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Saddam Hussein

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Saddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī

صدام حسين عبد المجيد التكريتي

Saddam Hussein nel 1979

Saddam Hussein nel 1979


Presidente dell'Iraq
Durata mandato 16 luglio 1979 –
9 aprile 2003
Vice Tareq Aziz, Taha Yassin Ramadan
Predecessore Ahmed Hasan al-Bakr
Successore Jay Garner
Coalizione Fronte Nazionale Progressista

Vicepresidente dell'Iraq
Durata mandato 17 luglio 1968 –
16 luglio 1979
Predecessore Hardan al-Tikriti
Successore Tareq Aziz

Segretario regionale del Comando regionale del Partito Ba'th (fazione irachena)
Durata mandato 16 luglio 1979 –
30 dicembre 2006
Predecessore Ahmed Hasan al-Bakr
Successore Izzat Ibrahim al-Duri

Primo ministro dell'Iraq
Durata mandato 16 luglio 1979 –
23 marzo 1991
Predecessore Ahmed Hasan al-Bakr
Successore Sa'dun Hammadi

Durata mandato 29 maggio 1994 –
9 aprile 2003
Predecessore Ahmad Husayn Khudayir al-Samarra'i
Successore Mohammad Bahr al-'Ulum

Segretario generale del Comando nazionale del Partito Ba'th (fazione irachena)

Durata mandato gennaio 1992 –
30 dicembre 2006
Predecessore Michel Aflaq
Successore vacante

Dati generali
Partito politico Partito Ba'th
(1957-1966)
Partito Ba'th (fazione irachena)
(dal 1966)
Tendenza politica socialismo arabo
nazionalismo
Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza
Saddām Ḥussein ʿAbd al-Majīd al-Tikriti
Saddam Hussein.jpg
28 aprile 1937 - 30 dicembre 2006
Nato a Tikrit
Morto a Baghdad
Cause della morte Impiccagione
Luogo di sepoltura Tikrit
Dati militari
Paese servito Flag of Iraq (1991-2004).svg Iraq
Forza armata Flag of Iraq (1991-2004).svg Forze armate irachene
Anni di servizio 1973-2003
Grado Mushir
Guerre Guerra Iran-Iraq
Invasione del Kuwait
Guerra del Golfo
Guerra d'Iraq
Decorazioni Gran Maestro dell'Ordine dei due fiumi

"fonti citate nel corpo del testo"

voci di militari presenti su Wikipedia

Saddām Ḥusayn ʿAbd al-Majīd al-Tikrītī (in arabo: صدام حسين عبد المجيد التكريتي[1]; Tikrit, 28 aprile 1937Baghdad, 30 dicembre 2006) è stato un politico iracheno, leader assoluto dell'Iraq in un regime considerato dittatoriale dal 1979 al 2003, quando fu destituito durante la seconda guerra del Golfo in seguito all'invasione anglo-americana.

La data di nascita è incerta: non fu registrata e quella riportata è la data di nascita "ufficiale" diffusa sotto il suo governo. Si ritiene credibile che Hussein sia nato tra il 1935 e il 1939.[2]

Fu giustiziato il 30 dicembre 2006, in esecuzione di una sentenza di condanna a morte pronunziata da un tribunale speciale iracheno e confermata in appello per crimini contro l'umanità. La sua esecuzione ha destato scalpore e polemiche in tutto il mondo.

Saddam aveva tre figlie e due figli, ʿUdayy Saddam Hussein e Qusayy Hussein, entrambi uccisi il 22 luglio del 2003 a Mossul, insieme al figlio quattordicenne di Qusayy, Muṣṭafà, dai militari statunitensi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Saddām Hussein nacque nel villaggio di al-Awja, nel distretto iracheno di Tikrīt, da una famiglia di allevatori di ovini. Il padre, Husayn ʿAbd al-Majīd, sparì sei mesi prima della sua nascita lasciando la madre, Ṣubḥa Tulfāh al-Mussallat, sola con un figlio tredicenne malato e il nascituro Ṣaddām in grembo. Dopo la morte del fratello tredicenne, la madre cercò, in piena crisi depressiva, un'altra famiglia in cui far crescere il neonato, trasferendolo dallo zio Khayr Allāh Tulfāh. Dopo il nuovo matrimonio della madre con Ibrāhīm al-Ḥasan, da cui nacquero altri suoi fratellastri, Ṣaddām tornò a vivere con la madre e il patrigno, la cui rigidità fu il motivo principale per cui all'età di dieci anni si trasferì nuovamente a Baghdad per tornare a vivere con lo zio, Khayr Allāh Tulfāh, padre della sua futura sposa.

