Banche di interesse nazionale

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Le banche di interesse nazionale nacquero nel 1936 in Italia con la promulgazione della cosiddetta legge bancaria che riformava il sistema creditizio.

La rivalutazione forzosa della lira del 1927 e la crisi del '29 avevano spinto la grande industria italiana in una situazione di crisi che si era trasmessa al sistema bancario.[1]. Venne creato un ente, l'Istituto per la Ricostruzione Industriale a carattere prima provvisorio e poi permanente al quale conferire le partecipazioni industriali detenute dalle tre maggiori banche (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma, Credito Italiano) italiane, che non trovarono acquirenti privati.

La legge bancaria operò la netta separazione fra banche commerciali e banche d'investimento, con l'obiettivo di rompere il meccanismo di compartecipazione che aveva portato le banche sull'orlo del fallimento.[1] Le tre banche furono trasformate da questa legge in banche di interesse nazionale: la fisionomia di questi istituti era così quella di banche di credito ordinario che non potevano tuttavia fare più prestiti all'industria né essere proprietarie di valori industriali, il credito venne, inoltre, qualificato come funzione di "interesse pubblico" e del sistema bancario come "difesa del risparmio"[senza fonte]

Questo modificava il precedente status di tali Istituti, precedentemente banche miste, e quindi con possibilità di compiere operazioni di diversa durata temporale (breve o lungo termine). Tutto ciò mutò di nuovo nel 1993 con il Testo Unico del governo Amato, che consentiva, in sostanza, il ritorno alla "banca mista" anticipando, di sei anni, un'analoga mossa del Congresso degli Stati Uniti con l'abrogazione del Glass-Steagall Act risalente al 1933.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b archiviostoricoiri.it, http://www.archiviostoricoiri.it/index/pagina-80.html.

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