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Storia della Siria

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Siria.

Donne siriane in un dipinto del 1683 di Alain Manesson Mallet

La storia della Siria è la storia dei territori che attualmente fanno parte della Siria. Si tratta di una regione mediorientale che è stata crocevia tra il mondo mediterraneo, l'Egitto, la Persia, l'Asia Minore, e il Caucaso, traversato dalle vie commerciali verso la Cina (via della seta) e l'India.

Età antica[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio siriano fu interessato dalla cultura mesolitica dei Natufiani, sviluppatasi intorno al X millennio a.C. e che vide forse gli inizi dell'agricoltura.

Il III millennio a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Ebla.
 Mappa delle città principali della Siria nel II millennio a.C.
Mappa delle città principali della Siria nel II millennio a.C.

La città di Ebla, scoperta nel 1975 nella Siria settentrionale, fondata intorno al 3000 a.C., fu a capo alla metà del III millennio a.C. (2500-2400 a.C.) di un vasto impero che si estendeva tra il mar Rosso, l'Anatolia e la Mesopotamia, che intratteneva relazioni commerciali con i Sumeri e con l'impero di Akkad. La città venne conquistata da Sargon di Akkad intorno al 2260 a.C. Agli inizi del II millennio a.C. fiorì nuovamente come centro degli Amorriti fino alla conquista da parte degli Ittiti.

Nel territorio dell'attuale Siria, sulla riva occidentale del fiume Eufrate, si trova l'antica città-stato sumera di Mari, fiorita nel III millennio (2900-2350 a.C.) e contemporanea di Ebla.

La Siria nell'antichità[modifica | modifica wikitesto]

L'antica città di Palmira

Nel II millennio a.C. i territori siriani videro gli stanziamenti di popolazioni cananee, ed aramaiche e furono probabilmente interessati dalle migrazioni dei popoli del mare. La regione siriana fu a lungo contesa tra Egizi (XVI secolo a.C.), Assiri e Ittiti (XIV secolo a.C.).

Gli Ebrei si stabilirono nella attuale Palestina (XII-X secolo a.C.) e i Fenici lungo la costa. Gli Assiri dominarono in seguito la regione (VIII secolo a.C.-VII secolo a.C.). A partire dal 539 a.C.la Siria fece parte dell'Impero persiano e, dopo le conquiste di Alessandro Magno, dello stato seleucide. In questo periodo la Siria fu sottoposta ad un intenso processo di ellenizzazione che tuttavia non riuscì a sradicare gli idiomi autoctoni di origine semitica (fra cui il siriaco, dialetto dell'aramaico) che sopravvissero nelle zone rurali e, in minor misura, nelle città.

Dopo le conquiste di Pompeo (64 a.C.) entrò a far parte della provincia romana di Siria, con capoluogo Antiochia, che fu una delle maggiori metropoli dell'impero. In Siria (comprendente all'epoca anche l'attuale Libano, in parte inserito nella Celesiria) si sviluppò anche uno dei massimi centri di studio del diritto romano, Beritho, che contribuì alla diffusione della lingua latina fra le classi dirigenti siriache. Nel III secolo fu imperatore romano Eliogabalo, che apparteneva alla famiglia sacerdotale del santuario di Emesa.

Tra il 266 e il 272 si stabilì un regno indipendente presso la città di Palmira (nota nel II millennio a.C. col nome originale di Tadmor), la cui regina Zenobia venne infine sconfitta dall'imperatore Aureliano. Dopo la divisione dell'impero fra i figli di Teodosio I, nel 395 fece parte dell'Impero Romano d'Oriente e quindi dell'Impero bizantino fino alla conquista islamica (VII secolo). In epoca romana la regione diede i natali a molti illustri letterati, storici e filosofi, sia di espressione greca (Numenio di Apamea, Luciano di Samosata, Libanio, Giovanni Crisostomo, ecc.) che latina (Ulpiano ed Ammiano Marcellino) e siriaca (Sant'Efrem il Siro).

La Siria cristiana e islamica[modifica | modifica wikitesto]

L'interno della moschea degli Omayyadi a Damasco.