Durante il regime elaborò una genealogia che gli attribuiva la discendenza da al-Ḥusayn b. ʿAlī, nipote più piccolo del profeta Maometto. La genealogia fu smentita il 18 dicembre 2003 dall'insieme degli Ashrāf, istituito dopo la caduta del regime, che facevano parte del Consiglio dei sayyid (lett. "signori", ma in realtà ogni discendente di Maometto attraverso i suoi nipoti Ḥasan e Ḥusayn, termine esattamente equivalente ad Ashrāf, pl. di sharīf), riconosciuto dai dignitari di tutte le tradizioni musulmane, compresa la Hawza sciita di Najaf. In seguito, nel 2004 fu respinta anche dall'Iraqi Genealogy Authority.

Si iscrisse al Partito Ba'th (Partito della Risurrezione, di tendenze socialiste) e nel 1956 prese parte al fallito tentativo di colpo di Stato contro Re Faysal II. Il 14 luglio 1958, un gruppo nazionalista non-baʿthista d'idee repubblicane, condotto dal Generale Abd al-Karīm Qāsim (Abd el-Karim Kassem), abolì la monarchia con un colpo di Stato e giustiziò il re e il primo ministro Nūrī al-Sa‘īd. Nel 1959, dopo un tentativo fallito di assassinare Kassem, Saddam Hussein fuggì in Egitto attraverso la Grecia e il Libano e fu condannato a morte in contumacia. In Egitto conseguì un titolo di studio nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università del Cairo.

Colpo di Stato[modifica | modifica wikitesto]

Saddam Hussein tornò in Iraq a seguito del colpo di Stato militare del mese di ramadan (8 febbraio 1963), che aveva abbattuto e ucciso il generale Kassem, ma fu imprigionato nel 1964 a causa di un nuovo mutamento al vertice dello Stato iracheno causato dalla morte violenta del gen. ʿAbd al-Salām ʿĀref. Nel 1967 riuscì a evadere e nel 1968 contribuì al colpo di Stato non violento realizzato dal partito Baʿth ai danni del regime militare filo-nasseriano di ʿAbd al-Rahmān ʿĀref, fratello del precedente presidente iracheno.

Nel 1968 Saddam ottenne anche la laurea in giurisprudenza conferitagli dall'università di Baghdad. A partire da quell'anno rivestì il ruolo di vicepresidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario. Nel 1973 fu promosso al grado di generale dell'esercito iracheno, malgrado non avesse mai intrapreso alcuna carriera militare. Nel 1979 il Presidente della Repubblica Ahmed Hasan al-Bakr annunciò il suo ritiro e Saddam Hussein, imparentato con al-Bakr, lo sostituì nella carica.

Dittatura[modifica | modifica wikitesto]

Saddam nel 1988

Secolarizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Il partito Baʿth aveva un programma progressista e socialista che puntava alla modernizzazione e alla secolarizzazione dell'Iraq. Saddam Hussein si attenne alla linea del suo partito e proseguì le riforme modernizzatrici iniziate dai suoi predecessori, completando la concessione alle donne di diritti pari a quelli degli uomini, l'introduzione di un codice civile modellato su quelli dei paesi occidentali (che sostituì la Sharīʿa) e la creazione di un apparato giudiziario laico, che comportò l'abolizione delle corti islamiche.

Incaricato di sovrintendere alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera irachena (1972), Hussein il 1º giugno 1972 portò a compimento il processo di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere occidentali che avevano il monopolio sul petrolio iracheno. Utilizzò una parte consistente dei profitti petroliferi per la modernizzazione dell'economia irachena e programmi di stato sociale: affrettò la costruzione di industrie e ne seguì lo sviluppo, supervisionò la modernizzazione dell'agricoltura, conseguita con una massiccia meccanizzazione agricola e corroborata da un'ampia distribuzione di terre ai contadini, favorì una rivoluzione globale delle industrie energetiche, portando l'elettricità in tutto il Paese, promosse lo sviluppo dei servizi pubblici e dei trasporti, introdusse la sanità pubblica gratuita, avviò e perfezionò una campagna nazionale per lo sradicamento dell'analfabetismo e a favore dell'istruzione obbligatoria gratuita.

