Schiavitù nell'antica Roma

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Il mercato degli schiavi, di Gustave Boulanger

In ognuna delle fasi storiche di Roma si può riscontrare il fenomeno della schiavitù. L'entità numerica e l'importanza economica e sociale della schiavitù nella Roma antica aumentò con l'espansione del dominio di Roma e la sconfitta di popolazioni che venivano sottomesse e molto spesso rese schiave. Soltanto a partire dal Tardo Impero con la conclusione delle guerre di conquista, l'ascesa al potere di imperatori non italici, la diffusione del Cristianesimo e la concessione della cittadinanza romana a molti popoli barbari (in seguito al loro arruolamento nelle legioni romane oppure al pagamento di tributi), il fenomeno della schiavitù cominciò a declinare e poi estinguersi progressivamente.

In lingua latina schiavo si diceva servus oppure ancillus. Il titolare del diritto di proprietà sullo schiavo era detto dominus. Si ha notizia anche di schiavi posseduti da altri schiavi: in questo caso, formalmente, il primo schiavo (detto ordinarius) non era proprietà dell'altro (detto vicarius), ma faceva parte del suo peculium, l'insieme di beni che il dominus gli concedeva di tenere per sé.

I Romani consideravano l'essere schiavi come una condizione infame ed un soldato romano preferiva togliersi la vita piuttosto che diventare schiavo di un qualsiasi popolo 'barbaro' (termine derivante dalla lingua greca, βάρβαρος, con cui prima i greci e poi i romani definivano gli 'stranieri', ossia rispettivamente i 'non greci' e i 'non romani').

Vita degli schiavi romani[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Manomissione e Diritto romano.

Dopo essere stati venduti al mercato (il più importante fino all'inizio del I secolo a.C. fu quello dell' isola di Delo, dove secondo Strabone si trattavano 10 000 individui al giorno), gli schiavi diventavano oggetti a disposizione assoluta del loro padrone, che spesso li marchiava a fuoco come riconoscimento della sua proprietà. Non avevano dignità giuridica, non potevano possedere né beni di proprietà e neanche una propria famiglia, dal momento che il loro matrimonio, anche se raggiunto con il consenso del padrone, si considerava come un semplice concubinato ed i figli nati da esso erano di proprietà del padrone.

Gli schiavi eseguivano ogni tipo di attività lavorativa immaginabile per l'epoca nelle domus (gli schiavi domestici venivano spesso ricevuti con una cerimonia e si praticava loro una "purificazione" versando acqua sulla testa), nelle ville e nelle fattorie, che non comportasse l'utilizzo di armi, la possibilità di fuga o la gestione di beni molto costosi: agricoltore, allevatore di animali, falegname, giardiniere, domestico, muratore, ecc.

Solitamente agli schiavi venivano assegnati compiti in base al loro livello culturale e particolari competenze o inclinazioni.

Nel caso fosse particolarmente colto, spesso veniva impiegato come insegnante di lingua, più spesso il greco, o, nel caso di persone molto calme e fidate, come precettore dei bambini. Raramente venivano utilizzati come scriba, compito che si preferiva affidare a professionisti romani.

Mercato degli schiavi, da un dipinto di Jean-Léon Gérôme.

Anche nelle professioni specializzate erano presenti molti schiavi: mimi e cantori, artigiani, architetti, atleti, contabili, intellettuali (filosofi, poeti, storici, eruditi in genere).

Tra le mansioni di medio livello vi era la cura estetica ed il benessere fisico della persona. Esistevano quindi: addetti al bagno, manicure e pedicure, massaggiatori, prostitute, truccatrici, guardarobieri con il compito di aiutare ad indossare la toga, la palla, ecc. Erano spesso incaricati di compiere funzioni di maggiordomo, ricevevano gli invitati, raccoglievano la toga ed i calzari, preparavano il bagno caldo, insaponavano, risciacquavano ed asciugavano i padroni, e spesso lavavano loro i piedi. Si trattava per lo più di schiavi provenienti dall'Egitto e dall'Oriente civilizzato.

I più belli, graziosi e gentili, erano meglio abbigliati, servivano il vino, tagliavano le vivande, porgevano i vassoi, mentre quelli incaricati di raccogliere, pulire i piatti e gettare o riciclare la spazzatura erano peggio vestiti. Spesso nelle famiglie più ricche ad ogni invitato si aggiudicava uno schiavo "servus ad pedes", che rimaneva seduto ai piedi del triclinio. Quelli che nascevano schiavi e venivano educati costituivano una classe privilegiata tra i servi. Non potevano assistere alle rappresentazioni teatrali.

