Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Saddam Hussein

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī

صدام حسين عبد المجيد التكريتي

Saddam Hussein in 1998.png
Saddam Hussein nel 1998

Presidente dell'Iraq
Durata mandato 16 luglio 1979 –
9 aprile 2003
Vice presidente Taha Muhi ad-Din Maʿruf
Taha Yassin Ramadan
Primo ministro se stesso
Sa'dun Hammadi
Mohammed Hamza Zubeidi
Ahmad Husayn Khudayir as-Samarrai
se stesso
Predecessore Ahmed Hasan al-Bakr
Successore Autorità Provvisoria di Coalizione

Vicepresidente dell'Iraq
Durata mandato 17 luglio 1968 –
16 luglio 1979
Presidente Ahmed Hasan al-Bakr
Predecessore Hardan al-Tikriti
Successore Taha Muhi ad-Din Maʿruf

Segretario regionale del Comando regionale del Partito Ba'th (fazione irachena)
Durata mandato 16 luglio 1979 –
30 dicembre 2006
Predecessore Ahmed Hasan al-Bakr
Successore Izzat Ibrahim al-Duri

Primo ministro dell'Iraq
Durata mandato 16 luglio 1979 –
23 marzo 1991
Presidente se stesso
Predecessore Ahmed Hasan al-Bakr
Successore Sa'dun Hammadi

Durata mandato 29 maggio 1994 –
9 aprile 2003
Presidente se stesso
Predecessore Ahmad Husayn Khudayir al-Samarra'i
Successore Mohammad Bahr al-'Ulum

Segretario generale del Comando nazionale del Partito Ba'th (fazione irachena)

Durata mandato gennaio 1992 –
30 dicembre 2006
Predecessore Michel Aflaq
Successore vacante

Dati generali
Partito politico Partito Ba'th (1957-1966)
Partito Ba'th (fazione irachena) (1966-2006)
Tendenza politica saddamismo
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Università Università del Cairo
Università di Baghdad
Firma Firma di Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī صدام حسين عبد المجيد التكريتي
Ṣaddām Ḥussein ʿAbd al-Majīd al-Tikriti
Saddam Hussein.jpg
28 aprile 1937 – 30 dicembre 2006
Nato a Tikrit
Morto a Baghdad
Cause della morte Impiccagione
Luogo di sepoltura Tikrit
Dati militari
Paese servito Flag of Iraq (1991-2004).svg Iraq
Forza armata Flag of Iraq (1991-2004).svg Forze armate irachene
Anni di servizio 1973-2003
Grado Muhib
Guerre Guerra Iran-Iraq
Invasione del Kuwait
Guerra del Golfo
Guerra d'Iraq
Decorazioni Gran Maestro dell'Ordine dei due fiumi
"fonti citate nel corpo del testo"
voci di militari presenti su Wikipedia

Ṣaddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī (in arabo: صدام حسين عبد المجيد التكريتي[1]; Tikrit, 28 aprile 1937Baghdad, 30 dicembre 2006) è stato un politico iracheno, leader assoluto dell'Iraq in un regime considerato dittatoriale dal 1979 al 2003, quando fu destituito durante la seconda guerra del Golfo in seguito all'invasione anglo-americana.

La data di nascita è incerta: non fu registrata e quella riportata è la data di nascita "ufficiale" diffusa sotto il suo governo. È probabile che Ṣaddam Ḥusayn sia nato tra il 1935 e il 1939.[2]

Durante il regime elaborò una genealogia che gli attribuiva la discendenza da al-Ḥusayn b. ʿAlī, nipote più piccolo del profeta Maometto. La genealogia fu smentita il 18 dicembre 2003 dall'insieme degli Ashrāf, istituito dopo la caduta del regime, che facevano parte del Consiglio dei sayyid (lett. "signori", ma in realtà ogni discendente di Maometto attraverso i suoi nipoti Ḥasan e Ḥusayn, termine esattamente equivalente ad Ashrāf, pl. di sharīf), riconosciuto dai dignitari di tutte le tradizioni musulmane, compresa la Hawza sciita di Najaf. In seguito, nel 2004 fu respinta anche dall'Iraqi Genealogy Authority.[3]

Fu giustiziato il 30 dicembre 2006, in esecuzione di una sentenza di condanna a morte pronunziata da un tribunale speciale iracheno e confermata in appello per crimini contro l'umanità. La sua esecuzione ha destato scalpore e polemiche in tutto il mondo.

Ṣaddam aveva tre figlie e due figli, ʿUdayy Ṣaddam Ḥusayn e Qusayy Ṣaddam Ḥusayn, entrambi uccisi il 22 luglio del 2003 a Mossul, insieme al figlio quattordicenne di Qusayy, Muṣṭafā, dai militari statunitensi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Ṣaddām Ḥusayn nacque nel villaggio di al-Awja, nel distretto iracheno di Tikrīt, da una famiglia di allevatori di ovini. Il padre, Husayn ʿAbd al-Majīd, sparì sei mesi prima della sua nascita lasciando la madre, Ṣubḥa Tulfāh al-Mussallat, sola con un figlio tredicenne malato di cancro e il nascituro Ṣaddām in grembo. Dopo la morte del fratello tredicenne, la madre cercò, in piena crisi depressiva, un'altra famiglia in cui far crescere il neonato, trasferendolo dallo zio Khayr Allāh Tulfāh.[4] Dopo il nuovo matrimonio della madre con Ibrāhīm al-Ḥasan, da cui nacquero altri suoi fratellastri, Ṣaddām tornò a vivere con la madre e il patrigno, la cui rigidità fu il motivo principale per cui all'età di dieci anni si trasferì nuovamente a Baghdad per tornare a vivere con lo zio, Khayr Allāh Tulfāh, padre della sua futura sposa, e fervente musulmano sunnita e nazionalista, veterano della guerra anglo-irachena del 1941.[5]

Dopo la formazione secondaria frequentò una scuola di legge irachena per tre anni, ma l'abbandonò nel 1957, all'età di 20 anni, per aderire al Partito Ba'th (Partito della Risurrezione, di tendenze socialiste), di cui suo zio era grande sostenitore. Durante questo periodo si ritiene che Saddam si sia mantenuto facendo l'insegnante in una scuola secondaria.[6]

Il sentimento rivoluzionario era una caratteristica dell'epoca in Iraq e in tutto il Medio Oriente. In Iraq progressisti e socialisti osteggiarono le élite tradizionali (burocrati dell'epoca coloniale, proprietari terrieri, ricchi mercanti, capi tribù, e monarchici).[7] Inoltre, il nazionalismo panarabo di Gamāl ʿAbd al-Nāṣer in Egitto influenzò profondamente i giovani ba'thisti come Saddam. L'ascesa di Nasser prefigurò un'ondata di rivoluzioni in tutto il Medio Oriente negli anni cinquanta e sessanta, con il crollo delle monarchie in Iraq, Egitto e Libia. Nasser ispirò i nazionalisti tutto il Medio Oriente combattendo inglesi e francesi durante la crisi di Suez del 1956, modernizzò l'Egitto, e unificò il mondo arabo politicamente.[8]

Nel 1956 Saddam prese parte al fallito tentativo di colpo di Stato contro Re Faysal II. Il 14 luglio 1958, un gruppo nazionalista non-baʿthista d'idee repubblicane, condotto dal Generale ʿAbd al-Karīm Qāsim (Abd el-Karim Kassem), abolì la monarchia con un colpo di Stato e giustiziò il re e il primo ministro Nūrī al-Saʿīd.

