Dollaro statunitense

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Dollaro statunitense
Nome locale United States dollar
2009Centobverse.jpg
Moneta da 1 cent
OneUSD both sides.png
Banconota da 1 dollaro
Codice ISO 4217 USD
Stati Stati Uniti Stati Uniti
Isole minori esterne degli Stati Uniti Isole minori esterne degli Stati Uniti
Ecuador Ecuador
El Salvador El Salvador
Guam Guam
Isole Marshall Isole Marshall
Micronesia Micronesia
Isole Marianne Settentrionali Isole Marianne Settentrionali
Palau Palau
Panamá Panamá
Porto Rico Porto Rico
Samoa Samoa
Samoa Americane Samoa Americane
Timor Est Timor Est
Turks e Caicos Turks e Caicos
Isole Vergini britanniche Isole Vergini britanniche
Isole Vergini americane Isole Vergini americane
Territorio britannico dell'oceano Indiano Territorio britannico dell'oceano Indiano
Simbolo $ o US$ o U$D
Frazioni 100 cent (e 10 dime)
Monete 1 ¢ (penny), 5 ¢ (nickel), 10 ¢ (dime), 25 ¢ (quarto)
1 $, 50 ¢ (rari)
Banconote 1 $, 5 $, 10 $
20 $, 50 $, 100 $
2 $ (rari)
Entità emittente Federal Reserve Bank
In circolazione dal 6 luglio 1785
Tasso di cambio 1 Euro = 1,3569 USD (16 giugno 2014)
Lista valute ISO 4217 - Progetto Numismatica

Il dollaro statunitense è la valuta ufficiale degli Stati Uniti d'America. È anche ampiamente utilizzato come valuta di riserva al di fuori degli Stati Uniti. Il simbolo comunemente usato per il dollaro statunitense è '$'. Il codice ISO 4217 è USD.

Il dollaro è diviso in 100 centesimi. Originariamente era ulteriormente suddiviso in 1000 "mill", utilizzati fino a quando la seconda guerra mondiale non rese l'alluminio troppo costoso per essere utilizzato come metallo da conio (e l'inflazione crescente li rese di valore insignificante).

Attualmente, le denominazioni pari o inferiori a un dollaro sono emesse in moneta, mentre quelle uguali o superiori a un dollaro sono emesse in banconote (esiste sia la moneta sia la banconota da un dollaro, anche se la seconda è più comune).

Le banconote moderne sono stampate dalla Federal Reserve fin dal 1929. Le banconote con denominazione superiore ai $ 100 non sono più stampate dal 1946.

Origine del termine e del simbolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Simbolo di dollaro.

Il nome del dollaro statunitense deriva dal dollaro spagnolo (che a sua volta deriva dal termine tallero), una moneta d'argento largamente diffusa durante la guerra di indipendenza americana.

Anche se le banche private emettevano valuta supportata dal dollaro spagnolo, il governo federale non lo fece fino alla guerra di secessione.

Monete e banconote[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monete del dollaro statunitense e Banconote del dollaro statunitense.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Continental Currency, un terzo di dollaro del 1776
Diritto dell'Eisenhower Dollar del 1978
Rovescio dell'Eisenhower Dollar
Mezzo dollaro in argento con l'effige di John Fitzgerald Kennedy del 1968
Alcuni tagli di banconote del dollaro statunitense

Il dollaro venne unanimemente scelto come unità monetaria degli Stati Uniti il 6 luglio 1785. Fu la prima volta che una nazione adottava un sistema decimale per la valuta.

Fino al 1791 il valore del dollaro era legato a quello dell'argento o dell'oro o a una combinazione dei due. Dal 1792 al 1873 il dollaro era supportato liberamente da oro e argento, in rapporto di 15 a 1, con un sistema chiamato bimetallismo. Attraverso una serie di cambiamenti legislativi avvenuti tra il 1873 e il 1900, l'importanza dell'argento fu via via diminuita fino all'adozione formale del gold standard. Il gold standard sopravvisse, con molte modifiche fino al 1971. Oggigiorno, come per la valuta di quasi tutte le nazioni, il dollaro non ha valore intrinseco.

Abramo Lincoln autorizzò l'emissione di valuta a nome del governo Federale, valuta che era supportata dal dollaro spagnolo, durante la guerra di secessione americana (1862). Queste banconote, conosciute come greenbacks per il colore verde del retro, diedero inizio alla tradizione statunitense di stampare la valuta in verde. Contrariamente alle altre nazioni tutte le banconote statunitensi sono state stampate con lo stesso colore per la maggior parte del XX secolo.

