclusa con l'ISIS costretto a ritornare sulle posizioni precedenti all'attacco[493].

Il mese di giugno 2015 vede anche il primo coinvolgimento della comunità drusa siriana, finora rimasta ambiguamente neutrale nella guerra civile. L'11 giugno 2015 il Fronte al-Nusra compie un massacro nella provincia di Idlib, uccidendo 20 civili drusi in un villaggio[494]. Lo stesso giorno, i ribelli attaccano la base aerea di al-Thula, nel governatorato di As-Suwayda, al confine occidentale del Gebel Druso[495]. I drusi reagiscono con una dichiarazione in cui i leader politici e religiosi della comunità spingono la popolazione a sostenere il governo e unirsi all'esercito regolare[496][497]. Il 16 giugno i ribelli scatenano una nuova offensiva nel governatorato di Quneitra con l'obiettivo di entrare nella Ghuta occidentale e avvicinarsi a Damasco[498]. Il giorno successivo il fronte si attesta nella cittadina di Hadar, abitata dalla comunità drusa. Anche in questa circostanza i cittadini si uniscono alle forze governative contro i ribelli[499].

L'intervento druso provoca il rapido stallo di entrambe le offensive ribelli nel sud della Siria e la controffensiva governativa[500][501].

In questo periodo l'unica area della Siria dove le truppe governative ottengono successi sostanziali è la regione del Qalamun al confine con il Libano. Con il sempre più importante sostegno delle milizie sciite Hezbollah, tra maggio e giugno, l'esercito siriano era riuscito a mettere in sicurezza le aree rurali e i picchi montagnosi nel Qalamun settentrionale[502]. Il 3 luglio 2015 viene attaccata la cittadina di Zabadani[503], il più grosso centro urbano al confine libanese ancora nelle mani dei ribelli e oggetto di continue tregue nel corso degli ultimi anni[504][505]. Le truppe governative circondano l'abitato e avanzano rapidamente verso il centro città. Tuttavia a causa della feroce resistenza ribelle, derivata anche dall'impossibilità di fuggire, Hezbollah è costretta a rallentare l'attacco in modo da limitare le proprie perdite[506]. A partire da agosto, la sorte di Zabadani viene legata alle due città a maggioranza sciita nel governatorato di Idlib, Al-Fou'aa e Kafraya. I ribelli infatti attaccano i centri abitati e propongono uno scambio tra i loro combattenti a Zabadani e i civili intrappolati a nord[507]. Coinvolgendo anche Turchia e Iran, vengono implementate una serie di tregue fino al mese di settembre[508][509]. Tuttavia, le città di Madaya (vicino a Zabadani), Al-Fou'aa e Kafraya restano assediate ancora a gennaio 2016, con coseguenze sempre più gravi per i civili rimasti intrappolati e privi di cibo e medicine[510].

Sempre nel governatorato di Idlib, la coalizione islamista Jaish al Fatah lancia a fine giugno una serie di nuove offensive a sud di Jisr al-Shughur, riuscendo a conquistare alcuni villaggi[511] ma venendo bloccata dalla controffensiva governativa[512]. Per tutto il mese di agosto si registrano continui scontri caratterizzati da attacchi e contrattacchi nella parte settentrionale della Piana di al-Ghab con le cittadine di Mansura, al-Bahsa e Tal Awar che passano di mano diverse volte[513][514]. L'offensiva si esaurisce a fine agosto un blando avanzamento dei ribelli.

L'intervento russo (ottobre 2015 - presente)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Abbattimento del Su-24 russo del 2015 e Campagna di Latakia (2015).

Sebbene la Federazione Russa abbia sostenuto politicamente e con forniture militari il governo siriano fin dalle prime fasi della crisi, a partire da settembre 2015 si verifica una sensibile intensificazione dei contatti tra i due governi e si registrano movimenti aerei e di personale russo nell'area costiera di Lattakia[515][516][517]. Il 15 settembre gli Stati Uniti dichiarano che truppe russe stanno allestendo un nuovo aeroporto con annessa base militare[518]. A fine settembre la Russia annuncia di aver raggiunto un accordo con Siria, Iraq e Iran per condividere informazioni di intelligence relative allo Stato Islamico[519].