Sebbene inizialmente dei 16 membri del gabinetto di Qasim, 12 fossero membri del partito Ba'th, il partito si rivoltò ben presto contro di lui a causa del suo rifiuto di aderire alla Repubblica Araba Unita di Gamāl ʿAbd al-Nāṣer. Per rafforzare la propria posizione all'interno del governo, Qasim creò un'alleanza con il Partito Comunista Iracheno, che si opponeva a qualsiasi nozione di Panarabismo.[9] Nel 1959, avvenne un fallimentare tentativo di assassinare Qasim, cui Saddam Hussein partecipò ed a seguito del quale fuggì in Egitto attraverso la Grecia e il Libano e fu condannato a morte in contumacia. In Egitto conseguì un titolo di studio nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università del Cairo.

Colpo di Stato[modifica | modifica wikitesto]

Saddam Hussein tornò in Iraq a seguito del colpo di Stato militare del mese di ramadan (8 febbraio 1963), che aveva abbattuto e ucciso il generale Kassem, ma fu imprigionato nel 1964 a causa di un nuovo mutamento al vertice dello Stato iracheno causato dalla morte violenta del gen. ʿAbd al-Salām ʿĀref. Nel 1967 riuscì a evadere e nel 1968 contribuì al colpo di Stato non violento realizzato dal partito Baʿth ai danni del regime militare filo-nasseriano di ʿAbd al-Rahmān ʿĀref, fratello del precedente presidente iracheno. Ahmed Hasan al-Bakr, suo lontano parente, fu nominato presidente.

Nel 1968 Saddam ottenne anche la laurea in giurisprudenza conferitagli dall'università di Baghdad. A partire da quell'anno rivestì il ruolo di vicepresidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario.

Anni da vicepresidente e presa del potere[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta Saddam Hussein, come vice presidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario, di fatto vice di al-Bakr a tutti gli effetti ed agente per suo conto, si costruì una solida reputazione da uomo politico efficiente e progressista.[10] Incaricato di sovrintendere alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera irachena (1972), il 1º giugno 1972 portò a compimento il processo di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere occidentali che avevano il monopolio sul petrolio iracheno. Utilizzò una parte consistente dei profitti petroliferi per la modernizzazione dell'economia irachena e programmi di stato sociale: affrettò la costruzione di industrie e ne seguì lo sviluppo, supervisionò la modernizzazione dell'agricoltura, conseguita con una massiccia meccanizzazione agricola e corroborata da un'ampia distribuzione di terre ai contadini, favorì una rivoluzione globale delle industrie energetiche, portando l'elettricità in tutto il Paese, promosse lo sviluppo dei servizi pubblici e dei trasporti, introdusse la sanità pubblica gratuita, avviò e perfezionò una campagna nazionale per lo sradicamento dell'analfabetismo e a favore dell'istruzione obbligatoria gratuita. A seguito di tali riforme, l'Iraq ricevette un premio da parte dell'Unesco.[11][12]

Frattanto, immediatamente a seguito della presa del potere dei ba'thisti, Saddam si concentrò anche sul raggiungimento della stabilità in una nazione crivellata da tensioni profonde. Da lungo tempo, l'Iraq era dilaniato da profonde spaccature sociali, etniche, religiose ed economiche: sunniti contro sciiti, arabi contro curdi, capi tribù contro borghesia urbana, nomadi contro contadini. La volontà di creare una stabilità in seno al Paese portò Saddam Hussein a mettere in atto politiche di massiccia repressione.[13] A capo dei servizi di sicurezza, Saddam reclutò numerosi giovani provenienti dalla sua tribù, fedelissimi che a lui dovevano tutto. In seno a tale organizzazione il ricorso alla violenza, anche sommaria, era comune.[14]

Nel 1976 Saddam Hussein riuscì ad ottenere il grado di generale dell'esercito iracheno[15], malgrado non avesse mai intrapreso alcuna carriera militare.

Nel 1979 il Presidente della Repubblica Ahmed Hasan al-Bakr annunciò il suo ritiro e Saddam Hussein, che era suo lontano parente, lo sostituì nella carica. Secondo alcune fonti, peraltro avvalorate dalle epurazioni in seno al partito Baʿth avvenute poco dopo l'insediamento di Saddam, al-Bakr fu in realtà costretto a dimettersi sotto la minaccia di un'azione di forza proprio dal suo delfino, che d' altronde lo aveva ormai da tempo soppiantato sia da un punto di vista del potere militare e politico, sia da un punto di vista del consenso popolare.[14]

Dittatura[modifica | modifica wikitesto]

Secolarizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Il Partito Baʿth aveva un programma progressista e socialista che puntava alla modernizzazione e alla secolarizzazione dell'Iraq. Saddam Hussein si attenne alla linea del suo partito e proseguì le riforme modernizzatrici completando la concessione alle donne di diritti pari a quelli degli uomini[senza fonte], l'introduzione di un codice civile modellato su quelli dei paesi occidentali (che sostituì la Sharīʿa) e la creazione di un apparato giudiziario laico, che comportò l'abolizione delle corti islamiche.[16]

Dopo aver modernizzato il Paese negli anni di presidenza al-Bakr principalmente grazie ai profitti derivanti dalla nazionalizzazione dell'industria petrolifera, gran parte di tali proventi confluirono negli apparati di sicurezza iracheni, responsabili di reprimere ogni opposizione interna (Hussein è sopravvissuto a numerosi colpi di Stato, tentativi di assassinio e complotti), e nell'esercito.

Epurazioni in seno al Partito Baʿth e misure repressive[modifica | modifica wikitesto]

Il 22 luglio 1979, nel corso di una riunione straordinaria dei dirigenti del Partito Baʿth che Saddam volle fosse videoregistrata[14][17], il neo presidente affermò di essere venuto a conoscenza di un complotto ai suoi danni. Presentò un alto funzionario, Muhyi Abdel-Hussein, e lo indicò come leader dei cospiratori lasciando che leggesse in piedi davanti ai microfoni, ad uno ad uno, i nomi dei 66 congiurati, tutti presenti all'interno della sala. Gli accusati vennero scortati all'esterno e presi in custodia. Furono tutti processati e dichiarati colpevoli di tradimento. In 22 furono condannati a morte, Muhyi Abdel-Hussein incluso[14].

