Banca d'Italia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Bankitalia)
Jump to navigation Jump to search
Banca d'Italia
Banca d'Italia logo.svg
Monti - via Nazionale Palazzo Koch 1000117.JPG
Sede centrale, Roma, Palazzo Koch.
StatoItalia Italia
TipoIstituto di diritto pubblico
Suddivisioni
  • Sede centrale
  • 39 filiali territoriali
  • 3 delegazioni all'estero
Istituito1894
daFamiglie Bombrini, Bastogi, Balduino
GovernatoreIgnazio Visco
Direttore generaleSalvatore Rossi
Impiegati6.885 (2016)
SedeRoma
Indirizzovia Nazionale, 91 00184 Roma
Sito webwww.bancaditalia.it

La Banca d'Italia (giornalisticamente nota anche come Bankitalia) è la banca centrale della Repubblica Italiana, parte integrante dal 1998 del sistema europeo delle banche centrali (SEBC).

Si tratta di un istituto di diritto pubblico come stabilito dal Regio decreto-legge 15 marzo 1936, n. 375 (legge bancaria del 1936) e dallo stesso statuto all'articolo 1, primo comma, e come ribadito anche da una sentenza della Corte suprema di cassazione.

La sede centrale è Palazzo Koch a Roma, con sedi secondarie e succursali in tutta Italia, mentre l'attuale governatore è Ignazio Visco, nominato il 20 ottobre 2011.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Palazzo della Banca d'Italia, a Firenze costruito quando era capitale d'Italia.

Nel 1863 la crisi del mercato monetario mondiale creò il panico e la corsa agli sportelli a ritirare la moneta metallica in cambio delle banconote. Il Governo italiano rispose nel 1866 introducendo il corso forzoso ed il corso legale della cartamoneta. Il governo fu accusato in questo modo di favorire i banchi d'emissione e ne nacque un lungo dibattito chiamato "questione bancaria" circa l'opportunità di avere uno o più istituti d'emissione[1].

La legge Minghetti-Finali del 1873 costituì il Consorzio obbligatorio degli istituti di emissione fra i sei istituti di emissione esistenti, la Banca Nazionale degli Stati Sardi, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia, la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, ma la misura si rivelò insufficiente[1].

In seguito allo scandalo della Banca Romana si rese necessario il riordino degli istituti di emissione[1]. La legge n. 449 del 10 agosto 1893 istituì la Banca d'Italia mediante la fusione di quattro banche: la Banca Nazionale nel Regno d'Italia (già Banca Nazionale negli Stati Sardi), la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito per le Industrie e il Commercio d'Italia e la gestione liquidatoria della Banca Romana. Con una serie complessa di fusioni fra queste banche, si formò l'attuale Banca d'Italia. Artefici dell'operazione furono alcune famiglie di banchieri, soci storici: Bombrini, Bastogi, Balduino.

La banca rimaneva una società per azioni di diritto privato e al suo vertice c'era un direttore. L'istituto godeva (insieme ai Banchi di Napoli e Sicilia) del privilegio di emissione, inoltre fungeva da "banca delle banche" attraverso il risconto delle cambiali, ma non aveva poteri di vigilanza sulle altre banche[1].

Dal 1900 al 1928 fu direttore Bonaldo Stringher, che diede alla Banca il ruolo di gestore della politica monetaria italiana e di prestatore di ultima istanza, avvicinandola ad una moderna banca centrale. In particolare egli comprese che una banca centrale non può avere come obiettivo la massimizzazione del profitto (che si ottiene stampando quanta più cartamoneta) ma deve invece mirare alla stabilità dei prezzi[1].

Nel 1907 la Banca d'Italia coordinò il salvataggio della Società Bancaria Italiana, grande finanziatrice della FIAT, operazione che terminò con l'assorbimento della banca in crisi nella Banca Italiana di Sconto. Nel 1911 la banca centrale organizzò il consorzio di salvataggio delle imprese siderurgiche (Acciaierie di Terni, Ilva e altre) di cui la Banca d'Italia era direttamente creditrice, finanziando l'operazione anche mediante l'emissione di banconote[1].

Nel 1912 fu costituito l’Istituto di credito per la cooperazione, con finalità sociali, guidato dalla Banca d'Italia e partecipato anche da enti pubblici, casse di risparmio, dal Monte dei Paschi di Siena, dalla Cassa di Previdenza, e dall'Istituto di Credito per le Cooperative di Milano. L'istituto nel 1929 fu trasformato dal suo direttore Arturo Osio nella Banca Nazionale del Lavoro[1].

Nel 1913 fu costituito il Consorzio Sovvenzioni, guidato dalla Banca d'Italia e partecipato anche dai Banchi di Napoli e Sicilia, dal alcune casse di risparmio, dal Monte dei Paschi di Siena e dall'Istituto Bancario San Paolo di Torino. Nel 1922 il Consorzio salvò la Ansaldo e ne assunse il controllo e nel 1923 fece lo stesso con il Banco di Roma[1].

Nello stesso 1913 Francesco Saverio Nitti elaborò un progetto di legge che affidava alla Banca d'Italia la vigilanza sulle altre banche, ma le banche private riuscirono ad evitarne l'approvazione[1].

Nel 1914 la Banca d'Italia aiutò il Banco di Roma, che aveva dovuto svalutare il capitale a causa di perdite riportate nelle attività nel Mediterraneo orientale[2].

Dopo la prima Guerra mondiale, nel 1921, fu sempre la Banca d'Italia a guidare il consorzio che gestì la liquidazione della Banca Italiana di Sconto[1] e salvò il Banco di Roma nuovamente in crisi[2].

Banche ed economia degli anni '30[modifica | modifica wikitesto]

L'Italia degli anni '30 aveva un'economia agricola, un ridotto numero di famiglie industriali che si affidavano alla subfornitura di un indotto locale, formate da una miriade di piccole imprese a conduzione famigliare, non internazionali e la cui sopravvivenza dipendeva dai grandi gruppi industriali, a loro volta legati alle banche commerciali.
Il risparmio dell'agricoltura confluiva nelle casse rurali, nelle banche popolari e del credito cooperativo che finanziavano la vita dell'artigianato, del piccolo commercio e dell'edilizia provinciali. Il mestiere delle banche era mettere d'accordo l'orizzonte di investimento nel breve periodo dei clienti, con gli investimenti di lungo periodo dei grandi gruppi (Risconto). Le banche nazionali si rivolgevano a quelle locali che avevano una grande raccolta di depositi a fronte di impieghi minori e a basso rischio.