Tuttavia gran parte dei proventi petroliferi finirono negli apparati di sicurezza iracheni, responsabili di reprimere ogni opposizione interna (Hussein è sopravvissuto a numerosi colpi di Stato, tentativi di assassinio e complotti), e nell'esercito.

Guerra contro l'Iran[modifica | modifica wikitesto]

Saddam Hussein con Donald Rumsfeld, in qualità di inviato speciale dell'allora presidente statunitense Ronald Reagan, nel 1983. È disponibile il video completo.

Saddam desiderava ottenere la leadership dell'area vicino-orientale, il che lo pose in conflitto con l'Iran, dove nel 1979 era salito al potere l'ayatollah Ruhollah Khomeyni (1900 - 1989), rovesciando dal trono lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1919 - 1980). Entrambi gli Stati ambivano a un ruolo egemonico nell'area del Golfo Persico e del Vicino Oriente.

Prendendo a pretesto la questione delle frontiere fra i due Paesi (specie la discussa linea di confine che correva nello Shatt al-'Arab, fino ad allora regolamentata dall'accordo bilaterale di Algeri), l'Iraq attuò una serie di misure contro l'Iran, tra cui l'espulsione di 30.000 iracheni di origine iraniana. La crescente tensione sfociò in un conflitto armato: l'Iraq attaccò l'Iran nel 1980, dando inizio a quella che fu allora definita la Guerra del Golfo (oggi più nota come guerra Iran-Iraq), durata fino al 1988, anche se solo nel 1990 le operazioni belliche cessarono del tutto.

L'Iraq fu appoggiato sia dagli Stati Uniti - perché Khomeyni era loro notoriamente avverso - sia, ma solo parzialmente, dall'URSS, che preferiva un governo laico e socialisteggiante a uno di matrice islamica. Le truppe irachene nel periodo 1980 - 1986 avanzarono celermente nel territorio iraniano, grazie agli aiuti militari e a una discreta assistenza degli Stati Uniti, che cedettero all'Iraq le fotografie del teatro bellico riprese dai loro satelliti militari e armi tecnologicamente superiori. Furono impiegate anche armi chimiche contro la fanteria iraniana, sprovvista di maschere antigas.

L'Iran rispose con un superiore numero di soldati, che andavano all'attacco dei carri armati nemici in vere e proprie azioni suicide, e dal 1986 riuscì a organizzare un'accanita resistenza, richiamando gli iraniani ai loro più profondi sentimenti patriottici contro quello che ritenevano un aggressore. Gli iracheni nel 1988 furono ricacciati quasi interamente dal territorio iraniano, anche se il restante territorio occupato fu sgomberato solo dopo la fine del conflitto, a seguito di appositi accordi bilaterali.

Saddam Hussein accettò una tregua e la pace fu stipulata nel 1990: entrambi i paesi erano ormai stremati per la lunghissima guerra.

Guerra del Golfo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra del Golfo.
Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq

Saddam non rinunciò a svolgere un ruolo egemonico nella regione e, riprendendo le mai accantonate pretese di sovranità irachena sul territorio dell'emirato, nell'agosto 1990 invase il Kuwait, che si arrese rapidamente. È possibile che alcune allusioni dell'ambasciatrice statunitense in Iraq avessero convinto Saddam Hussein che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti in aiuto dell'Emirato.

In realtà le Nazioni Unite si affrettarono a condannare l'aggressione, mentre il presidente degli Stati Uniti d'America George Bush era autorizzato dal Congresso a utilizzare la forza militare contro le truppe irachene in Kuwait, nonostante l'autorizzazione fosse stata negata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU. L'ONU intimò all'Iraq il ritiro delle truppe dal territorio kuwaitiano entro il 15 gennaio: scaduto l'ultimatum, gli Stati membri erano autorizzati a utilizzare ogni mezzo possibile per restituire sovranità al Kuwait. Dopo mesi di negoziati infruttuosi, il 16 gennaio una coalizione guidata dagli Stati Uniti, di cui facevano parte, fra gli altri, Regno Unito, Francia, Egitto, Siria, Arabia Saudita, Italia e Canada, cominciò una devastante campagna aerea contro l'Iraq e le truppe irachene nel Kuwait.

