Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America)

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Partito Repubblicano
(EN) Republican Party
Republican Disc.svg
PresidenteRonna Romney McDaniel
StatoStati Uniti Stati Uniti
Sede310 First St. SE, Washington 20003
AbbreviazioneGOP
Fondazione20 marzo 1854
IdeologiaModerna:
 · Conservatorismo[1]
 · Conservatorismo fiscale[2][3]
 · Conservatorismo sociale[4][5]
 · Federalismo[6]
 · Liberismo[7]
Fazioni interne:
 · Conservatorismo nazionale[8]
 · Liberismo di destra[9][10]
 · Libertarianismo[11]
 · Neoconservatorismo[12]
 · Paleoconservatorismo[13]
 · Populismo di destra[14][15]
Storica:
 · Abolizionismo
 · Liberalismo
Fazioni interne:
 · Carpetbagger
CollocazioneDestra (1964–presente)
Centro (1944–1964)
Centro-destra (1912–1944)
Centro-sinistra (1896–1912)
Sinistra (1854–1896)
 · Fonti: [16]
Partito europeoAlleanza dei Conservatori e Riformisti Europei (associato)
Affiliazione internazionaleUnione Democratica Internazionale
Seggi Camera
240 / 435
Seggi Senato
52 / 100
Seggi Camere statali
3047 / 5411
Seggi Senati statali
1158 / 1972
Organizzazione giovanileCollege Republicans
Teen Age Republicans
Young Republicans
Iscritti68.000.000 (2017)
Colori     Rosso
Sito web

Il Partito Repubblicano (Republican Party), popolarmente noto come «Grand Old Party» (acronimo GOP), è insieme al Partito Democratico uno dei due maggiori partiti del sistema politico degli Stati Uniti.

Venne fondato nel 1854 per contrastare la temuta espansione nell'Ovest del sistema schiavistico degli Stati meridionali, posizionandosi alla sinistra del Partito Democratico nelle questioni economiche e sociali. Tuttavia nel contesto politico statunitense odierno il Partito Repubblicano è ormai considerato come il partito della destra conservatrice (pur con le sue fazioni interne di centro-destra e della destra cristiana e libertaria), in contrapposizione al Partito Democratico, che è invece diventato un partito progressista e ispirato al liberalismo statunitense (in realtà simile per alcuni aspetti al liberalismo sociale).

Perlomeno fino alla scissione del 1912 (con il posizionamento contemporaneo dei Democratici sul fronte di sinistra) e negli anni trenta fino all'avvento del New Deal del Democratico Roosevelt, il Partito Repubblicano era considerato (a livello locale lo rimase per più tempo) un partito più liberale degli avversari (i Democratici del Sud spesso appoggiarono la segregazione razziale). Fu dalla presidenza Eisenhower in un clima di guerra fredda caratterizzato dall'intensificarsi dell'anticomunismo e dalla presa di distanza dalla politica statalista del New Deal, oltre che il movimento per i diritti civili degli anni sessanta (approvato dal Partito Democratico) e della cosiddetta «strategia del Sud» che prevedeva una retorica razzista per attirarsi il consenso dei bianchi sudisti, che il partito assunse definitivamente la fisionomia conservatrice moderna.

Nel Congresso in carica il partito dispone della maggioranza dei rappresentanti sia alla Camera sia al Senato, oltre che al quarantacinquesimo presidente statunitense in Donald Trump.

Struttura del partito[modifica | modifica wikitesto]

Come è tipico dei partiti politici degli Stati Uniti, il Partito Repubblicano non ha forme di iscrizione a livello nazionale e l'unica forma riconosciuta di adesione è quindi una dichiarazione di appartenenza (non vincolante) ai Democratici, ai Repubblicani oppure come indipendente all'atto della registrazione per il voto (che negli Stati Uniti avviene solo su richiesta). Tale dichiarazione in alcuni Stati federati è necessaria per la partecipazione alle primarie di partito (primarie chiuse). Il Partito Repubblicano a livello locale ha comunque partiti affiliati (uno per Stato), ciascuno dei quali può prevedere forme di adesione di vario tipo, ma in generale l'appartenenza a un partito comporta obblighi meno stringenti rispetto ai partiti politici europei. L'unico organismo centrale al vertice del partito è il comitato nazionale Repubblicano (Republican National Committee), che non ha però il compito di fissazione del programma o di controllo dell'operato degli eletti, bensì quello di raccolta fondi e di coordinamento delle campagne elettorali nazionali e può appoggiare ufficialmente la campagna elettorale di un candidato, ma non ha la possibilità di selezionare le candidature. Il simbolo tradizionale del partito è il cosiddetto «elefantino» con i colori statunitensi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia del Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America).