La Cassa Depositi e Prestiti convogliava il risparmio postale a favore degli enti locali, degli istituti pubblici e delle infrastrutture, che erano un modo di riassorbire la disoccupazione di massa, tramite un vasto programma di opere pubbliche.

USA e Europa, nel XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Glass-Steagall Act.

Negli Stati Uniti iniziava la progressiva incorporazione degli istituti di credito locali, orientati al pareggio dei costi e alla piccola impresa, a favore delle grandi banche d'affari nazionali, che avevano struttura di bilancio e obbiettivi diametralmente opposti.
Pur con una formale separazione societaria (ma non patrimoniale e di gruppo) che non fu sufficiente a bloccare l'ascesa degli interessi politici ed economici dei grandi trust finanziari-industriali. Di fatto, semplicemente a scorrere i nomi degli ultimi compratori, questo piano è continuato ininterrottamente anche nel dopoguerra fino agli anni 2000: si veda in proposito List of bank mergers in the United States.

Similmente, l'antitrust e il diritto dell'Unione Europea nel dopoguerra non si dotarono mai di forti strumenti legislativi idonei a prevenire le derive antidemocratiche inclini agli interessi del complesso militare-industriale, dichiarando al contrario la legittima esistenza di situazioni di "posizione dominante" in tutti i settori dell'economia, laddove solo l'abuso poteva configurare una violazione di legge punita con sanzioni di tipo pecuniario, ma senza alcun potere di intervento nella gestione, organizzazione, o ingegneria finanziaria dei grandi gruppi.

Le Leggi Bancarie del 1926 e del 1936[modifica | modifica wikitesto]

Pur con questi forti poteri regolatori e di intervento, lo Stato fascista lasciò aggravare la crisi delle banche che facevano capo al Credito Nazionale, la banca del Partito Popolare.

In questo modo, il fascismo, che ugualmente mirava al controllo politico dell'emissione monetaria, intendeva colpire uno dei punti di forza elettorali e del sistema di imprese che orbitavano intorno alla politica industriale del mondo cattolico, sostenuta dagli istituti di credito.

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Banca Cattolica del Veneto.

Mentre tutte le banche versavano in pessime condizioni, la Banca Nazionale del Lavoro del sedicente socialista Arturo Osio[3], nel 1929 incamerò undici banche cattoliche, e nel '32 la Banca Agricola Italiana che aveva finanziato la SNIA Viscosa di Gualino[4].

Con R.D.L. 6 maggio 1926 n° 812 la Banca d'Italia ottenne l'esclusiva dell'emissione della moneta[5] (venne così abrogato il regio decreto del 28 aprile 1910, n. 204, che aveva confermato la prerogativa anche al Banco di Napoli ed al Banco di Sicilia). Il successivo R.D.L. 6 novembre 1926 n. 1830 affidò alla Banca d'Italia il compito di vigilanza sulle casse di risparmio[1]. Nel 1928 la Banca viene riorganizzata. Al direttore generale viene affiancato un governatore, dotato di poteri maggiori.

Con la "legge bancaria" del 1936 (R.D.L. 12 marzo 1936, nº 375 ed altri, convertiti, con modificazioni, in legge 7 marzo 1938, n. 141) la Banca d'Italia diventò istituto di credito di diritto pubblico e di proprietà pubblica, in quanto gli azionisti privati erano stati espropriati e le loro quote assegnate ad enti pubblici[6].

La base ideologica della legge era che il risparmio è materia di interesse nazionale e deve essere tutelato dallo Stato, principio sancito anche nella Costituzione repubblicana e concretizzato in primo luogo nella legge istitutiva del fondo di garanzia interbancario e nella politica dei salvataggi pubblici. Con altri decreti dello stesso anno le venne esteso il compito di vigilanza a tutte le banche italiane e le fu confermato il monopolio di emissione della moneta. La banca non ebbe più la facoltà di fare credito ai privati ma solo alle altre banche come prestatore di ultima istanza. Infine ebbe il potere di imporre alle altre banche di depositare presso la stessa banca centrale una quota delle disponibilità; variando la quota la Banca d'Italia poteva operare strette o allargamenti del credito[1].
La legge fissava alcuni requisiti patrimoniali e gestionali minimi e necessari per garantire la gestione del rischio, la stabilità e la continuità operativa: capitale minimo, rapporto minimo tra impieghi e depositi, limiti di fido, accantonamenti a riserva obbligatoria[1].

Intanto, nel 1926, il Consorzio Sovvenzioni era stato trasformato in Istituto di Liquidazioni, sempre sotto il controllo della banca centrale. Nel 1933 fu assorbito dal neonato Istituto per la Ricostruzione Industriale[1], autonomo dalla Banca d'Italia.

L'IRI e la guerra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la "defenestrazione" di Bonaldo Stringher[7], gli subentrò Alberto Beneduce costretto a ritirarsi nel 1936 dopo un "infarto" durante una riunione alla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. Essi concepirono il dovere delle banche verso l'interesse pubblico del Paese, come il soggetto che doveva raccogliere il risparmio per prestarlo agli imprenditori, come steumento di sviluppo e di crescita. Il processo doveva essere guidato da una "Banca di circolazione", che aumentasse la velocità di circolazione della moneta nell'economia reale.

La Banca centrale sostenne la politica monetaria fascista di difesa della stabilità della lira (nota come "quota 90"), mediante la contrazione degli sconti e delle anticipazioni[2], e di finanziamento delle enormi spese belliche tramite un'emissione illimitata di moneta (e la "tassa da inflazione", non progressiva col reddito), come operò Schacht sotto Hitler.
Operativamente, il Governo emetteva e vendeva titoli di debito per finanziare la spesa militare, e l'industria militare reinvestiva i suoi profitti governativi nell'acquisto di tali titoli come un anticipo di fatto di futuri ordinativi, alimentando un circuito finanziario chiuso [8].

Questo meccanismo era detto "circuito di capitali".La stampa di biglietti e la scarsità di beni di consumo creavano una sovrabbondanza di moneta che si riversavano nei depositi bancari, permettendo una nuova espansione del credito, che era diretta a favore degli stessi settori economici, dato che lo Stato pagava alle banche un interesse sui Bot maggiore che ai risparmiatori. L'assorbimento del risparmio negli investimenti in capitale fisso era già avvenuto nella Prima Guerra Mondiale e le industrie lavoravano con le capacità produttive esistenti. Senza consumi e investimenti, restava appunto la spesa pubblica dello Stato.
La guerra poté iniziare con un modesto prelievo fiscale e un'inflazione entro limiti della norma nei primi mesi, prima del mercato nero e delle tessere annonarie[9].
La situazione seguiva al conflitto di interessi fra Stato-imprenditore e Stato-banca, anche se nel nome di un fine ideologico superiore.