Per aumentare la quantità di moneta circolante (in particolare al fine di ridurre i "silver certificate" e lasciar spazio ai Federal Reserve Note[1]) in un'economia in espansione[2], il 4 giugno 1963, il presidente John Fitzgerald Kennedy firmò l'ordine esecutivo 11110 che dava al Ministero del Tesoro il potere "di emettere certificati sull'argento contro qualsiasi riserva d'argento, argento o dollari d'argento normali che erano nel Tesoro". Dopo l'assassinio del Presidente Kennedy, avvenuto 171 giorni più tardi, l'ordine esecutivo 11110 cadde in disuso e tutte le banconote emesse dal governo furono man mano ritirate dal mercato.

Le moderne banconote statunitensi, indipendentemente dalla denominazione, misurano 6,63 cm in larghezza, 15,6 cm in lunghezza e 0,11 mm in spessore.

Il 13 maggio 2003, la Federal Reserve annuncia l'introduzione di una banconota da 20$ a colori (la prima dal 1905). La scelta è dettata dalla necessità di contrastare la crescente contraffazione. Le nuove banconote sono entrate in circolazione il 9 ottobre 2003. Altre banconote da 10$ e 50$ sono state introdotte nel 2004 e 2005, ognuna con differenti schemi di colori.

Uso internazionale del dollaro statunitense[modifica | modifica sorgente]

Alcune nazioni al di fuori della giurisdizione statunitense usano il dollaro statunitense (USD) come valuta ufficiale. Queste nazioni includono: Ecuador, El Salvador, Palau, Timor Est, Panamá e gli Stati Federati di Micronesia. L'Argentina usò un tasso di cambio fisso 1:1 tra il peso argentino e il dollaro statunitense dal 1991 al 2002. Il tasso di cambio del dollaro di Hong Kong è stato mantenuto fisso fino ai primi anni ottanta, e il renminbi usato dalla Repubblica Popolare Cinese è stato informalmente ancorato al dollaro fin dalla metà degli anni novanta.

Il dollaro è inoltre usato come unità valutaria standard sui mercati internazionali per la quotazione di beni come l'oro e il petrolio.

La moneta tipo dopo la seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Durante la seconda guerra mondiale, gli USA accumularono una notevole riserva di oro, chiesto in pagamento degli aiuti del piano Marshall.

  • 20 aprile 1933: Roosevelt emanò l'atto di emergenza per la attività bancarie, il quale ritirava gli USA dal sistema monetario aureo. Ottenne così due risultati: impedire la convertibilità delle banconote in oro per i cittadini statunitensi, permettendo però ai paesi stranieri di convertire i loro dollari in oro in qualsiasi momento, e rendere illegale la proprietà privata di oro, con l'eccezione dei collezionisti di monete rare. In pratica, nel sistema finanziario statunitense ci fu uno spostamento da un sistema di rendiconto che prevedeva l'oro come barriera al debito in eccesso, a un sistema nel quale non c'era nessun rendiconto.

Nel 1933, Roosevelt avvia il New Deal, un programma di spesa pubblica in disavanzo sostenuto dalla teoria keynesiana e quasi interamente finanziato con debiti dello Stato verso banche private. John Maynard Keynes pubblica nel 1936 il suo libro fondamentale (The general theory of employment, interest and money), ma già in passato era influente economista e consigliere personale di Roosevelt. Si crea la prima componente del debito pubblico cui seguirà quello di imprese e privati cittadini, in crescita dopo gli anni '70. Tale debito (di Stato, imprese e cittadini) pone oggi il dollaro a rischio di svalutazione.

Sempre negli anni trenta, comincia la doppia quotazione dell'oro: internamente agli Stati Uniti e agli altri Stati il prezzo viene determinato dal mercato; per le transazioni internazionali il prezzo dell'oro è quello fisso di 35 dollari/oncia degli accordi di Bretton Woods.

A partire dagli anni trenta, ininterrottamente fino a oggi, l'oro come il petrolio si comprano e vendono esclusivamente in dollari alle borse di Londra e New York.

Sotto Bretton Woods, era d'obbligo tenere i dollari a riserva e dunque era nota la somma di dollari in possesso delle banche straniere, quantità prevalente della massa di dollari esistente fuori dagli USA. Inoltre, i dollari circolanti in USA (come ogni moneta circolante dentro uno Stato) erano un dato disponibile poiché la massa monetaria era ed è decisa dalla FED. Al tempo di Roosevelt era già risaputo che le once d'oro dichiarate nella riserva della FED non erano sufficienti né a convertire il totale dei dollari esistente (dentro e fuori USA), né quelli in possesso di stranieri. Nemmeno una forte svalutazione da 30 a 300 dollari/oncia avrebbe reso Bretton Woods un sistema di cambi sostenibile. Era chiaro che prima o poi la convertibilità sarebbe finita; l'aumento successivo dell'emissione di dollari (da convertire) accelerò questo processo.

