Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America)

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Partito Repubblicano
(EN) Republican Party
Republican Disc.svg
PresidenteRonna Romney McDaniel
VicepresidenteBob Paduchik
PortavoceKayleigh McEnany
StatoStati Uniti Stati Uniti
Sede310 First St. SE,
Washington D.C., 20003
AbbreviazioneGOP
Fondazione20 marzo 1854 (164 anni fa)
IdeologiaModerna

Fazioni interne

Storica

Fazioni interne

CollocazioneModerna

Storica

Partito europeoAlleanza dei Conservatori e Riformisti Europei (associato regionale)[44]
Affiliazione internazionaleUnione Democratica Internazionale[45]
Seggi Camera
200 / 435
Seggi Senato
51 / 100
Seggi Camere statali
2986 / 5411
Seggi Senati statali
1135 / 1972
Organizzazione giovanileCollege Republicans
Teen Age Republicans
Young Republicans
Iscritti32 807 417 (2017)
Colori     Rosso[46]
Sito webgop.com

Il Partito Repubblicano (in inglese: Republican Party), popolarmente noto come «Grand Old Party» (GOP), è insieme al Partito Democratico uno dei due principali partiti del sistema politico degli Stati Uniti.

Venne fondato nel 1854 per contrastare la temuta espansione nell'Ovest del sistema schiavistico degli Stati meridionali, posizionandosi alla sinistra del Partito Democratico nelle questioni economiche e sociali. Tuttavia nel contesto politico statunitense odierno il Partito Repubblicano è ormai considerato come il partito della destra conservatrice (pur con le sue fazioni interne di centro-destra e della destra cristiana e libertariana) in contrapposizione al Partito Democratico, che è invece diventato il partito liberale (in realtà un'unione del liberalismo sociale e del progressismo).

Perlomeno fino alla scissione del 1912 (con il posizionamento contemporaneo dei Democratici sul fronte di sinistra) e negli anni trenta fino all'avvento del New Deal del Democratico Franklin Delano Roosevelt, il Partito Repubblicano era considerato (a livello locale lo rimase per più tempo) un partito più liberale degli avversari (i Democratici del Sud spesso appoggiarono la segregazione razziale). Fu dalla presidenza di Dwight D. Eisenhower in un clima di guerra fredda caratterizzato dall'intensificarsi dell'anticomunismo e dalla presa di distanza dalla politica statalista del New Deal, oltre che il movimento per i diritti civili degli anni sessanta (approvato dal Partito Democratico) e della cosiddetta strategia del Sud che prevedeva una retorica razzista per attirarsi il consenso dei bianchi del Sud, che il partito assunse definitivamente la fisionomia conservatrice moderna. Nel Congresso in carica il Partito Repubblicano dispone della maggioranza dei rappresentanti al Senato, oltre che del presidente Donald Trump.

Struttura del partito[modifica | modifica wikitesto]

L'elefantino Repubblicano in una statua di propaganda elettorale

Come è tipico dei partiti politici degli Stati Uniti, il Partito Repubblicano non ha forme di iscrizione a livello nazionale e l'unica forma riconosciuta di adesione è quindi una dichiarazione di appartenenza (non vincolante) ai Democratici, ai Repubblicani oppure come indipendente all'atto della registrazione per il voto (che negli Stati Uniti avviene solo su richiesta). Tale dichiarazione in alcuni Stati federati è necessaria per la partecipazione alle primarie di partito (primarie chiuse).

A livello locale il Partito Repubblicano ha comunque partiti affiliati (uno per ogni Stato federato), ciascuno dei quali può prevedere forme di adesione di vario tipo, ma in generale l'appartenenza a un partito comporta obblighi meno stringenti rispetto ai partiti politici europei. L'unico organismo centrale al vertice del partito è il Comitato nazionale Repubblicano, che non ha però il compito di fissazione del programma o di controllo dell'operato degli eletti, bensì quello di raccolta fondi e di coordinamento delle campagne elettorali nazionali e può appoggiare ufficialmente la campagna elettorale di un candidato, ma non ha la possibilità di selezionare le candidature.

Il simbolo tradizionale del Partito Repubblicano è il cosiddetto elefantino con i colori nazionali statunitensi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia del Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America).

La fondazione e i primi consensi[modifica | modifica wikitesto]

Il partito fu fondato il 20 marzo 1854[47] da ex esponenti dei Whig e del Suolo Libero nonché militanti di preesistenti movimenti antischiavisti che si unirono per dare vita a un raggruppamento in grado di opporsi all'allora in governo Partito Democratico. Il primo raduno in cui si propose di costituire un nuovo partito si tenne il 28 febbraio 1854 a Ripon (nel Wisconsin), mentre la prima manifestazione ufficiale del partito avvenne il 6 luglio a Jackson (nel Michigan).[48] Entrambe le località si trovano nel Stati Uniti medio-occidentali (Midwest) e proprio questa regione fu la prima base elettorale dei Repubblicani in quanto popolata prevalentemente da agricoltori indipendenti, che guardavano con preoccupazione alle mire espansionistiche dei grandi proprietari di schiavi del Sud in direzione dei territori dell'Ovest, da poco aperti alla colonizzazione. Successivamente ottennero consensi anche tra i ceti industriali presenti nel Stati Uniti nord-orientali, anch'essi divisi dai grandi latifondisti del Sud per ragioni economiche. Inoltre il partito ebbe l'adesione dei membri di varie chiese protestanti, contrari allo schiavismo per ragioni morali. Il primo candidato Repubblicano alle elezioni presidenziali fu John Charles Frémont, che in quelle del 1856 ottenne il 33% dei voti: troppo poco per essere eletto come presidente, ma sufficiente per dare al partito lo stato di maggiore rivale dei Democratici in una fase di trasformazione del sistema politico statunitense.

La guerra di secessione e il predominio Repubblicano[modifica | modifica wikitesto]

La candidatura di Abraham Lincoln alle elezioni presidenziali del 1860 ebbe successo con il 40% dei voti grazie alla spaccatura tra i Democratici del Nord e del Sud, che presentarono due candidati contrapposti. Il partito era composto da una fazione conservatrice guidata da Francis Preston Blair, una liberale con Lincoln e una radicale con a capo Thaddeus Stevens. Lincoln quindi fu il primo presidente Repubblicano (il partito si fregia infatti del titolo di «partito di Lincoln») e si trovò ad affrontare la secessione degli Stati del Sud e la guerra che ne seguì.