Oltre all'aumento di forniture militari, il presidente russo Vladimir Putin scatena un'offensiva diplomatica volta a modificare la posizione occidentale nei confronti del governo siriano, allo scopo di includerlo in un futuro processo di pace. Anche a seguito della crisi dei profughi siriani in Europa iniziata durante l'estate, Austria, Spagna[520], Germania[521] e Regno Unito[522] affermano di essere disposti a trattare con il presidente siriano Bashar al-Assad. Tale posizione viene accettata anche dalla Turchia[523] e da Israele[524]

A fine settembre la Russia ufficializza la volontà di intervenire in Siria contro lo Stato Islamico e avvia trattative per includere la propria forza aerea alla coalizione a guida americana[525]. Tuttavia l'accordo non viene siglato a causa della divergenza sul supporto alle truppe governative siriane[526].

Offensiva delle forze filo-governative (in rosso) contro i ribelli (in verde) nella sacca di al-Rastan tra Homs e Hama (in basso) e a nord di Hama nella piana di al-Ghab (in alto)

Il 30 settembre 2015, poco dopo l'autorizzazione della Duma[527] e dopo aver informato il governo americano, gli aerei russi eseguono i primi raid in territorio siriano[528]. Tra le prime località colpite vi sono quelle nella zona controllata dai ribelli tra Homs e Hama (la cosiddetta "sacca di Al-Rastan")[529]. L'apparente assenza di miliziani dello Stato Islamico nell'area dimostra la volontà di colpire, a differenza dei raid dell'aviazione americana, tutte le sigle della ribellione siriana, incluse le brigate dell'Esercito Siriano Libero[530]. Il giorno successivo, tuttavia, vengono bombardate anche aree controllate dall'ISIS, inclusa la "capitale" del Califfato: Raqqa[531].

I raid aerei si estendono su quasi tutto il territorio siriano controllato dai ribelli che, in risposta, creano un "comitato congiunto" composto da 41 fazioni per coordinare le operazioni di difesa[532].

Il 7 ottobre l'esercito siriano lancia una vasta offensiva nel nord-ovest della Siria aprendo un fronte che comprende il governatorato di Latakia, la piana di al-Ghab e il confine nord del governatorato di Hama[533]. L'aviazione russa garantisce una forte copertura aerea con aerei ed elicotteri. Nella notte vengono anche lanciati 26 missili terra-terra da navi russe ormeggiate nel Mar Caspio, sfruttando lo spazio aereo iraniano e iracheno[534]. Nelle operazioni terrestri l'esercito siriano viene affiancato anche dai miliziani Hezbollah[535]. In una settimana di combattimenti le truppe governative riescono a catturare diverse cittadine nel governatorato di Idlib e intorno alla strategica cittadina di Salma. Tuttavia i miliziani islamisti riescono a rallentare l'avanzata, anche grazie all'utilizzo dei missili anticarro BGM-71 TOW di fabbricazione americana[536]. Nella seconda settimana di battaglia alcuni punti del fronte entrano in stallo, ad esclusione della piana di al-Ghab, dove lentamente le truppe siriane avanzano verso nord. Alcuni osservatori ritengono i successi ottenuti come "limitati"[537].

Offensiva delle forze filo-governative (in rosso) contro i ribelli (in verde) a sud e nord di Aleppo e contro l'ISIS (in nero) a est di Aleppo, ottobre 2015-febbraio 2016

Il 16 ottobre le truppe siriane lanciano un'altra offensiva nella campagna a sud di Aleppo[538]. Oltre all'appoggio aereo russo, intervengono direttamente elementi della Forza Quds iraniana, sotto la direzione strategica diretta di Qasem Soleimani[539] e milizie sciite irachene[540]. In pochi giorni le truppe conquistano 5 villaggi prima di incontrare la resistenza dei ribelli[541]. Tra ottobre e l'inizio di novembre, l'esercito siriano riesce a ad avanzare in profondità verso sud e verso ovest, conquistando una dozzina di villaggi[542][543] e arrivando ad attaccare la cittadina di al-Hadir[544]. Parallelamente, a est di Aleppo, con il forte sostegno dell'aviazione russa, l'esercito governativo riattiva il fronte contro lo Stato Islamico con l'intenzione di rompere l'assedio dell'aeroporto militare di Kuwayris[545]. Il 10 novembre 2015 le truppe entrano nel complesso militare e la televisione nazionale trasmette le immagini dei soldati in festa[546]. Questa operazione è il primo vero successo governativo da inizio anno e la dimostrazione dell'importante aiuto fornito dall'aviazione russa. Inoltre la penetrazione governativa in un'area considerata roccaforte dell'ISIS apre un nuovo fronte sulla frontiera occidentale del "Califfato"[547].

