Omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci

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Coordinate: 45°29′26.3″N 9°13′37.7″E / 45.490639°N 9.227139°E45.490639; 9.227139

Lorenzo Iannucci (a sinistra) e Fausto Tinelli

L'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (detto Iaio) fu commesso a Milano il 18 marzo 1978. Le vittime erano due ragazzi coetanei (Tinelli era nato il 25 novembre 1959 e Iannucci il 29 settembre dello stesso anno), all'epoca diciottenni, entrambi frequentatori del Centro Sociale Leoncavallo. A ucciderli furono 8 colpi di pistola esplosi in via Mancinelli n. 8. L'omicidio fu rivendicato da estremisti di destra. Il 18 marzo 2012, a 34 anni dall'omicidio, la giunta comunale ha dedicato al nome delle due vittime i giardini pubblici milanesi di Piazza Durante.[1]

Modalità dell'agguato[modifica | modifica wikitesto]

Rilievi di polizia scientifica accanto al cadavere di Lorenzo Iannucci
Celebrazione delle esequie nella chiesa di Casoretto (22 marzo)
Un momento del corteo funebre
Murales in memoria dei due ragazzi assassinati
Targa lapidea commemorativa di Piazza Durante, con intitolazione ai due giovani.

Dopo un pomeriggio trascorso con gli amici, Fausto Tinelli al Parco Lambro, Lorenzo Iannucci al parco Lambro, prima, e poi in centro con la sua ragazza, verso le 19.30 i due ragazzi si incontrano alla Crota Piemunteisa di via Leoncavallo, uno dei luoghi di ritrovo abituale dei giovani del centro sociale. Nella sala biliardo, lo diranno poi vari testimoni, ci sono quella sera tre giovani che nessuno aveva mai visto prima. I due ragazzi si avviano per andare a cenare a casa Tinelli, come ogni sabato sera. Prevedevano di ritornare in centro alle 21 per assistervi a un concerto blues. Incamminatisi fra le 19.30 e le 19.45, giungono all'altezza di via Mancinelli alle 19.55 circa, dove, di fronte al cancello di ferro della Sir James Henderson School, sono ferme alcune persone. I due ragazzi raggiungono il gruppo in attesa nella penombra di via Mancinelli 8. C'è uno scambio di battute dei due con gli altri in attesa, a seguito del quale i tre aprono il fuoco esplodendo otto colpi di arma da fuoco prima di mettersi in fuga: due di essi hanno in mano dei sacchetti, probabilmente di plastica, usati per evitare la dispersione dei bossoli, e indossano impermeabili chiari mentre il terzo porta un giubbotto marroncino. Tutti e tre si allontanano lungo via Mancinelli. Iaio Iannucci è morto sul colpo, mentre Fausto Tinelli continuerà la sua agonia fino all'arrivo dell'autoambulanza per poi morire durante il trasporto all'ospedale. Le perizie riveleranno che tutti i proiettili provenivano da un vecchio modello di pistola del tipo Beretta 34, calibro.32 (7,65 × 17 mm Browning)[2].

Rivendicazioni[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 marzo, giorno dopo la celebrazione dei funerali, giunge a Roma una nuova rivendicazione del duplice omicidio. In quei giorni ce ne sono state altre (una persino a Palermo) tutte con sigle fasciste. La rivendicazione considerata più credibile dagli inquirenti appartiene ai terroristi neri dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) - brigata combattente Franco Anselmi (Anselmi era un neofascista romano, morto dodici giorni prima dell'omicidio, mentre tentava di rapinare un'armeria della capitale.

Tra gli appartenenti al gruppo di Anselmi c'è Massimo Carminati, un criminale che collabora con la banda della Magliana, la più potente organizzazione criminale romana, e intrattiene rapporti con i servizi segreti italiani. Tra le molte cose, Carminati sarà accusato di aver ucciso Carmine Pecorelli e di aver lavorato con due ufficiali del Sismi a un tentativo di depistaggio dell'inchiesta sulla strage di Bologna. Insieme a lui, sono sospettati anche due appartenenti allo stesso milieu politico-criminale, Claudio Bracci e Mario Corsi. Nei loro confronti ci sono alcuni indizi e le dichiarazioni dei pentiti.

L'omicidio dei due ragazzi avvenne pochi giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, che in un loro comunicato li citarono in segno di solidarietà, quali aderenti al movimento rivoluzionario, venendo però sconfessate dal centro sociale Leoncavallo [3].