Nel 1938, il Governo decretò il potere di nominare direttamente presidenti e vicepresidenti dei consigli di amministrazione delle banche.

Beneduce aveva in progetto che una banca pubblica si accollasse il credito a lungo termine delle grandi imprese, finanziato con obbligazioni di pari durata per opere pubbliche, energia, industria. Dopo di loro la Banca Centrale tenne una politica monetaria di basso profilo, coerente con le direttive del fascismo.

L'IRI operò diversamente, in accordo con le banche e industrie italiane che sostenevano il fascismo. Le banche rinunciarono ad esercitare un'opzione "convertendo" dei debiti in azioni (o ad una legge a riguardo), preferendo non entrare direttamente nella proprietà dei gruppi industriali.
I gruppi giravano i debiti bancari all'IRI che ne diventava la nuova titolare in cambio di azioni (al valore di libro, non sempre uguale a quello di borsa), fino a detenere il controllo della proprietà e quindi della gestione.

Il debito dell'IRI salì a nove miliardi e mezzo di lire dell'epoca, di cui due terzi pagati entro la guerra, perché drasticamente diluiti dall'inflazione che ha l'effetto di sbassare il peso reale dei debiti fino ad annullare le partite contabili di emissione, ma anche di dimezzare il potere d'acquisto dei piccoli risparmiatori. Il restante debito fu saldato entro il 1953[10]. L'IRI a sua volta aveva debiti verso la Banca d'Italia per cinque miliardi di lire: lo Stato emise per l'IRI titoli per un miliardo e mezzo, "sterilizzando" il debito che avrebbe dovuto ripagarsi con gli interessi "di rendita" maturati fino al 1971. Il cambio di ordinamento costituzionale e di moneta (cambio per la conversione), e l'inflazione fecero sì che l'IRI (e le industrie) pagarono alla Banca d'Italia meno di un terzo della somma.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre le autorità tedesche pretesero la consegna della riserva aurea. 173 tonnellate d'oro furono trasferite dapprima presso la sede di Milano, e poi a Fortezza. Successivamente se ne persero le tracce.[11]

Il Dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

L'inflazione del Dopoguerra, dovuta anche alle Am-lire, fu combattuta con la stretta creditizia voluta dal governatore Luigi Einaudi, che fu ottenuta mediante la riserva obbligatoria sui depositi[1]. Fu utilizzato in particolare lo strumento delle riserve obbligatorie delle banche presso la banca centrale, introdotto nel 1926 ma mai davvero applicato[2]. Nel 1948 venne conferito al governatore il compito di regolare l'offerta di moneta e decidere il tasso di sconto.[12].

Le banche universali erano quelle che avevano più guadagnato dalla guerra e dall'inflazione (sotto il Regime di autorizzaziome del Comitato Interministeriale del Credito), con la maggiore crescita dei depositi[13].

Insieme con la ripresa, si manifestarono le scorte speculative e fuga di capitali all'estero. I limiti di credito non erano più collegati al patrimonio, perché i dati patrimoniali erano del tutto deformati dall'inflazione.
La stretta agli impieghi, la crisi di liquidità e la deflazione enaudiana spinsero gli operatori a finanziarsi mettendo sul mercato le scorte e con il rientro di capitali, bloccando in questo modo l'aumento dei prezzi; e ricorrendo all'autofinanziamento (anche non distribuendo profitti), aiutato dal fatto che l'inflazione aveva permesso di ammortizzare rapidamente immobilizzazioni il cui valore di libro era ormai nominale[14].

Durante gli anni della Ricostruzione il governatore Donato Menichella governò l'emissione in modo graduale ed equilibrato: non attuò manovre espansive per favorire la crescita, ma fu attento ad evitare che si creassero delle strette creditizie. In questo fu aiutato dal basso debito pubblico[1]. Il suo programma di politica monetaria era la stabilità per lo sviluppo.
Una parte del risparmio bancario disponibile era convogliata annualmente al Tesoro per coprire il disavanzo di bilancio (nell'anno corrente), mentre durante il suo mandato il debito pubblico dello Stato non salì mai oltre l'1% del PIL, fino al 1964[15].

Negli anni sessanta il debito pubblicò aumentò e anche l'inflazione. Il governatore Guido Carli fece una politica di stretta creditizia per arrestare l'inflazione, in particolare nel 1964. In generale sotto questo governatorato la Banca d'Italia ebbe un importante ruolo politico[1]. Altre strette creditizie furono attuate fra il 1969 e il 1970 a causa della fuga di capitali all'estero e nel 1974 in conseguenza della crisi petrolifera[2].

Nel marzo 1979 il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi e il vicedirettore incaricato della vigilanza Mario Sarcinelli furono accusati dalla Procura di Roma di interesse privato in atti d'ufficio e favoreggiamento personale. Sarcinelli venne arrestato, e scarcerato solo a seguito della sospensione dagli incarichi relativi alla vigilanza, mentre Baffi evitò il carcere a causa della sua età. Nel 1981 i due verranno completamente assolti. In seguito emergerà il sospetto che l'incriminazione fosse stata voluta dalla P2 per impedire alla Banca d'Italia di vigilare nei confronti del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.[16][17]

Nel luglio 1981 venne avviata, per decisione dell'allora Ministro del tesoro Beniamino Andreatta, il "divorzio" fra lo Stato (Ministero del Tesoro) e la sua banca centrale. Da quel momento l'istituto non era più tenuto ad acquistare le obbligazioni che il governo non riusciva a piazzare sul mercato, cessando quindi la monetizzazione del debito pubblico italiano che aveva eseguito dal secondo dopoguerra fino a quel momento. Tale decisione fu osteggiata dal Ministro delle finanze Rino Formica, il quale avrebbe voluto che la Banca d'Italia fosse tenuta a rimborsare almeno una quota di questi titoli, e si giunse dall'estate 1982 ad una serie di scontri verbali intra-governativi fra i due ministri nota come la Lite delle comari, cui seguì la caduta del secondo governo Spadolini pochi mesi dopo. Il Divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia viene considerato da parte autorevole della dottrina economica come fattore di notevole incidenza di crescita del debito pubblico italiano.[18][19][20][21]

La legge del 7 febbraio 1992 n. 82, proposta dall'allora Ministro del tesoro Guido Carli, chiarisce che la decisione sul tasso di sconto è di competenza esclusiva del governatore e non deve essere più concordata di concerto con il ministro del Tesoro (il precedente decreto del presidente della Repubblica, viene modificato in relazione alla nuova legge con il DPR del 18 luglio). Il d.lgs 10 marzo 1998 n. 43 sottrae la Banca d'Italia alla gestione da parte del governo italiano, sancendo l'appartenenza della stessa al sistema europeo delle banche centrali. Da questa data quindi la quantità di moneta circolante viene decisa in autonomia dalla Banca centrale. Il 13 giugno 1999 il senato della Repubblica, nel corso della XIII Legislatura discute il disegno di legge n. 4083 “Norme sulla proprietà della Banca d'Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d'Italia”. Tale disegno di legge vorrebbe far acquisire dallo stato tutte le azioni dell'istituto, ma non viene mai approvato.