Il successo militare governativo ad Aleppo segue una nuova offensiva diplomatica russa per riabilitare Bashar al-Assad sul piano internazionale. Il 21 ottobre il presidente siriano viene accolto a sorpresa a Mosca da Vladimir Putin. Si tratta del primo viaggio di Assad all'estero dall'inizio della crisi[548]. Il 30 ottobre viene organizzata a Vienna una conferenza di pace dove, per la prima volta, viene invitato l'Iran e non vengono richieste le dimissioni di Assad come pre-condizione ai colloqui[549][550].

A parte Aleppo, le truppe governative si trovano in difficoltà sugli altri fronti. Nel governatorato di Latakia l'avanzata su Salma entra in stallo e l'unico successo è la conquista del villaggio montuoso di Ghamam[551]. Non vi è nessuna modifica del fronte nella Piana di al-Ghab, mentre sul fronte a nord di Hama l'esercito subisce il contrattacco da parte delle milizie ribelli che riescono a riconquistare tutti i territori persi a fine ottobre e a riconquistare, il 4 novembre, la strategica città di Morek, oltre a divesi villaggi e colline circostanti[552].

Il mese di novembre vede avanzare ulteriormente l'esercito siriano. A sud di Aleppo, il 13 novembre, le linee di difesa ribelli vengono sfondate da un attacco congiunto dell'esercito, Hezbollah, milizie sciite irachene, afghane e pasdaran iraniani. In un solo giorno vengono conquistate le cittadine di Hader ed El-Eis, insieme a diversi altri villaggi circostanti[553][554][555]. Le truppe governative arrivano fino all'autostrada M5 che congiunge Aleppo a Damasco, prima di interrompere l'offensiva[556]. A fine novembre tuttavia le milizie ribelli, spostando uomini dal fronte di Hama, riescono ad organizzare una controffensiva che recupera parte del territorio perso[557].

Anche sul fronte a est di Aleppo, l'esercito siriano non interrompe l'attacco e si spinge verso est, arrivando alla periferia di Deir Hafer[558].

Avanzamento delle forze governative (in rosso) nel governatorato di Latakia: la linea nera tratteggiata indica il fronte a novembre 2015, prima della riconquista di Salma e Rabia a gennaio 2016

A metà novembre si sblocca il fronte a nord di Latakia. Grazie alla copertura aerea russa, l'esercito riesce a conquistare diversi villaggi e alture, entrando nel Jabal Turkman, area abitata dalla minoranza etnica turcomanna molto legata ai ribelli e di lingua e cultura turca[559][560][561]. La Turchia, nella realistica eventualità di perdere il controllo del confine con i gruppi ribelli, afferma che attuerebbe "qualunque azione per difendere la comunità turcomanna"[562]. In questo contesto, il 25 novembre, due F-16 turchi abbattono un bombardiere russo[563] causando la morte di un pilota e innescando una forte crisi diplomatica tra i due Paesi.

Il periodo compreso tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016 vede incrementare l'attività su quasi tutti i fronti siriani. Nella maggior parte dei casi è l'esercito siriano che intraprende azioni offensive, evidenziando il sempre più efficace supporto aereo russo. Vengono inoltre introdotti i carri armati T-90 che permettono una maggiore difesa contro i missili anticarro BGM-71 TOW[564].

Sul fronte a sud di Aleppo, il 20 dicembre l'esercito conquista la cittadina strategica di Khan Tuman, tagliando nuovamente l'autostrada M5 e unificando l'intera periferia meridionale della città[565].

Nella Ghuta Orientale, dopo un lungo periodo di inattività, riprendono le ostilità il 14 dicembre. L'esercito avanza da sud e conquista la base aerea e il villaggio di Marj al-Sultan[566]. Il 25 dicembre l'aviazione russa esegue un bombardamento mirato in cui viene ucciso uno dei più importanti leader ribelli: Zahran Alloush, comandante della formazione Jaish al-Islam, legata all'Arabia Saudita ed egemone nell'area di Damasco[567][568].

