l'Espresso

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l'Espresso
Stato Italia Italia
Lingua italiano
Periodicità settimanale
Genere stampa nazionale
Formato magazine
Fondazione 1955
Sede Via Cristoforo Colombo n.90, Roma
Editore Gruppo Editoriale L'Espresso
Diffusione cartacea 195 787 (72%)[1] (giugno 2014)
Resa 61 735 (28%)[1] (giugno 2014)
Direttore Luigi Vicinanza
Sito web http://espresso.repubblica.it/
 

l'Espresso (già L'Espresso e L'espresso) è una rivista italiana fondata nel 1955. Si definisce nella testata «settimanale di politica, cultura ed economia». Appartiene al Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A., società quotata in borsa e il cui maggior azionista e presidente è Carlo De Benedetti. Esce il venerdì.

Da ottobre 2014 il direttore è Luigi Vicinanza.

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel settembre 1955 Antonio Gambino dirigeva il settimanale Cronache in temporanea sostituzione di Gualtiero Jacopetti, in prigione. Il settimanale è destinato alla chiusura; Arrigo Benedetti, appena giunto a Cronache dall'Europeo, decide di fondare un suo giornale. Conserva formula, taglio e redazione di Cronache ed eredita anche gran parte della redazione: Eugenio Scalfari, che diventerà vicedirettore del nuovo giornale, Antonio Gambino, che ne sarà redattore capo, Cesare Brandi, Gian Carlo Fusco, Fabrizio Dentice, Carlo Gregoretti, Cesare Zappulli e Bruno Zevi.
  • Nasce la società editrice "L'Espresso". Proprietario ed editore è l'industriale Adriano Olivetti; socio di minoranza Carlo Caracciolo; direttore amministrativo Eugenio Scalfari. Con la direzione di Arrigo Benedetti, il primo numero de L'Espresso esce a Roma il 2 ottobre 1955, 16 pagine in formato giornale.
  • Nel 1957 Adriano Olivetti cede la proprietà, per dissensi in merito alla linea politica; dona il grosso delle sue azioni a Caracciolo e, in misura minore, a Benedetti e Scalfari.
  • Nel 1963 la direzione passa ad Eugenio Scalfari, già direttore amministrativo; sotto la sua guida la rivista raggiunge i 5 milioni di copie complessivamente vendute.
  • Nel 1965 le fotografie redazionali e le inserzioni pubblicitarie diventano a colori.
  • Nel 1967 la tiratura supera le 100.000 copie a numero. Il settimanale si arricchisce di un inserto a colori di 32 pagine, formato 26 x 34 cm, comprendente di solito un ampio servizio riccamente corredato di foto, e varie rubriche di costume.
  • Nel 1968 Scalfari, eletto alla camera dei deputati, lascia la direzione a Gianni Corbi.
  • Nel 1970 subentra alla direzione Livio Zanetti.
  • Nel giugno 1971 viene pubblicata una lettera aperta in cui si denunciano le responsabilità della questura (e di Luigi Calabresi) nella morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli. Il comunicato, che contiene gravi accuse ha grande risonanza grazie al lungo elenco dei firmatari.
  • Il 20 marzo 1974 la rivista abbandona il "formato lenzuolo" ed esce il primo numero in formato tabloid.
  • Nel 1975 la società editrice cambia denominazione in Editoriale L'Espresso.
  • Nell'autunno del 1986 la rubrica Affari & Finanza viene scorporata dalla rivista e distribuita insieme al quotidiano la Repubblica.
  • Nel 1989 la Editoriale L'Espresso viene acquisita da Arnoldo Mondadori Editore.
  • Nel 1991, in seguito ad accordi tra la Mondadori e De Benedetti, nasce l'attuale Gruppo Editoriale L'Espresso S.p.A., il cui azionista di maggioranza è il Gruppo CIR. Direttore è Claudio Rinaldi.
  • Nel 1997 nasce il sito web della rivista.
  • Nel 2003 il nome della testata muta in L'espresso.
  • Nel 2011 la testata del periodico diventa l'Espresso.