Il 4 gennaio 2004 il numero 1 di "Famiglia Cristiana" riporta, per la prima volta nella storia, l'elenco dei partecipanti al capitale della Banca d'Italia con le relative quote. La fonte è un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta dal ricercatore Fulvio Coltorti, il quale, indagando a ritroso sui bilanci di banche, assicurazioni ed enti, ed annotando mano a mano le quote che segnalavano una partecipazione al capitale della Banca d'Italia è riuscito a ricostruire gran parte dell'elenco dei partecipanti della massima istituzione finanziaria italiana.

Il 20 settembre 2005 l'elenco degli azionisti viene reso ufficialmente disponibile da Bankitalia; fino a questo momento era considerato riservato. Il 19 dicembre 2005, dopo intense campagne di stampa e critiche al suo operato nell'ambito dello scandalo di Bancopoli, il governatore Antonio Fazio si dimette. Pochi giorni dopo, viene nominato al suo posto Mario Draghi, che si insedierà il 16 gennaio 2006.

La legge 28 dicembre 2005, n. 262, nell'ambito di varie misure a tutela del risparmio, introduce per la prima volta un termine al mandato del governatore e dei membri del direttorio. Essa ha inoltre affrontato (articolo 19, comma 10) il tema della proprietà del capitale della Banca d'Italia prevedendo la ridefinizione dell'assetto partecipativo dell'Istituto mediante un regolamento governativo da emanarsi entro tre anni dall'entrata in vigore della legge stessa. Tale regolamento avrebbe dovuto disciplinare le modalità di trasferimento delle quote in possesso di “soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici”. La delega operata dalla legge 262/2005 è dunque venuta a scadenza senza che sia stato emanato il regolamento, ma il diritto alla titolarità delle quote degli attuali partecipanti è comunque salvaguardato da una norma dello Statuto della Banca. Sulla base della legge 262/2005, Mario Draghi diventa il primo governatore ad avere un mandato a termine di sei anni, rinnovabile una sola volta per ulteriori sei anni.

Con D.P.R. del 12 dicembre 2006[22][23] viene approvato il nuovo statuto che recepisce, tra le altre cose, le indicazioni della BCE e prevede[23]

  • la riaffermazione della natura pubblicistica della Banca, nonché dell'autonomia e dell'indipendenza dell'operato;
  • le procedure di nomina e rinnovo del mandato del Governatore in base a quanto già avviene in Europa;
  • la nomina degli alti dirigenti quali il direttore generale.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Status[modifica | modifica wikitesto]

La Banca d'Italia è un istituto di diritto pubblico come stabilito dalla legge bancaria del 1936 e dallo stesso statuto all'articolo 1, 1 comma[24], e come ribadito anche da una sentenza della Corte Suprema di Cassazione[25], secondo quanto previsto dalla legge bancaria del 1936, tuttora in vigore limitatamente ad alcuni articoli. La cassazione lo ha ribadito il 21 luglio 2006, con la sentenza 16751 a sezioni riunite, dove ha affermato che la Banca d'Italia "non è una società per azioni di diritto privato, bensì un istituto di diritto pubblico secondo l'espressa indicazione dell'articolo 20 del R.D. del 12 marzo 1936 n.375". la proprietà può quindi essere di soggetti privati, la gestione ha un ruolo pubblicistico, come compiti e poteri.

La banca, pertanto, segue regole di funzionamento differenti da quelle di una normale società per azioni, come si evince anche dallo statuto, che assegna ai soci un numero di voti non proporzionale alle azioni possedute (limitando i voti dei soci maggiori). Come gli enti pubblici, la Banca Centrale persegue fini di pubblica utilità e gode del rapporto di sovraordinazione degli enti statali sui soggetti privati, fra i quali vige invece un rapporto di equiordinazione (secondo il diritto privato). Questo status rende le decisioni dell'istituto vincolanti per le banche, e nel contempo afferma che le attività di vigilanza e la regolazione dell'offerta di moneta avvengono nell'interesse economico generale, che può differire da quello dei soci proprietari. Lo status giuridico di ente pubblico esclude la possibilità di fallimento della Banca d'Italia e, tramite il suo intervento nei casi di crisi, fino al 2015 vi era anche la pratica impossibilità di fallimento delle banche private, garantendo la stabilità dell'intero sistema bancario italiano.

Per preservare l'indipendenza dell'istituto dal potere politico è previsto che le quote di partecipazione nel capitale della Banca d'Italia possano appartenere solo a banche e assicurazioni aventi sede in Italia, fondazioni (ex art. 27 del d.lgs n. 53/1999), enti ed istituti di previdenza e assicurazione con sede in Italia (ad esempio l'INPS, e fondi pensione. Nel 2014, con una legge (L. 5/2014), è stato posto un limite massimo del 3% alla quota di partecipazione che ogni socio può possedere al fine di ampliare il numero dei partecipanti. Per la parte eccedente il 3%, al socio non spettano né il diritto di voto né i dividendi.

Tale situazione è da alcuni considerata un'anomalia foriera di possibili conflitti di interesse controllato-controllore, poiché i partecipanti al capitale della Banca comprendono anche le banche sul cui operato la Banca d'Italia è chiamata dalla legge a vigilare. Secondo lo statuto il potere dei partecipanti riguarda l'approvazione del bilancio e la nomina del Consiglio Superiore, al quale vengono solitamente eletti esponenti del mondo dell'economia e dell'industria, e non formali rappresentanti delle banche.
Il Consiglio Superiore svolge funzioni amministrative, e partecipa con ruolo consultivo (ma vincolante) al processo di nomina del governatore, che dirige le attività di vigilanza insieme al resto del direttorio.