Lincoln vinse anche le elezioni presidenziali del 1864 tenutesi solo nel Nord e nelle quali ebbe l'appoggio di una parte dei Democratici nel nome dell'unità nazionale e il 55% dei voti. Dopo la guerra nella fase detta della Ricostruzione egemonizzò il sistema politico dato il discredito dei Democratici, considerati da molti come i responsabili della guerra.

La presidenza del generale Ulysses S. Grant (eletto nel 1868) fu caratterizzata da un forte ricorso al patronaggio e una parte dei Repubblicani contestarono il presidente, accusando di favorire in tal modo la corruzione attraverso la promozione dell'appartenenza al partito anziché della competenza dei funzionari. Grant fu comunque rieletto alle elezioni presidenziali del 1872. Una volta conclusasi la fase di occupazione militare nel Sud i Repubblicani finirono col rinunciare a proteggere gli ex schiavi neri liberati, che quindi non poterono godere di un reale riconoscimento di pieni diritti civili e politici, ma nel 1872 i primi senatori e deputati di colore erano Repubblicani.

I Repubblicani vinsero anche le elezioni presidenziali del 1876 e quelle del 1880, mantenendo una posizione favorevole agli interessi dell'industria del Nord, con il sostegno al sistema aureo, a politiche protezioniste in fatto di commercio internazionale e finanziamenti pubblici e leggi di favore per università e infrastrutture ferroviarie. Sconfitti alle elezioni presidenziali del 1884 per la prima volta da un quarto di secolo dal Democratico Grover Cleveland, i Repubblicani tornarono al governo con le elezioni presidenziali del 1888.

Nel 1890 i Repubblicani fecero passare la prima legge antimonopolio, ma l'introduzione di una forte tariffa protezionistica favorì una nuova vittoria di Cleveland alle elezioni presidenziali del 1892. I consensi dei Democratici furono però indeboliti da una grave crisi economica scoppiata nel 1893, confermando in molti la reputazione dei Repubblicani come unico partito in grado di favorire l'industria.

A parte il caso particolare del Sud nel quale il Partito Repubblicano era praticamente inesistente, nel resto degli Stati Uniti le divergenze tra i due grandi partiti erano comunque legate, oltre che alle scelte di politica economica (con i Repubblicani tendenzialmente protezionisti e i Democratici favorevoli al libero commercio), all'appartenenza etnica e religiosa degli elettori. I Repubblicani tendevano infatti a essere protestanti provenienti dalla Gran Bretagna o dalla Scandinavia (tra i quali erano forti le posizioni dei proibizionisti) mentre gli immigrati cattolici irlandesi e italiani e gli immigrati tedeschi erano prevalentemente Democratici.

L'era progressista[modifica | modifica wikitesto]

La crisi economica del 1893 consentì al Repubblicano William McKinley di vincere le elezioni presidenziali del 1896 con il 51% dei voti, un risultato che fu una svolta nella storia politica degli Stati Uniti in quanto segnò un periodo di netta prevalenza di consensi per il Partito Repubblicano. McKinley affrontò la crisi economica puntando sui tradizionali temi dei Repubblicani: protezionismo e sistema aureo.

Rieletto nel 1900, McKinley fu ucciso da un anarchico l'anno seguente e sostituito alla presidenza dal vicepresidente Theodore Roosevelt, che si caratterizzò per l'ampio ricorso alla legge antimonopolio del 1890 che fin lì aveva trovato poca applicazione, venendo confermato alle elezioni presidenziali del 1904. Roosevelt lasciò il posto nelle elezioni presidenziali del 1908 a William Howard Taft, ma in quelle del 1912 decise di ricandidarsi come capo politico della sinistra dei Repubblicani. Il vertice del partito ricandidò Taft e Roosevelt si presentò come Progressista, con il voto Repubblicano che si trovò così spaccato in due.

Dopo la vittoria del Democratico Wilson alle elezioni presidenziali del 1920 il Repubblicano Warren G. Harding vinse con il 60% dei voti con una campagna critica nei confronti della Società delle Nazioni e per il ritorno al protezionismo e a una politica favorevole agli interessi della grande industria. Tuttavia Harding morì nel 1923 mentre la sua amministrazione era colpita da accuse di corruzione e fu quindi sostituito dal vicepresidente Calvin Coolidge. Coolidge venne confermato nelle elezioni presidenziali del 1924 con il 54% dei voti mentre i Repubblicani Progressisti presentarono una candidatura autonoma con a capo Robert La Follette che ottenne il 17%.

Coolidge non si ripresentò alle elezioni presidenziali del 1928 e venne eletto Herbert Hoover con il 58%. Proprio sotto Hoover però si verificò il grande crollo di Wall Street del 1929, cui fece seguito la grande depressione, che segnò una grande svolta nella storia politica degli Stati Uniti. Infatti il Partito Democratico ottenne la presidenza alle elezioni presidenziali del 1932 con Franklin Delano Roosevelt (lontano cugino del presidente Theodore Roosevelt) ed egemonizzò il sistema politico per circa trent'anni. Il voto delle grandi città si spostò massicciamente verso i Democratici, così come quello degli afroamericani, che dalla fine della guerra di secessione votavano tradizionalmente per i Repubblicani.

L'opposizione al New Deal[modifica | modifica wikitesto]

Entrato in carica nel 1933, Roosevelt presentò una serie di riforme incentrate sull'ampliamento dell'intervento pubblico nell'economia, il cosiddetto New Deal (nuovo corso).

Il consenso di queste misure fu mostrato dal trionfo Democratico alle elezioni intermedie del 1934. La seconda fase del New Deal provocò una divisione in entrambi i partiti, in quanto una minoranza di Repubblicani era sostanzialmente favorevole, mentre una parte dei Democratici del Sud si avvicinò alle posizioni dei Repubblicani conservatori guidati da Robert Taft (figlio dell'ex presidente William Howard Taft).

Di conseguenza sebbene i Democratici avessero la maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti sia al Senato, in pratica dal 1937 fino al 1964 il Congresso fu controllato da una maggioranza di fatto conservatrice.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la seconda guerra mondiale e la morte di Roosevelt i Repubblicani riconquistarono il Congresso nel 1946 con una campagna elettorale volta a ridurre il potere dei sindacati. Tuttavia solamente alle elezioni presidenziali del 1952 i Repubblicani riguadagnarono la presidenza con l'ex generale Dwight D. Eisenhower, il quale comunque mantenne sostanzialmente il New Deal e si schierò a favore di una politica attiva sulla scena internazionale contro l'isolazionismo di molti Repubblicani. Dopo avere rivinto le elezioni presidenziali del 1956 i Repubblicani attesero quelle del 1968 per riottenere la presidenza con Richard Nixon, già vicepresidente con Eisenhower. Affossato dallo scandalo Watergate, Nixon fu costretto a dimettersi nel 1974 e a lasciare la presidenza a Gerald Ford, sconfitto elezioni presidenziali del 1976.