La Siria ebbe un ruolo significativo nella storia del Cristianesimo: l'episodio della Conversione di Paolo è riportato come avvenuto "sulla via di Damasco" e lo stesso apostolo fondò la chiesa di Antiochia. Nel 639 la regione venne conquistata dagli Arabi e Damasco fu il centro del califfato degli Omayyadi, e divenne uno dei più importanti centri culturali e religiosi dell'intero mondo islamico. A partire dal 750 passò sotto gli Abbasidi di Baghdad.

Nel XII secolo alcuni territori furono governati dai cavalieri crociati (Antiochia, Tripoli, Edessa) mentre i domini arabi erano suddivisi tra i Selgiuchidi nel nord e i Fatimidi a sud, e numerose città si amministravano autonomamente (come Damasco sotto i Buridi). Tra il 1174 e il 1250 fu sotto il dominio della dinastia degli Ayyubidi, sotto la quale agli inizi del XIII secolo subì l'invasione dei Mongoli. I Mamelucchi sostituirono al potere gli Ayyubidi e governarono la regione fino alla conquista ottomana. Conquistata dal sultano Selim I, nel 1517 entrò a far parte dell'Impero ottomano e venne amministrata dai "neo Mamelucchi" per conto dei sultani di Costantinopoli.

La regione iniziò una lenta decadenza, a cui contribuì la diminuita importanza delle rotte commerciali orientali in seguito alla recente scoperta dell'America. Dopo la dissoluzione dell'Impero ottomano nel 1922, il Regno Unito ottenne il Mandato della Palestina e la Francia quello sul Libano e sulla Siria.

Storia contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Il Mandato francese[modifica | modifica wikitesto]

La bandiera della Repubblica di Siria in uso tra il 1932 e il 1958

Nel 1920 era stato stabilito un regno arabo indipendente di Siria, sotto il re Faysal della famiglia hashemita, che in seguito divenne re dell'Iraq. Il 23 luglio, tuttavia, le sue forze furono sconfitte dall'esercito francese nella battaglia di Maysalun. La Lega delle Nazioni pose la Siria sotto il mandato francese e le truppe francesi la occuparono.[1]

Il 17 aprile 1936 fu firmato un trattato franco-siriano che riconosceva l'indipendenza della Repubblica della Siria, il cui primo presidente fu Hashim al-Atassi, già primo ministro con re Faysal. Il trattato tuttavia non venne ratificato e la Siria era ancora sotto il controllo francese quando scoppiò la seconda guerra mondiale in cui fu teatro di combattimenti tra le truppe del governo di Vichy e l'esercito britannico, che ne prese il controllo nel 1941. La Siria proclamò nuovamente la propria indipendenza, che venne riconosciuta a partire dal 1º gennaio 1944 e le truppe francesi si ritirarono nell'aprile del 1946. Nel 1945 la giovane repubblica si era schierata con gli Alleati, dichiarando guerra alla Germania e al Giappone.

Dall'indipendenza al 1970[modifica | modifica wikitesto]

Shukrī al-Quwwatlī (a sinistra) con al-Nāsir davanti alla folla a Damasco dopo la proclamazione della Repubblica Araba Unita, 1958
Il colonnello Adib al-Shishakli, in carica come presidente tra il 1951 e il 1954
Salah Jadid, istigatore del colpo di Stato del 23 febbraio 1966

Nonostante il rapido sviluppo economico che seguì alla dichiarazione di indipendenza, la politica siriana fu particolarmente instabile: tra il 1946 e il 1956 si ebbero ben 20 diversi governi e si discusse di quattro versioni differenti della costituzione. Nel 1948 la Siria partecipò alla guerra arabo-israeliana: l'esercito siriano fu respinto dal territorio israeliano, ma mantenne i precedenti confini, fortificandosi sulle alture del Golan. Nel 1949 il presidente siriano, Shukri al-Kuwatli, venne deposto da Husni al-Za'im, poi sostituito da Sami al-Hinnawi finché nel 1951 prese il potere il colonnello dell'esercito Adib al-Shishakli, che venne tuttavia rovesciato nel 1954 da al-Kuwatli, che con il sostegno egiziano si reinsediò alla presidenza.