Le inchieste celebri[modifica | modifica wikitesto]

Come il quotidiano la Repubblica, sempre edito da De Benedetti, l'Espresso è storicamente vicino alle posizioni di centro-sinistra, anche se non ha mai lesinato critiche a tale schieramento.[senza fonte] In questo senso L'Espresso si è fatto portavoce di diverse battaglie civili, quali quella per l'approvazione in Italia della legge sul divorzio e per il "no" al successivo referendum abrogativo del 1974 promosso dalle forze cattoliche; quella a favore della legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, con una copertina scandalo dove si vedeva una donna nuda e incinta in croce; la campagna contro il presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone, che sfociò nelle sue dimissioni, quella contro il monopolio RAI e quella sulla moralizzazione della vita pubblica a proposito della cosiddetta Tangentopoli.

Verso l'inizio degli anni novanta, ha avuto risonanza nei mass media una polemica riferita alla presenza sistematica sulle copertine della rivista del corpo femminile nudo che, ad opinione di molti detrattori, aveva come unico scopo quello di attirare l'attenzione del pubblico. Si invoglia all'acquisto, ma tali immagini hanno all'interno ben poca o nessuna attinenza con gli argomenti trattati dalla rivista. L'uso del nudo femminile in copertina è stato abbandonato a partire dal 2002.

Le rubriche[modifica | modifica wikitesto]

Per molti anni, appuntamenti fissi del settimanale sono stati quelli relativi alla politica estera (Taccuino Internazionale di Antonio Gambino), cinema (la cui rubrica è stata tenuta da Alberto Moravia), all'architettura (Bruno Zevi), alla televisione (Sergio Saviane), alla letteratura (Paolo Milano dal 1957 ai primi anni Ottanta, quindi Enzo Siciliano), e al costume (Il lato debole di Camilla Cederna).

Dal 2001, l'ultima pagina del giornale ospita in alternanza quindicinale due rubriche: La bustina di Minerva (nata nel 1985), una rubrica di divagazioni, firmata da Umberto Eco, e Il vetro soffiato, una rubrica di ragionamenti, di Eugenio Scalfari.

La «Slangopedia»[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Slangopedia.

Dal 2001 sul sito web della testata è presente la sezione Slangopedia, un vocabolario on-line di espressioni gergali e giovanili della lingua italiana, curato da Maria Simonetti ed aggiornato con nuove segnalazioni ogni due settimane. Sempre sul sito è presente la sezione Chiesa.it, curata da Sandro Magister, che ha raggiunto fama internazionale con la recensione che le ha dedicato la rivista americana Foreign Policy. Molto curata anche la sezione Style&Design del sito, con contributi e audiogallerie realizzati appositamente per il web.

Direttori[modifica | modifica wikitesto]

Le firme[modifica | modifica wikitesto]

Per l'Espresso hanno nel passato scritto giornalisti ed editorialisti molto noti nel mondo dell'informazione, fra questi Antonio Gambino, Giampaolo Pansa, Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Peter Gomez e Edmondo Berselli; tra le firme attuali più note si ricordano Eugenio Scalfari, Umberto Eco, Lirio Abbate, Michele Serra, Stefano Bartezzaghi, Marco Travaglio, Massimo Riva, Alessandro Gilioli, Massimo Cacciari, Gianni Vattimo, Umberto Veronesi, Luigi Zingales, il vaticanista Sandro Magister, lo scrittore Roberto Saviano e l'economista Jeremy Rifkin.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Dati giugno 2014 di Accertamenti Diffusione Stampa
  2. ^ La Storia siamo noi - Giovanni Leone, Rai.it, 20 giugno 2009. URL consultato il 2 marzo 2011.
  3. ^ Il settimanale non uscì l'8 luglio per uno sciopero.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV. L'Espresso 1955-1980. Pomezia, Editoriale L'Espresso, 1981; (testi di D. Corbi, Umberto Eco, A. Gambino, Eugenio Scalfari e altri).
  • Massimo Veneziani. Il caso de "L'Espresso" in Controinformazione. Stampa alternativa e giornalismo d'inchiesta dagli anni sessanta a oggi. Roma, Castelvecchi, 2006. pp. 177–183. ISBN 9788876151446.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]