Alle elezioni presidenziali del 1980 Ronald Reagan riportò una netta vittoria da parte del Partito Repubblicano. Questo risultato provocò una svolta nel Partito Repubblicano in quanto mise definitivamente in minoranza la corrente dei moderati, tendenzialmente favorevoli al New Deal e contrari a tagli alle tasse che potessero provocare debito nel bilancio pubblico.

La vittoria di Reagan fu dovuta anche al completamento di un processo di spostamento dell'elettorato iniziato nei decenni precedenti che vide da una parte il passaggio di voti dal Partito Democratico al Partito Repubblicano nel Sud e dall'altra uno spostamento dal Partito Repubblicani al Partito Democratico nel Nordest del Paese.

Gli anni di Reagan[modifica | modifica wikitesto]

L'elezione di Reagan nel 1980 fu l'inizio di un profondo mutamento nel comportamento elettorale degli statunitensi e nei programmi politici Repubblicani, che portò a uno spostamento di settori della classe operaia e del ceto medio bianco, nazionalista e timoroso di riforme troppo liberali nel settore dei diritti civili, a favore dei Repubblicani (i cosiddetti Democratici di Reagan).

Peraltro molte delle riforme di Reagan furono appoggiate al Congresso da molti deputati e senatori Democratici. La prima ampia vittoria di Reagan nel 1980 fu seguita da una seconda e ancora più ampia vittoria alle elezioni presidenziali del 1984, dove Reagan prevalse in 49 Stati federati su 50 (gli sfuggì solo il Minnesota, lo Stato natale dello sfidante, il Democratico Walter Mondale).

In campo economico l'era reaganiana si caratterizzò per il successo nella riduzione dell'inflazione e nel secondo mandato una buona crescita del prodotto interno lordo (a fronte di un notevole incremento del debito di bilancio e commerciale). In politica estera Reagan scelse la linea dura nei confronti del blocco sovietico e fortemente interventista in Sud America, ma al tempo stesso instaurò un rapporto di collaborazione con il capo sovietico Michail Gorbačëv. Con il successore di Reagan, George H. W. Bush, la guerra fredda terminò con la vittoria degli Stati Uniti.

Alle elezioni presidenziali del 1992 fu eletto presidente il Democratico Bill Clinton, ma nelle elezioni di metà mandato del 1994 i Repubblicani conquistarono la maggioranza in entrambi rami del Congresso per la prima volta dal 1954 grazie all'efficace campagna guidata dal presidente del partito alla Camera Newt Gingrich e caratterizzata da un programma definito Contratto con l'America che conteneva in campo economico idee ispirate alla scuola dell'economia dell'offerta (supply-side economics), ossia meno tasse e meno regolamentazione.

I Repubblicani mantennero la doppia maggioranza fino al 2006 (tranne che nel 2001 e 2002 al Senato), ma Clinton fu rieletto alle elezioni presidenziali del 1996.

Da Bush a Trump[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni presidenziali del 2000 fu eletto George W. Bush (figlio di George H. W. Bush), rappresentante del conservatorismo sociale e sostenitore degli alti valori morali del cristianesimo statunitense, soprattutto nella sua componente evangelica. Gli attentati dell'11 settembre spinsero Bush a porre l'accento soprattutto sui temi di politica estera con la cosiddetta guerra al terrorismo globale, il concetto di guerra preventiva e il rafforzamento del potere esecutivo in nome della difesa della sicurezza nazionale. Alle elezioni presidenziali del 2004 Bush fu confermato alla presidenza, ma nella elezioni di metà mandato del 2006 il partito perse il controllo di entrambi rami del Congresso. Alle elezioni presidenziali del 2008 il candidato Repubblicano John McCain, senatore dell'Arizona presentatosi con la governatrice dell'Alaska Sarah Palin come vice presidente, fu sconfitto da Barack Obama (46% contro il 53% dei voti popolari e 173 grandi elettori contro i 365 di Obama).

Battuti da Obama, primo presidente statunitense afroamericano eletto, i Repubblicani furono spinti dal nuovo movimento protestatario originato dal basso (il Tea Party), contrario sia alle misure economiche intraprese dall'amministrazione Obama e soprattutto alla contestatissima riforma sanitaria, vincendo alcune elezioni parziali già nel 2009, tra cui la carica di governatore della Virginia con Bob McDonnell e il seggio vacante, occupato per decenni da Ted Kennedy, come senatore del Massachusetts (uno Stato storicamente a maggioranza Democratica) con Scott Brown nel gennaio 2010. Questi successi anticiparono il trionfo delle elezioni di metà mandato del 2010, consentendo tra l'altro ai Repubblicani la riconquista della maggioranza alla Camera e di molte importanti cariche a livello statale, con dimensioni che il Partito Repubblicano non aveva più conosciuto dai tempi del New Deal. Nonostante tali successi, il Partito Repubblicano subì una nuova sconfitta alle elezioni presidenziali del 2012 in cui il presidente uscente Obama batté la coppia Repubblicana Mitt Romney-Paul Ryan con il 51% dei voti contro il 47,2% e 302 grandi elettori contro 206.

In vista delle elezioni presidenziali del 2016 il miliardario newyorchese Donald Trump, senza avere mai ricoperto alcuna carica politica, si è imposto inaspettatamente dopo aver eliminato alle primarie sedici candidati. Con lo slogan «Make America Great Again!» («Facciamo tornare grande l'America!») il programma economico è centrato sul messaggio del declino economico e commerciale degli Stati Uniti e denuncia come scelte sbagliate la politica estera delle amministrazioni Obama e Bush, soprattutto nel caos in cui versa il Medio Oriente dopo le guerre in Iraq e Libia e l'affermazione del califfato islamico. Il duo Repubblicano formato da Trump e dal suo candidato come vicepresidente Mike Pence, governatore dell'Indiana, ha sconfitto quello Democratico formato dall'ex Segretario di Stato Hillary Clinton e Tim Kaine, Senatore della Virginia. Aggiudicandosi 306 grandi elettori contro i 232 della sconfitta Clinton, Trump ha conquistato Stati dei Grandi Laghi come il Wisconsin (prima vittoria dal 1984 per un candidato Repubblicano), la Pennsylvania e il Michigan (entrambi prima vittoria dal 1988 per i Repubblicani), pur perdendo il voto popolare complessivo per più di due milioni. Il Partito Repubblicano è così tornato alla Casa Bianca dopo otto anni, mantenendo il controllo sia della Camera sia del Senato, estendendo inoltre il controllo della maggioranza dei governatorati e delle legislature statali (68 delle 98 assemblee sono a maggioranza Repubblicana). Mai dal 1928 il Partito Repubblicano aveva concentrato tanto potere a livello statale e federale, ma nelle elezioni di metà mandato del 2018 ha perso il controllo della Camera.