Il fronte a nord di Latakia subisce forti avanzamenti a partire dal 25 dicembre. Il 12 gennaio 2016 le truppe siriane entrano nella roccaforte ribelle di Salma, causando un repentino ripiegamento dei miliziani verso il confine turco[569]. Nei giorni successivi l'esercito conquista decine di cittadine del governatorato ed entra il 24 gennaio nella città di Rabia, ultima roccaforte ribelle nel nord della provincia[570].

Sul fronte sud, il 27 dicembre l'esercito siriano lancia un'offensiva per conquistare la città di Al-Shaykh Maskin, che taglia la linea di comunicazione tra Damasco e Daraa[571]. La battaglia è considerata vitale da parte dei ribelli che riescono a rallentare l'avanzata governativa. Intorno al 5 gennaio 2016 la battaglia entra in stallo, con l'esercito che riesce a controllare il 60% della città[572]. L'offensiva riprende a fine gennaio, e il 25 viene annunciata la completa conquista della città[573].

Avanzamento dell'YPG (in giallo) verso Tishrin e a ovest dell'Eufrate, 23-30 dicembre 2015

A est dell'Eufrate anche le milizie curde organizzano un attacco contro le postazioni dello Stato Islamico. Grazie alla copertura aerea americana lo YPG, insieme ad alcune milizie arabe, tra il 23 e il 26 dicembre avanza rapidamente verso sud, raggiungendo e conquistando la strategica diga di Tishrin ed entrando, per la prima volta, nei territori a ovest del fiume[574]. Ora le milizie curde hanno una via d'accesso verso la roccaforte ISIL di Manbij.

Approfittando dello scontro tra lo Stato Islamico e YPG, a gennaio l'esercito siriano avanza a est di Aleppo conquistando alcune cittadine a nord dell'aeroporto militare di Kuwayris e avvicinandosi alla roccaforte ISIL di al-Bab[575]. In risposta, il 16 gennaio lo Stato Islamico lancia una violenta offensiva contro la sacca governativa di Deir el-Zor, assediata da diversi anni, riuscendo a invadere i quartieri settentrionali della città. L'attacco viene respinto, ma tra 80 e 300 civili vengono uccisi e 400 rapiti[576][577].

Il 1° febbraio l'esercito governativo sferra una violenta ed improvvisa offensiva dai sobborghi settentrionali di Aleppo allo scopo di raggiungere e liberare la sacca di Nubl, assediata dai ribelli da luglio 2012. La massiccia copertura aerea dell'aviazione russa permette ai siriani di sfondare rapidamente le difese ribelli e di avanzare con estrema velocità. Il 3 febbraio l'esercito ed i suoi alleati entrano, tra la popolazione in festa, nelle città di Nubl e Zahraa, rompendo finalmente il lungo assedio. La vittoria consente inoltre alle truppe di Damasco di tagliare una delle principali vie di rifornimento per i miliziani dalla Turchia ad Aleppo.

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Forze filogovernative[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazioni e gruppi armati nella guerra civile siriana § Forze filogovernative.

La principale forza che il governo siriano ha a disposizione nel contrasto dell'insurrezione armata sono le Forze armate siriane. Pur subendo nei primi due anni di conflitto un continuo flusso di disertori verso le formazioni ribelli, anche tra gli alti ranghi, ha mantenuto una struttura organizzata e gli uomini che ricoprono i ruoli strategici sono rimasti fedeli al governo. Le diserzioni hanno interessato solo un terzo degli effettivi.

Il governo può anche contare su una forza armata parallela composta principalmente da minoranze religiose siriane minacciate dalle frange islamiste dei ribelli: la Forza Nazionale di Difesa. Questa milizia, addestrata e organizzata dal governo, ha avuto una forte crescita e gode di una buona popolarità in quanto gli uomini arruolati vengono dislocati nelle aree intorno al loro territorio di origine.

Un altro gruppo che è stato importante per il governo nelle fasi iniziali della rivolta per reprimere le manifestazioni è la milizia Shabiha, che non ha però una reale struttura interna ed è composta da alawiti spesso legati alla criminalità comune. Miliziani Shabiha si sono resi protagonisti di alcune delle stragi più brutali della guerra civile.

A sostegno del governo è intervenuta nell'aprile 2013 la milizia libanese Hezbollah, storico alleato siriano ed emanazione dell'Iran sciita. L'esperienza militare di Hezbollah ha contribuito alla svolta militare a favore dell'esercito governativo, che da allora mantiene l'iniziativa.

