Alberto Beneduce

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Alberto Beneduce
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Ministro del Lavoro del Regno d'Italia
Durata mandato 4 luglio 1921 –
26 febbraio 1922
Monarca Vittorio Emanuele III di Savoia
Primo ministro Ivanoe Bonomi
Predecessore Arturo Labriola
Successore Arnaldo Dello Sbarba
Legislature XXVI

Senatore del Regno d'Italia
Legislature XXX
Incarichi parlamentari
  • Commissione degli affari esteri, degli scambi commerciali e della legislazione doganale (membro)

Deputato del Regno d'Italia
Legislature XXV, XXVI
Gruppo
parlamentare
Gruppo riformista (XXV), Gruppo socialista riformista (XXVI)
Circoscrizione Caserta

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Riformista Italiano

Alberto Beneduce (Caserta, 26 ottobre 1877Roma, 26 luglio 1944) è stato un economista e politico italiano, amministratore di importanti aziende statali nell'Italia liberale e fascista, amministratore delegato dell'INA, tra gli artefici della creazione dell'IRI e suo primo presidente, oltre che ministro e deputato.

L'idea che ebbe del ruolo dello stato ebbe una grande influenza nel sistema economico italiano: l'assetto che egli diede al sistema industriale e creditizio era coerente con la concezione social-riformistica che egli aveva delle forme dell'intervento statale nell'economia del paese, che doveva essere contenuto nei limiti del controllo finanziario e non estendersi ai compiti di programmazione e di gestione, apparendo necessaria la limitazione delle reazioni e delle influenze normalmente occorrenti da parte dei gruppi privati[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La formazione[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di un tipografo partenopeo, nacque a Caserta nel 1877. Il padre era filo-socialista e anticlericale; il fratello Ernesto, affiliato alla Massoneria, lo convinse ad entrare in Loggia[2].

Si iscrisse all'Università di Napoli nel 1900 e prese la tessera del Partito socialista italiano. Si sposò a vent'anni ed ebbe cinque figli, nessuno dei quali venne battezzato. A tre delle quattro femmine pose nomi di inequivocabile contenuto ideologico: Idea Nuova Socialista, Vittoria Proletaria e Italia Libera[3].

Dopo la laurea in Matematica nel 1904, intraprese la carriera universitaria in Statistica. Poi si trasferì a Roma.

Dopo aver vinto un concorso, ottenne un impiego al Ministero dell'Agricoltura, nella Direzione statistica. Collaborò con Ernesto Nathan, primo sindaco anticlericale (e massone) della capitale, senza perdere i contatti con il partito socialista, specialmente con l'ala riformista guidata da Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi.

Nel 1911 il ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio Francesco Saverio Nitti, del Partito Radicale Italiano, lo chiamò a collaborare con il governo per la costituzione dell'Istituto Nazionale Assicurazioni, l'istituto pubblico che avrebbe gestito, in regime di monopolio, le assicurazioni sulla vita. Beneduce eseguì la missione e Nitti, come premio, gli offrì una candidatura alla Camera, che Beneduce non accettò.

L'anno precedente (1912) Beneduce non aveva rinnovato la tessera del partito socialista dopo che i socialisti riformisti Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi, suoi punti di riferimento, erano stati espulsi dal partito.

La carriera universitaria[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1914 fu professore ordinario di Statistica economica presso gli Istituti superiori di scienze economiche e commerciali dell'università di Genova fino al 1924.

Fu professore ordinario di Statistica economica presso gli Istituti superiori di scienze economiche e commerciali dell'università di Roma (1925-1927).

La carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Ernesto Nathan, con Beneduce partecipò nel 1917 al Congresso delle massonerie di Parigi.

Come gli altri socialisti riformisti, allo scoppio della prima guerra mondiale, Beneduce sostenne le ragioni degli interventisti e si arruolò come volontario di guerra. Fu mobilitato (a 38 anni) col grado di sottotenente del genio territoriale del Regio Esercito, ma nel 1916 lasciò il fronte per essere nominato amministratore delegato dell'INA, del quale era già consigliere e nel 1917 promosse Opera nazionale combattenti (ONC), di cui fu primo presidente.