Il decreto legge 30 novembre 2013 n. 133 all'art. 5 stabilisce il divieto per il Consiglio Superiore e l'Assemblea dei Partecipanti di ingerenza con le funzioni pubbliche attribuite al Governatore e alla Banca di Italia dalle leggi italiane e dalle fonti comunitarie. Viene modificato il meccanismo di nomina e la composizione del Consiglio Superiore. È composto dal Governatore e da 13 consiglieri. Il Consiglio stesso (ad opera di un comitato istituito al suo interno) prima della fine del mandato identifica i candidati della sua successiva elezione, che saranno poi sottoposti e scelti dalle Assemblee dei Partecipanti. Il governo italiano si riserva il diritto di presenziare alle sedute del Consiglio Superiore e dell'Assemblea Generale dei Partecipanti.

Funzioni[modifica | modifica wikitesto]

La Banca d'Italia svolge varie funzioni:

  • concorre a determinare le decisioni di politica monetaria per l'intera area dell'Euro nel Consiglio Direttivo della Banca centrale europea intervenendo anche sul mercato dei cambi.
  • esercita l'attività di vigilanza sulle banche, sugli intermediari finanziari, sugli IMEL (Istituti di Moneta Elettronica), sugli Istituti di pagamento (IP) e, d'intesa con la CONSOB, sugli intermediari non bancari (SIM, SICAV e SGR), emanando regolamenti, impartendo istruzioni e assumendo provvedimenti nei confronti degli intermediari finanziari;
  • supervisiona i mercati monetari e finanziari (in particolare sul MTS - mercato all'ingrosso dei Titoli di Stato - e sul MID - mercato dei fondi interbancari) e i depositari centrali (Monte Titoli per i titoli pubblici e privati diversi dagli strumenti derivati e la Cassa di Compensazione e Garanzia (clearing house), per gli strumenti derivati.
  • promuove, ai sensi dell'articolo 146 del Testo Unico Bancario, il regolare funzionamento dei sistemi di pagamento nonché dei sistemi di compensazione e regolamento delle transazioni in titoli. A tale proposito, la Banca d'Italia, come ogni altra banca centrale appartenente al SEBC, si propone con tre approcci: 1) con un ruolo operativo, come gestore di servizi. In tale ambito, ad esempio, ha progettato e realizzato, con la Banque de France e la Deutsch Bundesbank (le cosiddette 3CB, cioè le tre banche centrali), il sistema di regolamento lordo in tempo reale dei pagamenti di importo rilevante (TARGET e, dal 2008, TARGET2). È in fase di realizzazione il sistema Target2-Securities per il regolamento delle transazioni in titoli, il cui completamento è previsto entro il 2015. Il progetto coinvolge le 3CB e la Banca de Espana; 2) come autorità di sorveglianza, stabilendo principi e norme anche con riferimento al funzionamento delle infrastrutture di clearing e settlement (cioè, di compensazione e regolamento); 3) come catalizzatore, sostenendo iniziative promosse dal mercato;
  • partecipa alle attività dei principali organismi finanziari internazionali, tra i quali il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) e la Banca Mondiale
  • offre consulenze analitiche e informative sullo stato dell'economia agli organi costituzionali in materia di politica economica e finanziaria, anche attraverso la relazione annuale del governatore che si tiene in occasione dell'assemblea dei partecipanti al capitale entro il 31 maggio di ogni anno;
  • ha funzioni di controllo in materia di antiriciclaggio che svolge attraverso l'UIF, l'Unità di informazione finanziaria che, a far tempo dall'1.1.2008, svolge le competenze del dismesso UIC (Ufficio italiano dei cambi).

Inoltre, le filiali della Banca d'Italia svolgono dal 1907 la funzione di Tesoreria provinciale dello Stato. Questo incarico, ai sensi della legge n. 104/91, è regolato da apposita convenzione tacitamente rinnovata di 20 anni in 20 anni, salvo disdetta di una delle parti da notificarsi all'altra parte almeno 5 anni prima della scadenza. Dal 1999, la Banca d'Italia svolge altresì, tramite la succursale di Roma sita in via dei Mille, la funzione di Tesoreria centrale.

Capitale sociale e utili distribuiti[modifica | modifica wikitesto]

La legge bancaria del 1936 fissò il capitale sociale in 300 milioni di lire, rappresentato da quote nominative di 1000 lire. Nel 1999, vista dell'adozione dell'Euro, il capitale è stato convertito in 156.000 euro. Nel 2008 ha realizzato un utile lordo di 502.939.255 euro, sulla base del quale ha pagato allo Stato 327.727.564 euro di imposte sui redditi (pari a circa il 65,16% dell'utile lordo), realizzando così un utile netto di esercizio di 175.211.691 euro[26]. Ha versato poi al Tesoro, a titolo di ripartizione dell'utile al netto di imposte, la somma di 105.111.415 euro (pari a circa il 59,99% dell'utile netto).[27] Ai rimanenti 70.100.276 euro è stata sottratta la somma di 35.042.338 euro destinata a riserva ordinaria e un'uguale cifra accantonata a riserva straordinaria. I restanti 15.600 euro sono stati sommati a 58.788.000 euro - a norma dell'art. 40 dello Statuto della Banca d'Italia, lo 0,50% "a valere sul fruttato" delle riserve, ordinaria e straordinaria, che al 31 dicembre 2007 erano di 11.757.789.000 euro[28] - per un totale di 58.803.600 euro (196,012 euro per ogni quota di partecipazione) da ripartirsi fra i partecipanti diversi dallo Stato.[27]

Il decreto legge 30 novembre 2013, n. 133 (cosiddetto "decreto IMU-Bankitalia", convertito con modificazioni con legge n. 5 del 2014) ha rivalutato il capitale sociale elevandolo a 7,5 miliardi di euro; le quote nominative di partecipazione hanno assunto il valore di 25.000 euro ciascuna. La rivalutazione del capitale, ovviamente, incidendo in misura uguale su tutte le quote, ha lasciato invariato il peso relativo delle singole partecipazioni. Sempre in base alla legge in questione, le quote di partecipazione al capitale possono appartenere solamente a banche, imprese di assicurazione, enti ed istituti di previdenza aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia. Ciascun partecipante non può possedere, direttamente o indirettamente, una quota del capitale superiore al 3 per cento (art. 4, comma 5). La Banca di Italia può effettuare operazioni di buy-back di proprie quote.

Per le quote possedute in eccesso non spetta il diritto di voto ma, per un periodo di 24 mesi dalla promulgazione della legge, sono riconosciuti i relativi dividendi.[29] Pertanto, al termine di questo periodo transitorio, le quote in eccesso rispetto alla soglia del 3% saranno "sterilizzate": non conferiranno diritto di voto né daranno titolo a ricevere dividendi.

