Secinaro

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Secinaro
comune
Secinaro – Stemma
Secinaro – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Abruzzo-Stemma.svg Abruzzo
Provincia Provincia dell'Aquila-Stemma.png L'Aquila
Amministrazione
Sindaco Clementina Graziani (lista civica) dal 16/05/2011
Territorio
Coordinate 42°09′14″N 13°40′54″E / 42.153889°N 13.681667°E42.153889; 13.681667 (Secinaro)Coordinate: 42°09′14″N 13°40′54″E / 42.153889°N 13.681667°E42.153889; 13.681667 (Secinaro)
Altitudine 859 m s.l.m.
Superficie 33,34 km²
Abitanti 415[1] (31-12-2010)
Densità 12,45 ab./km²
Comuni confinanti Acciano, Castelvecchio Subequo, Celano, Gagliano Aterno, Molina Aterno, Ovindoli, Rocca di Mezzo, Tione degli Abruzzi
Altre informazioni
Cod. postale 67029
Prefisso 0864
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 066097
Cod. catastale I558
Targa AQ
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti Secinaresi
Patrono san Nicola di Bari
Giorno festivo 6 dicembre
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Secinaro
Posizione del comune di Secinaro all'interno della provincia dell'Aquila
Posizione del comune di Secinaro all'interno della provincia dell'Aquila
Sito istituzionale

Secinaro è un comune italiano di 438 abitanti della provincia dell'Aquila in Abruzzo. Fa parte della Comunità montana Sirentina, della quale è sede. Il suo territorio ricade all'interno del Parco Regionale del Sirente-Velino.

Geografia[modifica | modifica wikitesto]

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Tramonto sui prati del Sirente

Centro agricolo della Valle Subequana, addossato alle pendici nord-orientali del monte Sirente, interrotto a mezza costa da un vasto altipiano carsico (Prati del Sirente), lungo una strada (S.P. 11 Sirentina) che sale al vicino altopiano delle Rocche. L'abitato digrada verso il solco inciso da un subaffluente di destra dell'Aterno.

Il suo territorio è tornato di recente alla ribalta per via di un "campo di crateri" a cui si attribuisce un'origine meteoritica. Il più grande dei crateri misura 140 metri di diametro e ospita un lago; l'origine del campo di crateri è ancora controversa in quanto alcuni studiosi ritengono che il lago sia di origine antropica e che si tratti di un abbeveratoio per greggi, altri che sia di origine vulcanica. Le altre strutture, con diametri decrescenti dai 20 metri ai 2 metri, sono totalmente colmate e normalmente invisibili, possono essere viste solo al momento dello scioglimento delle nevi con un'illuminazione solare radente. Di certo il laghetto non è una struttura carsica e la sua formazione in epoca storica è confermata anche dai test al radiocarbonio, ma sono ancora necessari studi geologici per accertare l'origine di tutte le strutture.

A giudizio del filologo Felice Santarelli, il toponimo "Secinaro" deriverebbe da Cecina-ara nel senso di altare dedicato alla dea Cecina, ma la tradizione orale del luogo fa invero riferimento ad una dea "Secina" o "Sicinna".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Preistoria e periodo italico[modifica | modifica wikitesto]

I reperti più antichi datano al Paleolitico superiore e precedono, in ordine cronologico, quelli dell'età del Rame e del Ferro. Gli scavi tuttora in corso in contrada Cerrenzana, lungo la provinciale per Castelvecchio Subequo, hanno ad esempio restituito un sito archeologico in cui sono riemersi tre differenti livelli stratigrafici corrispondenti ad altrettante epoche dell'antichità:

I reperti di epoca italica sono assai più numerosi e si trovano per lo più conservati nella sede del locale municipio, nel Museo Nazionale dell'Aquila e in quello di Chieti. Il territorio di Secinaro, analogamente al resto della Valle Subequana, si trovava anticamente attestato nell'area di competenza degli antichi Peligni Superequani che, a completamento del processo di romanizzazione, venne inclusa nella Regio IV Augustea. Il processo di romanizzazione del territorio ebbe inizio nel IV secolo a.C. con la stipula dei patti paritari tra Roma e le popolazioni italiche, ma giunse a definitivo compimento solo al termine della guerra sociale del I secolo a.C. In tale occasione, dopo la sconfitta della lega italica e la perdita di Corfinium, gli abitanti della Valle Subequana divennero a tutti gli effetti cittadini romani.