Ovviamente, per gli schiavi esistevano mansioni di basso livello, come spurgare le fognature, buttare la spazzatura, allevare i porci, ecc. Gli schiavi impiegati nell'inferno delle miniere o nel duro lavoro nei latifondi, militarmente organizzato per una produzione su larga scala, erano spesso quelli provenienti dall'occidente barbarico.

Un'autentica condanna a morte, era la cessione ad una scuola di gladiatori, che in molti casi portava rapidamente alla morte e solo qualche volta alla gloria come gladiatore plurivittorioso, che spesso riotteneva la libertà. Gli schiavi non combattevano in guerra, perché reputati inaffidabili.

Agli schiavi spesso i padroni mettevano una targhetta o un ciondolo iscritto simile al collare, rinvenuto a Roma, recante l'epigrafe " tene me ne fugia[m] et revoca me ad dom[i]inu[m] meu[m] Viventium in ar[e]a Callisti", vale a dire "arrestami che io non continui a fuggire e riportami dal mio padrone Viventius nell'area di Callisto" (forse l'area nei pressi della chiesa di Santa Maria in Trastevere fondata nel III secolo dal vescovo e martire Callisto)[1].

Gli schiavi affrancati (manomessi) dai loro padroni venivano invece chiamati liberti. Alcuni di questi, specie nell'età imperiale, fecero sorprendenti carriere: per compensare o far dimenticare la propria origine servile, i più intraprendenti si gettarono in speculazioni lucrose, accumulando in fretta grandi capitali per poi dedicarsi all'usura. I liberti più abili e colti posero le proprie capacità nella burocrazia al servizio degli imperatori come segretari, consiglieri, amministratori; del resto, erano spesso preferiti ai senatori perché più fedeli di loro all'ex padrone, al quale dovevano tutto: la libertà e il potere.

Le pene o punizioni nei confronti degli schiavi erano molto diffuse, da quella più semplice del trasferimento in una famiglia rustica a quella del lavoro forzato in miniera, alle cave, alla macine, al circo, sino alla crocifissione. Frequente era il ricorso alla fustigazione (sferza, scudiscio e il terribile flagello, frusta a nodi), alla rasatura della testa, fino alla tortura vera e propria: l'ustione mediante lamine di metallo incandescenti, la frattura violenta degli stinchi, la mutilazione, l'eculeo (strumento in legno che stirava il corpo sino a spezzarne le giunture). Agli schiavi fuggitivi, calunniatori o ladri si scrivevano in fronte, col marchio infuocato, rispettivamente le lettere FUG (fugitivus), KAL (kalumniator) o FUR (fur=ladro). Tuttavia chi riusciva a sottrarsi alla cattura cessava di essere schiavo, per una consuetudine passata nel diritto. Per gli schiavi ribelli, terroristi, sediziosi vi era la crocifissione; molti, però, finivano anche in pasto alle belve feroci del circo, bruciati vivi o venduti alle scuole gladiatorie, dove nella maggior parte dei casi la morte sopraggiungeva rapida.

L'ergastulum era la prigione privata in cui i padroni rinchiudevano gli schiavi indisciplinati destinati ai lavori più pesanti (di qui il termine italiano ergastolo).[2]

La condizione servile era semi-ereditaria: dato che lo schiavo non aveva diritti, non poteva possedere una famiglia regolare, ma poteva capitare che se la potesse permettere in quanto la sua emancipazione era relativamente frequente e poteva avvenire per amicizia, per amore e per debiti di riconoscenza. Il figlio di una madre schiava era schiavo, qualunque fosse la condizione giuridica del padre; invece il figlio nato da madre libera era libero, anche se il padre era uno schiavo. La legge delle XII Tavole autorizzava la vendita trans Tiberim del debitore insolvente. La potestas del dominus (padrone) in origine era il diritto di vita e di morte (ius vitae ac necis) sia sullo schiavo sia sui figli dello schiavo. Successivamente la lex Petronia del 19 d. C. metteva sotto il controllo del magistrato la facoltà che aveva il padrone di destinare gli schiavi ad bestias. Un editto dell'imperatore Claudio toglieva il diritto di proprietà al padrone che aveva abbandonato uno schiavo vecchio e malato. L'imperatore Antonino Pio minacciava pene al padrone che uccideva uno schiavo sine causa. Dall'età repubblicana era stata concessa allo schiavo la possibilità di concedere l'amministrazione e il godimento di certi beni: era il peculium. I beni componenti il peculium restavano comunque proprietà del padrone. Lo schiavo, individuo privo di personalità giuridica, non poteva sposarsi: la sua unione con una donna era detta contubernium, ma la schiava lo poteva fare. Gli schiavi erano proprietà di un privato, dello stato (servi publici) o della casa imperiale. Essi si riunivano in collegia per assicurarsi assistenza materiale e atti di culto funerario. Alla fine dell'età repubblicana e all'inizio dell'età imperiale la filosofia dello stoicismo, che affermava il principio della libertà naturale di ogni uomo, si diffuse nel mondo intellettuale romano e contribuì ad alleviare le condizioni di vita degli schiavi.[1]