Il raʾīs rispose lanciando missili balistici Scud-B contro città israeliane e saudite. Israele, che non faceva parte della coalizione, non entrò nel conflitto per esplicita richiesta dell'ONU e degli USA: azioni israeliane avrebbero provocato l'uscita dei Paesi arabi dalla coalizione e forse anche un allargamento del conflitto. Dopo quattro settimane di bombardamenti, cominciò la fase terrestre della campagna Desert Storm: unità arabe e dei Marines sfondarono le difese irachene nel sud del Kuwait e liberarono la capitale dopo cento ore di battaglia, mentre divisioni corazzate americane penetrarono in Iraq da occidente ed effettuarono una manovra a tenaglia che impedì all'esercito e alla Guardia Repubblicana irachena di ripiegare verso Baghdad.

Delle 40 divisioni presenti in Kuwait, solo 4 si salvarono dall'accerchiamento, tutte appartenenti alla Guardia Repubblicana, l'élite delle forze armate irachene. L'offensiva fu sospesa il 2 marzo a soli 60 km da Baghdad (al contrario della successiva invasione del 2003), perché George H. W. Bush si rese conto della pericolosità di un vuoto di potere in Iraq. Mentre in Iraq infuriavano le rivolte della popolazione sciita nel sud e di quella curda nel nord, il 3 marzo 1991 fu firmato a Ṣafwān un armistizio tra i generali alleati e iracheni, che sanciva di fatto la fine della guerra.

L'armistizio consentì al regime di domare le insurrezioni e di riprendere il controllo del Paese. Ciononostante l'Iraq uscì molto indebolito dalla guerra: le strutture militari e governative erano state devastate dai bombardamenti, buona parte dell'esercito era stata distrutta e si stima che le perdite (civili e militari) superarono il milione di morti.

Tra le due guerre[modifica | modifica wikitesto]

Saddam in uniforme

L'embargo proclamato dalle Nazioni Unite dopo la guerra pesò fortemente sull'economia irachena. La difficoltà per l'apposito ufficio dell'ONU di vagliare la rilevanza militare dei componenti elettronici e ad alto contenuto tecnologico, la cui importazione era sollecitata dall'Iraq, si trasformò in un limite agli approvvigionamenti che, tra l'altro, a lungo impedì al Paese di sfruttare appieno la sua potenzialità energetica e idrica, che in forte misura dipendevano da tali apparecchiature.

Il degrado dell'efficienza industriale fu notevole e ne pagò le conseguenze la popolazione civile, mentre la componente militare del regime iracheno fu messa al riparo col massimo dell'impegno possibile. Nel 1996 il parlamento iracheno accettò un piano del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che autorizzava la vendita di quantità limitate di petrolio per far fronte alle necessità primarie alimentari e farmaceutiche del Paese, denominato Oil for food (petrolio in cambio di cibo).

Nel novembre del 2000 Saddam chiese che il petrolio iracheno fosse pagato in euro anziché in dollari, forse perché gran parte delle importazioni irachene avvenivano dai paesi europei, ma più probabilmente per tentare di indebolire la moneta statunitense, la cui domanda sarebbe sostenuta soprattutto dalla compravendita del greggio, proteggendone il cambio dalla svalutazione.

In base ai rapporti ufficiali, la popolarità di Saddam Hussein rimase comunque molto alta tra la popolazione irachena, convinta dalla propaganda del regime che le sofferenze patite scaturissero dalle decisioni vessatorie assunte dalle Nazioni Unite. Nel 2002 un referendum sulla riconferma di Saddam Hussein come leader dello Stato iracheno segnò il 100% di voti favorevoli. D'altra parte, Hussein era l'unico candidato e il voto era obbligatorio.

Guerra d'Iraq e crollo del regime[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra d'Iraq.
La statua di Saddam a piazza Firdos viene abbattuta dopo l'invasione americana

Accusato di non aver adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale e di possedere ancora armi nucleari, chimiche e biologiche, mai trovate però dagli ispettori dell'ONU[3], e di collusione con il terrorismo internazionale islamista, l'Iraq fu nuovamente attaccato. Il 19 marzo 2003 300.000 soldati statunitensi e britannici invasero da sud l'Iraq, dando il via all'operazione Iraqi Freedom con l'obiettivo di disarmare e distruggere il regime di Saddam.