Un testo epigrafico del I secolo a.C. proveniente dalla località "La Ira" fa riferimento ad un iter paganicam, probabilmente un antico percorso tratturale che doveva connettere perpendicolarmente il Tratturo Celano-Foggia col Tratturo L'Aquila-Foggia secondo la direttrice Goriano Sicoli-Paganica (Statulae - pagus o vicus Fuficulanus). L'iter in questione fu probabilmente finanziata dai pagi - ciascuno per il proprio tratto di competenza territoriale - in cambio di una parte dei proventi della Transumanza che il fisco di Roma riscuoteva nei pressi di Peltuinum (Prata d'Ansidonia) in occasione del censimento annuale delle greggi. Probabilmente i pagi contribuivano a convogliare le greggi nel punto censuario affinché i pastori transumanti non potessero esimersi dal pagar dazio ai Romani e questi ultimi remuneravano forse l'investimento dei pagi con una compartecipazione al gettito erariale sulla base del numero di capi transitati. Appare quantomeno suggestiva una lettura in questo senso della locuzione "ex p[ecunia] s[ua]" che compare nel cippo secinarese anziché immaginare una "p[agi] s[ententia]" che non sembra oltretutto costituire provvedimento amministrativo tipico dei pagi superequani.

Dal testo dell'iscrizione si apprende oltretutto che l'opera fu curata da un collegio di tre magistri, particolare questo assai interessante alla luce di un'altra epigrafe secinarese cronologicamente coeva alla precedente e il cui testo riferisce di una fontana collaudata da un collegio di tre edili. La coesistenza di queste due magistrature paganiche (ambedue le iscrizioni risalgono alla metà del I secolo a.C.) ha indotto Evandro Ricci ad ipotizzare che in territorio di Secinaro coesistessero due pagi distinti - un primo governato da un collegio di tre magistri e un secondo retto da un collegio di tre edili. Di qui la congettura che uno dei due pagi possa aver mutato il proprio titolo divenendo "municipium" romano di "Superaequum".[3] Non sappiamo se le due magistrature paganiche coesistessero all'interno di uno stesso pagus ma, se così fosse, dovremmo immaginare un pagus governato da un organo esecutivo composto da ben sei magistrati (3 edili + 3 magistri): un unicum nell'ordinamento amministrativo italico.

L'esegesi delle fonti epigrafiche superequane induce a sospettare che le magistrature italiche abbiano cessato le loro funzioni a partire dalla metà del I secolo a.C., in concomitanza con l'istituzione del municipium romano di Superaequum, per essere sostituite dai duoviri di diritto romano. L'istituzione del municipium rappresenta, in realtà, solo la tappa finale di un lunghissimo processo di romanizzazione che ebbe inizio verso la fine del quinto secolo d.C. Tale processo deve aver subito una accelerazione improvvisa in concomitanza con la fine della seconda guerra Sannitica, episodio militare in cui i Romani compresero a pieno l'importanza del controllo militare dell'Abruzzo interno per un disegno di egemonia peninsulare. Verso la fine del IV secolo a.C. Roma aveva forse già istituito le "praefecturae" di Aveia (Fossa) e di Peltuinum (Prata d'Ansidonia). Il territorio della "praefectura" di Peltuinum in età imperiale presenta una estensione di circa 150 km sviluppandosi lungo la riva sinistra dell'Aterno dalla Conca Aquilana fino all'imbocco delle Gole di S. Venanzio. Appare interessante a tal proposito che dall'antico pagus superequano di Molina Aterno provengono iscrizioni funerarie di età imperiale dedicate a prefetti duoviri. Non è escluso che possa trattarsi di duoviri superequani che rivestirono anche la carica di prefetto in Peltuinum, anziché immaginare ipotetici sostituti dei duoviri municipali inviati da Roma per risolvere esigenze amministrative di carattere straordinario a Superaequum.