Indiziati[modifica | modifica wikitesto]

Movente[modifica | modifica wikitesto]

Murales commemorativo del 2007

I due ragazzi stavano conducendo approfondite indagini (con interviste sul campo, registrate meticolosamente su nastri, poi trafugati misteriosamente dopo la loro morte) sui traffici di eroina e cocaina nel loro quartiere di Casoretto e nelle vicine zone di Lambrate e Città Studi, traffico di stupefacenti gestito da potenti ambienti della malavita organizzata e dell'estrema destra milanese.

La controinformazione condotta da alcuni giornalisti indipendenti e militanti del Centro Sociale Leoncavallo porta a individuare nel bar Pirata (centro di ritrovo dei neofascisti della zona) il luogo di ritrovo degli autori materiali dell'omicidio, ma le indagini ufficiali, condotte dal Sostituto procuratore Armando Spataro e delegate ad altri quattro sostituti procuratori, non hanno mai individuato né i mandanti né gli esecutori del delitto.

Il giornalista Mauro Brutto, del quotidiano l'Unità, si dedica per mesi a raccogliere elementi sul delitto. In novembre qualcuno gli indirizza tre colpi di pistola senza colpirlo. Pochi giorni dopo, il giornalista mostra una parte del suo lavoro ad un colonnello dei Carabinieri. Il 25 novembre, dopo cena, Brutto ha appuntamento con una sua fonte. Lo vedono entrare in un bar di via Murat, comprare due pacchetti di sigarette, uscire, attraversare la strada. A metà della carreggiata si ferma per far passare una Fiat 127 rossa. In senso inverso arriva una Simca 1100 bianca che lo investe e scappa.

"La Simca sembrava puntare sul pedone", dirà nel corso della rapida inchiesta l'uomo a bordo dell'altra auto, la Fiat 127. Sparisce il borsello del giornalista, pieno di carte, forse trascinato dalle auto in corsa. Viene ritrovano vuoto qualche ora dopo, in una via vicina[4].

Furono svolte poche e veloci indagini per chiarire le circostanze che determinarono la morte del giornalista: dell'automobile che lo investe e del suo guidatore non si sa più nulla, molte cose della dinamica dell'incidente non convincono, il borsello del giornalista verrà ritrovato senza il suo contenuto: documenti importanti, un vero e proprio dossier[5].

Decreto di archiviazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 settembre 1999, il Pm di Milano Stefano Dambruoso chiede l'archiviazione del caso. Oltre all'estremista di destra Massimo Carminati, il provvedimento riguarda anche i neofascisti Claudio Bracci e Mario Corsi, accusati di quell'omicidio. Il Pm Stefano D'Ambruoso motiva la richiesta di archiviazione con l'insufficienza delle prove a carico degli indagati. Quando Mario Corsi, nel 1978, fu arrestato a Roma per l'aggressione ai danni di alcuni militanti della nuova sinistra, nella sua casa furono trovate due fotografie, una delle quali ritraeva le due vittime mentre l'altra riprendeva un momento dei loro funerali[2], che Corsi dice di aver preso dall'archivio di uno zio giornalista a Cremona. La presenza di quelle foto, per il Pm, è del tutto ingiustificata. Altre ipotesi del coinvolgimento di Corsi e del suo gruppo vengono da alcuni pentiti dell'estrema destra, uno dei quali parlò anche di una sorta di "confessione" ricevuta da Corsi durante una conversazione telefonica.

Il documento del Tribunale Civile e Penale, Ufficio Istruzione, sez. 20, N.271/80F Milano, 14 luglio 1997, Giudice Istruttore Guido Salvini, suggerisce un intreccio tra questo omicidio di e quello di Valerio Verbano, avvenuto a Roma il 22 febbraio del 1980 e rivendicato dai "NAR Avanguardia di Fuoco". Al pari di Fausto Tinelli e Iaio Iannucci, anche Valerio Verbano è stato ucciso giovanissimo e anch'egli stava raccogliendo materiali sull'estrema destra ed i suoi traffici.

Il decreto del 6 dicembre 2000 mette la parola fine a un'inchiesta iniziata poche ore dopo il 18 marzo 1978. La conclusione del Giudice dell'udienza preliminare presso il Tribunale di Milano, Clementina Forleo, è la seguente: "Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati, appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni".

Ipotesi di ricostruzione[modifica | modifica wikitesto]

Oltre a quanto emerge dalle conclusioni delle indagini giudiziarie, vi sono state altre ipotesi accusatorie avanzate da ambienti giornalistici o da persone vicine alle vittime.

Accusa della madre di Fausto Tinelli ai servizi segreti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2011, in un'intervista a Radio 24, la madre di Fausto ha rivolto una esplicita accusa nei confronti dei servizi segreti italiani, a suo dire mandanti dell'omicidio dei due giovani. "Negli anni ho riannodato i fili della memoria, i pezzi di un piccolo mosaico che mi ha permesso di raggiungere la vera verità che io conosco. Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell'ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti."[6].