Cause della schiavitù[modifica | modifica wikitesto]

  • Nascita da una madre a sua volta schiava in una domus (erano chiamati verna).
  • Perdita della propria condizione di libero:
    • bambino esposto alle intemperie in campagna, salvato da briganti e allevato per essere venduto come schiavo, spesso in località lontane;
    • figlio venduto dal padre in virtù della sua condizione di pater familias;[3]
    • cittadino non romano fatto prigioniero di guerra dai romani;
    • cittadino romano o straniero catturato dai pirati (come capitò a Gaio Giulio Cesare), incapace di pagare il proprio riscatto, poco noto, incapace di dimostrare la propria identità, successivamente venduto in terra straniera;
    • individui condannati a pena giudiziaria comportante la perdita definitiva della libertà personale;
    • debiti (nexum): molti cittadini divenivano proprietà del creditore in seguito alle leggi ferree che nell'età repubblicana tutelavano i creditori.

Abbandono dei neonati nei boschi[modifica | modifica wikitesto]

Nei tempi classici greco-romani, la schiavitù ebbe un certo collegamento con la pratica dell'abbandono dei neonati. Neonati considerati deformi, malaticci o indesiderati, venivano esposti alle intemperie nei boschi, dove potevano morire o essere adottati; questi erano spesso salvati dai mercanti di schiavi, che li allevavano per farli diventare loro schiavi. Il martire San Giustino, nella sua Prima Apologia, difendeva la pratica cristiana di non esporre gli infanti per preservarli da un destino di schiavitù.

« Ma per noi, che siamo stati educati (dai Padri della Chiesa) al fatto che l'esporre all'intemperie bambini neonati sia un'azione da uomini stregati dal male; e ci hanno insegnato che la cosa ultima che potremmo fare a qualcuno sia di ferirlo o danneggiarlo in qualche modo, nel caso più fortunato staremmo peccando contro Dio, in primo luogo, perché possiamo ben capire che quasi tutti coloro che vengono esposti (non soltanto le bambine, ma anche i maschietti) vengono poi allevati per essere indotti alla prostituzione »
(San Giustino martire)

Leggi che regolavano la schiavitù[modifica | modifica wikitesto]

  • Lex Poetelia (313 a.C.) - Riguardo ai debiti e alla schiavitù
  • Lex Poetelia Papiria de nexis - Abolizione della schiavitù per debiti
  • Lex Scantinia (circa 149 a.C.) - Colpiva i rapporti omosessuali con persone di condizione libera.
  • Lex Aemilia (115 a.C.) - Concedeva il voto ai liberti (con limitazioni)
  • Lex Julia de civitate (90 a.C.) - Redatta dal console Lucio Cesare, offre la cittadinanza a tutti gli Italici che non hanno mosso guerra contro Roma durante le guerre italiche
  • Lex Cornelia (82 a.C.) - Proibisce al padrone di uccidere schiavi non colpevoli di delitto
  • Svetonio afferma che Augusto, considerando importante conservare la purezza della razza romana, evitando che potesse mescolarsi con sangue straniero e servile, fu molto restio nel concedere la cittadinanza romana, ponendo anche precise regole riguardo all'affrancamento. A Tiberio che gli chiedeva la cittadinanza per un suo cliente greco, rispose che l'avrebbe concessa se non gli avesse dimostrato i giusti i motivi della richiesta; la negò anche alla moglie Livia che la chiedeva per un gallo tributario.[4] E così degli schiavi, una volta tenuti lontani dalla libertà parziale o totale, stabilì il loro numero, la condizione e la divisione in differenti categorie, in modo da stabilire chi potesse essere affrancato. Aggiunse, infine, che colui che fosse stato imprigionato o sottoposto a tortura non avrebbe mai potuto diventare un uomo libero.[4] Ciò determinò una serie di leggi in tale direzione:
  • Lex Petronia (anno 32) - Rimuove l'obbligo di combattere nel circo se ordinato dal padrone
  • Senatus consultum Claudianum (anno 52) - Obbligo condizionale di prestare cure mediche allo schiavo malato

Condizione degli schiavi[modifica | modifica wikitesto]

Età repubblicana ed Alto Impero (II secolo a.C. - II secolo d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre servili.