Ideologia[modifica | modifica wikitesto]

Storicamente il partito era stato fondato per contrastare la temuta espansione nell'Ovest del sistema schiavistico degli Stati meridionali Democratici, quindi era inizialmente più liberale di quello Democratico, adottando una politica abolizionista e liberale (nel senso classico del termine), con anche alcune sue correnti più radicali. Tuttavia il partito si è spostato sempre più a destra sin dai primi decenni del ventesimo secolo, criticando il New Deal e diventando il partito conservatore moderno. Nonostante posizioni a volte discordanti il partito moderno esprime infatti una linea sostanzialmente unitaria e i suoi valori rispecchiano una coerente e variegata impostazione conservatrice, riconducibile alle sue fazioni interne.[49][50][51]

In ambito economico si riscontra ormai la consapevolezza che il libero mercato, la libertà d'impresa e la deregolazione siano gli unici fondamenti per una vera prosperità economica. Sulla base di tali posizioni c'è l'opposizione alle politiche da parte di Barack Obama, attuate tra il 2009 e il 2017 e considerate assistenzialiste. Alcuni suoi autorevoli membri, tra i quali Paul Ryan, presidente della Camera dei rappresentanti, propongono inoltre l'abolizione delle tasse sul guadagno in conto capitale, quella riguardante l'imposta sul reddito delle società e la privatizzazione di Medicare. Le opinioni in materia di matrimoni omosessuali, aborto, eutanasia e antiproibizionismo riflettono un'impostazione di matrice conservatrice e della destra religiosa statunitense, sempre più presente all'interno del partito.

Correnti interne[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Correnti del Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America).
  • Estremisti e tradizionalisti: gli estremisti rappresentano l'ala di estrema destra del partito. Sono indicati con il nome di Tea Party e si distinguono per un marcato populismo e un orientamento conservatore radicale in ambito fiscale, economico, religioso, ambientale e sociale. I tradizionalisti sono una delle correnti più antiche del conservatorismo, risalenti al nuovo umanesimo di Irving Babbitt e Paul Elmer More, gli agrari del Sud, T. S. Eliot, il distributismo britannico e i primi neoconservatori.
  • Neoconservatori e paleoconservatori: rappresentano l'ala destra del partito. I neoconservatori sono a favore di una politica estera interventista, comprendendo anche l'azione militare preventiva contro precise nazioni nemiche in alcune circostanze. Molti di loro erano inizialmente legati al Partito Democratico o erano visti come liberali, ma sono ritenuti artefici della conversione dei Repubblicani a una più attiva politica estera, essendo propensi ad azioni d'attacco unilaterali con l'intento di esportare democrazia. I paleoconservatori sono tradizionalisti con una forte diffidenza delle strutture di governo, che considerano uno Stato manageriale, oltre alle moderne ideologie. In genere sono conservatori sulle questioni sociali (porto d'armi, uso di droghe, multiculturalismo e immigrazione illegale), ma al contrario dei neoconservatori sono anche a favore del protezionismo e di una politica estera non-interventista.
  • Moderati: sono noti per essere fiscalmente conservatori e socialmente liberali, oppure socialmente conservatori e fiscalmente centristi.
  • Libertariani: rappresentano la parte libertariana del partito enfatizzando il libero mercato e minori controlli sulla società. Come i conservatori fiscali si oppongono alle spese governative, alle regolamentazioni e alle tasse, ma a differenza di altri membri del partito (soprattutto i conservatori sociali) sono a favore dei diritti dei gay, della ricerca sulle cellule staminali e dell'aborto, oltre alle privatizzazioni e del libero scambio.

Comitato nazionale repubblicano[modifica | modifica wikitesto]

Il Comitato nazionale repubblicano (Republican National Committee) è l'organo politico di direzione. È responsabile dello sviluppo e della promozione della piattaforma programmatica, coordina la raccolta fondi e la strategia elettorale e organizza il comitato nazionale.

Presidenti del comitato nazionale[modifica | modifica wikitesto]