Distribuzione dei dividendi[modifica | modifica wikitesto]

Ai partecipanti al capitale sono distribuiti dividendi per un importo massimo del 6% del capitale stesso: si tratta, quindi, di un importo massimo di 450 milioni di euro, da dividere fra tutti i partecipanti. I restanti utili sono destinati a distribuzione, o ad accantonamento, nelle misure e con le modalità che seguono:

  • accantonamento alla riserva ordinaria, fino alla misura massima del 20 per cento;
  • accantonamento alla riserva straordinaria e ad eventuali fondi speciali, fino alla misura massima del 20 per cento;
  • distribuzione allo Stato, per l'ammontare residuo.

Organizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Amministrazione centrale[modifica | modifica wikitesto]

L'Amministrazione centrale della Banca d'Italia, sita in Roma, è articolata in otto Dipartimenti (ciascuno dei quali fa capo a un Capo Dipartimento, dirigente di livello apicale) e 36 Servizi. Ogni Servizio è a sua volta suddiviso in Divisioni e/o Uffici.

La maggior parte delle strutture dell'Amministrazione centrale si trova nel centro di Roma, spesso in palazzi di grande prestigio. Il governatore, ad esempio, ha i suoi uffici in via Nazionale, a palazzo Koch[30].

Nel 1999 alcuni servizi sono stati trasferiti nel Centro Donato Menichella[30], un complesso di nuova costruzione, sito a Vermicino (Frascati). Si tratta dei Servizi legati all'informatica ed alle telecomunicazioni, all'organizzazione interna, agli acquisti, alla gestione immobiliare.

Circa la metà del personale della Banca d'Italia è assegnato all'Amministrazione centrale.

L'Unità di informazione finanziaria[modifica | modifica wikitesto]

Istituita ai sensi del d.lgs. n. 231/2007, esercita le proprie funzioni in autonomia e indipendenza. La Banca d'Italia ne disciplina con regolamento l'organizzazione e il funzionamento. L'UIF si avvale di risorse umane e tecniche, di mezzi finanziari e di beni strumentali della Banca[31]. È sita a Roma, in largo Bastia.

Strutture Periferiche[modifica | modifica wikitesto]

Filiali[modifica | modifica wikitesto]

Filiale regionale del Lazio della Banca d'Italia, a Roma, accanto alla sede del Ministero dell'economia e delle finanze, in via xx settembre, 97/E
Progetto definitivo d'arredo della Banca d'Italia, a Brescia, eseguito da Ambrogio Fossati nel 1932

Le filiali della Banca d'Italia, fino al 2009, si suddividevano in sedi e succursali, articolate su un modello in cui ogni Filiale aveva nel complesso le medesime funzioni.

Le Sedi, lascito delle origini regionalistiche della Banca d'Italia, erano 14 ed erano insediate nelle città di Ancona, Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Livorno, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Trieste, Venezia.

Nei capoluoghi delle province rimanenti erano invece presenti delle succursali. Nelle province istituite dopo il 1992, ai sensi della legge n. 104/1991, non vi sono mai istituite nuove presenze della Banca facendosi invece riferimento alla filiale della provincia di provenienza.

A Roma sono tuttora presenti tre diverse strutture: 'Roma Sede', 'Roma Succursale' e la filiale di 'Roma Tuscolano' (attualmente presso il Centro Donato Menichella).

In passato anche le città di Milano e Napoli avevano sia una sede che una succursale. Nel corso del 2005, in entrambe le città si è avuta l'unificazione di Sede e Succursale in un'unica struttura.

Alla fine del 2009 è terminata la ristrutturazione della rete periferica che ha comportato la chiusura di 33 filiali e la rimodulazione di altre 37: 25 specializzate nei servizi all'utenza (soprattutto legate alla funzione di Tesoreria provinciale dello Stato), 6 specializzate nel trattamento del contante, 6 unità delocalizzate specializzate in vigilanza, prive di autonomia e direttamente dipendenti dalla filiale sita nel rispettivo capoluogo regionale. Rimangono inalterate le funzioni delle 20 Filiali site nei capoluoghi regionali (cosiddette filiali regionali) e di altre 6 Filiali cosiddette "ad ampia operatività" (Brescia, Verona, Catania, Forlì, Bolzano, Salerno). In definitiva, a un modello che poteva definirsi "provincialistico" in cui la Banca aveva una filiale in ciascuna provincia italiana (fatta eccezione per quelle istituite dopo il 1992) si è passati a un modello "regionalistico" in cui la Filiale sita nel capoluogo regionale estende parte delle proprie competenze (sia istituzionali che di auto-amministrazione) anche sulle filiali site nelle restanti province regionali in cui permane una filiale della Banca.

Delegazioni all'estero[modifica | modifica wikitesto]

La Banca d'Italia mantiene tre delegazioni all'estero a Londra, New York e Tokyo. Nel corso del 2009 sono state chiuse le delegazioni di Bruxelles, Francoforte sul Meno e Parigi.

Queste delegazioni curano i contatti con gli organismi internazionali e le istituzioni finanziarie locali. Il progetto di riforma organizzativa concluso nel 2009 ha previsto il rafforzamento della presenza della Banca in aree economiche emergenti (Cina, India e Brasile), con modalità snelle di insediamento. A tale proposito, il 17 luglio 2007 è stato sottoscritto un protocollo d'intesa tra il governatore Mario Draghi e il ministro degli Affari Esteri Massimo D'Alema che regola le modalità di insediamento di personale della Banca presso gli uffici consolari all'estero.

SADiBa[modifica | modifica wikitesto]

La Banca d'Italia gestisce a Perugia la Scuola di automazione per dirigenti bancari (SADiBa). Oltre ad ospitare corsi, è anche sede di incontri, conferenze e dibattiti, di livello sia nazionale che internazionale, su temi economici e finanziari.

Organi e azionisti dell'istituto[modifica | modifica wikitesto]

Compiti e poteri dei diversi stakeholder[modifica | modifica wikitesto]

L'assemblea dei partecipanti:

  • elegge, presso ciascuna delle 13 sedi regionali i componenti del Consiglio superiore della Banca d'Italia;
  • approva il bilancio dell'istituto;
  • non interviene in alcun modo nella nomina del governatore e dei membri del direttorio;
  • elegge i sindaci;
  • approva la nomina della Società per la certificazione del bilancio, da eseguirsi ai sensi dell'art. 27 dello Statuto del SEBC.

Il Consiglio superiore:

  • è composto da 13 membri, in carica per 5 anni rinnovabili non più di due volte;
  • esprime un parere, per quanto concerne il governatore, sul rinnovo del suo mandato e la revoca nei casi previsti dall'articolo 14.2 dello statuto del SEBC;
  • su proposta del governatore, nomina il direttore generale e i vice direttori generali, rinnova i loro mandati e li revoca per i motivi previsti dall'art. 14.2 dello statuto del SEBC;
  • svolge funzioni amministrative, di vigilanza e controllo sull'andamento della gestione;
  • interviene su specifici aspetti gestionali anche in materia organizzativa.