Massone, membro del Grande Oriente d'Italia, di cui fu primo Gran Sorvegliante[4], il 28 giugno 1917 accompagnò il Gran Maestro Ernesto Nathan a Parigi, al Congresso delle massonerie dei paesi alleati e neutrali[5].

Finita la guerra, nel 1919 si dimise dalla carica e da docente per candidarsi alle elezioni politiche nelle liste del Partito Socialista Riformista Italiano nel collegio di Caserta, divenendo deputato e, successivamente, presidente della commissione Finanze della Camera. Mantenne la carica di presidente del Consorzio di credito per le opere pubbliche (Crediop), che aveva contribuito a fondare.

Nel 1921, dopo essere stato rieletto deputato, assunse la carica di Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi. Mussolini sul Popolo d'Italia il 5 luglio 1921) ne lodò le capacità. Fu ministro fino al febbraio 1922 e non si ricandidò in Parlamento nel 1924, ma fu vicino ai gruppi democratici aventiniani.

Del 1924 è la creazione dell'Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità da lui proposta, avente obiettivo il finanziamento delle imprese private concessionarie di servizi di pubblica utilità, in primis nel settore elettrico, di importanza strategica per il paese[6].

Ma già nel maggio 1925 propose ai deputati aventiniani di tornare in Aula. A fine anno si distaccò dall'opposizione per chiudersi in un silenzio verso il nuovo corso politico.

La sua competenza sul funzionamento dello Stato, l'amicizia con il direttore della Banca d'Italia Bonaldo Stringher e del ministro Giuseppe Volpi e la stima dello stesso Mussolini ne fecero di lì a poco uno dei più ascoltati consiglieri economici del governo e una stretta collaborazione con il governo fascista.[7]. Dal 1926 infatti fu presidente della Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, allora la più importante finanziaria privata italiana[8], e nel 1927 collaborò alla riforma monetaria per la stabilizzazione della lira [9]

La costituzione dell'IMI, dell'IRI e la legge bancaria del 1936[modifica | modifica wikitesto]

Donato Menichella, con Beneduce fu il principale ispiratore delle riforme economico finanziarie degli anni trenta.

Il ruolo di Beneduce fu essenziale nella ristrutturazione dell'economia italiana successiva alla crisi mondiale del 1929. Il fallimento delle maggiori banche italiane, che detenevano anche numerose partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, fu evitato grazie all'intervento dello Stato. Il «sistema Beneduce» prevedeva la netta separazione fra banche ed imprese industriali, con la partecipazione diretta dello Stato al capitale di controllo delle imprese. Le aziende pubbliche rimanevano comunque società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato.

Lo Stato si riservava, inoltre, un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, senza entrare nella gestione diretta: in luogo della nazionalizzazione venne decisa dal governo Mussolini una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese. A tale scopo fu prima fondato nel 1931 l'Istituto Mobiliare Italiano, istituto pubblico specializzato nel credito industriale. Nel gennaio 1933 il ministro delle Finanze Guido Jung, Beneduce e il futuro Governatore della Banca d'Italia Donato Menichella, furono i principali fautori della nascita dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Beneduce ne fu il primo presidente, dalla sua costituzione fino al 1939.

Fu fautore di una gestione delle aziende ispirata a criteri privatistici e libera da influenze politiche; improntò il rapporto con gli industriali privati ad uno spirito di collaborazione, con la cessione agli stessi di alcune aziende già rilevate dall'IRI: tra queste, la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali attiva nel settore elettrico, di cui Beneduce fu presidente, carica che mantenne anche dopo il passaggio ai privati. Beneduce fu anche consigliere d'amministrazione di Fiat, Pirelli, Montecatini, Edison e Generali.

Nel 1936 era contemporaneamente presidente dell'IRI, degli istituti di credito pubblico Crediop e ICIPU, dell'Istituto per il credito navale, e membro del Consiglio d'amministrazione dell'IMI e dell'Istituto nazionale dei cambi mentre nel settore privato era presidente della Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, la cosiddetta Bastogi.[10]

Con Menichella, fu uno degli ispiratori della legge bancaria del 1936 (decreto-legge 12 marzo 1936 n. 375 - legge 7 marzo 1938, n. 141), rimasta in vigore fino al 1993, che vietò alle banche l'esercizio congiunto del credito a breve ed a lungo termine.

