Leoncavallo (centro sociale)

Il Leoncavallo è un centro sociale autogestito di Milano fondato nel 1975, attualmente senza sede[1], posizionato fino al 1994 nel quartiere Casoretto in via Leoncavallo, strada che gli diede il nome, poi per un breve periodo in via Salomone e infine in via Watteau.
Il Leoncavallo, tramite le sue strutture, ha pubblicato diversi dischi e libri tra questi alcuni gruppi musicali hanno raggiunto un notevole successo di pubblico e critica, come nel caso di Leoncavallo Live con Bisca, 99 Posse e Almamegretta.[2]
Nella cultura di massa è considerato l'archetipo dei centri sociali, alcuni studi ne rilevano altresì le caratteristiche legate alla specifica tradizione e agenda Milanese,[3] mentre i graffiti presenti in sede sono vincolati dalla soprintendenza di Milano.[4][5]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]L'occupazione popolare
[modifica | modifica wikitesto]La prima occupazione, il 18 ottobre 1975, fu di un piccolo stabile di via Mancinelli, nella periferia nord-est della città, ad opera di alcuni "comitati di caseggiato" (in particolare di Casoretto e Lambrate), dei collettivi antifascisti della zona e Avanguardia Operaia, e di qualche esponente dei movimenti Lotta Continua e Movimento Lavoratori per il Socialismo. Erano quindi rappresentate un'ampia gamma di ideologie, dagli "ex cattolici" libertari ai marxisti-leninisti.
L'edificio, precedentemente utilizzato da tre aziende, era in stato di abbandono da anni: una volta entrati nello stabile gli occupanti si resero conto dell'enorme magazzino abbandonato adiacente, di oltre 3 600 m², che si affacciava su via Ruggero Leoncavallo e ne fecero la sede del centro sociale fino al 1994.
Il Leoncavallo si profilò quindi come una realtà di importanza cittadina ma fortemente radicato nel quartiere, in particolare all'ampia componente operaia di questo. La periferia nord-est di Milano era sede di moltissime fabbriche e veniva considerata una estensione cittadina dell'area di Sesto San Giovanni definita la "Stalingrado d'Italia". Un certo grado di dialogo si venne a creare in particolare con le realtà del quartiere e con esponenti del PSI.
Le prime attività che furono realizzate dopo la pulizia ed il restauro della struttura, oltre ai concerti ed ai laboratori artistici ed artigianali, furono una stamperia per il materiale di controinformazione, l'allestimento di un capannone a teatro per alcune compagnie teatrali, la realtà femminista "Casa delle donne", la "Scuola Popolare" per permettere di far giungere alla licenza media i lavoratori. Fu inoltre trasmessa, dal 1978 al 1980, la radio libera Radio Specchio Rosso.[6]
La lotta all'eroina e l'omicidio di Fausto e Iaio
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Negli anni seguenti l'eroina divenne un'emergenza sociale sempre più grave nelle periferie milanesi e al centro sociale venivano organizzate "ronde anti-spaccio" nel quartiere. Il 18 marzo 1978 vennero uccisi due frequentatori del centro sociale, Fausto e Iaio (Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci), a causa delle indagini sul traffico di eroina e cocaina nel quartiere che stavano portando avanti. Al centro sociale vennero stampati in una notte decine di migliaia di volantini, giunti in tutta Europa attraverso i canali del movimento.
Ai funerali, avvenuti pochi giorni dopo il sequestro Moro, parteciparono 100 000 persone. Fu deciso di sfilare con bandiere rosse e striscioni operai, ma senza i simboli dei partiti e dei movimenti.[7] Le Brigate Rosse emisero un comunicato di solidarietà per l'omicidio di Fausto e Iaio. Da quel momento le madri dei due ragazzi ed altre donne del quartiere iniziarono a partecipare alla vita del centro sociale, dando vita al gruppo delle "mamme del Leoncavallo".
La crisi del movimento operaio
[modifica | modifica wikitesto]A fine anni settanta il Leoncavallo fu partecipe delle fratture che divisero il movimento, in seguito alla radicalizzazione della lotta armata. Le attività del centro sociale divennero più frammentate, con parecchi gruppi sempre meno in contatto tra loro, seguendo la logica della non-esclusione di nessuno.
L'attività politica verterà negli anni seguenti principalmente attorno al tema della "lotta alla repressione". Si disperde nei primi anni ottanta buona parte degli occupanti della prima ora. La riconversione della periferia milanese da realtà industriale a zona sempre più residenziale portò il centro sociale a perdere progressivamente l'identità operaia e strettamente legata al quartiere che lo contraddistingueva. Movimenti giovanili e studenteschi divennero sempre più protagonisti della realtà.