Il provvedimento di Roosevelt parlò, infatti, di Gold Window (chiusa da Nixon 40 anni dopo) come periodo di transizione per il ripagamento di una parte dei dollari in possesso di investitori stranieri (quelli che l'oro disponibile poteva ripagare).

  • Con la guerra in Vietnam e la crescita economica di Germania e Giappone, gli USA necessitano di finanziamenti eccezionali; l'indebitamento a causa delle guerre costrinse a coniare ingenti quantità di dollari e a svalutare la moneta, fissando un cambio inferiore rispetto all'oncia d'oro (e quindi alle altre valute) perché la riserva d'oro doveva bastare per una massa circolante di moneta molto più alta.

Per tentare di mantenere il sistema creato a Bretton Woods, si organizza un pool di banche centrali che mantengono il corso del cambio del dollaro sull'oro a 35 $ l'oncia, comprando titoli di Stato USA in caso di perdita e vendendoli in caso di risalita. La Francia si ritira dal pool nel 1967.

  • 15 agosto 1971: il presidente statunitense Richard Nixon annuncia che nemmeno i dollari degli stranieri sono più convertibili in oro. La soppressione della convertibilità totale del dollaro in oro è per alcuni una dichiarazione implicita di bancarotta.

Dopo la guerra del Vietnam, vi era ormai più moneta circolante che riserve di metallo nella banca centrale che non poteva più assicurare la convertibilità della moneta in oro (ovvero che un ipotetico cittadino si presentasse alla Banca centrale, restituisse la banconota in dollari e chiedesse in cambio un'analoga quantità d'oro). Il gold standard poneva fine agli accordi di Bretton Woods con un'uscita unilaterale degli Stati Uniti.

Di quegli accordi, continuava però a valere l'obbligo di tenere i dollari a riserva. Gli Stati stranieri non potevano spendere i dollari di cui erano in possesso, chiederne il cambio con la moneta nazionale né con l'oro; potevano investirli nelle banche statunitensi oppure in Treasury Bond USA.

La coniazione di dollari aveva subito una forte crescita per finanziare i conflitti statunitensi nel dopoguerra (una guerra ogni due anni, dopo il 1945), con una crescita più marcata per la guerra in Vietnam. Il gold standard causa immediatamente una rivalutazione del marco e dello yen.

Contestuale è la crisi petrolifera del 1974. I Paesi OPEC ridussero drasticamente la produzione di petrolio, causando una crisi energetica mondiale. Il prezzo al barile e delle importazioni quadruplicò.

All'epoca il petrolio si commerciava soltanto in dollari: con la crisi petrolifera, quadruplicò la domanda mondiale di dollari (a parità di fabbisogni) e il cambio del dollaro si risollevò notevolmente, dopo il crollo detto prima su marco e yen a seguito del gold standard. Prima e dopo il gold standard e la crisi energetica, i Paesi OPEC continuarono a farsi pagare il petrolio in dollari e a investire i petrodollari nelle banche e titoli di stato statunitensi. Non si trattò affatto di uno scontro fra mondo arabo e USA.

I Paesi arabi non scelsero di vendere il loro petrolio in una moneta diversa dal dollaro, nemmeno dopo il gold standard. Prima del '74 la maggior parte dei petrodollari tornavano in USA ed erano convertiti in oro. Dopo il '74, i produttori arabi cominciarono a investirli in Treasury Bond e in banche statunitensi, sostenendo il cambio del dollaro attuale.

  • 13 marzo 1979: creazione del Sistema monetario europeo (Sme) per ridurre i margini di fluttuazione delle monete europee tra loro. Contemporaneamente, la Riserva Federale statunitense inaugura una politica del "dollaro forte" con il deciso aumento dei tassi d'interesse. Partito da un cambio di 1:4 rispetto al franco, il dollaro arriva al valore di 10:4 nel 1985.
  • Settembre 1985: accordi del Plaza (dal nome dell'hotel dove ebbe luogo la riunione), miranti a far abbassare il valore del dollaro; seguono alle gravi crisi legate al debito estero nell'America latina.
  • 1º gennaio 1999: nascita dell'euro. Ricomincia la politica di deprezzamento del dollaro, per favorire l'economia interna statunitense.
  • 2001: viene messa in circolazione la moneta da 1 dollaro che però non sostituirà la famosa banconota.

Attualmente il dollaro resta la principale valuta di riserva. Secondo l'economista Paul Samuelson, la richiesta di dollari all'estero permette agli Stati Uniti di mantenere un deficit commerciale persistente senza avere un deprezzamento della valuta o un riaggiustamento dei flussi commerciali.