Si ritirò progressivamente dalla vita politico-economica a causa delle precarie condizioni fisiche, dovute a un ictus che lo colpì al ritorno da una riunione della Banca dei Regolamenti Internazionali a Basilea il 13 luglio 1936.

L'8 aprile 1939 venne nominato senatore del Regno [11] lasciando così la presidenza dell'IRI e in quella occasione gli venne conferita la tessera di iscrizione al PNF, alla cui ideologia quale, tuttavia, non volle mai formalmente aderire, limitandosi a manifestare sentimenti di personale devozione e solidarietà al Duce [10].

L'eredità[modifica | modifica wikitesto]

Enrico Cuccia, genero di Beneduce.

La figura di Beneduce è stata generalmente interpretata in modo positivo, come esempio di grande funzionario di Stato, competente e lungimirante, capace di realizzare con l'IRI una "formula" originale per evitare i fallimenti bancari e tale da garantire allo Stato un ingente patrimonio industriale, formidabile strumento di politica economica per i decenni a venire[12]; questo soprattutto in contrapposizione con altri esempi di funzionari e politici di minori competenze e capacità. Obiettivo dell'azione di Alberto Beneduce nel terreno dei rapporti economici fu quello di creare circuiti di mobilitazione del risparmio paralleli ed indipendenti sia dalle deboli istituzioni finanziarie allora attive in Italia (che non erano in grado di mobilitare efficacemente il risparmio), sia dallo Stato e dal rischio che potessero essere fagocitati dalla corruzione e dal clientelismo. In questo senso vanno intese le logiche di autonomia sulle quali Beneduce spinse in ogni suo lavoro, dall'Ina al Crediop all'Iri. Le strutture erano agili, i rapporti di natura privatistica. Una definizione calzante a questa prassi può essere quella di: "Stato fuori dallo Stato", complementare all'apparato statale ordinario nel raggiungimento degli obiettivi, ma indipendente sotto il profilo della gestione finanziaria[13].

I critici preferiscono metterne in luce l'opportunismo politico, che gli permise di passare, senza scossoni, dalle idee socialiste al fascismo, accettando anche incarichi di primo piano. Il suo primo referente politico, Francesco Saverio Nitti, che dai fascisti subì aggressioni e violenze personali e fu costretto all'esilio, ebbe per Beneduce "giudizi morali durissimi"[14], pur ricordandone sempre intelligenza ed onestà, perché non assunse mai una netta posizione contro il regime. Per un giudizio sereno è necessario tuttavia rammentare che Beneduce non appoggiò apertamente il fascismo - accettò tardi la tessera del partito - e non rinnegò le sue idee, suscitò, piuttosto, il sospetto di molti gerarchi vicini al duce che, come confermano carteggi ritrovati in vari periodi dopo la seconda guerra mondiale, ne chiesero più volte l'allontanamento.

Un ulteriore aspetto saliente nella vita di Beneduce fu il suo legame con il finanziere Enrico Cuccia: il futuro capo di Mediobanca era un giovane funzionario neoassunto all'IRI che, frequentando la casa di Beneduce, conobbe la figlia Idea Nuova e la sposò nel 1939; il potente suocero favorì gli inizi della carriera del genero, caldeggiandone l'assunzione presso la Comit guidata da Raffaele Mattioli. Oltre al vincolo di parentela, si tende a vedere tra i due una sorta di continuità nella comune capacità di rimanere ai vertici del potere economico, a cavallo tra settore pubblico e settore privato.