N. Nome Periodo Stato[52] Note[53]
1 Edwin D. Morgan 1856–1864 New York
2 Henry J. Raymond 1864–1866 New York
3 Marcus L. Ward 1866–1868 New Jersey
4 William Claflin 1868–1872 Massachusetts
5 Edwin D. Morgan 1872–1876 New York Secondo mandato
6 Zachariah Chandler 1876–1879 Michigan
7 James Donald Cameron 1879–1880 Pennsylvania
8 Marshall Jewell 1880–1883 Connecticut
9 Dwight M. Sabin 1883–1884 Minnesota
10 Benjamin F. Jones 1884–1888 New Jersey
11 Matthew S. Quay 1888–1891 Pennsylvania
12 James S. Clarkson 1891–1892 Iowa
13 William J. Campbell 1892 Illinois Eletto nel giugno 1892, vi rinuncia a luglio
14 Thomas H. Carter 1892–1896 Montana
15 Marcus A. Hanna 1896–1904 Ohio
16 Henry Clay Payne 1904 Wisconsin
17 George Bruce Cortelyou 1904–1907 New York
18 Harry S. New 1907–1908 Indiana
19 Frank Harris Hitchcock 1908–1909 Ohio
20 John Fremont Hill 1909–1912 Maine
21 Victor Rosewater 1912 Nebraska
22 Charles D. Hilles 1912–1916 New York
23 William R. Wilcox 1916–1918 New York
24 William Harrison Hays 1918–1921 Indiana
25 John T. Adams 1921–1924 Iowa
26 William M. Butler 1924–1928 Massachusetts
27 Hubert Work 1928–1929 Colorado
28 Claudius H. Huston 1929–1930 Tennessee
29 Simeon D. Fess 1930-1932 Ohio
30 Everett Sanders 1932–1934 Indiana
31 Henry P. Fletcher 1934–1936 Pennsylvania
32 John D. M. Hamilton 1936–1940 Kansas
33 Joseph W. Martin Jr. 1940–1942 Massachusetts
34 Harrison E. Spangler 1942–1944 Iowa
35 Herbert Brownell 1944–1946 New York
36 Carroll Reece 1946–1948 Tennessee
37 Hugh D. Scott Jr. 1948–1949 Pennsylvania
38 Guy G. Gabrielson 1949–1952 New Jersey
39 Arthur E. Summerfield 1952–1953 Michigan
40 Wesley Roberts 1953 Kansas
41 Leonard W. Hall 1953–1957 New York
42 Meade Alcorn 1957–1959 Connecticut
43 Thruston B. Morton 1959–1961 Kentucky
44 William E. Miller 1961–1964 New York
45 Dean Burch 1964–1965 Arizona
46 Ray C. Bliss 1965–1969 Ohio
47 Rogers C. B. Morton 1969–1971 Maryland
48 Bob Dole 1971–1973 Kansas
49 George H. W. Bush 1973–1974 Texas
50 Mary Louise Smith 1974–1977 Iowa Prima donna presidente
51 William E. Brock III 1977–1981 Tennessee
52 Richard Richards 1981–1983 Utah
53 Frank J. Fahrenkopf Jr. 1983–1989 Nevada Insieme a Paul Laxalt fino al 1987
54 Lee Atwater 1989–1991 Carolina del Sud
55 Clayton Keith Yeutter 1991–1992 Nebraska
56 Richard Bond 1992–1993 Missouri
57 Haley Barbour 1993–1997 Mississippi
58 Jim Nicholson 1997–2001 Colorado
59 Jim Gilmore 2001–2002 Virginia
60 Marc Racicot 2002–2003 Montana
61 Ed Gillespie 2003–2005 Virginia
62 Ken Mehlman 2005–2007 Washington
63 Mel Martinez 2007 Florida
63 Mike Duncan 2007–2009 Kentucky
64 Michael Steele 2009–2011 Maryland Primo afroamericano eletto presidente
65 Reince Priebus 2011–2017 Wisconsin
66 Ronna Romney McDaniel 2017–in carica Michigan

Storia elettorale[modifica | modifica wikitesto]

Nelle elezioni congressuali[modifica | modifica wikitesto]

Camera dei rappresentanti Presidente Senato
Anno Seggi +/– Seggi +/– Anno
1950
199 / 435
Green Arrow Up.svg 28 Harry Truman
47 / 96
Green Arrow Up.svg 5 1950
1952
221 / 435
Green Arrow Up.svg 22 Dwight D. Eisenhower
49 / 96
Green Arrow Up.svg 2 1952
1954
203 / 435
Red Arrow Down.svg 18
47 / 96
Red Arrow Down.svg 2 1954
1956
201 / 435
Red Arrow Down.svg 2
47 / 96
Straight Line Steady.svg 0 1956
1958
153 / 435
Red Arrow Down.svg 48
34 / 98
Red Arrow Down.svg 13 1958
1960
175 / 435
Green Arrow Up.svg 22 John Fitzgerald Kennedy
35 / 100
Green Arrow Up.svg 1 1960
1962
176 / 435
Green Arrow Up.svg 1
34 / 100
Red Arrow Down.svg 1 1962
1964
140 / 435
Red Arrow Down.svg 36 Lyndon B. Johnson
32 / 100
Red Arrow Down.svg 2 1964
1966
187 / 435
Green Arrow Up.svg 47
38 / 100
Green Arrow Up.svg 6 1966
1968
192 / 435
Green Arrow Up.svg 5 Richard Nixon
42 / 100
Green Arrow Up.svg 4 1968
1970
180 / 435
Red Arrow Down.svg 12
44 / 100
Green Arrow Up.svg 2 1970
1972
192 / 435
Green Arrow Up.svg 12
41 / 100
Red Arrow Down.svg 3 1972
1974
144 / 435
Red Arrow Down.svg 48 Gerald Ford
38 / 100
Red Arrow Down.svg 3 1974
1976
143 / 435
Red Arrow Down.svg 1 Jimmy Carter
38 / 100
Straight Line Steady.svg 0 1976
1978
158 / 435
Green Arrow Up.svg 15
41 / 100
Green Arrow Up.svg 3 1978
1980
192 / 435
Green Arrow Up.svg 34 Ronald Reagan
53 / 100
Green Arrow Up.svg 12 1980
1982
166 / 435
Red Arrow Down.svg 26
54 / 100
Green Arrow Up.svg 1 1982
1984
182 / 435
Green Arrow Up.svg 16
53 / 100
Red Arrow Down.svg 1 1984
1986
177 / 435
Red Arrow Down.svg 5
46 / 100
Red Arrow Down.svg 7 1986
1988
175 / 435
Red Arrow Down.svg 2 George H. W. Bush
45 / 100
Red Arrow Down.svg 1 1988
1990
167 / 435
Red Arrow Down.svg 8
44 / 100
Red Arrow Down.svg 1 1990
1992
176 / 435
Green Arrow Up.svg 9 Bill Clinton
43 / 100
Red Arrow Down.svg 1 1992
1994
230 / 435
Green Arrow Up.svg 54
52 / 100
Green Arrow Up.svg 9 1994
1996
227 / 435
Red Arrow Down.svg 3
55 / 100
Green Arrow Up.svg 3 1996
1998
223 / 435
Red Arrow Down.svg 4
55 / 100
Straight Line Steady.svg 0 1998
2000
221 / 435
Red Arrow Down.svg 2 George W. Bush
50 / 100
Red Arrow Down.svg 5[54] 2000
2002
229 / 435
Green Arrow Up.svg 7
51 / 100
Green Arrow Up.svg 1 2002
2004
232 / 435
Green Arrow Up.svg 3
55 / 100
Green Arrow Up.svg 4 2004
2006
202 / 435
Red Arrow Down.svg 30
49 / 100
Red Arrow Down.svg 6 2006
2008
178 / 435
Red Arrow Down.svg 24 Barack Obama
41 / 100
Red Arrow Down.svg 8 2008
2010
242 / 435
Green Arrow Up.svg 64
47 / 100
Green Arrow Up.svg 6 2010
2012
234 / 435
Red Arrow Down.svg 8
45 / 100
Red Arrow Down.svg 2 2012
2014
247 / 435
Green Arrow Up.svg 13
54 / 100
Green Arrow Up.svg 9 2014
2016
241 / 435
Red Arrow Down.svg 6 Donald Trump
52 / 100
Red Arrow Down.svg 2 2016
2018
200 / 435
Red Arrow Down.svg 41
51 / 100
Red Arrow Down.svg 1 2018