Dopo pochi giorni di guerra le truppe britanniche conquistarono la penisola di al-Faw e Umm Qaṣr; la 3a Divisione di Fanteria e la 2a Divisione dei Marines arrivarono alle porte di Baghdad il 2 aprile. Il 3 aprile cominciò la battaglia per la conquista dell'Aeroporto Internazionale Saddam a sud-ovest della capitale irachena: secondo un ex soldato della Guardia Repubblicana Hussein avrebbe partecipato ai combattimenti. Il 5 aprile lo scalo era totalmente sotto il controllo americano e unità da ricognizione entrarono per la prima volta a Baghdad, incontrando scarsa resistenza.

Il 6 aprile cominciò la battaglia di Baghdad con violenti scontri tra fedayyin e statunitensi. Il 9 aprile la capitale irachena cadde e i Marines entrarono vittoriosi nella piazza del Paradiso, dove abbatterono in diretta mondiale la statua di Saddam Hussein. Il 15 aprile le truppe statunitensi conquistarono Tikrit, ultimo bastione di Saddam. Il 1º maggio 2003, il presidente George W. Bush proclamò la fine dei combattimenti in Iraq: «Nella guerra contro l'Iraq, gli Stati Uniti d'America e i suoi alleati hanno prevalso». Le truppe statunitensi iniziarono l'occupazione del territorio iracheno.

Saddam Hussein dopo la cattura
Saddam all'epoca del processo.

Cattura, processo e condanna[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante l'emergere di una violenta e sanguinosa insurrezione condotta dalla resistenza irachena sunnita con azioni di guerriglia (ovvero, secondo un altro punto di vista, l'insorgere di gruppi terroristici dediti ad azioni terroristiche), tra cui spiccò per violenza l'organizzazione guidata da Abū Musʿab al-Zarqāwī, leader di al-Qaida in Iraq, l'ex presidente iracheno fu catturato da soldati statunitensi in un villaggio nelle vicinanze di Tikrīt il 13 dicembre 2003 in un piccolo bunker scavato sottoterra durante l'Operazione Alba Rossa[4].

Sottoposto a processo dal 19 ottobre 2005 da un tribunale iracheno assieme ad altri sette imputati, fra cui il fratellastro, tutti ex gerarchi del suo regime, per crimini contro l'umanità in relazione alla strage di Dujail del 1982 (148 sciiti uccisi), il 5 novembre 2006 fu condannato a morte per impiccagione, ignorando la sua richiesta di essere fucilato. Il 26 dicembre 2006 la condanna fu confermata dalla Corte d'appello. Con lui fu condannato a morte per impiccagione anche Awwad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario, mentre Taha Yassin Ramadan, vice presidente, fu condannato prima all'ergastolo, poi all'impiccagione.

In Iraq e nel Vicino Oriente la sentenza provocò reazioni contrastanti. Curdi e sciiti si rallegrarono: il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato «La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo Paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero». I sunniti manifestarono contro il verdetto. I tradizionali nemici di Saddam, Iran e Kuwait, accolsero la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita tennero un basso profilo, per non irritare gli Stati Uniti e le opinioni pubbliche interne, eccezion fatta per la Libia.

Anche in Occidente si ebbero giudizi fortemente contrastanti. George W. Bush, presidente degli Stati Uniti, espresse la sua completa soddisfazione, definendo la sentenza «una pietra miliare sulla strada della democrazia». Al contrario i governi dei Paesi dell'Unione europea, pur approvando il verdetto di colpevolezza, ribadirono la loro contrarietà di principio alla pena capitale, incluso quello italiano: Massimo D'Alema dichiarò «Siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei». Molti governi europei suggerirono all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa[5].

Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie, tra le quali Amnesty International[6] e Human Rights Watch[7], criticarono la condanna a morte e lo stesso svolgimento del processo, che non avrebbe sufficientemente tutelato i diritti della difesa e che sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e, indirettamente, da parte dell'Amministrazione statunitense.

Secondo l'agenzia di stampa Reuters l'esecuzione per impiccagione di Saddam Hussein fu eseguita alle 6:00 ora locale (le 4:00 italiane) del 30 dicembre 2006, data che coincideva con la festa del sacrificio, la maggiore solennità islamica.