Hezbollah non è l'unica milizia sciita che ha affiancato l'esercito governativo. Oltre a milizie sciite siriane, vi sono almeno 4 gruppi armati iracheni e un gruppo sciita yemenita.

Altre formazioni minori, comunque gestite dal governo, sono comparse in Siria. Tra queste alcune di ispirazione laica, collegate al socialismo arabo o all'ideologia baathista.

Forze ribelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazioni e gruppi armati nella guerra civile siriana § Forze ribelli.

Nei primi anni di guerra, la principale forza di opposizione al governo siriano è l'Esercito siriano libero, che, da formazione egemone ha subito un lento declino a favore di altre formazioni di ispirazione islamista, che hanno progressivamente assunto il comando delle operazioni militari sul campo e sono cresciute in termini di uomini e mezzi.

L'ossatura dell'ESL è formata da soldati disertori dell'esercito regolare e le brigate che lo compongono sono composte da siriani (nella quasi totalità di religione sunnita) armati e addestrati alla guerriglia. L'interlocutore politico dell'ESL è la Coalizione Nazionale Siriana, che ha sede a Doha ed è stata riconosciuta da molte nazioni come "legittima rappresentante del popolo siriano".

Fin dal 2012 in Siria compaiono i primi gruppi armati composti da fondamentalisti islamici che hanno come obiettivo l'instaurazione di un emirato in Siria, governato secondo i dettami della sharia. Il primo gruppo di rilievo è il Fronte al-Nusra, che è l'emanazione siriana della rete terroristica di al-Qaeda e introduce la pratica degli attacchi suicidi nelle città siriane. Da una costola del Fronte al-Nusra fuso con lo Stato Islamico dell'Iraq nasce lo Stato Islamico dell'Iraq e Levante (ISIS), che rappresenta la forma più estrema di jihadismo e di estremismo islamico. Le sue azioni, che sconfinano in Iraq, procurano una frattura nel fronte ribelle e alienano definitivamente il sostegno di molti siriani, soprattutto appartenenti alle minoranze religiose, alla causa ribelle. L'ISIS accoglie tra le sue fila un altissimo numero di combattenti non-siriani[578].

Con l'appoggio determinante dell'Arabia Saudita nasce il Fronte Islamico, che compete con l'Esercito siriano libero nel numero di miliziani e permette il coordinamento di 7 formazioni islamiste minori. Anche il Qatar finanzia e rifornisce una milizia armata: la Brigata Ahfad al-Rasul.

Nel teatro siriano sono presenti un altissimo numero di altre milizie e brigate ribelli, quasi sempre legate al fondamentalismo islamico e non controllate dalle formazioni maggiori. La nascita e la scomparsa di formazioni ribelli è frequente, come la militanza di combattenti in due o più formazioni contemporaneamente.

Forze curde[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazioni e gruppi armati nella guerra civile siriana § Forze curde.

Le principali milizie armate curde sono le Unità di Protezione Popolare (YPG), che combattono sia contro le forze governative che contro quelle ribelli, in particolare quelle dell'ISIS. La loro strategia è prettamente difensiva in quanto l'obiettivo del gruppo è la tutela della comunità curda nel nord della Siria. Il loro referente politico è il Comitato Supremo Curdo, che raggruppa tutti i partiti politici siriani curdi e gode dell'appoggio politico e militare del Kurdistan iracheno. L'obiettivo politico delle forze curde è il riconoscimento dell'autonomia del Kurdistan siriano.

Tra i gruppi che affiancano le milizie YPG ve ne sono alcuni che contengono combattenti arabi e alcuni i cui combattenti appartengono alla minoranza etnica assira.

I combattenti stranieri nelle forze ribelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Combattenti ribelli stranieri nella guerra civile siriana.

Elemento caratterizzante della guerra civile siriana è il forte afflusso di cittadini non siriani tra le file delle milizie ribelli. La maggior parte di questi miliziani ha ingrossato le file delle formazioni jihadiste, in prevalenza quelle del Fronte al-Nusra e dello Stato Islamico dell'Iraq e Levante. Un numero ridotto di volontari stranieri è intervenuto anche a sostegno delle milizie curde[579] e di quelle cristiane[580].

Un cecchino ribelle.

