Stato di emergenza

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Lo stato di emergenza è una misura adottata da un governo in caso di un pericolo imminente che minaccia la nazione. Alcune delle libertà fondamentali possono essere limitate, come ad esempio la libertà di movimento o la libertà di stampa. La dichiarazione di stato di emergenza solitamente avviene quando si verifica un disastro naturale, durante periodi di disordini civili o a seguito di una dichiarazione di guerra. L'equivalente del diritto romano è il Justitium.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

L'articolo 4 della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite del 1966 regola lo stato di emergenza a livello del diritto internazionale. Essa prevede in particolare che:[1]

4.1 In caso di pericolo pubblico eccezionale, che minacci l'esistenza della nazione e venga proclamato un atto ufficiale, gli Stati parti del presente Patto possono prendere misure le quali deroghino agli obblighi imposti dal presente Patto, nei limiti in cui la situazione strettamente lo esiga, e purché tali misure non siano incompatibili con gli altri obblighi imposti agli Stati medesimi dal diritto internazionale e non comportino una discriminazione fondata unicamente sulla razza, sul colore, sul sesso, sulla lingua, sulla religione o sull'origine sociale. (...)


4.3 Ogni Stato parte del presente Patto che si avvalga del diritto di deroga deve informare immediatamente, tramite il Segretario generale delle Nazioni Unite, gli altri Stati parti del presente Patto sia delle disposizioni alle quali ha derogato sia dei motivi che hanno provocato la deroga. Una nuova comunicazione deve essere fatta, per lo stesso tramite, alla data in cui la deroga medesima viene fatta cessare.

La Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite può esaminare gli elementi costitutivi della minaccia pubblica invocata ed eventualmente sollecitare l'elaborazione di relazioni speciali. È stata sviluppata nel 1981 una dichiarazione relativa all'interpretazione di questo articolo. L'Egitto, tra gli altri, è stato più volte ripreso per il suo continuo ricorso allo stato di emergenza dal 1981.[2]

La proclamazione dello stato di emergenza non deroga da taluni diritti fondamentali e divieti assoluti, tra cui in particolare il "diritto alla vita", divieto di tortura e trattamenti inumani e degradanti, la schiavitù e la servitù e la "libertà di pensiero, coscienza e religione".

In Italia[modifica | modifica sorgente]

In Italia, lo stato d'emergenza è deliberato dal Consiglio dei ministri, senza il bisogno di vagli parlamentari.

Al 30 ottobre 2013, risultano aperti 17 stati d'emergenza.[3]

Negli Stati Uniti[modifica | modifica sorgente]

Il Presidente degli Stati Uniti può unilateralmente comunicare al Congresso lo stato di emergenza, o la sua prosecuzione. La Costituzione non prevede possibilità di opposizione o ruolo del Congresso in merito.

Lo stato di emergenza decade dopo 90 giorni dalla sua proclamazione[4], e può essere rinnovato un numero illimitato di volte. Ad esempio, lo stato di emergenza verso l'Iran è in vigore dal 15 marzo 1995.

Il National Defense Order Preparadeness del 16 marzo 2012 conferisce, in caso di guerra o stato di emergenza, al Presidente, Agenzie e organi di Governo il potere di esercitare un controllo diretto delle risorse, investimenti, contratti di lavoro, forniture di materie prime e servizi, appalto, in vari settori dell'economia quali: energia, salute, trasporti, difesa, sicurezza, commercio.

Poteri simili in modo ridotto furono rifiutati dal Congresso al Presidente Harry Truman, il quale, durante la guerra di Corea, emise un ordine esecutivo in merito nel 1950.[5]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Patti internazionali sui diritti dell'Uomo. URL consultato il 17-07-2010.
  2. ^ Egypt: Extending State of Emergency Violates Rights. URL consultato il 17-07-2010.
  3. ^ Stati di emergenza aperti | Dipartimento Protezione Civile
  4. ^ Section 202(d) of the National Emergencies Act (50 U.S.C. 1622(d))
  5. ^ Proclamation No. 2914, 15 F.R. 9029 (December 19, 1950), 3 C.F.R. 99 (1953)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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