Durante la crisi di Suez del 1956 fu proclamata la legge marziale e truppe siriane e irachene si schierarono in Giordania per prevenire una invasione israeliana. A novembre dello stesso anno la Siria firmò un trattato con l'Unione Sovietica, ottenendo ampi rifornimenti militari e causando la preoccupazione della Turchia.

Il 1º febbraio del 1958 il presidente siriano al-Kuwatli e quello egiziano, Jamāl ‘Abd al-Nāsir, proclamarono la fusione dei due paesi nella Repubblica Araba Unita. L'unione non ebbe tuttavia successo e il 28 settembre 1961 la Siria si divise dall'Egitto in seguito ad un colpo di Stato militare.

Vari rivolgimenti si succedettero nei successivi mesi, fino alla presa di potere l'8 marzo 1963 degli ufficiali dell'esercito siriano che facevano parte del "Consiglio Nazionale del Comando Rivoluzionario" ("Majlis Qiyāda al-Thawra", abbreviato in "CNCR"). Il controllo fu assunto dal Partito della Resurrezione Socialista Araba (partito Ba'th), attivo in Siria dalla fine degli anni quaranta, che dominava il nuovo governo.

Anche l'Iraq era controllato dal medesimo partito, in seguito ad un colpo di Stato del mese precedente e in aprile fu firmato al Cairo un accordo per l'istituzione di una federazione tra Iraq, Siria ed Egitto, che tuttavia non si concretizzò mai per i disaccordi sorti tra i membri. Nel maggio del 1964 il presidente Amīn Hāfiz che apparteneva al CNCR, promulgò una costituzione provvisoria, che prevedeva un "Consiglio Nazionale della Rivoluzione" (""Majlis al-Thawra al-Watani" o "CNR"), assemblea legislativa costituita dai rappresentanti delle organizzazioni di massa dei lavoratori, un consiglio presidenziale, al quale spettava il potere esecutivo e un gabinetto.

Il 23 febbraio del 1966, un gruppo di ufficiali dell'esercito imprigionò, con un colpo di Stato interno al partito, il presidente Hāfiz, abrogò la costituzione e designò un governo regionale del partito. Nel giugno del 1967 Israele occupò nell'ambito della guerra dei Sei giorni le alture del Golan e la sconfitta militare indebolì il regime uscito dal colpo di Stato dell'anno precedente. Si ebbero contrasti tra un'ala militare moderata e un'ala civile più estremista all'interno del partito Ba'th. Il 13 novembre del 1970 il ministro della Difesa Hāfiz al-Asad, con un colpo di Stato militare incruento, rovesciò la dirigenza civile del partito e assunse il ruolo di primo ministro.

Il governo di Hāfiz al-Asad (1970-2000)[modifica | modifica wikitesto]

Hafiz al-Asad in un ritratto ufficiale del 1987

Il nuovo primo ministro si mosse rapidamente per creare una struttura organizzativa per il suo governo e per consolidare il suo controllo. Fu nominata un'assemblea legislativa di 173 membri ("Concilio del Popolo" o "Majlis al-Shaʿb") nel quale 87 seggi (la stretta maggioranza) erano del partito Baʿth, mentre gli altri furono divisi tra le "organizzazioni popolari" e altri partiti minori. Nel marzo del 1971 il partito tenne il suo congresso ed elesse un nuovo Comitato Regionale ("Regional Command") di 21 membri, guidato dallo stesso Asad. Nello stesso mese un referendum nazionale confermò la presidenza di Asad per un periodo di 7 anni.

Nel 1972, allo scopo di ampliare la base del suo governo, Asad costituì il Fronte Nazionale Progressista ("Jabha al-Taqaddumī al-Watanī"), una coalizione di partiti guidata dal partito Baʿth. Si tennero inoltre elezioni per i concili locali dei 14 governatorati della Siria. Nel marzo del 1973 fu promulgata una nuova costituzione, presto seguita da regolari elezioni parlamentari per il Consiglio del Popolo, le prime dal 1962. La Siria di al-Asad si configurò in breve come "Stato canaglia", punto di riferimento del radicalismo arabo e sostenitore di gruppi terroristi, specie palestinesi, come il FPLP-CG e l'Organizzazione Abū Niḍāl.