Nell'epoca del grande espansionismo romano (II-I secolo a.C.) agli schiavi non era garantito nessun basilare diritto, tanto che un padrone poteva uccidere uno schiavo nel pieno rispetto della legge (ius vitae ac necis). Nel I secolo a.C. vennero, però, istituite le prime leggi a favore degli schiavi: la legge Cornelia, dell'82 a.C. proibì che il padrone potesse uccidere lo schiavo senza giustificato motivo e la legge Petronia, del 32, rimosse l'obbligo dello schiavo di combattere nel Circo se richiestogli dal proprietario. Comunque l'uccisione degli schiavi era un evento molto raro, dato che gli schiavi erano un bene molto costoso e capace di generare rendite[5]. Tuttavia, in caso di grandi rivolte, come le guerre servili che funestarono l'età repubblicana, i romani non esitavano a punire gli schiavi ribelli con crocifissioni di massa lungo le vie consolari, come monito per gli altri schiavi.

La situazione degli schiavi migliorò soprattutto in età imperiale. Claudio stabilì che se un padrone non dava cure ad uno schiavo malato e questi veniva ricoverato da altri presso il tempio di Esculapio, in caso di guarigione diventava libero, se invece lo schiavo moriva il padrone poteva essere incriminato. Il filosofo ispano-romano Lucio Anneo Seneca (non cristiano, di epoca neroniana, contrario anche ai giuochi gladiatorii)[6], esortava a non maltrattare e a non uccidere gli schiavi, anche se questo comportamento non comportava un'infrazione diretta della legge romana. Domiziano vietò la castrazione; Adriano la vendita delle schiave ai postriboli, inoltre punì i maltrattamenti inflitti dalle matrone alle loro schiave; Marco Aurelio garantì il diritto di asilo per i fuggitivi nei templi e presso le statue dell'imperatore.[7]

Tardo Impero (III-V secolo d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

La quantità di schiavi venduti cominciò a declinare progressivamente nel Tardo Impero soprattutto per la conclusione delle grandi guerre di conquista che avevano caratterizzato l'età repubblicana e i primi due secoli dell'Impero. Inoltre le persone cominciarono a servirsi di ogni risorsa legale o sociale per non essere fatte schiave.

Con l'avvento del Cristianesimo, compreso il periodo paleocristiano, anche se si può pensare il contrario, non si registrò mai una chiara condanna della schiavitù da parte dei Padri della Chiesa (anche se in effetti nel 217 d.C. divenne pontefice il liberto Callisto). Tuttavia, nonostante non sia mai stato proclamato un editto imperiale abolizionista della schiavitù, grazie alla decadenza dell'antica religione romana, alla protezione giuridica dello schiavo da parte della Chiesa e al movimento di emancipazione iniziato dagli imperatori pagani[8], le condizioni degli schiavi cominciarono a migliorare e la schiavitù si estinse progressivamente.

Importanza della schiavitù nell'economia e nella società romane[modifica | modifica wikitesto]

Tarda età repubblicana e prima età imperiale (II secolo a.C.-II secolo d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Latifondo e Villa romana.

Le stime degli storici riguardo alla percentuale di schiavi nell'Impero Romano variano molto. Alcuni storici ritengono che circa il 30% della popolazione dell'Impero nel primo secolo sia stata costituita da schiavi[9][10]. Altri storici, invece, riducono la percentuale al 15%-20% circa della popolazione[11]. In ogni caso tutti hanno evidenziato come l'economia romana, specie nell'età imperiale dipendesse pesantemente dall'utilizzo del gran numero di schiavi ottenuti con le guerre di conquista. In vero non fu quella romana la civiltà classica più condizionata dallo sfruttamento della schiavitù come probabilmente lo fu la civiltà spartana, in cui il numero di iloti - termine spartano per "schiavo" - superava il numero dei cittadini spartani in una proporzione di circa sette a uno.[12].