In un Paese instabile soprattutto a causa di tensioni etniche e religiose, con l'esempio vicino della recentissima rivoluzione iraniana del 1979, Saddam Hussein non lesinò massicce misure repressive contro qualsiasi opposizione. I suoi corpi paramilitari fecero ampio ricorso a strumenti quali assassinii e torture, allo scopo di eliminare qualsiasi opposizione percepita.[18] Al termine della sua dittatura si stima che il suo regime si sia reso responsabile dell'uccisione di almeno 250.000 iracheni.[19]

Guerra contro l'Iran[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra Iran-Iraq.

Approfittando della destabilizzazione iraniana causata dalla rivoluzione del 1979 che aveva portato al potere l'ayatollah Ruhollah Khomeyni, il quale aveva spodestato dal trono lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, Saddam Hussein, desideroso di imporre la leadership irachena nel Medio Oriente, attaccò l'Iran senza una dichiarazione di guerra formale. Inizialmente le truppe irachene guadagnarono territorio, ma vennero ricacciate indietro entro il giugno 1982. E da lì in poi, dovettero incominciare a difendersi per contenere l'avanzata iraniana.[20]

Saddam Hussein con Donald Rumsfeld, in qualità di inviato speciale dell'allora presidente statunitense Ronald Reagan, nel 1983. È disponibile il video completo.

Gli iraniani, nettamente superiori da un punto di vista numerico e fortemente imperniati da un indottrinamento religioso con connotazioni estreme che incitavano al martirio - elemento questo che alienò loro buona parte delle simpatie e del sostegno delle potenze occidentali - guadagnarono territorio all'interno dei confini iracheni facendo largo ricorso a vere e proprie azioni suicide, mandando all'assalto migliaia di giovani volontari, spesso disarmati, che correvano sui campi minati allo scopo di far esplodere le mine.[14] Diversi storici hanno paragonato questo conflitto alla Prima Guerra Mondiale[21] per il modo in cui fu combattuto, con lunghe fasi di stallo dominate da una logorante attività di trincea.

Nonostante le richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite fossero indirizzate a un "cessate il fuoco", le ostilità continuarono fino al 20 agosto 1988, quando il conflitto di fatto cessò con la risoluzione 598 del Consiglio di Sicurezza della stessa Onu. Dalla conclusione della guerra, occorsero diverse settimane perché le forze amate iraniane evacuassero i territori iracheni occupati, sino a ripristinare i confini antecedenti stabiliti dall'accordo di Algeri del 1975.[22] Addirittura, Gli ultimi prigionieri di guerra furono scambiati nel 2003.[20][23]

Entrambi i paesi uscirono stremati dal lungo conflitto. Le stime dei caduti parlano di oltre 1 milione di vittime[24]. Il costo della guerra, tra perdite umane, povertà e distruzione fu tremendo. E tutto senza che avesse portato nulla ad entrambe le parti. La guerra era finita in una situazione di stallo che aveva lasciato tutto invariato.[14]

Armi chimiche[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del conflitto l'Iraq fece ricorso ad un'arma chimica, il tabun, un gas nervino che utilizzò contro le truppe iraniane, senza per questo incorrere in sanzioni internazionali.[14]

Sempre a conflitto in corso, al fine di stroncare le ambizioni indipendentiste dei Curdi iracheni, il 16 marzo 1988, Saddam Hussein attaccò la città curda di Halabja con una nuova e più potente arma chimica - un miscuglio di iprite, acido cianidrico e gas neurotossici[25] - che provocò la morte istantanea di 5.000 civili e la menomazione di altre 10.000 persone.[26] Anche in tale occasione, l'Iraq non ricevette sanzioni.[14][25]

Culto dell'immagine[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del suo regime Saddam Hussein ebbe la marcata tendenza ad associare il proprio nome ad opere grandiose e infrastrutture. Nondimeno fece in modo di tappezzare l'Iraq di immagini che lo ritraessero. Prese l'abitudine, ad ogni suo compleanno, di erigere una nuova statua che lo rappresentasse.[14] Molte di queste statue furono schiantate al suolo e distrutte dalla popolazione irachena dopo il rovesciamento del suo regime.[14][27]

Guerra del Golfo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra del Golfo.

Con il Paese ancora in preda alle pesanti conseguenze post-belliche e a fronte degli ingenti debiti contratti per finanziare il conflitto con l'Iran (tra i maggiori creditori c' era il Kuwait che aveva versato nelle casse irachene circa 10 miliardi di dollari), Saddam Hussein, poco propenso a ripagare il debito e facendo leva anche su presunte irregolarità nella quantità di greggio prodotto dai pozzi appartenenti al piccolo emirato, nell'agosto 1990 invase il Kuwait, che non avendo forze sufficienti per contrastarlo si arrese rapidamente.[14] Nondimeno Saddam sosteneva da tempo che il piccolo emirato fosse storicamente appartenente all'Iraq, e che avesse acquisito la sua indipendenza soltanto attraverso le manovre imperialistiche della Gran Bretagna, convinzione questa che era stato un denominatore comune a tutti i nazionalisti iracheni degli ultimi 50 anni, e che rappresentava uno dei pochi punti su cui concordavano le varie correnti etniche, politiche, ideologiche e religiose del Paese.[28] È possibile che alcune allusioni dell'ambasciatrice statunitense in Iraq avessero convinto Saddam Hussein che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti in aiuto dell'Emirato.

Saddam nel 1988

Le Nazioni Unite si affrettarono a condannare l'aggressione, mentre il presidente degli Stati Uniti d'America George Bush fu autorizzato dal Congresso a utilizzare la forza militare contro le truppe irachene in Kuwait, nonostante l'autorizzazione fosse stata negata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. L'ONU intimò all'Iraq il ritiro delle truppe dal territorio kuwaitiano entro il 15 gennaio: scaduto l'ultimatum, gli Stati membri sarebbero stati autorizzati ad utilizzare ogni mezzo possibile per restituire sovranità al Kuwait. Dopo mesi di negoziati infruttuosi, la notte tra il 16 e il 17 gennaio una coalizione guidata dagli Stati Uniti e formata da 35 stati cominciò una devastante campagna aerea contro l'Iraq e le truppe irachene nel Kuwait.[29]

Il raʾīs rispose lanciando missili balistici Scud-B contro città israeliane e saudite.[30] Israele, che non faceva parte della coalizione, non entrò nel conflitto per esplicita richiesta dell'ONU e degli USA: azioni israeliane avrebbero provocato l'uscita dei Paesi arabi dalla coalizione e forse anche un allargamento del conflitto a Siria e Giordania, che sarebbero potute scendere in campo a fianco dell'Iraq. Per contro, la coalizione assicurò allo stato israeliano di intervenire in sua difesa nel caso si astenesse dal rispondere agli attacchi iracheni.[31][32]