La fondazione e i primi consensi[modifica | modifica wikitesto]

Il partito fu fondato il 20 marzo 1854[17] da ex esponenti dei Whig e del Suolo Libero nonché militanti di preesistenti movimenti antischiavisti che si unirono per dare vita a un raggruppamento in grado di opporsi all'allora in governo Partito Democratico. Il primo raduno in cui si propose di costituire un nuovo partito si tenne il 28 febbraio 1854 a Ripon (nel Wisconsin), mentre la prima manifestazione ufficiale del partito avvenne il 6 luglio a Jackson (nel Michigan).[18] Entrambe le località si trovano nel Stati Uniti medio-occidentali (Midwest) e proprio questa regione fu la prima base elettorale dei Repubblicani in quanto popolata prevalentemente da agricoltori indipendenti, che guardavano con preoccupazione alle mire espansionistiche dei grandi proprietari di schiavi del Sud in direzione dei territori dell'Ovest, da poco aperti alla colonizzazione. Successivamente ottennero consensi anche tra i ceti industriali presenti nel Stati Uniti nord-orientali, anch'essi divisi dai grandi latifondisti del Sud per ragioni economiche. Inoltre il partito ebbe l'adesione dei membri di varie chiese protestanti, contrari allo schiavismo per ragioni morali. Il primo candidato Repubblicano alle elezioni presidenziali fu John Charles Frémont, che alle elezioni presidenziali del 1856 quale ottenne il 33% dei voti: troppo poco per essere eletto come presidente, ma sufficiente per dare al partito lo stato di maggiore rivale dei Democratici in una fase di trasformazione del sistema politico statunitense.

La guerra di secessione e il predominio Repubblicano[modifica | modifica wikitesto]

La candidatura di Abraham Lincoln alle elezioni presidenziali del 1860 ebbe successo con il 40% dei voti grazie alla spaccatura tra i Democratici del Nord e del Sud, che presentarono due candidati contrapposti. Il partito era composto da una fazione conservatrice guidata da Francis Preston Blair, una liberale con Lincoln e una radicale con a capo Thaddeus Stevens. Lincoln quindi fu il primo presidente Repubblicano e il partito si fregia del titolo di partito di Lincoln, che si trovò ad affrontare la secessione degli Stati del Sud e la guerra che ne seguì. Lincoln vinse anche le elezioni presidenziali del 1864 tenutesi solo nel Nord e nelle quali ebbe l'appoggio di una parte dei Democratici nel nome dell'unità nazionale e il 55% dei voti. Dopo la guerra nella fase detta della Ricostruzione il partito egemonizzò il sistema politico dato il discredito dei Democratici, considerati da molti come i responsabili della guerra.

La presidenza del generale Ulysses S. Grant (eletto nel 1868) della corrente radicale fu caratterizzata da un forte ricorso allo sistema del bottino e una parte dei Repubblicani contestarono il presidente, accusando di favorire in tal modo la corruzione attraverso la promozione dell'appartenenza al partito anziché della competenza dei funzionari. Grant fu comunque rieletto alle elezioni presidenziali del 1872. Nel Sud una volta conclusasi la fase di occupazione militare i Repubblicani finirono col rinunciare a proteggere gli ex schiavi neri liberati, che quindi non poterono godere di un reale riconoscimento di pieni diritti civili e politici, ma nel 1872 i primi senatori e deputati di colore erano Repubblicani.

I Repubblicani vinsero anche le elezioni presidenziali del 1876 e quelle del 1880, mantenendo una posizione favorevole agli interessi dell'industria del Nord, con il sostegno al sistema aureo, a politiche protezioniste in fatto di commercio internazionale e finanziamenti pubblici e leggi di favore per università e infrastrutture ferroviarie. Sconfitti alle elezioni presidenziali del 1884 per la prima volta da un quarto di secolo dal Democratico Grover Cleveland, i Repubblicani tornarono al governo con le elezioni presidenziali del 1888. Nel 1890 i Repubblicani fecero passare la prima legge antimonopolio, ma l'introduzione di una forte tariffa protezionistica favorì una nuova vittoria di Cleveland alle elezioni presidenziali del 1892. I consensi dei Democratici furono però indeboliti da una grave crisi economica scoppiata nel 1893, confermando in molti statuitensi la reputazione dei Repubblicani come unico partito in grado di favorire l'industria.