Nelle elezioni presidenziali[modifica | modifica wikitesto]

Anno Candidato Voti % Voti elettorali % +/– Risultato
1856 John Charles Frémont 1 342 345 33,11
114 / 296
38,51 Green Arrow Up.svg 114 Sconfitta
1860 Abraham Lincoln 1 865 908 39,82
180 / 303
59,41 Green Arrow Up.svg 66 Vittoria
1864 Abraham Lincoln 2 218 388 55,03
212 / 233
91,63 Green Arrow Up.svg 32 Vittoria
1868 Ulysses S. Grant 3 013 421 52,66
214 / 294
72,79 Green Arrow Up.svg 2 Vittoria
1872 Ulysses S. Grant 3 598 235 55,58
286 / 352
81,25 Green Arrow Up.svg 72 Vittoria
1876 Rutherford Hayes 4 034 142 47,92
185 / 369
50,14 Red Arrow Down.svg 134 Vittoria[55]
1880 James A. Garfield 4 454 443 48,32
214 / 369
57,99 Green Arrow Up.svg 29 Vittoria
1884 James Blaine 4 856 905 48,28
182 / 401
45,39 Red Arrow Down.svg 32 Sconfitta
1888 Benjamin Harrison 5 443 892 47,80
233 / 401
58,10 Green Arrow Up.svg 51 Vittoria[56]
1892 Benjamin Harrison 5 176 108 43,01
145 / 444
32,66 Red Arrow Down.svg 88 Sconfitta
1896 William McKinley 7 111 607 51,02
271 / 447
60,63 Green Arrow Up.svg 126 Vittoria
1900 William McKinley 7 228 864 51,64
292 / 447
65,32 Green Arrow Up.svg 21 Vittoria
1904 Theodore Roosevelt 7 630 457 56,42
336 / 476
70,59 Green Arrow Up.svg 44 Vittoria
1908 William Howard Taft 7 678 395 51,57
321 / 483
66,46 Red Arrow Down.svg 15 Vittoria
1912 William Howard Taft 3 486 242 23,17
8 / 531
1,51 Red Arrow Down.svg 313 Sconfitta
1916 Charles Evans Hughes 8 548 728 46,12
254 / 531
47,83 Green Arrow Up.svg 246 Sconfitta
1920 Warren G. Harding 16 144 093 60,32
404 / 531
76,08 Green Arrow Up.svg 150 Vittoria
1924 Calvin Coolidge 15 723 789 54,04
382 / 531
71,94 Red Arrow Down.svg 22 Vittoria
1928 Herbert Hoover 21 427 123 58,21
444 / 531
83,63 Green Arrow Up.svg 62 Vittoria
1932 Herbert Hoover 15 761 254 39,65
59 / 531
11,11 Red Arrow Down.svg 385 Sconfitta
1936 Alf Landon 16 679 543 36,54
8 / 531
1,51 Red Arrow Down.svg 51 Sconfitta
1940 Wendell Willkie 22 347 744 44,78
82 / 531
15,44 Green Arrow Up.svg 74 Sconfitta
1944 Thomas Dewey 22 017 929 45,89
99 / 531
18,64 Green Arrow Up.svg 17 Sconfitta
1948 Thomas Dewey 21 991 292 45,07
189 / 531
35,59 Green Arrow Up.svg 90 Sconfitta
1952 Dwight D. Eisenhower 34 075 529 55,18
442 / 531
83,24 Green Arrow Up.svg 253 Vittoria
1956 Dwight D. Eisenhower 35 579 180 57,37
457 / 531
86,06 Green Arrow Up.svg 15 Vittoria
1960 Richard Nixon 34 108 157 49,55
219 / 537
40,78 Red Arrow Down.svg 238 Sconfitta
1964 Barry Goldwater 27 175 754 38,47
52 / 538
9,67 Red Arrow Down.svg 167 Sconfitta
1968 Richard Nixon 31 783 783 43,42
301 / 538
55,95 Green Arrow Up.svg 249 Vittoria
1972 Richard Nixon 47 168 710 60,67
520 / 538
96,65 Green Arrow Up.svg 219 Vittoria
1976 Gerald Ford 38 148 634 48,02
240 / 538
44,61 Red Arrow Down.svg 280 Sconfitta
1980 Ronald Reagan 43 903 230 50,75
489 / 538
90,89 Green Arrow Up.svg 249 Vittoria
1984 Ronald Reagan 54 455 472 58,77
525 / 538
97,58 Green Arrow Up.svg 36 Vittoria
1988 George H. W. Bush 48 886 097 53,37
426 / 538
79,18 Red Arrow Down.svg 99 Vittoria
1992 George H. W. Bush 39 104 550 37,45
168 / 538
31,23 Red Arrow Down.svg 258 Sconfitta
1996 Bob Dole 39 197 469 40,71
159 / 538
29,55 Red Arrow Down.svg 9 Sconfitta
2000 George W. Bush 50 456 002 47,87
271 / 538
50,37 Green Arrow Up.svg 112 Vittoria[57]
2004 George W. Bush 62 040 610 50,73
286 / 538
53,16 Green Arrow Up.svg 15 Vittoria
2008 John McCain 59 948 323 45,65
173 / 538
32,16 Red Arrow Down.svg 113 Sconfitta
2012 Mitt Romney 60 933 500 47,20
206 / 538
38,29 Green Arrow Up.svg 33 Sconfitta
2016 Donald Trump 62 984 825 46,09
304 / 538
56,51 Green Arrow Up.svg 98 Vittoria[58]

Membri del Partito Repubblicano presidenti degli Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