Il fulmineo successo della schiavitù di massa nel mondo romano, altrimenti incomprensibile, si spiega con la necessità della produzione su larga scala richiesta dalle enormi dimensioni raggiunte dai domini di Roma dal II secolo a.C. in poi. Un'organizzazione economica di miriadi di piccole proprietà, tipiche della prima età repubblicana (V-III secolo a.C.) avrebbe comportato mediazioni laboriosissime. Invece, la disponibilità massiccia, immediata e incondizionata di milioni di esseri umani da mettere al lavoro permetteva di produrre e vendere su larga scala e di organizzare i lavoratori senza alcun vincolo dovuto alle loro esigenze umane, se non quello basilare della loro sopravvivenza. L'esercito degli schiavi consentiva, quindi, la gestione a costi minimi dei latifondi pastorali ed estensivi e la gestione fordista-taylorista intensiva delle ville, che secondo alcuni storici è la più efficiente e razionale forma produttiva che l'economia romana abbia mai inventato[13]. L'unica pecca del sistema era che il mantenimento della disciplina nelle grandi aziende servili comportava un apparato repressivo permanente e costoso, economicamente e psicologicamente: si capisce allora come con il passare del tempo si facessero più frequenti le manomissioni, fino ad arrivare da parte dei padroni alla gestione più distaccata dei loro fondi tramite l' affittanza a lavoratori liberi, che si consolidò nell'istituzione del colonato[14].

Tardo Impero: trasformazione nelle professioni coatte e nel colonato (III-V secolo d.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Dal momento che nel Tardo Impero, con la conclusione delle grandi guerre di conquista, il numero di soldati nemici e popolazioni catturate calò enormemente[15], e gli schiavi diventavano sempre di più una merce rara e molto costosa, progressivamente si trasformò la schiavitù in servitù, vincolando i lavoratori a professioni ereditarie ("professioni coatte"). Nel caso dell'agricoltura si legarono gli schiavi e i contadini liberi con il colonato alle terre dove erano nati: veniva in questo modo impedito il loro maltrattamento o la loro uccisione, ma nella sostanza li si rendeva poco più che schiavi, costretti a prestare servizi (corvée) o pagare canoni in natura al proprietario (futuro signore feudale del Medioevo) del fondo, in cambio della sua protezione, di un piccolo salario o della possibilità di trattenere una parte del raccolto per la sussistenza della propria famiglia. Dal colonato si svilupperà, quindi, la futura servitù della gleba dell'età medievale.

Un'altra ragione che potrebbe avere comportato la scomparsa della schiavitù può essere stata la diffusione delle prime macchine semplici, come i mulini ad acqua oppure mossi da animali. Come dimostra la macchina di Anticitera, gli scienziati del mondo classico conoscevano i meccanismi ad ingranaggio, anche abbastanza complessi. È quindi probabile che durante il Tardo Impero al posto degli schiavi siano state impiegate macchine per la macinazione del grano oppure, in siderurgia, mantici mossi da ingranaggi (come si può notare in Toscana, negli scavi archeologici di Cosa vicino ad Ansedonia), anche se non è ancora chiaro quanto fosse diffuso il ricorso a tali macchine e quanto fossero efficienti.

Lavoro degli schiavi e libertà aristocratica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo storico ed economista Giorgio Ruffolo[16] il «lavoro manuale schiavista era la condizione della libertà aristocratica del pensiero», ovvero la separazione tra otium creativo, appannaggio delle aristocrazie, e lavoro brutale, abbandonato alle classi subalterne e agli schiavi e quindi considerato disgustoso dagli intellettuali greco-romani, poggiava proprio sull'esistenza della schiavitù. Quando il sistema produttivo basato sullo sfruttamento degli schiavi andò in crisi nel Tardo Impero, le classi aristocratiche dovettero costringere alle professioni coatte la parte libera della popolazione mediante editti ed eserciti imperiali: i coloni saranno inchiodati alle campagne tramite l'istituzione del colonato; i mercanti delle città, invece, saranno costretti alla disciplina delle corporazioni. La società romana cadeva così in una paralizzante contraddizione: aveva, infatti, bisogno, per mantenere la sua ricchezza, di rafforzare quel dispotismo e quel potere centrale che minava proprio la sua libertà. Di qui il paradosso apparente denunciato da Francesco De Martino[17]:«Per un apparente paradosso della storia, la libertà individuale era assicurata dall'esistenza degli schiavi. Senza di essi la libertà doveva estinguersi».