A parte il caso particolare del Sud nel quale il Partito Repubblicano era praticamente inesistente, nel resto degli Stati Uniti le divergenze tra i due grandi partiti erano comunque legate, oltre che alle scelte di politica economica (con i Repubblicani tendenzialmente protezionisti e i Democratici favorevoli al libero commercio), all'appartenenza etnica e religiosa degli elettori: i Repubblicani tendevano infatti a essere Protestanti provenienti dalla Gran Bretagna o dalla Scandinavia (tra i quali erano forti le posizioni dei proibizionisti), mentre gli immigrati cattolici irlandesi e italiani e gli immigrati tedeschi erano prevalentemente Democratici.

L'era progressista[modifica | modifica wikitesto]

La crisi economica del 1893 consentì al Repubblicano William McKinley di vincere le elezioni presidenziali del 1896 con il 51% dei voti, un risultato che segnò una svolta nella storia politica degli Stati Uniti in quanto segnò un periodo di netta prevalenza di consensi per il Partito Repubblicano. McKinley affrontò la crisi economica puntando sui tradizionali temi dei Repubblicani: protezionismo e sistema aureo. Rieletto nel 1900, McKinley fu ucciso da un anarchico l'anno seguente e sostituito alla presidenza dal vicepresidente Theodore Roosevelt, che si caratterizzò per l'ampio ricorso alla legge antimonopolio del 1890 che fin lì aveva trovato poca applicazione.

Dopo essere stato confermato alle elezioni presidenziali del 1904 Roosevelt lasciò il posto in quelle del 1908 a William Howard Taft, ma alle elezioni presidenziali del 1912 decise di ricandidarsi come capo della sinistra dei Repubblicani. Il vertice del partito ricandidò Taft e Roosevelt si presentò con l'etichetta di progressista: il voto Repubblicano si trovò così spaccato in due, favorendo la vittoria del Democratico Wilson. Alle elezioni presidenziali del 1920 il candidato Repubblicano Warren G. Harding vinse con il 60% dei voti con una campagna critica nei confronti della Società delle Nazioni voluta da Wilson e per il ritorno al protezionismo e a una politica favorevole agli interessi della grande industria.

Harding morì nel 1923 mentre la sua amministrazione era colpita da accuse di corruzione e fu sostituito da Calvin Coolidge, il quale venne eletto nel 1924 con il 54%, mentre i Repubblicani progressisti presentarono una candidatura autonoma (che ottenne il 17%), non riuscendo però a scalfire i consensi del presidente. Coolidge non si ripresentò alle elezioni presidenziali del 1928 e venne eletto Herbert Hoover con il 58%. Proprio sotto Hoover però si verificò il grande crollo di Wall Street del 1929, cui fece seguito la grande depressione, che segnò una grande svolta nella storia politica degli Stati Uniti: il Partito Democratico ottenne la presidenza alle elezioni presidenziali del 1932 con Franklin Delano Roosevelt (lontano cugino di Theodore) ed egemonizzò il sistema politico per circa trent'anni. Il voto delle grandi città si spostò massicciamente verso i Democratici, così come quello degli afroamericani, che dalla fine della guerra di secessione votavano tradizionalmente per i Repubblicani.

L'opposizione al New Deal[modifica | modifica wikitesto]

Entrato in carica nel 1933, Roosevelt presentò una serie di riforme incentrate sull'ampliamento dell'intervento pubblico nell'economia, il cosiddetto New Deal («nuovo corso»). Il consenso di queste misure fu mostrato dal trionfo Democratico alle elezioni intermedie del 1934. La seconda fase del New Deal provocò una divisione in entrambi i partiti, in quanto una minoranza di Repubblicani era sostanzialmente favorevole, mentre una parte dei Democratici del Sud si avvicinò alle posizioni dei Repubblicani conservatori guidati da Robert Taft (figlio dell'ex presidente). Di conseguenza sebbene i Democratici avessero la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, in pratica dal 1937 fino al 1964 il Congresso fu controllato da una maggioranza di fatto conservatrice.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale e la morte di Roosevelt i Repubblicani riconquistarono il Congresso nel 1946 con una campagna elettorale volta a ridurre il potere dei sindacati. Tuttavia solamente alle elezioni presidenziali del 1952 i Repubblicani riguadagnarono la presidenza con l'ex generale Dwight Eisenhower, il quale comunque mantenne sostanzialmente il New Deal e si schierò a favore di una politica attiva sulla scena internazionale contro l'isolazionismo di molti Repubblicani. Dopo avere rivinto le elezioni presidenziali del 1956 i Repubblicani attesero quelle del 1968 per riottenere la presidenza con Richard Nixon, già vicepresidente con Eisenhower. Affossato dallo scandalo Watergate, Nixon fu costretto a dimettersi nel 1974 e a lasciare la presidenza a Gerald Ford, sconfitto elezioni presidenziali del 1976.