Il 24 febbraio, dopo oltre un mese di bombardamenti, l'operazione Desert Storm passò alla fase terrestre. Le truppe della coalizione, guidate dal generale Norman Schwarzkopf sbaragliarono l'esercito iracheno in meno di quattro giorni ed il 27 febbraio il presidente statunitense George W. Bush annunciò che il Kuwait era stato liberato.[33]

Il breve conflitto si lasciò alle spalle perdite umane piuttosto contenute tra le fila della coalizione (circa 500 militari) e molto più ingenti sul fronte iracheno (30.000 militari ed oltre 5.000 civili).[34] Tuttavia secondo alcune fonti in realtà le perdite totali irachene furono molto più alte (circa 100.000[16]). I civili kuwaitiani che perirono furono oltre 1.000[35]. Le truppe di Saddam Hussein, una volta sbaragliate, ripiegarono verso i confini iracheni incendiando numerosi pozzi di petrolio kuwaitiani.[36] L'avanzata delle forze armate della coalizione si arrestò prima di raggiungere Baghdad, poiché George H. W. Bush ed i suoi alleati realizzarono la potenziale pericolosità di un così repentino vuoto di potere in Iraq, dove approfittando della relativa debolezza del regime a seguito del fallimentare conflitto, infuriavano le rivolte della popolazione sciita nel sud e di quella curda nel nord.[14] il 3 marzo 1991 fu firmato l'armistizio che sancì la fine del conflitto[16].

Tra le due guerre del Golfo[modifica | modifica wikitesto]

Saddam in uniforme

Appresa la volontà della coalizione di non rovesciare il suo regime, Saddam Hussein poté fronteggiare le rivolte interne dei musulmani sciiti e le ambizioni separatiste dei curdi. La repressione fu molto violenta e si stima che abbia portato alla morte di almeno 60.000 iracheni.[14] Nel frattempo l'embargo proclamato dalle Nazioni Unite dopo la guerra pesò fortemente sull'economia irachena, facendo sprofondare il Paese in uno stato di povertà drammatico, al punto che nella seconda metà degli anni Novanta l'Onu iniziò a considerare un ridimensionamento delle sanzioni. Alcuni studi si dibatterono sul numero di vittime mietute dall'embargo tra la popolazione.[37][38][39] Il 13 dicembre 1996 le Nazioni Unite vararono il programma Oil for food (letteralmente petrolio in cambio di cibo) allo scopo di mitigare gli effetti delle sanzioni a beneficio della popolazione. Il programma venne successivamente smantellato, dopo la caduta del regime, quando emersero le prove della distrazione di ingenti fondi operata da Saddam Hussein allo scopo di fomentare un esteso sistema di tangenti e sovrapprezzi che coinvolse un ampio numero società internazionali che trafficavano in quegli anni di embargo con lo stato iracheno.[40]

Nell'intento di supportare il valore della sua figura e allo scopo di mantenere un consenso sufficiente che potesse garantire la prosecuzione del suo regime, Saddam Hussein, che era stato un grande protagonista della secolarizzazione dello stato iracheno, fece in modo di prendere sempre più le sembianze del musulmano devoto, confidando nel fatto che il rifugio nell'Islam potesse essere di conforto alle popolazioni stremate da anni ininterrotti di guerre, guerriglie, povertà e desolazione. Reintrodusse alcuni elementi della Shari'a ed appose con la sua calligrafia la frase rituale "Allahu Akbar" ("Dio è grande") sulla bandiera nazionale. Si spinse persino a commissionare la produzione di un Corano che dichiarò essere stato scritto utilizzando 27 litri del suo sangue, per ringraziare Allah di averlo salvato da vari pericoli e cospirazioni.[41]

In base ai rapporti ufficiali, la popolarità di Saddam Hussein rimase comunque molto alta tra la popolazione irachena, convinta dalla propaganda del regime che le sofferenze patite scaturissero dalle decisioni vessatorie assunte dalle Nazioni Unite. Nel 2002 un referendum sulla riconferma di Saddam Hussein come leader dello Stato iracheno segnò il 100% di voti favorevoli. D'altra parte, Hussein era l'unico candidato e il voto era obbligatorio.[42]

Seconda guerra del Golfo e crollo del regime[modifica | modifica wikitesto]

La statua di Saddam a piazza Firdos viene abbattuta dopo l'invasione americana
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Iraq.

Accusato di non aver adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale e di possedere ancora armi nucleari, chimiche e biologiche, mai trovate però dagli ispettori dell'ONU[43], e di collusione con il terrorismo internazionale islamista, nello specifico con un gruppo legato ad Al-Qāʿida operante sul territorio iracheno[44], l'Iraq fu nuovamente attaccato. Il 20 marzo 2003 ebbe inizio la seconda Guerra del Golfo, condotta congiuntamente dalle forze statunitensi e britanniche, non appoggiate dai loro storici alleati in assenza di un chiaro e formale mandato dell'Onu. Va sottolineato il fatto che, oltre al mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa, nemmeno i legami con Al-Qāʿida furono mai dimostrati.[45] Furono dispiegate truppe per un totale di circa 300.000 soldati, per la quasi totalità statunitensi e britannici, dando il via all'operazione Iraqi Freedom con l'obiettivo di disarmare e distruggere il regime di Saddam.[46]

Il conflitto, che decretò la fine del regime di Saddam Hussein fu molto rapido. Il 9 aprile 2003, dopo soli venti giorni dal suo inizio, Baghdad cadde costringendo il raʾīs ed i suoi più stretti collaboratori alla fuga. Pochi giorni dopo, il 15 aprile, cadde anche Tikrit, la città natale di Saddam. Il 1º maggio 2003, il presidente americano George W. Bush proclamò la fine dei combattimenti, annunciando che la missione era stata compiuta. Terminata la prima fase della guerra, culminata con la caduta del regime di Saddam Hussein, le truppe statunitensi iniziarono l'occupazione del territorio iracheno, dal quale si ritireranno soltanto il 15 dicembre del 2011.[46]

I dati sul numero globale di vittime del conflitto e della successiva occupazione sono stati ricostruiti in maniera piuttosto precisa riguardo alle truppe della coalizione. Si stima che i caduti siano stati quasi 5.000, e che i feriti abbiano superato le 30.000 unità.[47][48]

Riguardo alle vittime irachene, invece, è risultato molto più complesso fornire una stima univoca anche per via delle numerose morti legate agli effetti collaterali del conflitto e della successiva fase di guerra intestina ed occupazione. Ad ogni modo, tutti i dati indicano in maniera inequivocabile un'altissima incidenza di vittime civili.

La maggior parte delle analisi, seppur discostandosi in misura variabile l' una dall' altra, stimano un numero di morti irachene intorno al mezzo milione.[49][50][48]

Saddam Hussein dopo la cattura
Saddam all'epoca del processo.