Dal 1980 il gruppo immobiliare "Scotti" proprietario dello stabile cercò di riottenere l'utilizzo di gran parte della struttura, ma gli fu negato. Vinse negli anni successivi un ricorso al TAR ed uno al Consiglio di Stato, facendo leva sull'assenza del vincolo nella prima stesura del piano regolatore del 1975 e sull'attesa riconversione della vicina stazione dei tram in area per servizi, poi non avvenuta.
Nel 1983 alcune persone legate al centro vengono inquisite per collusione con i movimenti armati.[senza fonte]
Nella seconda metà degli anni ottanta il centro fu punto di riferimento, tra gli altri, di collettivi che facevano riferimento all'Autonomia Operaia.

Lo spazio musicale
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1985 il centro sociale, dopo alcune riflessioni interne, si aprì a un collettivo di giovani punk e ad appartenenti ad altre subculture giovanili minori (dark, industrial, neopsichedelici) molto lontani dagli schemi della politica esistente fino ad allora. Una parte consistente di essi era costituito da ex-occupanti del centro sociale Virus. Da tale incontro prese vita l'Helterskelter, collettivo che per alcuni anni organizzò concerti ed altre iniziative culturali negli spazi del Leoncavallo, ospitando diversi gruppi, performer e artisti di livello internazionale (D.O.A. Henry Rollins, Sonic Youth, Scream, O!Kult, Borghesia, Étant donnés).
Negli anni seguenti il centro sociale divenne un punto di riferimento della musica indipendente.[8]
Il tentato sgombero del 1989
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Nella primavera del 1989 l'immobiliare "Scotti" vendette l'area al gruppo "Cabassi", che ottenne dall'amministrazione comunale guidata da Paolo Pillitteri la decisione dello sgombero del centro sociale, al fine di demolirlo e costruire uffici e negozi.
Il 16 agosto approfittando del periodo vacanziero fu tentato lo sgombero, ma gli occupanti opposero inaspettata resistenza. Ne seguirono violenti scontri, con il lancio di centinaia di lacrimogeni nel centro sociale e gli occupanti che dal tetto dell'edificio lanciavano pietre e bottiglie molotov su carabinieri e polizia. I reparti speciali con l'esplosivo aprirono un varco nei muri ed entrarono nell'edificio. I muri interni dell'edificio vennero abbattuti, e con essi gli storici murali; nello sgombero vennero devastati tutti gli oggetti trovati all'interno del centro, compresi parecchi computer. Furono arrestate le persone presenti sul tetto e denunciati a piede libero altri 55 manifestanti che erano riusciti a fuggire in via Lambrate.
La resistenza allo sgombero, dal punto di vista dell'immaginario, costituì un formidabile volano di aggregazione giovanile e fu la base della nascita del movimento dei centri sociali in Italia.[9] Ebbe riscontri anche in Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Già a partire dai giorni seguenti l'area venne rioccupata e partì la ripulitura e ricostruzione del centro.
La scissione
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A partire dallo sgombero si creò una frattura all'interno del centro sociale tra coloro che vedevano il centro come parte di un movimento più ampio (Transiti, collettivo "Ma chi vi ha autorizzato?", cani sciolti, etc.) e coloro che volevano fare del Leoncavallo una realtà politica con leader riconosciuti (Daniele Farina) e punto di riferimento per gli altri centri sociali.
Le 26 persone accusate in particolare per l'utilizzo delle molotov furono condannate ad 1 anno e 6 mesi di carcere, con la condizionale; la sentenza concesse loro attenuanti per "aver agito per alti valori morali e sociali" e suggerì pesanti responsabilità dell'amministrazione comunale. Gran parte di coloro che furono arrestati sul tetto facevano parte dell'ala più collettivista e si allontanarono dal Leoncavallo quando prevalse la linea del secondo gruppo.
Al pari di altri centri sociali che sono venuti dopo e in altre città, la non tolleranza dell'attività di spaccio, di droghe leggere e pesanti, dentro e fuori lo spazio, pertinenze incluse, sarà una costante che tra un'emergenza e l'altra accompagnerà la storia del centro per tutta la sua esistenza.[10][11]
Inizialmente i seguaci di Farina portarono il Leoncavallo ad una pratica di violenza di piazza che culminò negli scontri del primo maggio 1991 in piazza del Duomo. Gradualmente però, venuta meno l'esigenza di mantenere una leadership dentro e fuori il Leoncavallo con una "immagine rivoluzionaria" e creatasi invece una lunga lista di denunce nei loro confronti, i seguaci di Farina rimisero in discussione le loro modalità d'azione e le loro alleanze.