Alle elezioni presidenziali del 1980 Ronald Reagan riportò una netta vittoria da parte dei Repubblicani. Questo risultato provocò una svolta nel Partito Repubblicano, in quanto mise definitivamente in minoranza la corrente dei moderati, tendenzialmente favorevoli al New Deal e contrari a tagli alle tasse che potessero provocare debito nel bilancio pubblico. La vittoria di Reagan fu dovuta anche al completamento di un processo di spostamento dell'elettorato, iniziato nei decenni precedenti: da una parte il passaggio di voti dai Democratici ai Repubblicani nel Sud, dall'altra uno spostamento dai repubblicani ai Democratici nel Nordest del Paese.

Gli anni di Reagan[modifica | modifica wikitesto]

L'elezione di Reagan nel 1980 fu l'inizio di un profondo mutamento nel comportamento elettorale degli statunitensi e nei programmi politici Repubblicani, che portò a uno spostamento di settori della classe operaia e del ceto medio bianco, nazionalista e timoroso di riforme troppo liberali nel settore dei diritti civili, a favore dei Repubblicani (i cosiddetti Democratici di Reagan). Peraltro molte delle riforme di Reagan furono appoggiate al Congresso da molti deputati e senatori Democratici.

La prima ampia vittoria di Reagan nel 1980 fu seguita da una seconda e ancora più ampia vittoria alle elezioni presidenziali del 1984: in quell'anno Reegan prevalse in 49 Stati su 50 (gli sfuggì solo il Minnesota, lo Stato natale dello sfidante, il Democratico Walter Mondale). In campo economico l'era reaganiana si caratterizzò per il successo nella riduzione dell'inflazione e nel secondo mandato una buona crescita del prodotto interno lordo (a fronte di un notevole incremento del debito di bilancio e commerciale). In politica estera Reagan scelse la linea dura nei confronti del blocco sovietico e fortemente interventista in Sud America, ma al tempo stesso instaurò un rapporto di collaborazione con il capo sovietico Michail Gorbačëv. Con il successore di Reagan, George H. W. Bush, la guerra fredda terminò con la vittoria degli Stati Uniti.

Alle elezioni presidenziali del 1992 fu eletto presidente il Democratico Bill Clinton, ma nelle elezioni intermedie del 1994 i Repubblicani conquistarono la maggioranza in entrambe le camere del Congresso per la prima volta dal 1954 grazie all'efficace campagna guidata dal presidente del partito alla Camera Newt Gingrich e caratterizzata da un programma definito «Contratto con l'America» che conteneva in campo economico idee ispirate alla scuola dell'economia dell'offerta (supply-side economics, ossia meno tasse e meno regolamentazione). I Repubblicani mantennero la doppia maggioranza fino al 2006 (tranne che nel 2001 e 2002 al Senato), tuttavia Clinton fu rieletto alle elezioni presidenziali del 1996.

Da Bush a Trump[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni presidenziali del 2000 fu eletto presidente George W. Bush (figlio del precedente), rappresentante di quello che negli Stati Uniti è definito conservatorismo sociale, sostenitore degli alti valori morali del cristianesimo statunitense, soprattutto nella sua componente evangelica. Gli attentati dell'11 settembre spinsero Bush a porre l'accento soprattutto sui temi di politica estera con la cosiddetta guerra al terrorismo globale, il concetto di guerra preventiva e il rafforzamento del potere esecutivo in nome della difesa della sicurezza nazionale. Alle elezioni presidenziali del 2004 Bush fu confermato alla presidenza, tuttavia nella tornata elettorale del 2006 il partito perse il controllo di entrambe le Camere.