I miliziani stranieri provengono da almeno 74 nazioni diverse che includono sia paesi a maggioranza musulmana, che paesi occidentali, inclusa l'Italia[581][582]. Spesso i miliziani provenienti dall'Europa Occidentale sono immigrati di seconda generazione[583].

Il numero complessivo di miliziani stranieri si aggira tra gli 11.000 e i 15.000[584][585] raggiungendo una cifra mai registrata in nessun altro precedente conflitto in Medio Oriente e quindi superando la presenza di stranieri durante la guerra contro l'intervento sovietico in Afghanistan[586].

A differenza delle milizie straniere alleate dell'esercito regolare siriano, che sono inquadrate in strutture organizzate e omogenee, l'afflusso di stranieri nelle milizie ribelli è spesso disorganizzato e ispirato dalla volontà del singolo individuo. I governi degli Stati da cui provengono i miliziani stranieri esprimono il forte timore che al termine della guerra civile siriana, essi possano rientrare in patria e commettere atti terroristici[587]. Alcune nazioni, come la Gran Bretagna, stanno organizzando apposite contromisure, come il ritiro del passaporto ai combattenti inglesi in Siria[588].

La presenza di stranieri, quasi sempre legati al fondamentalismo islamico, procura un forte argomento di propaganda per il governo siriano, che ha la possibilità di accusare il "nemico esterno" e un problema per le frange più moderate dell'opposizione siriana, che vede alienarsi il sostegno di parte di popolazione a seguito delle azioni degli stranieri. Il fanatismo dei combattenti stranieri li ha infatti resi protagonisti di massacri sia verso le truppe governative che verso gli altri ribelli moderati e i civili[589]. Nel 2013 in Siria scoppia un'epidemia di poliomielite. L'Organizzazione mondiale della sanità accerta che il virus ha origine pakistana, probabilmente importato da un combattente straniero[590].

Impiego delle armi chimiche[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Attacco chimico di Ghuta.

La Siria fin dagli anni '70 aveva sviluppato segretamente un programma di armamento chimico principalmente come strumento di deterrenza nei confronti dell'armamento nucleare israeliano[591]. Sebbene la detenzione di tale armamento sia stata sempre negata dai governi siriani, alcune analisi condotte da servizi segreti occidentali valutano l'arsenale chimico siriano come "il più grande del mondo"[592] distribuito in una serie di magazzini contenenti circa 1.000 tonnellate di materiale tra cui iprite, gas VX e gas sarin[593].

L'Organizzazione delle Nazioni Unite ha ricevuto, durante la guerra civile siriana, 16 denunce di utilizzo di armi chimiche. Di questi episodi solo 7 sono stati effettivamente sottoposti ad indagine e in 4 casi è stata accertata la presenza di gas sarin. Essendo i magazzini di stoccaggio posizionati in aree sia sotto controllo governativo che ribelle, non è stato possibile accertare chi abbia fatto uso degli agenti chimici[594]. Una relazione dei servizi segreti americani riporta come "sicura" l'entrata in possesso da parte dei ribelli di armi chimiche[595].

Il primo attacco documentato viene condotto il 19 marzo 2013 a Khan al-Assal, sobborgo di Aleppo. A seguito del lancio di un razzo, vengono uccise 26 persone tra cui 16 soldati governativi. I morti e i feriti presentano segni di intossicazione da gas sarin. Governo e ribelli si accusano a vicenda dell'attacco[596]. Una delegazione russa di esperti in arme chimiche, invitata dal governo siriano, trova tracce del componente chimico ed attribuisce la responsabilità ai ribelli[597]. L'ONU riesce a organizzare un'indagine indipendente solo nell'agosto 2013 in cui concorda con gli esperti russi sull'uso del gas sarin ma non attribuisce responsabilità[598].

Il 29 aprile 2013 avviene un nuovo sospetto attacco a Saraqib, che causa 2 morti. Alcuni medici turchi riescono ad eseguire analisi del sangue sui cadaveri senza trovare traccia di agenti chimici[599]. In seguito nuove analisi condotte da medici francesi riportano invece la presenza di gas nervino[593].

Il 5 agosto 2013 i ribelli siriani denunciano un attacco chimico perpetrato dall'esercito siriano ai loro danni. La denuncia è accompagnata da un filmato la cui autenticità non è provata. Non esistono analisi indipendenti di questo episodio[600].