Il video dell'esecuzione[modifica | modifica wikitesto]

Nelle ore successive alla morte, i media di tutto il mondo, a cominciare dalla televisione di Stato dell'Iraq, al-ʿIrāqiyya, hanno trasmesso un filmato dei momenti immediatamente precedenti all'esecuzione, che mostra Saddam Hussein, apparentemente tranquillo, giungere al patibolo, dove gli è applicato un grosso cappio intorno al collo. Il video si interrompe poco prima che la botola sotto i piedi di Saddam Hussein sia aperta. Più tardi sono stati diffusi altri due filmati, di cattiva qualità: il primo dei quali mostra il cadavere del condannato parzialmente avvolto in un lenzuolo bianco, con il volto visibile, livido e sanguinante, mentre è portato via dal luogo dell'esecuzione; il secondo filmato, l'unico dotato di traccia audio, ripreso verosimilmente con un telefono cellulare dai piedi del patibolo, mostra l'intera sequenza dell'esecuzione.

In quest'ultimo video[8] è possibile seguire, con angolazione dal basso, gli stessi eventi ripresi nel primo video: si odono chiaramente i presenti inneggiare a Muqtada al-Sadr non appena il condannato è lasciato solo dal boia in piedi sulla botola chiusa e con il cappio già stretto al collo. Il condannato replica pronunciando a propria volta il nome Muqtada con tono ironico e chiedendo a chi lo insulta, con aria di sfida, se creda in tal modo di comportarsi da uomo. Alcuni secondi dopo Saddam inizia, nel silenzio, a pronunciare ad alta voce la professione di fede islamica che, dopo pochi secondi, è interrotta all'incipit del secondo versetto dall'apertura della botola che, con uno stridore metallico, fa precipitare il suo corpo e tendere la corda. Seguono alcuni confusi fotogrammi, che mostrano l'inneggiare dei presenti all'avvenuta esecuzione dell'ex presidente iracheno e, poco dopo, le immagini ne inquadrano il volto, mentre, ormai morto, pende appeso al cappio.

La diffusione dei due filmati, in particolare quello nel quale è evidente lo scherno e l'oltraggio cui venne sottoposto il condannato poco prima dell'esecuzione, provocò notevole scandalo internazionale, profondo risentimento tra gli arabi sunniti e grave imbarazzo al governo iracheno, che annunciò di aver arrestato due persone responsabili della sua realizzazione e diffusione. Gli arresti non impedirono la diffusione via internet pochi giorni dopo di un terzo filmato simile al primo, ancora una volta di cattiva qualità, che mostra il cadavere di Saddam poco dopo l'esecuzione: il sudario in cui è avvolto è scostato per mostrare la testa del giustiziato innaturalmente piegata a destra con il collo segnato da con un'ampia e profonda ferita sanguinolenta.

Altre polemiche suscitò l'esecuzione della condanna a morte per impiccagione del fratellastro di Saddam Hussein, Barzān Ibrāhīm al-Tikrītī, e dell'ex-presidente del tribunale rivoluzionario iracheno, Awad al-Bandar, coimputati nello stesso processo, originariamente prevista nella stessa notte nella quale fu eseguita quella di Saddam e poi rinviata alle 03:00 (ora locale) del 15 gennaio 2007. La notizia che la corda aveva tranciato di netto il collo del primo condannato, facendone schiantare il corpo al suolo e rotolare la testa a diversi metri di distanza, come riferito dai giornalisti che avevano potuto visionare il video dell'esecuzione, rimasto questa volta riservato, fu accolta con orrore. Anche queste esecuzioni destarono riprovazione nella comunità internazionale.

Il 16 gennaio 2007 il presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush, la cui Amministrazione aveva in precedenza approvato senza riserve la condanna a morte e l'esecuzione di Saddam Hussein, condannò con parole molto forti le modalità dell'impiccagione: «L'esecuzione di Saddam è sembrata come una vendetta»[9] e il governo iracheno presieduto da Nūrī al-Mālikī «deve ancora maturare» e «rende difficile [per il governo USA] far passare presso il popolo americano l'idea che si tratti di un governo che voglia unificare il Paese»[9].