L'avvicinamento a posizioni nonviolente portò ad un ripensamento critico della strategia di resistenza attiva effettuata nel 1989 e iniziò il percorso che li portò ad entrare nel Partito della Rifondazione Comunista dieci anni dopo.
La scelta di non-violenza fu ribadita durante un processo che portò all'incarcerazione di un ex-leoncavallino trovato in possesso di un inoffensivo residuato bellico.

La sede temporanea
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1994 la sede storica viene definitivamente abbandonata. In linea con le posizioni nonviolente assunte e con la scelta di cercare la mediazione con partiti ed istituzioni, gli occupanti scelsero di evitare gli scontri con le forze dell'ordine. Fu concordato con la questura uno sgombero in cui i leoncavallini avrebbero opposto resistenza passiva e fu assegnata per sei mesi una sede in via Salomone[12] formalmente all'associazione mamme antifasciste del Leoncavallo.
Il 20 gennaio 1994 i presenti al presidio di protesta che venne indetto vennero portati fuori dalla polizia e "scortati" in una sorta di corteo che attraversò la città fino alla nuova sede. Il centro sociale si trasferì quindi temporaneamente in via Salomone 71, nella periferia sud-est della città, in un capannone industriale assegnato per sei mesi dal prefetto. Durante le operazioni di trasferimento si verificarono però disordini e scontri con le forze dell'ordine, che portarono alla denuncia di numerosi manifestanti, 72 dei quali vennero condannati.
Da questo momento i militanti del Leoncavallo iniziarono ad utilizzare delle tute bianche con cappuccio come "divisa" per il servizio d'ordine interno (o meglio come "non divisa", secondo le teorizzazioni del movimento) durante le manifestazioni e le azioni di resistenza passiva.[13] La scelta fu presa come ironica risposta ad una battuta dell'allora sindaco di Milano, il leghista Marco Formentini, che aveva fatto del voler sgomberare forzatamente il Leoncavallo uno dei punti cardine della propria campagna elettorale e che disse "che da quel momento, solo spettri si sarebbero aggirati per la città". Le tute bianche furono utilizzate per la prima volta nell'autunno del 1993 durante una performance a sostegno di Radio Onda Diretta sul tetto di via Leoncavallo e successivamente durante la manifestazione del 10 settembre 1994. L'utilizzo di tali abiti era stato suggerito da esponenti dei centri sociali legati al movimento zapatista e divenne da allora tratto distintivo della rete politica ¡Ya basta! fino al 2001, quando furono abbandonate nei mesi precedenti ai fatti del G8 di Genova in quanto rischiavano di diventare un "tratto identitario" di quello che venne effettivamente definito movimento delle Tute Bianche.[14]
Lo spazio provvisorio verrà sgomberato a sorpresa il 9 agosto, dopo assicurazioni in senso contrario della polizia. Il 10 settembre 1994 si svolse una manifestazione di protesta contro lo sgombero di agosto che finì in scontri da piazza Cavour fino alla sede, che verrà cinta d'assedio dalle forze dell'ordine.
Nel 1994 iniziarono anche le trasmissioni dagli spazi del centro sociale di Radio Onda d'urto.

L'occupazione di via Watteau
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Per un mese il Leoncavallo rimane senza sede, quindi l' 8 settembre venne occupata una ex cartiera in via Watteau, in zona Greco, con l'avallo non ufficiale del proprietario Marco Cabassi,[15] figlio del proprietario della sede storica. Il nuovo spazio, ampio 4 000 m² al coperto, più cortili, spazi verdi e sotterranei, venne strutturato come un piccolo quartiere, con una "piazza" centrale sempre aperta e le varie strutture attorno.[16]
Nel dicembre 1995 la sede fu oggetto di una violenta perquisizione in cui furono danneggiati libri, quadri ed altri oggetti mentre i presenti furono legati e costretti ad assistere ai vandalismi. Una manifestazione di protesta organizzata da Primo Moroni si tenne sotto Natale senza incidenti in una città blindata. In un'altra occasione degli agenti furono malmenati.