Cattura, processo e condanna[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante l'emergere di una violenta e sanguinosa insurrezione condotta dalla resistenza irachena sunnita con azioni di guerriglia (ovvero, secondo un altro punto di vista, l'insorgere di gruppi terroristici dediti ad azioni terroristiche), tra cui spiccò per violenza l'organizzazione guidata da Abū Musʿab al-Zarqāwī, leader di al-Qaida in Iraq, l'ex presidente iracheno fu catturato da soldati statunitensi in un villaggio nelle vicinanze di Tikrīt il 13 dicembre 2003, in un piccolo bunker scavato sottoterra durante l'Operazione Alba Rossa[51].

Sottoposto a processo dal 19 ottobre 2005 da un tribunale iracheno assieme ad altri sette imputati, fra cui il fratellastro, tutti ex gerarchi del suo regime, per crimini contro l'umanità in relazione alla strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi), il 5 novembre 2006 fu condannato a morte[52] per impiccagione, ignorando la sua richiesta di essere fucilato[53]. Il 26 dicembre 2006 la condanna fu confermata dalla Corte d'appello[53]. Con lui furono condannati a morte per impiccagione anche Awwad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario, ed il fratellastro Barzan Al Tiritik, mentre il vice presidente Taha Yassin Ramadan fu condannato all'ergastolo[54], salvo poi essere condannato all'impiccagione il 12 febbraio 2007 dall'Alta Corte Irachena[55].

Le reazioni internazionali alla sentenza furono fortemente contrastanti. Stati Uniti e Gran Bretagna manifestarono la loro soddisfazione mentre l'Unione Europea, a ranghi compatti, colse l'occasione per ribadire il suo secco no alla pena di morte, spalleggiata da Amnesty International[56] e da Human Rights Watch[57] che criticarono la condanna a morte e lo stesso svolgimento del processo, che non avrebbe sufficientemente tutelato i diritti della difesa e che sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense. Tra le dichiarazioni più significative, George W Bush: " È un grosso risultato per la giovane democrazia irachena e per il suo governo costituzionale;" e l'ambasciatore americano a Baghdad, Zalmay Khalilzad, "E' un'importante pietra miliare per l'Iraq, un altro passo verso la costruzione di una società libera basata sul rispetto del diritto". Ed ancora il ministro degli Esteri britannico Margaret Beckett: "Plaudo al fatto che Saddam Hussein e gli altri imputati abbiano affrontato la giustizia e abbiano dovuto rispondere dei loro crimini". Sul fronte opposto, il Ministro degli Esteri italiano Massimo D' Alema: "Condanna netta, severa, inflessibile di chi si è macchiato di crimini orrendi ma l'Italia è contraria all'esecuzione".[58] Molti governi europei suggerirono all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa[59].

L'esecuzione per impiccagione di Saddam Hussein fu eseguita alle 6:00 ora locale (le 4:00 italiane) del 30 dicembre 2006, all'interno di uno dei centri che venivano utilizzati dal deposto regime per torturare i dissidenti. Prima di essere impiccato l'ex dittatore ha fatto in tempo a lanciare un monito al popolo iracheno, esortandolo a restare unito mettendolo in guardia dalla coalizione iraniana.[60]

L'esecuzione di Saddam scatenò in Iraq e nel Vicino Oriente reazioni molto contrastanti soprattutto contrapponendo le scene di giubilo della popolazione sciita alle manifestazioni (anche violente) di alcune roccaforti sunnite.[61] Anche le popolazioni curde si abbandonarono a festeggiamenti a seguito dell'impiccagione. Il primo ministro sciita Nūrī al-Mālikī dichiarò che: «La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo Paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero».[62] Pareri compiaciuti pervennero dai vicini iraniani e da Israele; mentre condanne decise furono espresse da Hamas e dalla Libia, che proclamò addirittura tre giorni di lutto nazionale[63].

Il video dell'esecuzione[modifica | modifica wikitesto]

Nelle ore successive alla morte, i media di tutto il mondo, a cominciare dalla televisione di Stato dell'Iraq, al-ʿIrāqiyya, trasmisero un filmato dei momenti immediatamente precedenti l'esecuzione, che mostrava Saddam Hussein, apparentemente tranquillo, giungere al patibolo, dove gli era stato applicato un grosso cappio intorno al collo. Il video si interrompeva poco prima che la botola sotto i piedi di Saddam Hussein fosse aperta. Più tardi furono diffusi altri due filmati, di cattiva qualità: il primo dei quali mostrava il cadavere del condannato parzialmente avvolto in un lenzuolo bianco, con il volto visibile, livido e sanguinante, mentre era portato via dal luogo dell'esecuzione; il secondo, l'unico dotato di traccia audio, ripreso verosimilmente con un telefono cellulare dai piedi del patibolo, mostrava l'intera sequenza dell'esecuzione.[64]

In quest'ultimo video[65] è possibile seguire, con angolazione dal basso, gli stessi eventi ripresi nel primo video: si odono chiaramente i presenti inneggiare a Muqtada al-Sadr non appena il condannato è lasciato solo dal boia in piedi sulla botola chiusa e con il cappio già stretto al collo. Il condannato replica pronunciando a propria volta il nome Muqtada con tono ironico e chiedendo a chi lo insulta, con aria di sfida, se creda in tal modo di comportarsi da uomo. Alcuni secondi dopo Saddam inizia, nel silenzio, a pronunciare ad alta voce la professione di fede islamica che, dopo pochi secondi, è interrotta all'incipit del secondo versetto dall'apertura della botola che, con uno stridore metallico, fa precipitare il suo corpo e tendere la corda. Seguono alcuni confusi fotogrammi, che mostrano l'inneggiare dei presenti all'avvenuta esecuzione dell'ex presidente iracheno e, poco dopo, le immagini ne inquadrano il volto, mentre, ormai morto, pende appeso al cappio.

La diffusione dei due filmati, in particolare quello nel quale è evidente lo scherno e l'oltraggio cui venne sottoposto il condannato poco prima dell'esecuzione, provocò notevole scandalo internazionale, profondo risentimento tra gli arabi sunniti e grave imbarazzo al governo iracheno, che annunciò di aver arrestato due persone responsabili della sua realizzazione e diffusione. Gli arresti non impedirono la diffusione via internet pochi giorni dopo di un terzo filmato simile al primo, ancora una volta di cattiva qualità, che mostra il cadavere di Saddam poco dopo l'esecuzione: il sudario in cui è avvolto è scostato per mostrare la testa del giustiziato innaturalmente piegata a destra con il collo segnato da con un'ampia e profonda ferita sanguinolenta.