Il 6 ottobre del 1973 la Siria e l'Egitto iniziarono la guerra del Kippur con un attacco a sorpresa delle forze israeliane, ma vennero contrastati efficacemente dopo una prima fase negativa per Tel Aviv e Israele mantenne l'occupazione delle alture del Golan (territori occupati). Nel 1976 la Siria intervenne nella guerra civile libanese, inviando 40.000 uomini a protezione dei cristiani maroniti, sotto il nome di Forza Araba di Dissuasione (FAD) e continuò tale presenza allo scopo di acquisire il controllo sul Libano e di destabilizzare i confini settentrionali di Israele con le fazioni libanesi sue alleate, e indebolire l'OLP di Yāsir ʿArafāt, contro il quale Asad si scontrò frequentemente.

Da destra a sinistra: Hafiz al-Asad, Mu'ammar Gheddafi e Anwar al-Sadat firmano nel 1971 l'accordo di costituzione della Federazione delle Repubbliche Arabe.
La bandiera nazionale della Siria, in uso dal 1980. Precedentemente era stata adottata come proprio vessillo dall'ex Repubblica Araba Unita dal 1958 al 1961.

Nel 1990 la guerra civile cessò con gli Accordi di Ta'if, organizzato dall'Arabia Saudita ma voluto dalla stessa Siria che, tuttavia, vi mantenne il proprio esercito fino al 2005 con quella che fu vista da molti come una vera e propria occupazione militare, influenzando fortemente la politica libanese.

Inoltre dopo la fine della guerra civile, circa un milione di lavoratori siriani emigrò in Libano per trovare impiego nelle opere di ricostruzione del paese e secondo alcuni l'incoraggiamento da parte della Siria a questa emigrazione potrebbe essere interpretato come un tentativo di colonizzazione. Le economie dei due paesi sono fortemente inter-dipendenti e nel 1994 su pressione del governo siriano circa 200.000 siriani immigrati ottennero la cittadinanza libanese.

Tra il 1971 e il 1977 al-Asad partecipò al tentativo di creare una Federazione delle Repubbliche Arabe con Egitto e Libia. Negli anni ottanta la Siria si schierò a favore dell'Iran nella guerra Iran-Iraq e venne quindi isolata all'interno del mondo arabo, dove prevalenti erano i timori per un rafforzamento della rivoluzione khomeinista.

Tra il 1976 e la soppressione nel 1982, i Fratelli Musulmani condussero una rivolta armata contro il regime laico del partito Ba'th, che fu annientata da al-Asad in una sanguinosa repressione culminata nel bombardamento della città di Hama, centro dell'opposizione fondamentalista. L'azione causò decine di migliaia di morti e feriti. La partecipazione della Siria alla prima guerra del Golfo nel 1991 al fianco della coalizione multinazionale contro l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein comportò un netto cambiamento nelle relazioni internazionali con gli altri Stati arabi e con il mondo occidentale. La Siria partecipò nel 1991 alla Conferenza multilaterale di pace per il Medio Oriente tenutasi a Madrid e negli anni novanta intavolò trattative di pace con Israele, che tuttavia non giunsero mai a conclusione.

Il governo di Bashār al-Asad prima della guerra (2000-2011)[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente Bashār al-Asad ritratto nel 2004

Dopo la morte di Hāfiz al-Asad il 10 giugno del 2000, il parlamento modificò la costituzione in merito all'età minima per la carica presidenziale, permettendo al figlio di Asad, Bashār, di partecipare alle elezioni per la massima carica del partito e di venire eletto con il 97,29% dei voti secondo le statistiche ufficiali. Dopo l'11 settembre 2001 la Siria venne inclusa nella cosiddetta "asse del male" dagli Stati Uniti. Bashār al-Asad si oppose all'invasione americana dell'Iraq nel 2003 e venne accusato dagli USA di finanziamenti alla guerriglia irachena. Il 5 ottobre del 2003 Israele bombardò una località non lontana da Damasco, sede di membri della Jihad islamica (gruppo fondamentalista autore di numerosi attentati terroristici soprattutto ai danni di Israele), colpevoli di un attacco alla città israeliana di Haifa che aveva fatto 19 morti. La Jihad islamica sostenne che il campo non era in uso e che era stata invece bombardata un'area civile.