Le dichiarazioni di Bush furono accolte con scetticismo da chi, come Feurat Alani, inviato a Baghdad per il giornale svizzero Le Temps, sollevò il sospetto che la fretta nel liberarsi di Saddam e dei suoi più prossimi gerarchi fosse in realtà stata originata dal desiderio di metter a tacere per sempre la delicata questione dei considerevoli aiuti, anche militari e in termini di armi di distruzione di massa, forniti da Stati Uniti d'America, Francia e Regno Unito al regime di Saddam Hussein durante gli anni '80[10].

Funerale e sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein fu consegnato al capo della tribù di origine. Il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita, avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera dell'Iraq, fu sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli ʿUdayy e Qusayy e al nipote quattordicenne Muṣṭafà, figlio di Qusayy.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze irachene[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine dei due fiumi - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine dei due fiumi

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
— 1974
Collare dell'Ordine al Merito Civile (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Collare dell'Ordine al Merito Civile (Spagna)
— 1978

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ In arabo Ṣaddām significa "intrepido". Ḥusayn non è (come si potrebbe pensare) un cognome, bensì il nome del padre, sottintendendosi, come in Egitto o in Libia, il termine ibn "figlio". Non è pertanto corretto riferirsi a Saddam Hussein semplicemente usando il nome Ḥusayn. ʿAbd al-Majīd è quindi il nome del nonno di Ṣaddām, e al-Tikrītī è una nisba che si riferisce al luogo di origine, essendo egli nato e cresciuto in effetti nella cittadina irachena di Tikrit.
  2. ^ (Con Coughlin, Saddam The Secret Life Pan Books, 2003, ISBN 0-330-39310-3).
  3. ^ Intervista con Hans Blix
  4. ^ Articolo Lastampa
  5. ^ Sentenza su Repubblica.it
  6. ^ Amnesty International, Iraq: Amnesty International deplora le condanne a morte emesse nel processo a Saddam Hussein, amnesty.it, 6 novembre 2006. (archiviato il 13 febbraio 2014).
  7. ^ (EN) Human Rights Watch, Iraq: Dujail Trial Fundamentally Flawed, hrw.org, 20 novembre 2006. (archiviato il 13 febbraio 2015).
  8. ^ Resoconto basato sul video diffuso presso: Scoop.co.nz
  9. ^ a b The Guardian - Bush: Saddam execution looked like revenge killing
  10. ^ SFGate.com - Losing their heads in Iraq: Why the rush to execute?

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Hanna Batatu, The Old Social Classes & the Revolutionary Movement in Iraq, Princeton University Press, 1979. ISBN 0-691-05241-7
  • Claude Angeli, Stephanie Mesnier, Notre allié Saddam, Parigi, Orban, 1992, ISBN 2-85565-658-3
  • Marcella Emiliani, Leggenda nera. Biografia non autorizzata di Saddam Hussein, Milano, Guerini e Associati, 2003
  • Chris Kutschera (a cura di), Le Livre noir de Saddam Hussein, prefazione di Bernard Kouchner, Parigi, Oh! éditions, 2005, ISBN 2-915056-26-9
  • Maddalena Oliva, Fuori Fuoco. L'arte della guerra e il suo racconto, Bologna, Odoya 2008. ISBN 978-88-6288-003-9.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente dell'Iraq Successore Flag of Iraq.svg
Ahmed Hasan al-Bakr 16 luglio 1979 - 9 aprile 2003 Ghazi Mashal Ajil al-Yawer
Predecessore Vicepresidente dell'Iraq Successore Flag of Iraq.svg
Hardan al-Tikrit 1968-1979 Tareq Aziz
Predecessore Segretario del Partito Ba'th (fazione irachena) Successore Baath Eagle Arabia.jpg
Ahmed Hasan al-Bakr 1979-2006 Izzat Ibrahim al-Douri
Predecessore Primo ministro dell'Iraq Successore Flag of Iraq.svg
Ahmed Hasan al-Bakr 1979-1991 Sa'dun Hammadi I
Ahmad Husayn Khudayir as-Samarrai 1994-2003 Mohammad Bahr al-Ulloum

...

II
Predecessore Presidente del Comando del Consiglio rivoluzionario Iracheno Successore
Ahmed Hasan al-Bakr 1979-2003 carica abolita
Controllo di autorità VIAF: (EN105135603 · LCCN: (ENn81024571 · ISNI: (EN0000 0001 2144 168X · GND: (DE118835300 · BNF: (FRcb119080808 (data)