Alle elezioni presidenziali del 2008 il candidato Repubblicano John McCain, senatore dell'Arizona presentatosi con la governatrice dell'Alaska Sarah Palin come vice, fu sconfitto da Barack Obama (46% contro il 53% dei voti popolari). Battuti da Obama, primo presidente statunitense afroamericano eletto, i Repubblicani furono spinti dal nuovo movimento protestatario originato dal basso (il Tea Party), contrario sia alle misure economiche intraprese dall'amministrazione Obama e soprattutto alla contestatissima riforma sanitaria, vinsero alcune elezioni parziali già nel 2009: l'importante carica di governatore della Virginia con Bob McDonnell e il seggio vacante, occupato per decenni da Ted Kennedy, come senatore del Massachusetts (uno Stato storicamente a maggioranza Democratica) con Scott Brown nel gennaio 2010.

Questi successi anticiparono il trionfo delle elezioni del 2010, consentendo tra l'altro ai Repubblicani la riconquista della maggioranza alla Camera e di molte importanti cariche a livello statale, con dimensioni che il Partito Repubblicano non aveva più conosciuto dai tempi del New Deal. Nonostante tali successi il Partito Repubblicano subì una nuova sconfitta alle elezioni presidenziali del 2012: il presidente uscente Obama infatti batté la coppia Repubblicano Mitt Romney-Paul Ryan con il 51% dei voti contro il 47,2%.

Alle elezioni presidenziali del 2016 dopo avere eliminato alle primarie sedici candidati il miliardario newyorchese Donald Trump, senza avere mai ricoperto alcuna carica politica, si è imposto inaspettatamente. Con lo slogan «Make America Great Again!» («Facciamo tornare grande l'America!») il programma economico è centrato sul messaggio del declino economico e commerciale degli Stati Uniti e denuncia come scelte sbagliate la politica estera delle amministrazioni Obama e Bush, soprattutto nel caos in cui versa il Medio Oriente dopo le guerre in Iraq, Libia e l'affermazione del califfato islamico. Il duo Repubblicano formato da Trump e dal suo vice Mike Pence, governatore dell'Indiana, ha sconfitto quello Democratico formato dall'ex Segretario di Stato Hillary Clinton e Tim Kaine, Senatore della Virginia. Aggiudicandosi 306 grandi elettori contro i 232 della sconfitta Clinton, Trump ha conquistato Stati dei Grandi Laghi come il Wisconsin (prima vittoria dal 1984 per un candidato Repubblicano), la Pennsylvania e il Michigan (entrambi prima vittoria dal 1988 per i Repubblicani), pur perdendo il voto popolare complessivo per più di due milioni. Il Partito Repubblicano è così tornato alla Casa Bianca dopo otto anni, mantenendo il controllo sia della Camera sia del Senato, estendendo inoltre il controllo della maggioranza dei governatorati e delle legislature statali (68 delle 98 assemblee sono a maggioranza Repubblicana): mai dal 1928 il Partito Repubblicano aveva concentrato tanto potere a livello statale e federale.

Ideologia[modifica | modifica wikitesto]

Storicamente il partito era stato fondato per contrastare la temuta espansione nell'Ovest del sistema schiavistico degli Stati meridionali Democratici, quindi era inizialmente più liberale di quello Democratico, adottando una politica abolizionista e liberale (classico), con anche alcune sue correnti più radicali. Tuttavia il partito si è spostato sempre più a destra sin dalle prime decadi del ventesimo secolo, criticando il New Deal e diventando il partito conservatore moderno. Nonostante posizioni a volte discordanti il partito moderno esprime infatti una linea sostanzialmente unitaria e i suoi valori rispecchiano una coerente e variegata impostazione conservatrice, riconducibile alle sue fazioni interne.[19][20][21]

In ambito economico si riscontra ormai la consapevolezza che il libero mercato, la libertà d'impresa e la deregolazione siano gli unici fondamenti per una vera prosperità economica. Sulla base di tali posizioni c'è l'opposizione alle politiche da parte di Barack Obama, attuate tra il 2008 e il 2017 e considerate assistenzialiste. Alcuni suoi autorevoli membri, tra i quali Paul Ryan, presidente della Camera dei rappresentanti, propongono inoltre l'abolizione delle tasse sul guadagno in conto capitale, quella riguardante l'imposta sul reddito delle società e la privatizzazione di Medicare. Le opinioni in materia di matrimoni omosessuali, aborto, eutanasia e antiproibizionismo riflettono un'impostazione di matrice conservatrice e della destra religiosa statunitense, sempre più presente all'interno del partito.