Altre polemiche suscitò l'esecuzione della condanna a morte per impiccagione del fratellastro di Saddam Hussein, Barzān Ibrāhīm al-Tikrītī, e dell'ex-presidente del tribunale rivoluzionario iracheno, Awad al-Bandar, coimputati nello stesso processo, originariamente prevista nella stessa notte nella quale fu eseguita quella di Saddam e poi rinviata alle 03:00 (ora locale) del 15 gennaio 2007. La notizia che la corda aveva tranciato di netto il collo del primo condannato[66], facendone schiantare il corpo al suolo e rotolare la testa a diversi metri di distanza, come riferito dai giornalisti che avevano potuto visionare il video dell'esecuzione, rimasto questa volta riservato, fu accolta con orrore. Anche queste esecuzioni destarono riprovazione nella comunità internazionale.

Il 16 gennaio 2007 il presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush, la cui Amministrazione aveva in precedenza approvato senza riserve la condanna a morte e l'esecuzione di Saddam Hussein, condannò con parole molto forti le modalità dell'impiccagione: «L'esecuzione di Saddam è sembrata come una vendetta»[67] e il governo iracheno presieduto da Nūrī al-Mālikī «deve ancora maturare» e «rende difficile [per il governo USA] far passare presso il popolo americano l'idea che si tratti di un governo che voglia unificare il Paese»[67].

Le dichiarazioni di Bush furono accolte con scetticismo da chi, come Feurat Alani, inviato a Baghdad per il giornale svizzero Le Temps, sollevò il sospetto che la fretta nel liberarsi di Saddam e dei suoi più prossimi gerarchi fosse in realtà stata originata dal desiderio di metter a tacere per sempre la delicata questione dei considerevoli aiuti, anche militari e in termini di armi di distruzione di massa, forniti da Stati Uniti d'America, Francia e Regno Unito al regime di Saddam Hussein durante gli anni '80[68].

Funerale e sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein fu consegnato al capo della tribù di origine. Il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita, avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera dell'Iraq, fu sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli ʿUdayy e Qusayy e al nipote quattordicenne Muṣṭafà Hussein, figlio di Qusayy.

La tomba fu distrutta nel corso dei combattimenti tra i miliziani dell'ISIS e le forze di sicurezza irachene per il controllo di Tikrit nel marzo del 2015.[69] Il corpo era già stato rimosso l'anno precedente dai fedelissimi di Saddam per portarlo al riparo dai combattimenti, e riseppellito in un luogo sconosciuto.[70]

L'Iraq dopo Saddam Hussein[modifica | modifica wikitesto]

La caduta del regime di Saddam Hussein ed il vuoto di potere che ha lasciato in Iraq, in un Paese reduce da 24 anni di dittatura; la scarsa capacità delle forze della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti di instaurare e garantire un governo democratico e stabile; l'esplodere di tutti quei conflitti che sempre erano stati alla base della società irachena ma che erano in buona parte stati tramortiti dalla violenta repressione perpetuata dal regime; la proliferazione delle correnti islamiste, emarginate e con scarso peso politico fino a quel momento in Iraq malgrado le accuse lanciate e mai dimostrate dall'amministrazione Bush preventivamente all'intervento armato, la cui leadership era nella mani di gruppi terroristici tra cui (fino alla morte avvenuta nel 2006) spiccavano le forze armate legate ad al-Qaida e capeggiate da Abū Musʿab al-Zarqāwī; tutti questi elementi combinati hanno gettato l'Iraq in una situazione di caos e di prostrazione dalla quale a tutt' oggi, anche e soprattutto dopo la fine dell'occupazione statunitense avvenuta sul finire del 2011, non si è ancora ripresa.[50][71][72][73][74]

La coalizione si è trovata impreparata di fronte a diversi fattori che, evidentemente, non aveva considerato o aveva sottovalutato preventivamente all'invasione del Paese. L'odio della popolazione Sciita, maggioritaria in Iraq, e che era stata oppressa per oltre due decenni dal regime di Saddam, verso la minoranza sino ad allora dominante Sunnita; la potente fascinazione esercitata dai gruppi terroristici sunniti, come appunto le forze armate di al-Zarqāwī che, liberi di proliferare avvantaggiati dal clima di guerriglia e di profonda instabilità politica, sobillavano a loro volta le minoranze sunnite oppresse contro gli odiati Sciiti e contro il nemico occidentale; il crescente sentimento di avversione nei confronti delle truppe occupanti da parte della popolazione, soprattutto dalle frange più facilmente influenzabili dai gruppi islamisti, che era oltretutto esacerbato da ogni iniziativa di repressione attuata dalla coalizione; il fortissimo impatto esercitato dalle tribù locali, tanto influente in seno alle popolazioni che ne facevano parte da rendere difficilmente governabile lo Stato.[71][72][73]

L'escalation di violenze, l'intensificarsi delle lotte intestine, il proliferare dei gruppi armati islamisti, la sostanziale ingovernabilità del Paese (soprattutto rispetto a quelli che avrebbero dovuto essere i canoni occidentali trapiantati sul suolo iracheno), hanno spinto l'amministrazione Bush a varare, nel 2007, un nuovo piano d'azione (il Surge), che prevedeva al suo interno una serie di fattori (alcuni inediti) tra cui principalmente: l'invio di un nuovo ed ingente contingente di truppe; l'abbandono dei campi trincerati e isolati da cui i soldati portavano avanti le operazioni a favore di una discesa in campo a contatto, a sostegno e in stretta collaborazione con la popolazione e le milizie locali alleate; il coinvolgimento attivo di quelle frangi sunnite moderate ed avverse al terrorismo islamista; la rinuncia al perseguimento di un'immediata ed utopica democrazia occidentale trapiantata in Medio Oriente a favore di un più realistico adattamento allo stato di fatto delle cose, teso ad un obbiettivo più basico quale un ordine che fosse almeno accettabile.[72][75]

I risultati apprezzabili fatti registrare dal Surge hanno spinto l'amministrazione statunitense a dichiarare la fine dell'occupazione irachena entro il 31 dicembre 2011, cosa che è puntualmente avvenuta. È indubbio che nel momento in cui le truppe della coalizione hanno lasciato l'Iraq la situazione fosse molto migliore rispetto a quando il Surge era iniziato. Soprattutto erano state ridimensionate le ambizioni dei gruppi estremisti islamici, con la caduta di alcune roccaforti di cui si erano impossessati nel corso della guerriglia civile. Occorre rilevare tuttavia che la situazione apparentemente migliore lasciata in eredità al governo iracheno non fosse immune da punti di debolezza. Nondimeno le lacerazioni sociali alla base dell'instabilità irachena erano tuttalpiù solo dormienti, ben lungi dall'essere state risolte. A tal proposito, particolarmente dannosa è risultata la decisione del proconsole americano di sciogliere l'esercito iracheno al fine di epurarlo dagli ufficiali fedeli al vecchio partito Ba'th di Saddam Hussein, col risultato della costituzione di nuove forze armate (peraltro mai realmente costituite in senso nazionale) palesemente inadeguate a contrastare la nuova escalation dei gruppi estremisti islamici. La coalizione ha lasciato l'Iraq dopo oltre otto anni di guerra, guerriglia, devastazione e occupazione, consegnando al popolo iracheno uno stato debole ed in balia di laceramenti interni e fazioni. L'odio atavico tra gli Sciiti e i Sunniti; le crescenti pulsioni antioccidentali; le dottrine islamiste che sempre più permeavano vari strati della popolazione; un esercito debole e frammentato; una situazione che nel suo complesso non ha favorito l'insorgere di uno stato che avesse quanto meno la parvenza di una democrazia stabile.[47][71][72][76]