  1. Abraham Lincoln (1861–1865)
  2. Ulysses S. Grant (1869–1877)
  3. Rutherford Hayes (1877–1881)
  4. James A. Garfield (1881)
  5. Chester Alan Arthur (1881–1885) – non eletto, subentra a Garfield come presidente
  6. Benjamin Harrison (1889–1893)
  7. William McKinley (1897–1901)
  8. Theodore Roosevelt (1901–1909)
  9. William Howard Taft (1909–1913)
  10. Warren G. Harding (1921–1923)
  11. Calvin Coolidge (1923–1929)
  12. Herbert Hoover (1929–1933)
  13. Dwight D. Eisenhower (1953–1961)
  14. Richard Nixon (1969–1974)
  15. Gerald Ford (1974–1977) – non eletto, subentra prima a Spiro Agnew come vicepresidente e poi a Nixon come presidente
  16. Ronald Reagan (1981–1989)
  17. George H. W. Bush (1989–1993)
  18. George W. Bush (2001–2009)
  19. Donald Trump (2017–in carica)

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Paul Gottfried, Conservatism in America: Making Sense of the American Right, Palgrave Macmillan, 15 luglio 2007, p. 9.
  2. ^ (EN) Marcus Hawkins, What is Fiscal Conservatism?, su ThoughtCo., 29 aprile 2017.
  3. ^ (EN) Marcus Hawkins, What is a "Conservatarian" Anyway?, su ThoughtCo., 17 maggio 2017.
  4. ^ (EN) Paul Gottfried, Theologies and Moral Concern, Transaction Publishers, 1995, p. 12.
  5. ^ (EN) Devi N. Nair, No Country for Old Social Conservatives?, in The Harvard Crimson, 5 febbraio 2013.
  6. ^ (EN) A Rebirth of Constitutional Government, GOP, 25 maggio 2011. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  7. ^ (EN) Laissez-faire capitalism and economic liberalism, su Jstor.com. URL consultato il 12 agosto 2014.
  8. ^ (EN) Geoffrey Gertz, Renegotiating NAFTA: Options for Investment Protection (PDF), nº 7, Brookings Institution, marzo 2017, p. 5.
  9. ^ (EN) William J. Miller, The 2012 Nomination and the Future of the Republican Party, Lexington Books, 2013, p. 39.
  10. ^ (EN) Donald Devine, A New Birth of Fusionism, in The American Conservative, 16 aprile 2015. URL consultato il 16 aprile 2015.
  11. ^ (EN) Jonah Goldberg, Fusionism, 60 Years Later, in National Review, 5 novembre 2015. URL consultato il 5 novembre 2015.
  12. ^ (EN) McKay Coppins, The Trumpist Temptation, in The Atlantic, 25 febbraio 2017. URL consultato il 18 settembre 2018.
  13. ^ (EN) Jonathan Allen, Conservative clash over Trump sets stage for CPAC gathering, su NBC News, 22 febbraio 2018. URL consultato il 18 settembre 2018.
  14. ^ (EN) William J. Miller, The 2012 Nomination and the Future of the Republican Party, Lexington Books, 2013, p. 39.
  15. ^ (EN) Gregory Schneider, Conservatism in America Since 1930: A Reader, New York University Press, 2003, p. 387.
  16. ^ (EN) John Cassidy, Donald Trump is Transforming the G.O.P. Into a Populist, Nativist Party, in The New Yorker, 29 febbraio 2016. URL consultato il 23 ottobre 2017.
  17. ^ (EN) J. J. Gould, Why Is Populism Winning on the American Right?, in The Atlantic, 2 luglio 2016. URL consultato il 23 ottobre 2017.
  18. ^ a b (EN) Lewis Gould, Grand Old Party: A History of the Republicans, capitolo 1, 2003.
  19. ^ James M. McPherson, The Abolitionist Legacy: From Reconstruction to the Naacp, Princeton University Press, 1995, p. 4.
  20. ^ (EN) George H. Nash, "The Republican Right from Taft to Reagan", Reviews in American History, volume 12, numero 2 (inverno 1984), pp. 261–265. Vedi anche David W. Reinhard, The Republican Right since 1945, University Press of Kentucky, 1983.
  21. ^ (EN) David W. Reinhard, The Republican Right since 1945, University Press of Kentucky, 1983.
  22. ^ (EN) John D. Buenker, John C. Boosham e Robert M. Crunden, Progressivism, 1986.
  23. ^ (EN) Karl Rove, 1896, William McKinley Defeats William Jennings Bryan: The Gold Standard vs. Bimetallism – Guest Essayist: Karl Rove, Constituting America, 27 aprile 2016. URL consultato il 7 gennaio 2018.
  24. ^ (EN) Gienapp Davidson e Lytle Stoff Heyrman, Nation of Nations: A Concise Narrative of the American Republic, terza edizione, New York, McGraw Hill, 2002.
  25. ^ Richard Nelson Current, Those Terrible Carpetbaggers, Oxford University Press, 1988.
  26. ^ "Petition of 1905 for Scrip From the Half Breeds of Moose Factory", 1905.
  27. ^ a b (EN) Nicol C. Rae, The Decline and Fall of the Liberal Republicans: From 1952 to the Present, 1989.
  28. ^ (EN) Beyond Red vs Blue: The Political Typology, Pew Research Center, 26 giugno 2014. URL consultato il 12 novembre 2018.
  29. ^ (EN) Mario R. DiNunzio, "Lyman Trumbull, the States' Rights Issue, and the Liberal Republican Revolt", Journal of the Illinois State Historical Society (1908-1984), volume 66, numero 4, 1973, pp. 364–375.
  30. ^ (EN) C. Vann Woodward, Reunion and Reaction: The Compromise of 1877 and the End of Reconstruction, 1956, pp. 3–15.
  31. ^ (EN) John G. Sproat, "'Old Ideals' and 'New Realities' in the Gilded Age", Reviews in American History, volume 1, numero 4, dicembre 1973, pp. 565–570.
  32. ^ (EN) Hans L. Trefousse, The Radical Republicans, p. 20, 1969.
  33. ^ (EN) Rockefeller Republican, su Oxford Dictionaries. URL consultato il 7 gennaio 2018.
  34. ^ (EN) Sarah Woolfolk Wiggins, The Scalawag in Alabama Politics. 1865–1881, University of Alabama Press, 1991.
  35. ^ (EN) Jack P. Maddex, 1980, More Facts of Reconstruction The Day of the Carpetbagger: Republican Reconstruction in Mississippi, William C. Harris Jr. Reviews in American History, volume 8, numero 1 (marzo 1980), pp. 69–73.
  36. ^ (EN) Stalwart (American political faction), su Britannica.com. URL consultato il 7 gennaio 2018.
  37. ^ (EN) David Roberts, How conservative media helped the far-right take over the Republican Party, su Vox, 30 luglio 2014. URL consultato il 13 novembre 2015.
  38. ^ (EN) Lawrence Davidson, Three Extreme Right-Wing Ideologies Have Taken Over the Republican Party -- and Could Destroy It Forever, su Alternet, 22 ottobre 2013. URL consultato il 13 novembre 2015.
  39. ^ (EN) Elizabeth Tandy Shermer, A political historian explains why Republicans' shift to the extreme right could backfire, in Dissent, 14 novembre 2016. URL consultato l'11 novembre 2018.