Correnti interne[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Correnti del Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America).
  • Estremisti e tradizionalisti: gli estremisti rappresentano l'ala di estrema destra del partito. Sono indicati con il nome di Tea Party e si distinguono per un marcato populismo e un orientamento conservatore radicale in ambito fiscale, economico, religioso, ambientale e sociale. I tradizionalisti sono una delle correnti più antiche del conservatorismo, risalenti al nuovo umanesimo di Irving Babbitt e Paul Elmer More, gli agrari del Sud, T. S. Eliot, il distributismo britannico e i primi neoconservatori.
  • Neoconservatori e paleoconservatori: rappresentano l'ala destra del partito. I neoconservatori sono a favore di una politica estera interventista, comprendendo anche l'azione militare preventiva contro precise nazioni nemiche in alcune circostanze. Molti di loro erano inizialmente legati al Partito Democratico o erano visti come liberali, ma sono ritenuti artefici della conversione dei Repubblicani a una più attiva politica estera, essendo propensi ad azioni di attacco unilaterali con l'intento di esportare democrazia. I paleoconservatori sono tradizionalisti con una forte diffidenza delle strutture di governo, che considerano uno «stato manageriale», oltre alle moderne ideologie. In genere sono conservatori sulle questioni sociali (porto d'armi, uso di droghe, multiculturalismo e immigrazione illegale), ma al contrario dei neoconservatori sono anche a favore del protezionismo e di una politica estera non-interventista.
  • Moderati: sono noti per essere fiscalmente conservatori e socialmente liberali, oppure socialmente conservatori e fiscalmente centristi.
  • Libertari: rappresentano la parte libertaria del partito e enfatizzano il libero mercato e minori controlli sulla società. Come i conservatori fiscali si oppongono alle spese governative, alle regolamentazioni e alle tasse, ma a differenza di altri membri del partito (soprattutto i conservatori sociali) sono a favore dei diritti dei gay, della ricerca sulle cellule staminali e dell'aborto, oltre alle privatizzazioni e del libero scambio.

Comitato Nazionale Repubblicano[modifica | modifica wikitesto]

Il Comitato Nazionale Repubblicano (Republican National Committee) è l'organo politico di direzione: è responsabile dello sviluppo e della promozione della piattaforma programmatica, coordina la raccolta fondi e la strategia elettorale e organizza il comitato nazionale.

Presidenti del comitato nazionale[modifica | modifica wikitesto]