Diversamente dal collocarsi su un nuovo punto di equilibrio previsto dal concetto di bilancia commerciale, il dollaro non si è svalutato nella misura prevista. Il tasso di cambio con le altre monete è poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni.

Gli Uffici di Cambio (che dipendono dalle Banche Centrali) dei Paesi esportatori verso gli USA raccolgono i dollari che fatturano le loro multinazionali (in USA vendono le merci contro moneta locale, dollari) e li mettono nella riserva (di valuta estera) della Banca centrale; la Banca Centrale non chiede di cambiare i dollari nella moneta nazionale, ma li mette in circolazione per comprare petrolio; i Paesi produttori di petrolio non chiedono alla FED di cambiare i petrodollari nella moneta locale dei Paesi Arabi, ma tengono i proventi del petrolio in conti correnti denominati in dollari e in buona parte investiti in titoli del Tesoro e azioni USA.

Fondamentalmente i dollari emessi non si presentano al cambio condizionando il valore del dollaro sulle altre monete. D'altra parte sono investiti in titoli di lungo termine o in azioni che non vengono scambiate a forte frequenza: per cui quei dollari non sono nemmeno moneta circolante che produrrebbe inflazione rientrando in America.

Gli accordi di Bretton Woods imponevano alle banche centrali di tutto il mondo di tenere dollari a riserva senza poterli cambiare presso la Federal Reserve in cambio della moneta nazionale. Dal gold standard di Nixon, gli accordi di Bretton Woods non sono più in vigore; tuttavia, il dollaro è ancora la principale moneta di riserva (51% delle riserve mondiali in valuta estera) poiché il petrolio è contrattato esclusivamente in dollari presso l'International Petroleum Exchange (IPE) di Londra o la NYTMEX di New York.

In queste borse si stabilisce il prezzo al barile ed è possibile agli operatori acquistare partite di petrolio e gas. Le banche centrali devono tenere notevoli quantità di dollari per gli approvvigionamenti nazionali. Di recente l'Iran ha in progetto l'apertura di una borsa in cui la compravendita della merce petrolifera avverrà in euro, una valuta alla quale non corrisponde un deficit commerciale così elevato. Dal marzo 2007 alcune banche iraniane trattano in euro le transazioni commerciali. Analoghe decisioni erano al vaglio di paesi come Libia e Venezuela.

Pare che anche il presidente Putin intenda realizzare una borsa per la compravendita in rubli del petrolio e gas della Russia. Dal luglio 2006 la Banca Centrale Russa ha avviato la convertibilità del rublo verso le altre divise.

La crisi del dollaro e il rischio di crollo economico[modifica | modifica sorgente]

Gli USA sono il maggior importatore di petrolio della Russia e acquirente di beni cinesi. Cina e Russia negli ultimi venti anni hanno accumulato una enorme riserva di dollari presso le rispettive banche centrali, che rischiano di perdere dal 25 al 40% del loro valore, se il dollaro venisse svalutato. La Russia sta già creando un'alternativa al dollaro come moneta di riserva: grazie agli ottimi rapporti con la Germania (nonché agli storici legami tra questi due paesi), la Russia sta diversificando da circa un lustro le proprie riserve accumulando euro e cedendo dollari. La Cina, viceversa, detiene enormi riserve di dollari (così come le detengono i Paesi arabi), per cui la diversificazione monetaria è pur sempre possibile, sebbene scoraggiata dal rischio di perdere ingenti capitali qualora la diversificazione dovesse esser spinta oltre un certo limite. Pur tuttavia, la Cina ha espresso recentemente (2006) l'intenzione di diversificare maggiormente il proprio deposito di valuta straniera, in seguito a contrasti molto accentuati col governo statunitense che ha bloccato l'acquisto di un'impresa statunitense di perforazioni petrolifere off shore. La Cina si troverà inevitabilmente di fronte al dilemma se continuare ad accumulare dollari sempre meno appetibili come valuta di riserva o se diversificare in modo assai maggiore col rischio implicito di perdere parte del valore del capitale accumulato a causa della conseguente inflazione che si verificherebbe.

Viceversa, la svalutazione del dollaro avrebbe l'effetto di rendere meno convenienti le importazioni di beni e rallentare le economie, come quelle europee, che si reggono molto sulle esportazioni e sul tenore di vita statunitense.

La svalutazione in sé porta a un nuovo equilibrio del saldo delle partite correnti e di una bilancia commerciale pesantemente in deficit.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Federal Reserve System, di George B. Grey, pg. 83 Editore Nova Publishers, 2002 ISBN 1-59033-053-6, 9781590330531
  2. ^ Storia economica americana di Giovanni Favero

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