Una numerosa schiera di analisti concorda nell'affermare che la principale eredità che il conflitto iracheno, con la conseguente caduta di Saddam Hussein e con l'occupazione statunitense terminata nel dicembre 2011, sia stata il territorio fertile concesso alle milizie islamiste, la cui escalation repentina ha portato prepotentemente alla ribalta la realtà dell'ISIS.[71][72][77]Sorta dalle ceneri dell'ideologia del perito leader di al-Qaida in Iraq Abū Musʿab al-Zarqāwī, la dottrina alla base dello Stato Islamico, il cui leader Abū Bakr al-Baghdādī è un ex detenuto delle carceri americane in Iraq (come molti altri membri dell'ISIS), ha raccolto svariati consensi tra le minoranze sunnite oppresse, ed ha raggruppato in sé un numero sempre crescente di militanti armati che hanno schiantato l'esercito iracheno principalmente in vaste zone della parte occidentale del Paese, sino a proclamare il 29 giugno 2014, anche grazie alle conquiste territoriali ottenute a seguito del coinvolgimento nella guerra in Siria, la nascita del nuovo Califfato, lo Stato Islamico dell'Iraq e della Siria.[71][72][78][79]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze irachene[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine dei due fiumi - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine dei due fiumi

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
— 1974
Collare dell'Ordine al Merito Civile (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine al Merito Civile (Spagna)
— 1978

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ In arabo Ṣaddām significa "intrepido". Ḥusayn non è (come si potrebbe pensare) un cognome, bensì il nome del padre, sottintendendosi, come in Egitto o in Libia, il termine ibn "figlio". Non è pertanto corretto riferirsi a Ṣaddam Ḥusayn semplicemente usando il nome Ḥusayn. ʿAbd al-Majīd è quindi il nome del nonno di Ṣaddām, e al-Tikrītī è una nisba che si riferisce al luogo di origine, essendo egli nato e cresciuto in effetti nella cittadina irachena di Tikrit.
  2. ^ (Cfr. Coughlin, Saddam The Secret Life Pan Books, 2003, ISBN 0-330-39310-3).
  3. ^ Saddam's name struck off Prophet's lineage.
  4. ^ Elisabeth Bumiller (15 May 2004). "Was a Tyrant Prefigured by Baby Saddam?". The New York Times. Retrieved 2 January 2007.
  5. ^ Eric Davis, Memories of State: Politics, History, and Collective Identity in Modern Iraq, University of California Press, 2005.
  6. ^ Batatu, Hanna (1979). The Old Social Classes & The Revolutionary Movement in Iraq. Princeton University Press. ISBN 0-691-05241-7.
  7. ^ R. Stephen Humphreys, Between Memory and Desire: The Middle East in a Troubled Age, University of California Press, 1999, p. 68.
  8. ^ Humphreys, 68
  9. ^ Coughlin, Con (2005). Saddam: His Rise and Fall. Harper Perennial.
  10. ^ CNN, "Hussein was symbol of autocracy, cruelty in Iraq," 30 December 2003
  11. ^ Saddam Hussein, CBC News, 29 December 2006
  12. ^ Jessica Moore, The Iraq War player profile: Saddam Hussein's Rise to Power, PBS Online Newshour Archived 15 November 2013 at the Wayback Machine.
  13. ^ Humphreys, 78
  14. ^ a b c d e f g h i j k l m History, Sky 407. "L'evoluzione del male: Saddam Hussein"
  15. ^ Saddam, dall'ascesa alla caduta, repubblica.it.
  16. ^ a b c Saddam Hussein, il dittatore che voleva regnare sul Golfo, repubblica.it.
  17. ^ A Documentary on Saddam Hussein 5 on YouTube
  18. ^ Helen Chapin Metz (ed) Iraq: A Country Study: "Internal Security in the 1980s", Library of Congress Country Studies, 1988
  19. ^ War in Iraq: Not a Humanitarian Intervention, Human Rights Watch, 26 January 2004.
  20. ^ a b Molavi, Afshin (2005). The Soul of Iran: A Nation's Journey to Freedom (Revised ed.). England: W. W. Norton & Company. p. 152. ISBN 978-0-393-32597-3.
  21. ^ Abrahamian, Ervand (2008). A History of Modern Iran (3rd print ed.). Cambridge, U.K.: Cambridge University Press. ISBN 978-0-521-52891-7.
  22. ^ Farrokh, Kaveh. Iran at War: 1500–1988. Oxford: Osprey Publishing. ISBN 978-1-78096-221-4.
  23. ^ Fathi, Nazila (14 March 2003). "Threats And Responses: Briefly Noted; Iran-Iraq Prisoner Deal". The New York Times.
  24. ^ 22 settembre 1980. Inizia la guerra Iran-Iraq, panorama.it.
  25. ^ a b Massacro di Halabja: quando l'Onu non mosse un dito per le armi chimiche, it.ibtimes.com.
  26. ^ Saddam's Chemical Weapons Campaign: Halabja, 16 March 1988 – Bureau of Public Affairs Archived 13 January 2009 at the Wayback Machine.
  27. ^ "Toppled Saddam". toppledsaddam.org.
  28. ^ Humphreys, 105
  29. ^ Operazione Desert Storm, 25 anni fa la Prima Guerra del Golfo, rainews.it.
  30. ^ Iraq:25 anni fa guerra del Golfo, la prima in "diretta tv", ilsecoloxix.it.
  31. ^ Lawrence Freedman and Efraim Karsh, The Gulf Conflict: Diplomacy and War in the New World Order, 1990–1991 (Princeton, 1993), 331–41.
  32. ^ Thomas, Gordon, Gideon's Spies: The Secret History of the Mossad
  33. ^ Operazione Desert Storm, 25 anni fa la Prima Guerra del Golfo, rainews.it.
  34. ^ Guerra del Golfo: 25 anni fa iniziava il primo conflitto in “diretta tv”, corriere.it.
  35. ^ The Use of Terror during Iraq’s invasion of Kuwait, The Jewish Agency for Israel, 24 gennaio 2005
  36. ^ La prima guerra del Golfo, 25 anni fa, ilpost.it.
  37. ^ "Iraq surveys show 'humanitarian emergency'". 12 August 1999. Retrieved 29 November 2009.
  38. ^ Spagat, Michael (September 2010). "Truth and death in Iraq under sanctions" (PDF). Significance
  39. ^ Rubin, Michael (December 2001). "Sanctions on Iraq: A Valid Anti-American Grievance?". Middle East Review of International Affairs. 5 (4): 100–115.
  40. ^ «Oil for food» in Iraq: scandalo planetario, corriere.it.
  41. ^ "Iraqi leader's Koran 'written in blood'". BBC News, 25 September 2000
  42. ^ Saddam scores 100% in leadership ballot, theguardian.com.
  43. ^ Intervista con Hans Blix
  44. ^ Colin Powell presenta le prove all’Onu, corriere.it.
  45. ^ Iraq, 10 anni fa l'inizio della seconda guerra del Golfo, tg1.rai.it.
  46. ^ a b Nove anni in Iraq, ilpost.it.
  47. ^ a b osservatorioiraq.it, http://osservatorioiraq.it/analisi/iraq-20032011-otto-anni-dalla-caduta-di-saddam-hussein?cookie-not-accepted=1 .
  48. ^ a b nationalgeographic.it, http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2013/10/17/news/l_iraq_mezzo_milione_di_morti_dopo-1851504/ .
  49. ^ huffingtonpost.it, http://www.huffingtonpost.it/2013/03/20/iraq-dieci-anni-fa-linvasione_n_2913487.html .
  50. ^ a b nena-news.globalist.it, http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=88756 .
  51. ^ Articolo Lastampa
  52. ^ L'ex dittatore condannato per la strage di Dujail, repubblica.it.
  53. ^ a b Saddam alla sbarra, le tappe del processo, repubblica.it.
  54. ^ Bagdad, i verdetti del processo ecco il destino degli 8 imputati, repubblica.it.
  55. ^ [Iraq, autobombe al mercato: 79 morti l'ex vicepresidente sarà impiccato, in La Repubblica, 12 febbraio 2007. URL consultato il 27 aprile 2010. Iraq, autobombe al mercato: 79 morti l'ex vicepresidente sarà impiccato, in La Repubblica, 12 febbraio 2007. URL consultato il 27 aprile 2010.] .
  56. ^ Amnesty International, Iraq: Amnesty International deplora le condanne a morte emesse nel processo a Saddam Hussein, amnesty.it, 6 novembre 2006. (archiviato il 13 febbraio 2014).
  57. ^ (EN) Human Rights Watch, Iraq: Dujail Trial Fundamentally Flawed, hrw.org, 20 novembre 2006. (archiviato il 13 febbraio 2015).
  58. ^ Condanna Saddam, esultano Usa e Gb La Ue contraria all'esecuzione, repubblica.it.
  59. ^ Sentenza su Repubblica.it
  60. ^ Saddam Hussein è stato impiccato L'ultima frase: "Iracheni, restate uniti", repubblica.it.
  61. ^ Bagdad: Saddam Hussein impiccato all'alba, corriere.it.
  62. ^ Una vendetta consumata fredda, ilgiornale.it.
  63. ^ Saddam, le reazioni all'esecuzione, lastampa.it.
  64. ^ Iraq, nuovo video su Saddam Filmato il cadavere dell'ex rais, repubblica.it.
  65. ^ Resoconto basato sul video diffuso presso: Scoop.co.nz
  66. ^ IRAQ, IMPICCATI I COMPLICI DI SADDAM, altrenotizie.org.
  67. ^ a b The Guardian - Bush: Saddam execution looked like revenge killing
  68. ^ SFGate.com - Losing their heads in Iraq: Why the rush to execute?
  69. ^ Iraq, rasa al suolo la tomba di Saddam Hussein, corriere.it.
  70. ^ Distrutta a Tikrit la tomba di Saddam Hussein, lastampa.it.
  71. ^ a b c d e Loretta Napoleoni, ISIS. Lo Stato del terrore, La Feltrinelli, 2014.
  72. ^ a b c d e f History, Sky 407: "ISIS. Chi sono? Cosa vogliono?"
  73. ^ a b ilpost.it, http://www.ilpost.it/2014/01/23/guerra-iraq-3/ .
  74. ^ osservatorioiraq.it, http://osservatorioiraq.it/rapportiarmi/iraq-il-conflitto-pi%c3%b9-sanguinoso-del-secolo?cookie-not-accepted=1 .
  75. ^ affarinternazionali.it, http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=817 .
  76. ^ ilsole24ore.com, http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-04-17/isis-porte-ramadi-conseguenze-l-iraq-e-usa-102553.shtml?uuid=ABJsm5QD .
  77. ^ repubblica.it, http://www.repubblica.it/esteri/2014/06/16/news/che_cos_l_isil_isis-89129521/ .
  78. ^ rainews.it, http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/isis-stato-islamico-iraq-al-baghdadi-79d74ed1-9d09-4731-9486-40f8d43e032a.html?refresh_ce .
  79. ^ repubblica.it, http://www.repubblica.it/esteri/2014/06/29/news/iraq_jihadisti_isis_istituito_califfato_islamico-90310863/ .