Nel 2004 i Curdi siriani protestarono per una serie di violenze subite nel nord-est della Siria a partire dal 12 marzo, sostenendo il coinvolgimento del governo negli attacchi. I disordini riguardarono le città di Qameshli e Hassakeh. Nel 2005 il governo siriano fu chiamato in causa quale mandante dell'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafīq Ḥarīrī, e le pressioni internazionali indussero la Siria a far rientrare in patria le proprie forze armate che stazionavano in Libano fin dal 1976.

La guerra civile (2011-in corso)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile siriana.

Gli inizi (2011-2013)[modifica | modifica wikitesto]

Nel febbraio del 2011, nell'ambito della primavera araba, hanno luogo le prime manifestazioni di protesta contro il governo. A partire da marzo in diverse città queste manifestazioni vengono represse nel sangue, provocando centinaia di morti. A giugno si hanno le prime manifestazioni di dimostranti armati, che uccidono membri delle forze governative e si impadroniscono di depositi di armi. Il mese successivo un gruppo di ufficiali disertori forma l'Esercito Siriano Libero (ESL), trasformando così la rivolta in una guerra civile. Ad agosto gruppi dell'opposizione in esilio creano il Consiglio nazionale siriano con sede a Istanbul. A ottobre l'ESL organizza una serie di attacchi a Homs, e l'esercito non è in grado di sedare la rivolta. Il presidente Assad cerca di fermare la rivolta facendo concessioni, fra cui la liberazione di centinaia di detenuti politici e l'approvazione, a seguito di un referendum boicottato dalle opposizioni, di una nuova costituzione multipartitica. La rivolta prosegue, e mentre l'ESL conquista altre città, nuovi gruppi armati si formano, fra cui al-Nusra, branca siriana di al-Qaeda con stretti legami con la controparte irachena Stato Islamico in Iraq, già armata e addestrata da dieci anni di guerra contro il governo iracheno e la coalizione multinazionale. Il governo siriano viene accusato di fare uso di milizie irregolari per ritorsioni crudeli contri ribelli e civili, allo scopo di proteggere l'esercito da accuse di violazioni dei diritti umani. In seguito a varie stragi perpetrate da queste milizie, molti Paesi iniziano a supportare attivamente i gruppi ribelli. Fra questi Paesi vi sono la Turchia, che supporta l'opposizione moderata dell'ESL, e i Paesi del Golfo Persico, che finanziano i gruppi salafiti. Russia e Iran cominciano invece a supportare il governo dell'alleato Assad.
Nel luglio del 2012 i ribelli cercano di conquistare la roccaforte filogovernativa di Aleppo e la capitale Damasco. Nel primo caso ha inizio una guerra di posizione che durerà quattro anni, nel secondo i ribelli vengono respinti dopo diversi mesi verso i quartieri periferici a seguito di sanguinose battaglie. Intanto i due principali partiti politici del Kurdistan siriano creano un organo politico unitario (il Comitato Supremo Curdo) e una forza armata (le Unità di Protezione Popolare, o YPG), con la quale danno inizio alla liberazione del territorio curdo siriano, che l'esercito abbandona senza quasi combattere.

L'ascesa delle fazioni islamiste (2013-2014)[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 2013 gli estremisti di al-Nusra ottengono importanti successi nel nord e nell'est del Paese, impadronendosi di un importante deposito di armamenti, di un valico di confine con l'Iraq e delle città di Deir ez-Zor e Raqqa, che diventerà poi la capitale dello Stato Islamico.
A partire da aprile l'esercito governativo riprende terreno grazie all'accresciuto supporto dell'Iran e all'afflusso di miliziani sciiti libanesi di Hezbollah, che da questo momento affiancheranno le truppe regolari.