Il 21 agosto 2013 si verifica il più grave attacco chimico verificatosi durante la guerra. Quello che poi verrà chiamato "attacco chimico di Ghuta", colpisce con gas sarin i sobborghi di Damasco di Jobar, Zamalka, 'Ain Tirma, Hazzah e la regione della Ghuta Orientale provocando almeno 635 morti, principalmente civili. Un'indagine dell'ONU di 3 settimane conferma l'utilizzo del gas sarin diffuso attraverso missili superficie-superficie[601]. L'analisi dell'ONU tuttavia non chiarisce chi abbia perpetrato l'attacco[602].

L'attacco di Ghuta scatena una forte reazione internazionale in cui gli Stati Uniti accusano il governo siriano, mentre la Russia accusa i ribelli di aver usato le armi chimiche al puro scopo di incolpare il governo e causare un intervento militare occidentale[603].

Il 14 settembre 2013, viene evitato l'intervento internazionale nella guerra civile siriana grazie ad un accordo tra Stati Uniti, Russia e Siria per l'eliminazione delle armi chimiche siriane attraverso l'intermediazione dell'ONU[604].

L'11 aprile 2014 si verifica un nuovo episodio collegabile all'utilizzo di agenti chimici come strumento d'attacco. Nella cittadina di Kafr Zita, nel governatorato di Hama, viene riportata l'intossicazione di circa 200 persone e la morte di 2 a seguito dell'inalazione di gas al cloro. Secondo fonti vicine ai ribelli l'attacco sarebbe stato condotto dalle forze aeree siriane per interrompere l'avanzata dei miliziani verso la città strategica di Khan Shaykhun[605]. Il cloro tuttavia non è contemplato tra le sostanze proibite dalla Convenzione sulle armi chimiche[606].

Il coinvolgimento di altri Stati[modifica | modifica wikitesto]

Posizioni in merito alla guerra civile siriana: gli stati in verde appoggiano l'opposizione, mentre quelli in rosso il governo siriano.

Fra gli Stati che appoggiano economicamente e militarmente le forze ribelli che hanno come riferimento politico la Coalizione Nazionale Siriana vi sono Stati Uniti[607], Gran Bretagna[608], Francia[609] e i più importanti Stati sunniti del Medio Oriente, tra cui Qatar[610], Arabia Saudita[611] e Turchia[612] che estendono il loro appoggio anche alle fazioni più integraliste.

Il governo di Damasco riceve sostegno finanziario, politico e militare principalmente da parte di Russia[613] e Iran[614], mentre forniscono un sostegno minore anche Corea del Nord[615], Venezuela[616] e il vicino Iraq[617], che subisce lo sconfinamento di alcune milizie islamiste.

A giugno 2012 nasce l'organizzazione "Amici della Siria", un gruppo di oltre ottanta nazioni che si riuniscono periodicamente per discutere della crisi. Tuttavia, a causa dello sbilanciamento a favore del fronte ribelle e dell'emergere dei crimini commessi da alcune formazioni fondamentaliste, il gruppo si è ridotto a solo 10 membri. La Lega Araba ha sospeso la Siria dai suoi membri a causa della repressione attuata dal governo[618]. Le Nazioni Unite hanno nominato un inviato speciale per la crisi siriana il 24 febbraio 2012. Tale ruolo è stato ricoperto da Kofi Annan[619], sostituito il 17 agosto 2012 da Lakhdar Brahimi[620] e il 10 luglio 2014 da Staffan de Mistura[621]

L'evolversi della crisi siriana viene seguita da vicino anche da paesi dichiaratisi neutrali, come la Germania, che schiera al largo delle coste siriane la nave spia Oker, dotata di strumenti radar molto avanzati e in grado di intercettare qualsiasi comunicazione o movimento aereo fino a 600 km di distanza.[622]

Anche la posizione dell'Italia è ambivalente. Da una parte si è criticato il governo siriano sottoscrivendo al G20 di San Pietroburgo un documento che lo accusa dell'utilizzo di armi chimiche[623], dall'altro è stato negato qualsiasi utilizzo delle basi aeree italiane in caso di attacco alla Siria[624]. Il governo italiano ha spinto in sede ONU per un coinvolgimento maggiore dell'Iran nella soluzione politica della crisi[625].