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Hanna Batatu, The Old Social Classes & the Revolutionary Movement in Iraq, Princeton University Press, 1979. ISBN 0-691-05241-7
  • Claude Angeli, Stephanie Mesnier, Notre allié Saddam, Parigi, Orban, 1992, ISBN 2-85565-658-3
  • Marcella Emiliani, Leggenda nera. Biografia non autorizzata di Saddam Hussein, Milano, Guerini e Associati, 2003
  • Chris Kutschera (a cura di), Le Livre noir de Saddam Hussein, prefazione di Bernard Kouchner, Parigi, Oh! éditions, 2005, ISBN 2-915056-26-9
  • Maddalena Oliva, Fuori Fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto, Bologna, Odoya 2008. ISBN 978-88-6288-003-9.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente dell'Iraq Successore Flag of Iraq.svg
Ahmed Hasan al-Bakr 16 luglio 1979 - 9 aprile 2003 Ghazi Mashal Ajil al-Yawer
Predecessore Vicepresidente dell'Iraq Successore Flag of Iraq.svg
Hardan al-Tikrit 1968-1979 Tareq Aziz
Predecessore Segretario del Partito Ba'th (fazione irachena) Successore Baath Eagle Arabia.jpg
Ahmed Hasan al-Bakr 1979-2006 Izzat Ibrahim al-Douri
Predecessore Primo ministro dell'Iraq Successore Flag of Iraq.svg
Ahmed Hasan al-Bakr 1979-1991 Sa'dun Hammadi I
Ahmad Husayn Khudayir as-Samarrai 1994-2003 Mohammad Bahr al-Ulloum

...

II
Predecessore Presidente del Comando del Consiglio rivoluzionario Iracheno Successore
Ahmed Hasan al-Bakr 1979-2003 carica abolita
Controllo di autorità VIAF: (EN105135603 · LCCN: (ENn81024571 · ISNI: (EN0000 0001 2144 168X · GND: (DE118835300 · BNF: (FRcb119080808 (data) · NLA: (EN35764624