Ad aprile il leader dello Stato Islamico in Iraq Abu Bakr al-Baghdadi annuncia la fusione del suo gruppo e di al-Nusra nel neonato Stato Islamico dell'Iraq e dello Sham (ISIS), decisione che però viene respinta tanto dal leader di al-Nusra quanto da quello di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri. Col tempo, tuttavia, sempre più miliziani di al-Nusra passano all'ISIS, dividendo in due la fazione islamista della ribellione.
A luglio l'ISIS, affiancato da al-Nusra, dichiara guerra ai settori laici della ribellione, cominciando gli scontri sia con l'ESL che con le YPG curde, nel primo caso con un certo successo, nel secondo senza.

Fra luglio e agosto le forze governative riprendono quasi del tutto Homs e avanzano a Damasco, dove viene registrato l'utilizzo di armi chimiche. L'atto, attribuito non senza polemiche e smentite al regime di Assad, viene fermamente condannato dall'ONU e, poiché il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva fissato l'utilizzo di armi chimiche come linea rossa da non oltrepassare per evitare una reazione militare internazionale, l'intervento americano sembra imminente. Tale prospettiva è evitata quando il 14 settembre viene raggiunto un accordo sulla distruzione dell'arsenale chimico siriano, con libero accesso ai depositi per il personale ONU.

Nel gennaio 2014 si apre a Ginevra una conferenza di pace a cui partecipano, oltre a numerosi Stati e organizzazioni internazionali, governo siriano, coalizione nazionale siriana e fronte curdo, mentre le formazioni islamiste rifiutano il dialogo. La conferenza arriva a concordare una tregua umanitaria di una settimana a Homs, ma nessun accordo politico viene raggiunto.

Intanto l'ISIS conquista la provincia irachena dell'Anbar, al confine con la Siria, e si registrano i primi scontri fra al-Nusra e l'ISIS.
Nei mesi successivi l'esercito regolare ottiene diversi successi. A maggio si tengono le prime elezioni presidenziali multipartitiche, boicottate dai ribelli e condannate dai governi occidentali. Assad viene riconfermato con l'88,7% dei voti e un'affluenza dichiarata al 73,42%.

L'assalto dello Stato Islamico (2014-2015)[modifica | modifica wikitesto]

A giugno l'ISIS prende il controllo con un'offensiva lampo di tutto l'Iraq occidentale, conquistando l'importante città di Mosul e arrivando a pochi chilometri dalla capitale Baghdad. L'organizzazione estremista, ora a capo di un'ampio territorio a cavallo fra Siria e Iraq, si impadronisce anche di armi e denaro e libera numerosi detenuti che si uniscono alle sue fila. Il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi proclama il 29 giugno la nascita dello Stato Islamico (IS), o Califfato, e invita tutti i musulmani ad aderirvi. Con i nuovi mezzi a sua disposizione, l'IS ottiene diversi successi sul fronte siriano, sia contro gli altri gruppi ribelli che contro il governo. L'eco internazionale dell'avanzata fulminante dell'IS spinge gli Stati Uniti a porsi alla guida di una coalizione internazionale avente lo scopo di contrastare l'organizzazione estremista, cercando nel contempo di non rafforzare Assad. A settembre cominciano così i bombardamenti, sia in territorio iracheno che siriano, di postazioni dello Stato Islamico e di al-Nusra, che spingono però l'ESL a firmare un patto di non aggressione con queste due organizzazioni, per evitare che il loro indebolimento aiuti l'esercito regolare.

Fra il settembre 2014 e il gennaio 2015 ha luogo la battaglia di Kobane, che vede le forze curde contrastare l'avanzata dell'IS, costringendolo a ripiegare sui soli territori a maggioranza etnica araba.
A febbraio del 2015 per la prima volta elementi dell'esercito iraniano affiancano le truppe regolari nei combattimenti. A marzo numerosi gruppi jihadisti fra cui al-Nusra (ma non lo Stato Islamico) formano una coalizione chiamata Jaish al-Fatah.
A maggio l'ISIS entra a Palmira, dopo che la maggior parte dei reperti archeologici sono stati evacuati per metterli in salvo dal gruppo iconoclasta.
Nel mese di giugno nel nord del Paese le forze curde ottengono importanti successi contro l'ISIS, arrivando a tagliare le linee di approvigionamento dell'ISIS dalla Turchia e unificando i territori sotto il loro controllo.