L'elefantino Repubblicano in una statua di propaganda elettorale
N. Nome Periodo Stato[22] Note[23]
1 Edwin D. Morgan 1856–1864 New York
2 Henry J. Raymond 1864–1866 New York
3 Marcus L. Ward 1866–1868 New Jersey
4 William Claflin 1868–1872 Massachusetts
5 Edwin D. Morgan 1872–1876 New York Secondo mandato
6 Zachariah Chandler 1876–1879 Michigan
7 J. Donald Cameron 1879–1880 Pennsylvania
8 Marshall Jewell 1880–1883 Connecticut
9 Dwight M. Sabin 1883–1884 Minnesota
10 Benjamin F. Jones 1884–1888 New Jersey
11 Matthew S. Quay 1888–1891 Pennsylvania
12 James S. Clarkson 1891–1892 Iowa
13 William J. Campbell 1892 Illinois Eletto nel giugno 1892, rinuncia a luglio
14 Thomas H. Carter 1892–1896 Montana Eletto al posto di W.J. Campbell nel luglio 1892
15 Marcus A. Hanna 1896–1904 Ohio
16 Henry Clay Payne 1904 Wisconsin
17 George Bruce Cortelyou 1904–1907 New York
18 Harry S. New 1907–1908 Indiana
19 Frank Harris Hitchcock 1908–1909 Ohio
20 John Fremont Hill 1909–1912 Maine
21 Victor Rosewater 1912 Nebraska
22 Charles D. Hilles 1912–1916 New York
23 William R. Wilcox 1916–1918 New York
24 Will H. Hays 1918–1921 Indiana
25 John T. Adams 1921–1924 Iowa
26 William M. Butler 1924–1928 Massachusetts
27 Hubert Work 1928–1929 Colorado
28 Claudius H. Huston 1929–1930 Tennessee
29 Simeon D. Fess 1930-1932 Ohio
30 Everett Sanders 1932–1934 Indiana
31 Henry P. Fletcher 1934–1936 Pennsylvania
32 John D. M. Hamilton 1936–1940 Kansas
33 Joseph W. Martin, Jr. 1940–1942 Massachusetts
34 Harrison E. Spangler 1942–1944 Iowa
35 Herbert Brownell, Jr. 1944–1946 New York
36 Carroll Reece 1946–1948 Tennessee
37 Hugh D. Scott, Jr. 1948–1949 Pennsylvania
38 Guy G. Gabrielson 1949–1952 New Jersey
39 Arthur E. Summerfield 1952–1953 Michigan
40 Wesley Roberts 1953 Kansas
41 Leonard W. Hall 1953–1957 New York
42 Meade Alcorn 1957–1959 Connecticut
43 Thruston B. Morton 1959–1961 Kentucky
44 William E. Miller 1961–1964 New York
45 Dean Burch 1964–1965 Arizona
46 Ray C. Bliss 1965–1969 Ohio
47 Rogers C. B. Morton 1969–1971 Maryland
48 Robert Dole 1971–1973 Kansas
49 George H. W. Bush 1973–1974 Texas
50 Mary Louise Smith 1974–1977 Iowa Prima donna presidente
51 William E. Brock III 1977–1981 Tennessee
52 Richard Richards 1981–1983 Utah
53 Frank J. Fahrenkopf, Jr. 1983–1989 Nevada Insieme a Paul Laxalt fino al 1987
54 Lee Atwater 1989–1991 Carolina del Sud
55 Clayton Keith Yeutter 1991–1992 Nebraska
56 Richard Bond 1992–1993 Missouri
57 Haley Barbour 1993–1997 Mississippi
58 Jim Nicholson 1997–2001 Colorado
59 Jim Gilmore 2001–2002 Virginia
60 Marc Racicot 2002–2003 Montana
61 Ed Gillespie 2003–2005 Virginia
62 Ken Mehlman 2005–2007 Washington
63 Mel Martinez 2007 Florida
63 Mike Duncan 2007–2009 Kentucky
64 Michael Steele 2009–2011 Maryland Unico afroamericano eletto presidente
65 Reince Priebus 2011–2017 Wisconsin
66 Ronna Romney McDaniel 2017– Michigan Seconda donna presidente

Membri del Partito Repubblicano eletti alla presidenza degli Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

  1. Abraham Lincoln (1861–1865)
  2. Ulysses S. Grant (1869–1877)
  3. Rutherford Hayes (1877–1881)
  4. James A. Garfield (1881)
  5. Benjamin Harrison (1889–1893)
  6. William McKinley (1897–1901)
  7. Theodore Roosevelt (1901–1909)
  8. William Howard Taft (1909–1913)
  9. Warren G. Harding (1921–1923)
  10. Calvin Coolidge (1923–1929)
  11. Herbert Hoover (1929–1933)
  12. Dwight Eisenhower (1953–1961)
  13. Richard Nixon (1969–1974)
  14. Gerald Ford (1974–1977) – non eletto, subentra prima a Spiro Agnew come vicepresidente e poi a Nixon come presidente
  15. Ronald Reagan (1981–1989)
  16. George H. W. Bush (1989–1993)
  17. George W. Bush (2001–2009)
  18. Donald Trump (2017–in carica)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Paul Gottfried, Conservatism in America: Making Sense of the American Right, Palgrave Macmillan, 15 luglio 2007, p. 9.
  2. ^ (EN) Marcus Hawkins, What is Fiscal Conservatism?, su ThoughtCo., 29 aprile 2017.
  3. ^ (EN) Marcus Hawkins, What is a "Conservatarian" Anyway?, su ThoughtCo., 17 maggio 2017.
  4. ^ (EN) Paul Gottfried, Theologies and Moral Concern, Transaction Publishers, 1995, p. 12.
  5. ^ (EN) Devi N. Nair, No Country for Old Social Conservatives?, in The Harvard Crimson, 5 febbraio 2013.
  6. ^ (EN) A Rebirth of Constitutional Government, GOP, 25 maggio 2011. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  7. ^ (EN) Laissez-faire capitalism and economic liberalism, su Jstor.com. URL consultato il 12 agosto 2014.
  8. ^ (EN) Geoffrey Gertz, Renegotiating NAFTA: Options for Investment Protection (PDF), nº 7, Brookings Institution, marzo 2017, p. 5.
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