Il 19 settembre 1998 i centri sociali del nordest vicini al Leoncavallo presentarono presso il centro sociale milanese la Carta di Milano, un documento politico che sintetizza le rivendicazioni dell'area che verrà identificata come "tute bianche".[non chiaro] Le richieste principali riguardano l'amnistia per i detenuti politici, la liberalizzazione delle droghe leggere, la chiusura dei CPT, la scarcerazione dei malati gravi e dei malati di AIDS. L'impegno a «uscire dalla dinamica perdente "Conflitto - Repressione - Lotta alla repressione", entrare in un panorama diverso, in cui il conflitto sociale sia portatore di progettualità, [...] costruire il vortice "Conflitto - Progetti - Allargamento della sfera dei diritti»[17] profila una propensione al dialogo con i partiti e comporta una frattura insanabile con le aree anarchiche e dell'Autonomia.[18]
Il centro sociale prende il nome “Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito”: i gestori degli ultimi anni prima del 21 agosto 2025, hanno spesso utilizzato questa dizione, talvolta abbreviando in Leoncavallo s.p.a per riferirsi al centro. Divengono centrali nell'attività politica temi quali il reddito di cittadinanza, l'antiproibizionismo, la contestazione del precariato e la critica alla criminalizzazione dei migranti ed alla loro detenzione nei CPT. Negli anni si stringe il rapporto con il partito Rifondazione Comunista, nelle cui liste viene eletto come indipendente Daniele Farina, dal 2001 al 2006 nel consiglio comunale di Milano e dal 2006 al 2008 Deputato in parlamento.
Nel 2006 l'assessore alla cultura Vittorio Sgarbi ha inserito nella programmazione della "Giornata del Contemporaneo" i murali dell'ex cartiera, definendoli "Cappella Sistina della contemporaneità, un luogo d'arte permanente da visitare come il Pac, la Triennale, Palazzo Reale, gli altri luoghi al centro della Giornata del Contemporaneo". È stato anche pubblicato un catalogo: I graffiti del Leoncavallo, 2006, Skira.
Le richieste di sgombero
[modifica | modifica wikitesto]La famiglia Cabassi per alcuni anni non richiese lo sgombero dell'immobile, che si trova in un'area sottoposta a vincolo di destinazione industriale e quindi di minor valore[senza fonte] rispetto a via Leoncavallo: dal 1999, la famiglia proprietaria della struttura di via Watteau torna a chiedere di rientrare in possesso dell'immobile.
Negli anni successivi viene più volte annunciato lo sfratto e lo sgombero, mentre le trattative proseguono con la mediazione dell'amministrazione comunale. Viene ipotizzata la costituzione di una cordata di "garanti", tra i quali la famiglia Moratti, ed il centro sociale si dice disponibile a pagare un affitto di 80 000 euro, cifra molto lontana dalle richieste dei proprietari.
Nel 2011 la giunta del nuovo sindaco Giuliano Pisapia apre un tavolo tra il centro e la proprietà Cabassi affinché la posizione venga regolarizzata entro Natale, alimentando le polemiche dell'opposizione. In seguito a questi accordi, dopo oltre 30 sfratti accumulati dal 1975, le associazioni del Leoncavallo devono pagare un affitto di 500 000 euro annui (contro i 700 000 richiesti dalla famiglia Cabassi).[19] Dopo 10 anni, nel 2021, la posizione del centro sociale rimaneva illecita ed i suoi occupanti risultavano ancora sotto sfratto esecutivo.
A novembre 2024 il ministero dell'Interno era stato condannato a risarcire per mancato sgombero 3 309 150 euro a L'Orologio, società dei Cabassi, proprietaria dell'area. Esso aveva, a sua volta, richiesto il risarcimento a Marina Boer, la presidente dell'associazione Mamme antifasciste del Leoncavallo.
Sfratto del 21 agosto 2025
[modifica | modifica wikitesto]Il 21 agosto 2025 sono state eseguite le operazioni esecutive di sfratto e sgombero del centro sociale, notificate inizialmente per il 9 settembre, ma anticipate con un'ordinanza[senza fonte] del questore con una procedura definita "anomala" dall'avvocato del centro.[20] Lo stabile risulta privo di persone all'interno al momento dell'arrivo delle forze dell'ordine, anche se molte persone hanno immediatamente manifestato davanti all'ingresso.[21]
Iniziative
[modifica | modifica wikitesto]Il Leoncavallo è stato promotore e sede di molte iniziative e attività politiche, musicali e culturali a carattere sia italiano che internazionale:[22]
- Fiera Feroce, La Terra Trema:[23] Fiera eno-gastronomica e festa contadina realizzata dal 2003 al 2024 nella sede di via Watteau; come tutte le iniziative del centro, in autogestione: ovvero senza sponsor, patrocini e finanziamenti pubblici o privati, a parte quelli dei partecipanti.