L'intervento russo (2015-2016)[modifica | modifica wikitesto]

Il 30 settembre 2015 la Russia comincia i bombardamenti aerei delle posizioni ribelli (sia dell'ISIS che dell'ESL e di al-Nusra), dando luogo a una modifica dei rapporti di forza in campo a favore delle forze fedeli ad Assad. Ciò irrita la Turchia, sponsor dei ribelli, che a novembre arriva ad abbattere un aereo da guerra russo, innescando una dura crisi diplomatica fra i due Paesi. Fra la fine del 2015 e l'inizio del 2016, la contemporanea (e probabilmente coordinata) avanzata delle forze curde e dell'esercito regolare contro i gruppi ribelli non jihadisti rischia di provocare la disfatta delle forze ribelli nel nord. Davanti a questa eventualità, la Turchia bombarda le posizioni curde e minaccia l'invio del proprio esercito oltre il confine. Per evitare questo scenario, le truppe curde sospendono l'offensiva verso Azaz.
L'11 febbraio Stati Uniti e Russia organizzano a Monaco di Baviera una conferenza di pace che vede anche la partecipazione di Arabia Saudita e Iran. Il giorno successivo viene annunciato un accordo su un cessate il fuoco, approvato da governo siriano, forze curde e circa cento gruppi ribelli, ma che esclude le forze jihadiste dello Stato Islamico e di al-Nusra. Il cessate il fuoco entra in vigore il 25 febbraio.
I mesi successivi vedono così un netto arretramento dello Stato Islamico a vantaggio dell'esercito regolare e delle forze curde, mentre le truppe dell'ESL rimaste isolate vicino al confine turco riescono a occupare alcune delle posizioni lasciate libere dalla ritirata dell'IS a nord di Aleppo, espandendosi poi lungo un ampio tratto del confine con la Turchia.
A luglio le truppe governative assediano Aleppo, in parte ancora in mano all'ESL e agli jihadisti di Ahrar al-Sham e di al-Nusra. Nei mesi successivi falliscono vari tentativi di rompere l'assedio, e l'esercito di Assad ottiene importanti successi.
Ad agosto l'esercito regolare bombarda per la prima volta le forze curde, nella città di Hasakah, fino al raggiungimento di una tregua mediata dalla Russia.

L'intervento turco (2016-2017)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'agosto del 2016 forze ribelli sottraggono all'IS il controllo di Jarabulus, vicino al confine turco, grazie al sostegno di carri, artiglieria e truppe speciali turche, per la prima volta intervenute direttamente nel conflitto, con lo scopo sia di cacciare l'IS dalla frontiera, sia di impedire il ricongiungimento dei territori controllati dai Curdi lungo il confine.
Fra il 12 e il 19 settembre ha luogo un'altra breve tregua fra il governo e le opposizioni non jihadiste.
Il 27 novembre, in risposta a un attacco contro un check point israeliano, l'aviazione israeliana colpisce le posizioni di una brigata affiliata all'IS sulle Alture del Golan, sancendo il primo intervento israeliano contro lo Stato Islamico.
Il 15 dicembre, dopo diversi mesi di successi dell'esercito regolare ad Aleppo, viene raggiunto con Russia e Turchia un accordo per la resa degli ultimi ribelli presenti nella città. Una settimana dopo viene annunciata dopo quattro anni la fine dei combattimenti nella città, che torna interamente sotto il controllo del governo.
Il 29 dicembre entra in vigore una nuova tregua mediata da Turchia e Russia e approvata dall'ONU, che coinvolge fra gli altri governo siriano, Ahrar al-Sham e Jaish al-Islam. Nei mesi successivi la tregua globalmente regge.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Report of the Commission Entrusted by the Council with the Study of the Frontier between Syria and Iraq, su World Digital Library, 1932. URL consultato l'8 luglio 2013.
  2. ^ http://edition.cnn.com/2017/02/19/middleeast/syria-ceasefire-un-peace-talks/

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mirella Galletti, Storia della Siria contemporanea. Popoli, istituzioni e cultura, Bompiani, 2006

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]