Il collegio sindacale:

  • la sua composizione consiste in cinque membri effettivi, fra cui il presidente; i membri supplenti sono due;
  • I sindaci rimangono in carica tre anni e sono rieleggibili non più di tre volte;
  • Il collegio sindacale svolge funzioni di controllo sull'amministrazione della banca per l'osservanza della legge dello statuto e del regolamento generale;
  • esercita il controllo contabile, esamina il bilancio d'esercizio ed esprime il proprio parere sulla distribuzione del dividendo annuale.
  • inoltre questi prendono parte alle riunioni del consiglio superiore.

Il direttorio:

  • è un organo collegiale, costituito dal governatore, dal direttore generale e da tre vicedirettori generali;
  • assume provvedimenti aventi rilevanza esterna nell'esercizio delle finalità istituzionali, con esclusione di quelle attribuite al SEBC;

Le attività di vigilanza sono competenza decisionale del governatore e del direttorio.

Le attività di regolazione dell'offerta di moneta sono competenza decisionale del governatore che le esprime nell'ambito del consiglio direttivo della Banca centrale europea. Attualmente i cinque componenti del direttorio sono: Ignazio Visco, governatore; Salvatore Rossi, direttore generale; Fabio Panetta, vice direttore generale; Luigi Federico Signorini, vice direttore generale; Valeria Sannucci, vice direttore Generale.

Direttori generali (1893-1928)[modifica | modifica wikitesto]

Governatori (dal 1928)[modifica | modifica wikitesto]

I membri del consiglio superiore[modifica | modifica wikitesto]

Il "Consiglio superiore" della Banca d'Italia nomina, su proposta del governatore, il direttore generale e i vice direttori generali, ed è formato da 13 membri, ciascuno eletto presso ciascuna delle 13 Sedi:

Orietta Maria Varnelli (Ancona);
Nicola Cacucci (Bari);
Gaetano Maccaferri (Bologna);
Francesco Argiolas (Cagliari);
Franca Alacevich (Firenze);
Carlo Castellano (Genova);
Donatella Sciuto (Milano);
Marco Zigon (Napoli);
Giovanni Finazzo (Palermo);
Marco D'alberti (Roma);
Lodovico Passerin d'Entrèves (Torino);
Andrea Illy (Trieste);
Ignazio Musu (Venezia).

I membri del consiglio durano in carica cinque anni e sono rieleggibili non più di due volte.

I partecipanti al capitale della Banca d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Lo statuto della Banca centrale all'articolo 3 specifica le tipologie giuridiche dei soggetti che possono detenere quote del capitale sociale.

Prima della revisione del 12 dicembre 2006, lo stesso articolo indicava invece che il pacchetto di controllo doveva essere detenuto da soggetti pubblici. La legge 28 dicembre 2005, n. 262, Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari, prevedeva all'articolo 19, comma 10 (che non verrà mai attuato):

  1. Con regolamento da adottare ai sensi dell'articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l'assetto proprietario della Banca d'Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d'Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici.

La distribuzione delle quote è rimasta sostanzialmente invariata dal 1948 ad oggi, e gli unici cambiamenti sono stati dovuti alle acquisizioni e fusioni bancarie avvenute nel frattempo. L'elenco dei principali partecipanti, indicato sul sito, è il seguente:

Partecipante Quote Voti
Intesa Sanpaolo S.p.A. 30,3% 50
UniCredit S.p.A. 14,4% 50
Assicurazioni Generali S.p.A. 6,3% 42
Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. 6,2% 41
INPS 3,0% 34
INAIL 2,7%
Banca Carige S.p.A. 4,0% 27
Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. 2,8% 21
Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. 2,5% 19
Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A. 2,1% 16
Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. 2,0% 16

L'elenco dettagliato si trova sul sito web della Banca d'Italia.[32] Si può osservare come il numero di voti non sia proporzionale al capitale detenuto, per evitare sia eccessive frammentazioni che eccessive concentrazioni nell'esercizio del diritto di voto. In particolare, è previsto un voto ogni 100 quote fino alle 500 quote possedute, e poi un voto ogni 500 quote detenute in più delle 500. Nessun partecipante può disporre di oltre 50 voti, né può rappresentare più di 2 partecipanti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Napoleone Colajanni, Storia della banca italiana, Roma, Newton Compton, 1995
  2. ^ a b c d e Banca d'Italia sull' Enciclopedia Garzanti dell'Economia, Milano, Garzanti, 2001
  3. ^ Giovanni Sale, Popolari, chierici e camerati, su google.it/libri, vol. 1, Jaca Book, 2006, p. 81. URL consultato il 5 aprile 2018.
    «Secondo l'on. Mario Augusto Martini [da non confondere col cardinale], la soluzione legislativa per ciò che appartiene alla terra doveva ottenersi in questo modo:<<Mantenuto il principio della proprietà privata, estendere il principio dell'espropriazione per cause di pubblica utilità alla causa di utilità sociale>>, naturalmente <<dietro equo indennizzo>>, perché ciò non apparisse come una vera espropriazione a danno dei proprietari, come invece volevano i socialisti. [..] Arturo Osio sostenne che l'espropriazione doveva avvenire dietro semplice richiesta dei lavoratori.».
  4. ^ Colajanni, Storia della Banca d'Italia
  5. ^ Graziella Buccellati Mantovani e Claudio Proserpio, La banca e la borsa, Milano, Mondadori, 1978
  6. ^ sito Tempesta Perfetta, su tempesta-perfetta.blogspot.it.
  7. ^ Storia della Banca d'Italia", pag. 49
  8. ^ spiegabile in parole semplici come la BCE chd emette moneta e la presta alle banche private che la tengono parcheggiata nei loro conti correnti aperti presso la BCE
  9. ^ Copia archiviata, su storiologia.it. URL consultato il 6 aprile 2018 (archiviato dall'url originale il 28 luglio 2015).
  10. ^ Storia della Banca d'Italia, pag. 53
  11. ^ Cicchino-Olivo Caccia all'oro nazista Mursia 2011 ISBN 978-88-425-4500-2
  12. ^ Art. 25 comma 4 D.P.R. 19 aprile 1948 n. 482
  13. ^ Storia della Banca d'Italia, pag. 60
  14. ^ Storia della Banca d'Italia, pagg. 58 e 63
  15. ^ Storia della Banca d'Italia, pag. 62
  16. ^ Franco Scottoni, Ora qualcuno chiederà scusa a Paolo Baffi e Sarcinelli?, la Repubblica, 22 luglio 1984. URL consultato l'11 luglio 2011.
  17. ^ Massimo Dary, Massimo Dary: Il debito della Banca d’Italia verso tre servitori dello Stato, MicroMega, 9 dicembre 2009. URL consultato l'11 luglio 2011.
  18. ^ Le vere cause del debito pubblico italiano, su keynesblog.com.
  19. ^ “Andreatta e Ciampi seppero guardare avanti”, condannando l’Italia alla deindustrializzazione., su formiche.net.
  20. ^ Debito Pubblico, tutto cominciò con un ‘divorzio’, su avantionline.it.
  21. ^ L’incoerenza della Lettanomics, su keynesblog.com.
  22. ^ Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 291 del 15 dicembre
  23. ^ a b Il nuovo statuto della Banca d'Italia
  24. ^ Copertina.indd
  25. ^ Sentenza 16751 del 2006 della Corte di Cassazione
  26. ^ Il bilancio della Banca d'Italia (Relazione annuale 2008), pag. 306, "Conto Economico".
  27. ^ a b ibidem, pag. 349.
  28. ^ ibidem, pag. 338. Nota bene: nel documento gli importi sono espressi in migliaia di euro.
  29. ^ L'art 5, comma 5, prevede un adeguamento statutario della Banca d'Italia, in conformità alle disposizioni del decreto, da effettuarsi entro sei mesi. Lo stesso comma detta alcuni principi a cui dovrà obbedire l'adattamento statutario dovrà avvenire essere nel rispetto di alcuni principi: tra questi, la lettera c) dello stesso comma detta che "anche al fine di facilitare l'equilibrata distribuzione delle quote fra i partecipanti ai sensi dell'articolo 4, comma 5, sia previsto a decorrere dal completamento dell'aumento di capitale di cui all'articolo 4, comma 2, un periodo di adeguamento non superiore a trentasei mesi durante il quale per le quote di partecipazione eccedenti la soglia indicata all'articolo 4, comma 5, non spetta il diritto di voto ma sono riconosciuti i relativi dividendi."
  30. ^ a b vedi Collezione d'arte della Banca d'Italia - Ambienti
  31. ^ http://uif.bancaditalia.it/sistema-antiriciclaggio/organigramma-uif/organigramma-uif.pdf
  32. ^ Partecipanti al Capitale (PDF), su bancaditalia.it (archiviato dall'url originale il 28 dicembre 2016).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collana storica della Banca d'Italia