Sconfinamenti nei paesi limitrofi[modifica | modifica wikitesto]

Durante la guerra civile siriana si sono verificati degli episodi che hanno causato uno sconfinamento del conflitto nei paesi limitrofi. In particolare la formazione ribelle di ispirazione islamista e originariamente legata ad Al-Qaida, Stato Islamico dell'Iraq e Levante nel giugno 2014 entra in forze in territorio iracheno e conquista larghe fette di territorio, inclusa la seconda città del Paese, Mosul. Tale evento implica un allargamento del conflitto su scala regionale.

Gli episodi relativi agli sconfinamenti negli altri paesi circostanti consistono in scontri armati, attentati, destabilizzazioni politiche o semplici sconfinamenti di uomini e mezzi oltre frontiera. Gli sconfinamenti hanno coinvolto sia truppe regolari dell'esercito siriano, sia miliziani ribelli.

Di seguito è presente una lista degli sconfinamenti:

Schieramenti navali[modifica | modifica wikitesto]

Nel mar Mediterraneo sono presenti navi di vari paesi, il cui intervento nella crisi siriana è possibile. Alcune di queste appartengono a paesi rivieraschi o sono parte di formazioni navali stabili come la Sesta flotta statunitense o la Stanavformed della NATO. Altre sono presenze occasionali di paesi con interessi nell'area come le navi russe appartenenti alla flotta del Mar Nero ridislocate nell'occasione, in quanto nessuna nave da guerra russa è stabilmente di base nel Mediterraneo. Ad esse si aggiungono le navi della marina militare siriana, obsolete e dal limitatissimo potenziale offensivo, le cui navi più grosse sono 3 corvette Classe Petya da 1.100 t non dotate di missili antinave, e motovedette lanciamissili classe Osa da 200 t[626]. Le forze siriane sono di base nei porti di Baniyas, Latakia, Minat al Bayda e Tartus.

Mappa della base navale di Tartus, con i moli russi evidenziati dal numero 5

La politica russa è estremamente contraddittoria nelle sue dichiarazioni, tanto che nel giro di 24 ore, il 26 giugno, fonti diplomatiche parlavano di ritirare tutto il personale dalle basi siriane[627], ed il 27 il ministero della difesa smentiva[628]; inoltre i moli ad uso esclusivo della marina russa a Tartus, che non è classificata come base navale ma come struttura logistica (Пункт материально-технического обеспечения, ПМТО)[629], non consentono l'attracco di navi superiori a 100m di lunghezza, possibile però nel resto del porto; la forza navale russa schierata in area dovrebbe aggirarsi intorno alle 10 unità, con fulcro sull'incrociatore lanciamissili Moskva, ammiraglia della flotta del Mar Nero, e sul cacciatorpediniere Smetlivy[630]; in viaggio per la Siria sarebbe in viaggio la nave per operazioni anfibie Nikolai Filchenkov con un carico di missili S-300 per la Siria[630].

Molte informazioni sugli schieramenti navali nell'area sono illazioni non confermate e comunque poco attendibili vista la rapida evoluzione degli eventi; l'incrociatore Moskva doveva rimpiazzare, secondo fonti del 4 settembre, il cacciatorpediniere lanciamissili Admiral Panteleyev della Classe Udaloj specializzata nella lotta antisommergibile[631] come dichiarato all'agenzia Interfax. Sempre al 4 settembre, la squadra russa era composta dalle navi da sbarco Aleksandr Shabalin, Admiral Nevelskoy e Peresvet, scortate dalla fregata Neustrashimy, da un rifornitore e un rimorchiatore[631].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  2. ^ Siria, sì unanime dell'Onu per distruggere le armi chimiche entro il 2014, corriere.it. URL consultato il 2 dicembre 2013.
  3. ^ Iraq, la grande offensiva dell'Esercito islamico: 500 mila in fuga da Mosul. Prese Tikrit e Ninive, La Repubblica, 11 giugno 2014. URL consultato il 23 settembre 2014.
  4. ^ Primi raid Usa e alleati arabi in Siria. Obama: "Non è una battaglia solo americana", La Repubblica, 23 settembre 2014. URL consultato il 23 settembre 2014.
  5. ^ Francia: primo raid in Siria contro l'Is. Renzi: "Evitare una Libia bis", La Repubblica, 27 settembre 2015. URL consultato il 27 settembre 2015.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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