Età municipale[modifica | modifica wikitesto]

Quando si parla di "Superqequum" è bene aver presente che questo toponimo non compare mai nelle iscrizioni di età romana dal momento che fu coniato a tavolino dai geografi umanisti. Gli umanisti lo ricavarono dall'etnico "Superaequani" presente nella celebre tripartizione delle genti peligne operata da Plinio il Vecchio (NH) interpretandolo nel significato di "oppidum super aequum positur" ma questa interpretazione fu successivamente messa in discussione dall'archeologo Peligno Antonio De Nino nella convinzione che gli abitanti della Valle Subequana si ritenessero abitanti sopra gli Equi (Aequi).[4]. Gli autori più fedeli alla tradizione umanistica riferiscono oggi il toponimo "Superaequum" ai resti osservabili sul crinale collinare tra le contrade S. Gregorio, Salitto e Ira di Secinaro, mentre quelli più fedeli alla tradizione deniniana riferiscono il toponimo alla regione montuosa che - sovrastando il bacino del "Fucinus Lacus" - può essere genericamente identificato con il territorio della Valle Subequana. La tradizione letteraria vuole che i resti del "municipium" siano da ubicare sul pianoro di Macrano in Castelvecchio Subequo ma, a ben vedere, lo stato delle conoscenze attuali non consente una ubicazione precisa di "Superaequum" e basti pensare che resti completi di cinte murarie, acquedotti, reti fognarie o altri indizi utili a localizzare e circoscrivere il presunto nucleo urbano del municipium non sono ancora tornati alla luce. Campo Macrano è oltretutto la località in cui sono tornate alla luce iscrizioni relative ad un "pagus" Vecellanus (dunque un insediamento che gli stessi Romani definiscono "pagus" in una pubblica iscrizione di età municipale).[5]

Troviamo i Superequani attestati epigraficamente in tre iscrizioni (due localizzate in Castelvecchio Subequo e una in Secinaro). Il testo dell'iscrizione secinarese ci fa conoscere una "civitatis superaequanorum", ma ciò non deve indurre a pensare che nel territorio di Secinaro sorgesse l'antica città di "Superaequum". I latini utilizzavano infatti il termine "civitas" come sinonimo di legge e di comunità, ma non come sinonimo di città nel significato urbanistico del termine. L'appartenenza di questa iscrizione al contesto epigrafico superequano appare oltretutto dubbia per via del fatto che il testo menziona i quattrruorviri, magistrati di diritto romano notoriamente attestati a Corfinium e Sulmo ma assenti a Superaequum (non a caso Mommsen sospettava che l'iscrizione in questione fosse giunta a Secinaro da Corfinio). Il processo di municipalizzazione di Superaequum si realizzò nella tarda età cesariana se non augustea e, comunque, più tardi rispetto ai due municipi peligni di Corfinium e Sulmo. L'argomento principale a favore di una ritardata municipalizzazione di Superaequum è costituito da una serie di iscrizioni localizzate nei territori di Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo, Gagliano Aterno e Molina Aterno in cui risulta attestata la presenza di duoviri municipali (il duovirato è la forma di governo tipica dei municipii creati dopo la riforma amministrativa di Giulio Cesare).[6]. Alcuni autori contemporanei, partendo dal presupposto che l'iscrizione secinarese data al periodo di Aureliano, hanno immaginato che il quattruorvirato possa essersi sostituita al duovirato nella tarda età imperiale. Cosicché non vi sarebbe necessità di espungere l'iscrizione secinarese dal corpus delle iscrizioni latine di Superaequum.[7]