- Freego!: rassegna di concerti d.i.y. punk
- Sound Ciak!: rassegna di concerti e performance legati al mondo del cinema e della sonorizzazione
- Game Over Milano: festival dei videogiochi indipendenti
- Presentazione "Sud" di Gabriele Salvatores[24]
La struttura concerti interna al centro tra gli anni '90 e 2000, ha curato anche l'organizzazione di eventi fuori Milano, come il concerto dei Bisca99Posse davanti al Maschio Angioino a Napoli nel 1994 e l'organizzazione del concerto con Manu Chao, 99 Posse e Meganoidi il 19 luglio 2001 a Genova.
Il Leoncavallo, tramite le sue strutture, ha pubblicato diversi dischi e libri (anche insieme ad altre case editrici, come Feltrinelli, esempio: gli scritti di Marcos consegnati direttamente dallo stesso a esponenti del centro: El Sup Racconti per una notte di asfissia. Testi di Marcos e Don Durito, a cura di Laboratorio occupato SKA e C.S. Leoncavallo, Milano, Spray Edizioni, 1995 - Io, Marcos. Il nuovo Zapata racconta, Milano, Feltrinelli, 1996
Dal punto di vista musicale; da sempre, il centro ha avuto contatti a dire, privilegiati, con gruppi che rappresentano movimenti, che li andavano a suonare che a loro volta gestivano etichette che si sono affermate sul mercato mondiale vendendo anche milioni di copie con tecniche di assoluta autoproduzione e senza avere mai stretto accordi con major: come nel caso dei Fugazi con Dischord; scena di Washington D.C, o le Bikini Kill per Kill Rock Stars collegate a loro volta al movimento Riot grrrl di cui sono considerate le artefici, i Public Enemy per Mumia Abu-Jamal, e in genere tutti i gruppi che vi hanno suonato lo hanno fatto su questa linea.

Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Redazione ANSA, Il Leoncavallo ricorda Fausto e Iaio con gli Assalti Frontali, in ANSA, 10 marzo 2026. URL consultato il 23 marzo 2026.
- ↑ Paola Di Marco, Centri sociali oggi: non ci resta che musica? Intervista a Massimo Barletta (Leoncavallo), su IED, 2005 (archiviato dall'url originale il 20 novembre 2005).
- ↑ "Centri sociali: occupazioni autogestite a Napoli negli anni novanta", su quaderni di sociologia. Di N.Dines 1999 (PDF), su boa.unimib.it.
- ↑ Leoncavallo, i due volti del centro sociale: dietro all’arte e all’impegno l’illegalità e le frange violente, su ilmessaggero.it. URL consultato il 21 dicembre 2025.
- ↑ Il Leoncavallo vuole comprare l'ex sede di via Watteau, su milanotoday.it.
- ↑ Radio Specchio Rosso, su Mi-Radio.it. URL consultato il 20 ottobre 2024 (archiviato il 5 giugno 2023).
- ↑ Fu l'ultima grande manifestazione unitaria di massa degli studenti e dei giovani in generale avvenuta a Milano, prima degli anni del riflusso, quasi una ultima fiammata del movimento del Settantasette.
- ↑ Istituto Europeo di Design - MILANO UNDERGROUND, Centri sociali oggi: non ci resta che musica? Intervista a Massimo Barletta (Leoncavallo), su ied.it. URL consultato il 20 ottobre 2024 (archiviato dall'url originale il 20 novembre 2005).
- ↑ Segalini, Prefazione«Il Leoncavallo divenne la bandiera della resistenza al leghismo avanzante, il simbolo dietro il quale ogni giorno nuovi spazi venivano aperti e occupati in tutto il Paese. Se ci tagliavano l'acqua si trovava il modo di riaprirla, se ci tagliavano la corrente si compravano generatori, se non c'era più il telefono ci si procurava i primi cellulari. Arrivarono ruspe, muratori e architetti, un capannone prefabbricato dal tetto in lamiera prese il posto di quello abbattuto. Fu bellissimo...»
- ↑ Ronde anti pusher, gli attivisti di Askatasuna: "Fiction poliziesca. Ci dipingono come i cattivi, mentre gli spacciatori diventano i buoni", su lastampa.it.
- ↑ Sei condanne a militanti di Askatasuna per aver picchiato degli spacciatori, su rainews.it.