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Sposato con Noemi Cateni, ebbe cinque figli[15]:

  • Idea Nuova Socialista (1905-1996), moglie di Enrico Cuccia;
  • Vittoria Proletaria;
  • Italia Libera;
  • Ernesto;
  • Anna.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Capitali sottratti all'Italia dall'emigrazione per l'estero. Caserta, Tip. della Libreria Moderna, 1904.
  • Di alcuni metodi d'interpolazione. Roma, Direzione del Giornale degli economisti, 1908.
  • Sul calcolo della ricchezza privata di uno Stato. Roma, Direzione del Giornale degli economisti, 1908.
  • Della natalità: Studio di demografia comparata. Roma, Tip. Nazionale di G. Bertero e C., 1908.
  • Criteri estimativi seguiti dai periti e dalle giunte d'arbitri nei giudizi di affrancazione dagli usi civili. Roma, G. Bertero, 1910.
  • Sul movimento dei rimpatriati dalle Americhe. Roma, Giornale degli Economisti, 1910.
  • La dodicesima sessione dell'Istituto internazionale di statistica. Roma, Direzione del Giornale degli economisti, 1910.
  • Saggio di statistica dei rimpatriati dalle Americhe. Roma, Cooperativa tipografica Manuzio, 1911.
  • Il principio mutualistico nelle assicurazioni. Roma, Athenaeum, 1913.
  • A proposito della riforma delle pensioni civili e militari. Roma, Athenaeum, 1913.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ BENEDUCE, Alberto Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 8 (1966)
  2. ^ Alberto Beneduce fu iniziato alla massoneria nella loggia Giovanni Bovio di Roma l'11 agosto 1905 e promosso maestro il 14 agosto 1906. Vittorio Gnocchini, L'Italia dei liberi muratori, Erasmo editore, Roma, 2005, p. 33
  3. ^ la Repubblica.it Economia: Addio al grande vecchio della finanza italiana. 23 giugno 2000.
  4. ^ Anna Maria Isastia, Uomini e idee della Massoneria. La Massoneria nella storia d'Italia, Roma, Atanòr, 2001, p. 171
  5. ^ Dieci tavole architettoniche sulla massoneria, di Andrea Cuccia, Rubbettino ed., p. 257.
  6. ^ Mimmo Franzinelli, Marco Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pag. 138
  7. ^ Marco Magnani, cit.
  8. ^ Napoleone Colajanni, Storia della banca italiana, Roma, Newton Compton, 1995
  9. ^ Alberto Beneduce nell'Enciclopedia Treccani
  10. ^ a b Alberto Beneduce in Dizionario Biografico – Treccani
  11. ^ http://notes9.senato.it/web/senregno.nsf/1dbf7f5088956bebc125703d004d5ffb/e32880b9c8393e184125646f0058ccf5?OpenDocument
  12. ^ Tale è il giudizio, ad esempio, di Massimo Mucchetti in Ci vorrebbe un Beneduce, Corriere della Sera del 27 marzo 2004 e Lo stato da imprenditore a cassettista, Corriere Economia del 25 aprile 2005
  13. ^ Mimmo Franzinelli, Marco Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pag. 80
  14. ^ Vedi Giorgio Galli in Il padrone dei padroni, Garzanti, 1995
  15. ^ http://notes9.senato.it/Web/senregno.nsf/9c71ca4b60345894c125785d00597bf7/e32880b9c8393e184125646f0058ccf5?OpenDocument

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giornata di studio su Alberto Beneduce: Caserta, 11 novembre 1983. Roma, Banco di Roma, 1983.
  • Sabino Cassese. Come è nata la legge bancaria del 1936. Roma, Banca nazionale del lavoro, 1988.
  • Pasquale Marotta. Alberto Beneduce: l'uomo l'economista il politico. Caserta, Società di storia patria di Terra di Lavoro, 1996.
  • Nico Perrone, Economia pubblica rimossa, Milano, Giuffrè, 2002. ISBN 88-14-10088-8
  • Serena Potito. Il primo Beneduce, 1912-1922. Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2004. ISBN 88-495-0856-5.
  • Massimo Pini. I giorni dell'IRI: storie e misfatti da Beneduce a Prodi. Milano, Oscar Mondadori, 2004. ISBN 88-04-52950-4
  • Mimmo Franzinelli, Marco Magnani. Beneduce: il finanziere di Mussolini. Milano, Mondadori, 2009. ISBN 978-88-04-58593-0.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN55233668 · LCCN: (ENnb2005011345 · ISNI: (EN0000 0001 2133 8244 · GND: (DE129676667 · BNF: (FRcb15009450p (data)