A favore di una ritardata municipalizzazione di "Superaequum" rispetto agli altri due municipii giocano invero alcuni altri indizi tra cui uno sviluppo urbanistico senza precedenti che si rileva nel territorio della Valle Subequana (soprattutto sul pianoro di Macrano a Castelvecchio Subequo) a partire dalla metà del I secolo a.C., nonché la presenza di personaggi locali in posti chiave nell'esercito e nel Senato di Roma. Non mancano infine reperti che tradiscono possedimenti territoriali della stessa casa imperiale. Una iscrizione latina proveniente da contrada "La Ira" in Secinaro appare dedicata ad una discendente di Scribonia la seconda moglie dell'imperatore Ottaviano Augusto da lui stesso ripudiata dopo la nascita di Giulia. L'imperatrice Livia, raffigurata con acconciatura classicheggiante, è invece raffigurata in una scultura che potrebbe provenire, stando alla tradizione popolare, da un arco situato al passo di Forca Caruso. A questo stesso arco leggendario topograficamente collocabile lungo la linea di confine tra Peligni e Marsi sarebbe da riferire la testa marmorea dell'imperatore Tiberio, scultura che i frati di Castelvecchio Subequo hanno custodito nel chiostro del convento di S. Francesco fino a pochi decenni or sono. Particolarmente interessante è anche la statua (ormai scomparsa ma simile a quella dell'Augusto Ioricato proveniente dalla Villa di Livia in Prima Porta e custodita oggi nei Musei Vaticani) che raffigura il cavaliere Caio Scaefio Pollio, prefetto quinquennale e militare inviato da Tiberio a Superaequum per trasformare la Valle Subequana nella fucina della cavalleria romana.

Tra le ragioni di interesse della nobiltà Romana per questo angolo dell'Appennino d'Abruzzo non poteva mancare il ghiaccio del Sirente che - stando a quanto ci riferiscono Marziale e Seneca- giunse a costare nella Roma dei cesari addirittura più del vino. L'impiego del ghiaccio a fini terapeutici si diffuse nell'antica Roma secondo quanto ci viene testimoniato dalla presenza del "frigidarium" nelle ville patrizie. E lo stesso Augusto - che nel 25 a.C. contrasse una forte febbre in Iberia - fu salvato dal suo medico Antonio Musa proprio con una cura a base di bagni di ghiaccio e sorsi di acqua gelata. Per l'occasione trecento libbre di ghiaccio furono prelevate dalla Neviera e stoccate nel magazzino di Asinio Pollio sulla via Campana prima di essere trasferite alla residenza di Ottaviano-Cesare sul Palatino.[8].

Medioevo e Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il crollo dell'Impero veniamo purtroppo a perdere qualunque informazione sugli sviluppi di questa zona e l'ultima testimonianza in ordine di tempo prima del Medioevo è rappresentata dalla piccola catacomba cristiana di Castelvecchio Subequo edificata nel IV secolo d.C. Allo stesso secolo data anche un piatto di lenticchie carbonizzato, indizio eloquente di un pasto preparato e mai più consumato, che rappresenta l'ultima testimonianza del vicus di contrada Campo Valentino a Molina Aterno. A partire dalla fine del IV secolo d.C. si assiste all'abbandono dei pagi e dei vici superequani da parte delle rispettive comunità locali. Al IV-V secolo d.C. data inoltre l'origine dell'ormai celebre "formazione geologica" ubicata sui "Prati del Sirente" che, dopo aver sonnecchiato nell'indifferenza generale per lunghissimo tempo, è finita improvvisamente al centro di una accesa disputa accademico-mediatica intorno alla sua natura.[9] L'auspicio è che future ricerche giungano a dimostrare se trattasi o meno di un cratere da impatto meteoritico e, in caso di risposta affermativa, le conseguenze che tale evento può avere esercitato sulla società dell'epoca. La formazione del cratere del Sirente costituisce, in ordine di tempo, l'ultima testimonianza dell'età antica a Superaequum.

Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo d.C. il territorio della Valle Subequana entrò infatti nella diocesi di Valva, diocesi che confluirà nel Ducato di Spoleto a seguito dell'occupazione longobarda dell'Abruzzo. L'Alto Medioevo è un periodo caratterizzato da un buio storico piuttosto fitto. Troviamo a Secinaro un piccolo nucleo stanziale in contrada Castello (dove sorge l'attuale chiesa di S. Nicola di Bari) e un secondo villaggio in pietra nei pressi dell'attuale località la Villa (trattasi della medioevale Longanum). Sappiamo che la Bolla Corografica di Papa Onorio III risalente al 1223 riporta i nomi di due centri abitati in questo territorio: Secenalis e Longanum e che la successiva Bolla di Lucio III menziona nove chiese in "Secenaro": S. Marie de Rosis, S. Nicolai, S. Egidii, S. Juste, S. Quirici, S. Johannis, S. Gregorii, S.Theodori, S. Marie. Quest'ultima, in particolare, potrebbe coincidere con la chiesetta di S. Maria della Valle il cui rudere è tuttora visibile in località "La Villa" e al cui interno si possono osservare tracce di un affresco distrutto a colpi di piccone probabilmente dagli Iconoclasti.

Le prime notizie scritte che ricompaiono dopo il buio medioevale datano al 1076, anno in cui il conte valvense di Gagliano Teodino donò al monastero di Farfa il suo feudo di Secinaro unitamente a quelli di Cocullo, Molina Aterno e Goriano Valli (all'epoca Goriano Valli costituiva frazione di Molina Aterno). Nel XII secolo, in epoca normanna, il territorio entrò a far parte del regno di Sicilia. Dopodiché le vicende storiche si susseguono in modo convulso e disordinato. Nel 1143 Rainaldo conte di Celano, figlio di Crescentius, avendo riconosciuta la sovranità di re Ruggiero, fu nominato titolare della nuova contea di Celano e divenne dunque feudatario anche di Secinaro. Nel 1173 nel Catalogo dei Baroni compilato sotto re Guglielmo, si dice che Rainaldo conte di Celano avesse concesso in feudo al fratello RuggieroGoriano di Valva e "Sichenale". Sotto il regno di Federico II, il quale fece costruire l'acquedotto medioevale di Sulmona e fondò la città di "Aquila", non si hanno notizie riguardanti il territorio di Secinaro. Apprendiamo invece che nel 1332 il castello di Secenale divenne feudo dei Conti di Celano andando in assegnazione a Ruggero II, figlio di Tommaso e di Isabella. Nel 1391 Antonio, figlio di Ruggiero II, usurperà al padre la contrada Castello di Secinaro con le relativa fortezza.

Nel 1451, sotto Lionello Accorciamuro (marito di Iacovella contessa di Celano), "Secenara" faceva ancora parte della contea di Celano e nel 1484 Restaino IV Cantelmo, per la sua fedeltà alla corona, ricevette dal Re Ferdinando la nomina di Giustiziere della Terra di Secinaro. Sappiamo inoltre che nel 1496 gli abitanti di Secinaro chiesero e ottennero dal Re Ferdinando I d'Aragona la liberazione, senza pagamento, dei prigionieri fatti nei tempo delle ribellioni del Regno. Nel 1492, da una lettera al Duca di Amalfi, si apprende che il Conte di Celano dovette intervenire per sopire le rappresaglie intercorse tra le genti di Goriano Valli e quelle di Secinaro. Tali sconfinamenti avvennero probabilmente durante l'estate, quando il laghetto di Tempera situato in territorio di Goriano Valli rimane solitamente a secco d'acqua e gli armenti giungono ad abbeverarsi in località l'Acqua situata a ridosso dell'attuale Chalet di Secinaro. Nel 1505 si registra una nuova lite con gli abitanti di Gagliano, lite avviata dai Secinaresi per vedersi garantito l'accesso agli abbeveratoi ubicati nella piana di Canale. Costanza Piccolomini, duchessa di Amalfi, si preoccupò in prima persona di risolvere la controversia insorta tra i suoi vassalli e suggerì di comporre la questione in modo pacifico all'interno di un collegio a composizione paritaria. Il collegio riconobbe ai secinaresi il diritto di continuare a transitare nella piana di Canale "come per il passato" ma con "le sole bestie da soma".[10].