  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. I - Rapporti monetari e finanziari internazionali. 1860-1914, Roma/Bari, Laterza, 1990
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. II - Problemi di finanza pubblica tra le due guerre. 1919-1939, Roma/Bari, Laterza, 1993
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. III - Finanza internazionale, vincolo esterno e cambi. 1919-1939, Roma/Bari, Laterza, 1994
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. IV - L'organizzazione della Banca d'Italia. 1893-1947, Roma/Bari, Laterza, 1993
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. V - Il mercato del credito e la Borsa, Roma/Bari, Laterza, 1994
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. VI - La bilancia dei pagamenti italiana, Roma/Bari, Laterza, 1995
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. VII 1° - Stabilità e sviluppo negli anni Cinquanta. L'Italia nel contesto internazionale, Roma/Bari, Laterza, 2001
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. VII 2° - Stabilità e sviluppo negli anni Cinquanta. Problemi strutturali e politiche economiche, Roma/Bari, Laterza, 1999
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. VII 3° - Stabilità e sviluppo negli anni Cinquanta. Politica bancaria e struttura del sistema finanziario, Roma/Bari, Laterza, 2000
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. VIII - La Banca d'Italia in Africa, Roma/Bari, Laterza, 1999
  • A.A.V.V. Ricerche per la storia della Banca d'Italia - Vol. IX - Gli accordi di Bretton Woods. La costruzione di un ordine monetario internazionale, Roma/Bari, Laterza, 2001
  • Franco Bonelli, La Banca d'Italia dal 1894 al 1913, Roma/Bari, Laterza, 1991
  • Alberto Caracciolo, La Banca d'Italia tra l'autarchia e la guerra. 1936-1945, Roma/Bari, Laterza, 1993
  • Sergio Cardarelli, Renata Martano, I nazisti e l'oro della Banca d'Italia. Sottrazione e recupero 1943-1958, Roma/Bari, Laterza, 2001
  • Sabino Cassese, “Un monumento di saggezza e di perfezione”: la Banca d’Italia nel suo primo ventennio di vita, in Banca d’Italia - Ufficio Ricerche Storiche, «Presentazione della Collana storica della Banca d’Italia», Atti del Convegno (Roma, 9-10 dicembre 1993), Roma, Banca d’Italia, 1994, pp. 33–39.
  • Napoleone Colajanni, Storia della Banca in Italia. Da Cavour a Cimapi, in Il Sapere, 1ª ed., Roma, Newton Compton Editori, 1995, ISBN 978-88-7983-488-9.
  • Franco Cotula, Marcello De Cecco, Gianni Toniolo, La Banca d'Italia. Sintesi della ricerca storica 1893-1960, Roma/Bari, Laterza, 2003
  • Guglielmo Negri, Giolitti e la nascita della Banca d'Italia nel 1893, Roma/Bari, Laterza, 1993
  • Stefano Poddi, La Banca d'Italia, Panorama - Economia & Lavoro, luglio/agosto 2008
  • Stefano Poddi, L'oro della Banca d'Italia - Un tesoro italiano e la sua storia , Cronaca Numismatica, luglio/agosto 2008
  • Rosanna Scatamacchia, Azioni e azionisti. Il lungo Ottocento della Banca d'Italia , Collana storica della Banca d'Italia, Roma/Bari, Laterza, 2008
  • Gianni Toniolo, La Banca d'Italia e l'economia di guerra. 1914-1919, Roma/Bari, Laterza, 1989
  • Gianni Toniolo, Giuseppe Guarino, La Banca d'Italia e il sistema bancario. 1919-1936, Roma/Bari, Laterza, 1993
  • Ercole Tuccimei, Sergio Ricossa, La Banca d'Italia e il risanamento post-bellico. 1945-1948, Roma/Bari, Laterza, 1993
  • Ercole Tuccimei, La Banca d'Italia in Africa, Presentazione di Arnaldo Mauri, Roma/Bari, Laterza, 1999.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN135371410 · ISNI (EN0000 0001 2296 4343 · LCCN (ENn79105835 · GND (DE1086397673 · BNF (FRcb12164026h (data)