Ipotesi sulla testimonianza 'scomoda' sul covo BR di via Montenevoso[modifica | modifica wikitesto]

Come detto, la sera dell'omicidio i due giovani si stavano recando a casa della famiglia Tinelli in via Montenevoso 9. Ma a sette metri di distanza dalla camera di Fausto (in realtà la distanza è superiore ai 12 metri, in quanto le due finestre sono separate da una strada a doppio senso di marcia con automobili posteggiate su entrambi i lati della carreggiata e un marciapiede a sinistra e uno a destra della sede stradale e inoltre la finestra dell'appartamento di Fausto si trova in una rientranza rispetto alla parete frontale dell'edificio [7]), al civico numero 8, c'è un covo delle Brigate Rosse di cui si avrà conoscenza qualche mese dopo, il 1º ottobre di 1978. gli inquirenti trovano le carte originali del memoriale di Aldo Moro, lettere scritte dallo statista, verbali del lungo interrogatorio da lui subito prima di essere ucciso. All'ultimo piano della palazzina dove abita la famiglia Tinelli c'è una mansarda trasformata in mini appartamento, da lì gli agenti dei servizi segreti controllano il covo delle Brigate Rosse. Alla Commissione Moro sarà detto che l'appartamento era stato affittato solo nel luglio del 1978, ma, secondo la madre di Fausto Tinelli, già dal gennaio del 1978 si sarebbero viste persone entrare in quella mansarda trasportando scatoloni e strane parabole. Secondo questa ricostruzione, nell'assassinio dei due giovani si delineerebbe l'invio un messaggio 'trasversale' dei servizi deviati italiani, che avrebbero avuto modo di infiltrare, o perlomeno condizionare, l'operato delle BR, oltre che l'eliminazione di un potenziale 'investigatore' (il Tinelli) che già da tempo, con i suoi più stretti compagni, osservava con acuta attenzione la realtà politica del periodo non solo in ambito milanese[non chiaro]. Come per l'assassinio di Valerio Verbano due anni dopo a Roma, è stato ipotizzato il concorso tra servizi segreti deviati e manovalanza fascista, per salvare lo status-quo della politica nazionale, fatta di intrighi, depistaggi e crimini di ogni sorta[senza fonte][non sono chiari i termini di questa ipotesi: in che modo l'omicidio dei due ragazzi poteva salvare o status-quo della politica italiana]. Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli saranno ricordati nel comunicato n. 2 delle Brigate Rosse, emesso durante il sequestro di Aldo Moro il 25 marzo 1978, a pochissimi giorni da entrambi gli eventi. A loro vien fatto riferimento come "compagni... assassinati dai sicari di regime".[8]. Come per Valerio Verbano.[non chiaro]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ I giardinetti di piazza Durante saranno dedicati a Fausto e Iaio, la Repubblica, 16 febbraio 2012. URL consultato il 18 marzo 2018 (archiviato il 18 marzo 2018).
  2. ^ a b L’omicidio di Fausto e Iaio, 40 anni fa, in Il Post, 18 marzo 2018.
  3. ^ Enrico Deaglio, Patria 1978-2010, Il Saggiatore, 2010, p. 26
  4. ^ Fausto e Iaio. "Associazione Familiari e amici di Fausto e Jaio - 1978 - Milano". Scheda a cura di Kiappo, del collettivo Borgorosso - Piacenza., reti-invisibili.net. URL consultato il 6 maggio 2010.
  5. ^ Dalla prefazione del libro "Fausto e Iaio, La speranza muore a diciotto anni", di Daniele Biacchessi, faustoeiaio.org. URL consultato il 6 maggio 2010.
  6. ^ Fausto e Iaio uccisi dai servizi segreti, Corriere della Sera, 23 febbaraio 2011. URL consultato il 17 marzo 2018 (archiviato il 20 marzo 2012).
  7. ^ da carmillaonline.com - Caro Fausto, caro Iaio, su carmillaonline.com.
  8. ^ da Archivio900.it - Finestre sul 900 italiano, su archivio900.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. Fausto e Iaio. Trent'anni dopo. Raccolta di scritti, documenti, testimonianze per non dimenticare. Costa & Nolan, 2008. ISBN 978-88-7437-083-2.
  • Daniele Biacchessi. Fausto e Iaio. La speranza muore a diciotto anni. Baldini Castoldi Dalai, 1996. ISBN 978-88-8089-094-2.
  • Giorgio Cingolani, Pino Adriano, Fausto e Iaio, in Corpi di reato. Quattro storie degli anni di piombo, Milano, Costa & Nolan, 2000, pp. 71-104, ISBN 978-88-489-0037-9.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

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