Nel 1527, ai tempi di Carlo V, il comune di Secinaro viene ancora nominato nelle fonti scritte sia come "Secinara" sia come "Secenara". All'epoca si contavano appena 140 fuochi (ca. 500 anime) e il castello doveva essere caduto già in rovina per lasciare posto alle fondamenta su cui sarebbe sorta la Chiesa di San Nicola di Bari. A giudicare dal portale, l'elemento più antico dell'edificio, è possibile datare la costruzione della chiesa al 1547. All'interno si conserva una croce di rame e argento del secolo XVI e una iscrizione incisa su legno del medesimo periodo. Poco più in basso, a breve distanza, sorge la piccola Chiesa di S. Maria della Consolazione che reca incisa sull'epistilio dell'ingresso frontale la data del 1507. All'interno affreschi cinquecentesti e una piccola statua rinascimentale in terracotta che raffigura la Maternità in trono incorniciata dietro l'altare con ghirlande di fiori e frutta.

Dai documenti storici apprendiamo che il 9 novembre 1741 il Vescovo di Sulmona, al secolo mons. Corsignani, giunse in visita pastorale a Secinaro dove fu accolto nella "parrocchiale" di Santa Maria della Consolazione dall'arciprete don Colitti e da altri sei sacerdoti. Nel secolo seguente giunse in visita pastorale il vescovo Mirone il quale riferì ai fedeli la leggenda della traslazione della Madonna della Consolazione. Secondo questa leggenda, che è stata tramandata oralmente dagli antichi custodi della chiesa, l'edificio di culto sorgerebbe sulle rovine di un antico tempio pagano dedicata alla dea Secina o Sicinna dove si celebravano riti peccaminosi. A seguito degli studi geologici sul laghetto del Sirente e dei test al radiocarbonio che datano la formazione della sua corona circolare tra il IV e il V sec.d.C, questa leggenda è stata riletta come possibile testimonianza orale di un impatto meteoritico.

Accadde che, nel bel mezzo del rito, gli uomini videro una stella avvicinarsi all'improvviso più abbagliante del sole e un boato scosse la terra. Il tempio crollò e le persone furono scaraventate a terra. Dopo il distruttivo evento, i Cristiani addossarono la colpa dell'accaduto ai pagani, ma questi, per tutta risposta e aizzati dal Preside romano, presero quanti più Cristiani possibile e li radunarono nei pressi del tempio dove li ammazzarono a colpi di bastone. Dopo un periodo interminabile in cui la valle rimase rabbuiata, gli uomini videro finalmente l'immagine della Madonna col bambino avvolta da un fascio di luce. La Santa Vergine era giunta in volo da Lucoli per consolare i secinaresi dai peccati e questi, in memoria dello storico evento, edificarono una chiesa sulle rovine dell'antico tempio pagano chiamandola "Santa Maria della Consolazione".[11]

A giudizio di alcuni autori, gli effetti socio-ambientali stimabili per il presunto impatto meteoritico sarebbero compatibili con le emergenze archeologiche che caratterizzano il territorio dell'antica Superaequum sul finire dell'Impero Romano d'Occidente e sarebbe anacronistica la tesi che vede il bacino scavato per le esigenze della transumanza, per il semplice fatto che tale fenomeno si interuppe bruscamente proprio tra IV e V secolo d.C., parallelamente alla fine della Pax romana[12]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[13]

