Alfa Romeo P2

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Alfa Romeo Tipo P2
Alfa Romeo P2.jpg
Descrizione generale
Costruttore bandiera  Alfa Romeo
Categoria Formula Grand Prix
Produzione Dal 1924 al 1925
Progettata da Vittorio Jano e Luigi Bazzi
Sostituisce Alfa Romeo P1
Sostituita da Alfa Romeo Tipo A
Descrizione tecnica
Meccanica
Telaio Longheroni e traverse in lamiera stampata con sezione a "C"
Motore Otto cilindri in linea Alfa Romeo da 2 L
Trasmissione Manuale quattro rapporti
Dimensioni e pesi
Lunghezza 3.970 mm
Larghezza 1.560 mm
Altezza 1.080 mm
Passo 2.623 mm
Peso 614 kg
Risultati sportivi
Debutto Circuito di Cremona nel 1924
Piloti Antonio Ascari e Gastone Brilli-Peri
Palmares
Campionati costruttori 1 (1925)

La Tipo P2 (o solo P2) è stata un'autovettura da competizione prodotta dall'Alfa Romeo dal 1924 al 1925 in sei esemplari. Vinse il primo campionato del mondo di automobilismo organizzato nella storia (1925).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fu una delle icone delle automobili da corsa degli anni venti, insieme alla Bugatti Tipo 35. Fu la prima vettura ad essere dotata di un motore a 8 cilindri della casa automobilistica milanese. L'auto fu la prima creazione di Vittorio Jano, che fu reclutato da Enzo Ferrari dalla FIAT dopo il fallimento della P1. Essendo però evidente l'affinità tra il modello Alfa Romeo e la Fiat 805, Giovanni Agnelli si convinse che Jano avesse utilizzato come base per la P2 alcuni disegni provenienti dalla Fiat e quindi si rivolse alle autorità competenti[1]. Le successive indagini scagionarono Jano: le due vetture, nonostante la somiglianza estetica, erano infatti meccanicamente molto differenti[2].

Caratteristiche tecniche[modifica | modifica wikitesto]

Il motore era un 8 cilindri in linea di 1987 cm³ a due alberi a camme in testa e due valvole per cilindro con basamento e coppa in lega leggera. Inizialmente ad un carburatore, venne presto dotato di due carburatori Memini seguiti da un compressore a due lobi Roots, che dotava il veicolo di un potente sistema di sovralimentazione che gli permise di raggiungere nel corso dell'evoluzione la potenza di 140 CV. della prima versione del 1924 fino ai 175 cv. della versione del 1930, ad un regime di rotazione di 5.500 giri, tra i più elevati dell'epoca.

Le competizioni[modifica | modifica wikitesto]

Gastone Brilli-Peri al Gran Premio du Tunisi del 1929
L'abitacolo di una P2

L'autovettura fu fatta debuttare a sorpresa al primo Gran Premio disputato sul circuito di Cremona nel 1924, che vinse grazie ad Antonio Ascari. Il pilota veronese conquistò la vittoria ad oltre 158 km/h di media sulle 200 miglia, strabiliando il pubblico con una media impressionante di 195 km/h sui 10 km lanciati.

L'auto vinse primo campionato del mondo di automobilismo organizzato nella storia, antenato dell'omonimo di Formula 1, nel 1925, vincendo due Gran Premi. Conquistò infatti il Gran Premio d'Italia a Monza con Antonio Ascari e il Gran Premio del Belgio a Spa-Francorchamps con Gastone Brilli-Peri. Ascari morì poi nel corso di questo campionato sul circuito di Montlhéry, vicino a Parigi. I due sconfissero i piloti delle case automobilistiche che dominavano i Gran Premi dell'epoca e che erano pertanto favorite per il titolo (Bugatti, Fiat, Delage, Sunbeam e Miller)[3]. Per celebrare la vittoria, sul bordo dello stemma della casa automobilistica milanese venne aggiunta una corona d'alloro[4]. Essa rimase nello stemma dell'Alfa Romeo fino al 1971, quando fu eliminata dopo la rivisitazione dello stesso da parte dell'azienda.

Sebbene nel 1925 ci fu un sostanziale cambiamento dei regolamenti delle competizioni automobilistiche, tra il 1924 e il 1930, vinse ben 14 competizioni, tra cui la Targa Florio. Vinse inoltre la Coppa Acerbo nel 1927 e nel 1928 con Giuseppe Campari.

Dei sei modelli complessivamente costruiti, sono due le vetture giunte al XXI secolo. Esse sono conservate al Museo Storico Alfa Romeo di Arese e al Museo dell'automobile di Torino.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tabucchi, 2010, pag. 44.
  2. ^ Tabucchi, 2010, pag. 46.
  3. ^ Tabucchi, 2010, pag. 48.
  4. ^ Sannia, 2010, pag. 27.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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