- ↑ Deposizione di Daniele Farina, portavoce del Leoncavallo, il 18 gennaio 1995 presso il Tribunale di Milano al processo che ne seguì.
- ↑ Andrea Russo, Moltitudini in marcia, breve cronistoria, su florafranchini.com, 11 dicembre 2007. URL consultato il 20 ottobre 2024 (archiviato dall'url originale il 5 maggio 2008).
- ↑ Tute bianche: la prassi della mitopoiesi in tempi di catastrofe di Wu Ming 1
- ↑ "Questa volta i leoncavallini si ritrovarono in via Watteau, in quella terra dismessa, terra di nessuno di proprietà però del signor Cabassi. Che li accolse, ma che adesso chiede la restituzione" da L'unità del 15-10-2005.
- ↑ Il Leoncavallo, dove passava senza autorizzazioni, una buona parte della cultura italiana. Sui giornali di tutta Europa., su huffingtonpost.it.
- ↑ Carta di Milano, 19 settembre 1998, su isole.ecn.org. URL consultato il 21 agosto 2025.
- ↑ Il fronte del dialogo, Maria Matteo, in A rivista anarchica anno 29 n.251, febbraio 1999.
Centri sociali. L'autogestione non è un pranzo di gala, Da "Umanità Nova" n.31 dell'8 ottobre 2000. - ↑ Il centro sociale Leoncavallo sarà regolarizzato, su ultimaora.net, 14 settembre 2011. URL consultato il 20 ottobre 2024 (archiviato dall'url originale il 7 settembre 2014).
- ↑ Redazione di Rainews, Blitz al Leoncavallo di Milano, il centro sociale sgomberato dopo 31 anni, su rainews.it, 21 agosto 2025. URL consultato il 21 agosto 2025 (archiviato dall'url originale il 21 agosto 2025).
- ↑ Antonio Albanese contro lo sgombero del Leoncavallo rivendica le sue origini: "Vengo da una famiglia operaia, non potevo permettermi altro"., su fanpage.it.
- ↑ Intergalattica, Chiapas 1996 - Brigata internazionalista, su tmcrew.org.
- ↑ La Terra Trema, su laterratrema.org. URL consultato il 22 marzo 2026.
- ↑ Presentazione di "Sud" di Gabriele Salvatores., su ansa.it.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- AA.VV., Interviste e testimonianze di Primo Moroni, Paolo Molena, Roberto Cimino, in Federazione milanese di Democrazia Proletaria (a cura di), Libro bianco sul Leoncavallo, ottobre 1989.
- Alberto Ibba, Leoncavallo 1975-1995: vent'anni di storia autogestita, Costa&Nolan, 1995.
- Valerio Mattioli, Novanta. Una controstoria culturale, Torino, Einaudi, 2025, ISBN 978-88-06-26623-3.
- Andrea Membretti, Centro Sociale Leoncavallo. Spazio pubblico di prossimità, 2003.
- (EN) Andrea Membretti, Centro Sociale Leoncavallo: building citizenship as an innovative service, in EURS (European journal of Urban and Regional Studies), vol. 14, n. 3, Oxford, Oxford University Press, luglio 2007.
- Andrea Membretti, Leoncavallo SpA - Spazio pubblico Autogestito. Un percorso di cittadinanza attiva, Ed. Leoncavallo, 2003, ISBN 8890117605 (archiviato dall'url originale il 4 gennaio 2014).
- Bruno Segalini, Fiamme e rock'n'roll. Romanzo veridico sullo sgombero del Leoncavallo, Prefazione di Sandrone Dazieri e intervista a Primo Moroni, Shake edizioni, 2025 [1989], ISBN 9791256170265.
- Centro sociale Leoncavallo - Voglia di gridare. Processo all'antagonismo. La parola agli imputati: (chi vivrà vedrà; ovvero: beato chi crede nella giustizia poiché verrà giustificato) Con videocassetta Erre emme edizioni, 1995, ISBN 8885378617
- Alessandra Arachi - Leoncavallo Blues Feltrinelli 1995 ISBN 9788807813214
- Sandrone Dazieri ITALIA OVERGROUND Castelvecchi 1996 ISBN 8886232764 (poi senza diritti di copyright)
- Massimo Barletta, Kriminali con le stellette 2011 Gruppo Albatros/PDE-H.Feltrinelli ISBN 9788856749380.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Primo sito del Leoncavallo su European Counter Network, su isole.ecn.org.
- Fausto e Iaio, su faustoeiaio.info.
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