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Gli abitanti di Secinaro controllavano le risorse naturali dal monte Sirente e commercializzavano legname, carbone e il ghiaccio finanche nei territori del Lazio, della Puglia e della Campania. Il taglio della legna dai boschi del Sirente e la produzione di carbone attraverso la cottura del legname nelle carbonaie ha costituito un importante settore dell'economia di Secinaro. Il Comune di Secinaro ha inoltre gestito le risorse della Neviera del Sirente in regime di monopolio fino alla metò del Novecento. La concessione ai privati del diritto di taglio del ghiaccio avveniva con procedure ad evidenza pubblica come dimostrano gli atti di natura amministrativa e i contratti di diritto privato tuttora custoditi.

Secinaro vantava anche un'importante tradizione artigianale di ombrellai e vasai fino ad alcuni decenni or sono. A partire dagli anni Sessanta/Settanta il paese ospita un distretto del settore edile con specializzazione delle maestranze nelle attività di rifinitura, stuccatura e pavimentazione oltre ad attività artigianali di nicchia legate all'indotto.

Attualmente le principali risorse naturali sono l'agricoltura (vite, frumento, mais), la silvicoltura, il commercio del legname e l'allevamento del bestiame. Nel territorio esistono anche vecchie cave di ghiaia ormai in disuso, per le quali si attendono interventi di recupero.

Personaggi illustri[modifica | modifica wikitesto]

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
2006 2011 Giuseppe Colantoni lista civica Sindaco
2011 in carica Clementina Graziani lista civica Sindaco

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Al paese è stato dedicato un asteroide, 43193 Secinaro.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ S. Cosentino e G. Mieli, Un villaggio della prima età dei metalli, in AA.VV., Tracce di Millenni a Secinaro, Archeores, Avezzano, 2007.
  3. ^ Sul problema del numero dei pagi in territorio di Secinaro si veda, per tutti, E. Ricci, Ubicazione di Superaequum e spigolature peligne, Sulmona, 1984
  4. ^ F. Santarelli, Lingua Osca e dialetti sabellici, L'Aquilasette
  5. ^ Il punto viene più volte evidenziato da E. Ricci nella sua ampia produzione su Superaequum
  6. ^ Wonterghem, van F., Corfinium, Superaequum e Sulmo, Olschki, 1984
  7. ^ In questo senso M. Buonocore,L'epigrafia latina di Superaequum, 1984 giustifica la presenza de quattruorviri in un municipium retto da duoviri
  8. ^ Il particolare del magazzino di Asinio Pollio ci viene fornito da J. E Williams, Augustus, Castelvecchi, 2010. L'autore non indica purtroppo la fonte
  9. ^ Si veda la voce Sirente (cratere)
  10. ^ Sulla Valle Subequana dopo il Medioevo si veda, tra gli altri, E. Splendore, Profilo archeologico e stoico dei comuni della Valle Subequana, 1997
  11. ^ Questa leggenda della tradizione orale è stata data alle stampe per la prima volta da Filippo Fabrizi nel 1898. Successivamente, è stata edita da Evandro Ricci negli anni Sessanta.
  12. ^ Santilli, R, Investigating a meteorite impact in Prati del Sirente: First indications from a small Christian Catacomb, Mediterranean Archaeology and Archaeometry, Special Issue, Vol. 6, No 3, pp. 145-147, 2006 (Link to Abstract); Santilli, R, et ali, A catastrophe remembered: a meteorite impact of the fifth century AD in the Abruzzo, central Italy, Antiquity, 2003, VOL 77; PART 296, pages 313-320 (Link to abstract); Santilli, R, Superaequum, op. cit.
  13. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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