Lista di alcuni tra i più famosi schiavi nell'antica Roma[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Giovanni Ramilli, Istituzioni Pubbliche dei Romani, pag. 34-36, ed. Antoniana, Padova, 1971.
  2. ^ Luigi Castiglioni, Scevola Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ed. Loescher.
  3. ^ Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 27, 1.
  4. ^ a b SvetonioAugustus, 40.
  5. ^ Certo, ci furono delle eccezioni: di Publio Vedio Pollione, un cittadino di Roma, si dice che alimentasse le aragoste ed i pesci del suo acquario con i corpi dei suoi schiavi. Graziano, un imperatore romano del quarto secolo, promulgò invece una legge secondo la quale ogni schiavo che accusasse il suo padrone di un crimine doveva essere immediatamente bruciato vivo.
  6. ^ Lucio Anneo Seneca, Epistola 47 ad Lucilium.
  7. ^ Birley 1987, p. 133.
  8. ^ Michel Mourre, Dictionnaire d'Histoire universelle, 2 vol., Éditions universitaires, Paris, 1968.
  9. ^ Welcome to Encyclopædia Britannica's Guide to History.
  10. ^ In Italia in età augustea secondo Giorgio Ruffolo erano circa 3 milioni su una popolazione di 10 milioni. Fra i 300 e i 400 000 vivevano a Roma, che allora aveva una popolazione di circa un milione di abitanti (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004).
  11. ^ La più probabile proporzione doveva essere all'incirca una media del 20% per l'intero Impero Romano, pari a circa 12 milioni di persone, ma persistono i margini di incertezza, anche per il fatto che il numero di schiavi diminuiva in tempo di pace).
  12. ^ Erodoto, Storie, libro IX, cap. 10
  13. ^ Giorgio Ruffolo sostiene, quindi, che la tesi di alcuni studiosi dell'economia romana dell'inefficienza e dell'irrazionalità economica della schiavitù, causa ultima della rovina dell'Impero romano, può essere contestata semplicemente chiedendosi perché mai i proprietari terrieri avrebbero espulso dalla terra coltivatori liberi efficienti per sostituirli con schiavi inefficienti e perché un'organizzazione del lavoro tanto inefficiente sarebbe durata per più di due secoli, fino al II secolo d.C., quando la fine dell'età delle conquiste provocò la crisi del modello schiavistico. In ogni caso, tale modello non sarebbe mai potuto somigliare al capitalismo moderno, mancando di due pilastri fondamentali: il salariato e la meccanizzazione (Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 38-39).
  14. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 40-41.
  15. ^ Gli eserciti barbari spesso negoziavano con quelli romani lo scambio di prigionieri.
  16. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, pp. 42-43.
  17. ^ Francesco De Martino, Storia economica di Roma antica, La Nuova Italia, Firenze, 1980.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
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  • Anthony Richard Birley, Marco Aurelio, Milano, Rusconi, 1990, ISBN 88-18-18011-8.
  • Karl Bihlmeyer; Hermann Tuechle, Le persecuzioni dei cristiani da Nerone alla metà del III secolo in "Storia della Chiesa", vol. I, L'antichità, Brescia, Morcelliana, 1960.
  • Marc Bloch, Comme et pourqoi finit l'esclavage antique in Annales. Histoire, Sciences Sociales, vol. 2, nº 1, 1947, pp. 30-44.
  • Andrea Carandini, Schiavi in Italia. Gli strumenti pensanti dei Romani fra tarda repubblica e medio impero, Carocci, 1988.
  • Thomas Casadei, Sauro Mattarelli, Il senso della repubblica: schiavitù, Roma, Franco Angeli, 2009.
  • Guido Clemente, La riorganizzazione politico-istituzionale da Antonino a Commodo, a cura di Arnaldo Momigliano e Aldo Schiavone, Storia di Roma, vol. II, libro 2, Torino, Einaudi, 1990. Ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, XVI, Milano, Il Sole 24 ORE, 2008.
  • Francesco De Martino, Storia economica di Roma antica, Firenze, La Nuova Italia, 1980.
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  • Michael Grant, The Antonines: the Roman Empire in Transition, New York, Routledge, 1996, ISBN 978-0-415-13814-7.
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  • Antonio Parrino, I diritti umani nel processo della loro determinazione storico-politica, Roma, Edizioni Universitarie romane, 2007, ISBN 88-6022-045-9.
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Film che trattano della schiavitù nell'antica Roma[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]