  40. ^ (EN) Heather Cox Richardson, Party Crashers: How Far-Right Demagogues Took Over the GOP, in Quartz, 24 febbraio 2017. URL consultato l'11 novembre 2018.
  41. ^ (EN) Katherine Pickering Antonova, The GOP Is No Longer A 'Conservative' Party, in The Huffington Post, 25 luglio 2017. URL consultato l'11 novembre 2018.
  42. ^ A conferma della virata sempre più a destra del Partito Repubblicano, di recente diversi Repubblicani hanno criticato il partito e alcuni lo hanno anche lasciato soprattutto dopo la nomina di Donald Trump come candidato alla presidenza e poi alla sua vittoria nelle elezioni presidenziali del 2016. Vedi: (EN) Douglas LaBier, Why Tea Party/Republican Ideology Is Rooted In Fears Of A Transforming America, in Psychology Today, 12 aprile 2011. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Alan Abramowitz, Partisan Polarization and the Rise of the Tea Party Movement (PDF), Department of Political Science Emory University, 1º agosto 2011. URL consultato il 13 novembre 2015. (EN) Cass Mudde, The Far Right in America, 1ª ed., Routledge, 18 settembre 2017. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Lee Drutman, Yes, the Republican Party has become pathological. But why?, Vox, 22 settembre 2017. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Philip Bump, What will the Republican Party look like after Trump?, in The Washington Post, 23 gennaio 2018. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Edward-Isaac Divere, The GOP 'Has Become the Caricature the Left Always Said It Was', in Politico, 17 aprile 2018. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) How California Could Bust Up the Two-Party System, in The New York Times, 12 maggio 2018. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Jane Coaston, In 2018, the Tea Party is all in for Trump, Vox, 16 maggio 2018. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Nico Hines, Steve Schmidt: Why I Quit the 'Vile' Republican Party, in The Daily Beast, 20 giugno 2018. URL consultato l'11 novembre 2018. (EN) Max Boot, I left the Republican Party. Now I want Democrats to take over., in The Washington Post, 4 luglio 2018. URL consultato l'11 novembre 2018.
  43. ^ Collocazione storica: Fonti: (EN) Theodore Caplow, Howard M. Bahr, Bruce A. Chadwick e John Modell, Recent Social Trends in the United States, 1960–1990, McGill-Queen's Press, 1994, p. 337. (EN) Roger Chapman, Culture Wars: An Encyclopedia, 2010. (EN) Andrew Gelman, The Twentieth-Century Reversal: How Did the Republican States Switch to the Democrats and Vice Versa? (PDF), American Statistical Association, 2014. URL consultato il 13 novembre 2015. (EN) Matt Grossman e David Hopkins, The Ideological Right vs. The Group Benefist Left: Asymmetric Politics in America (PDF), Università statale del Michigan, 2014. URL consultato il 13 novembre 2015. (EN) James A. Haught, How Democrats and Republicans switched beliefs, in Houston Chronicle, 15 settembre 2016. URL consultato l'11 novembre 2018.
  44. ^ (EN) Members, Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei. URL consultato il 6 novembre 2018.
  45. ^ (EN) Members, Unione Democratica Internazionale (archiviato dall'url originale il 16 luglio 2015).
  46. ^ Altri tipi di colore rosso includono sfumature più scure in mappe elettorali come questa o più chiare in mappe elettorali come quest'altra o quest'ultima.
  47. ^ (EN) A. F. Gilman, The Origin of the Republican Party, Ripon College, 1914.
  48. ^ Per le origini del partito vedi The Origins of the Republican Party.
  49. ^ (EN) Ellen Grigsby, Analyzing Politics: An Introduction to Political Science, Florence, Cengage Learning, 2008, pp. 106–7, ISBN 0-495-50112-3.
    «In the United States, the Democratic Party represents itself as the liberal alternative to the Republicans, but its liberalism is for the most the later version of liberalism—modern liberalism». «Negli Stati Uniti il Partito Democratico si presenta come un'alternativa liberale ai Repubblicani, ma il suo liberalismo è per la maggior parte la versione successiva del liberalismo: il liberalismo moderno».
  50. ^ (EN) N. Scott Arnold, Imposing values: an essay on liberalism and regulation, Florence, Oxford University Press, 2009, p. 3, ISBN 0-495-50112-3.
    «Modern liberalism occupies the left-of-center in the traditional political spectrum and is represented by the Democratic Party in the United States». «Negli Stati Uniti il liberalismo moderno occupa il centro-sinistra dello spettro politico tradizionale ed è rappresentato dal Partito Democratico».
  51. ^ (EN) Jonah Levy, The State After Statism: New State Activities in the Age of Liberalization, Florence, Harvard University Press, 2006, p. 198, ISBN 0-495-50112-3.
    «In the corporate governance area, the center-left repositioned itself to press for reform». «Nell'area del governo societario il centro-sinistra si è riposizionato per premere per la riforma».
  52. ^ (EN) A Database of Historic Cemeteries, su politicalgraveyard.com. URL consultato il 17 luglio 2006.
  53. ^ (EN) U.S. government departments and offices, etc., su rulers.org, B. Schemmel. URL consultato il 30 gennaio 2009.
  54. ^ Il vicepresidente degli Stati Uniti e presidente del Senato Dick Cheney aveva il voto decisivo, dando di fatto ai Repubblicani una maggioranza.
  55. ^ Sebbene Hayes avesse vinto la maggioranza di voti del collegio elettorale, il Democratico Samuel Tilden vinse la maggioranza del voto popolare.
  56. ^ Sebbene Harrison avesse vinto la maggioranza di voti del collegio elettorale, il Democratico Grover Cleveland vinse la maggioranza del voto popolare.
  57. ^ Sebbene Bush avesse vinto la maggioranza di voti del collegio elettorale, il Democratico Al Gore vinse la maggioranza del voto popolare.
  58. ^ Sebbene Trump avesse vinto la maggioranza di voti del collegio elettorale, la Democratica Hillary Clinton vinse la maggioranza del voto popolare.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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