Paolo Baffi

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Paolo Baffi.

Paolo Baffi (Broni, 5 agosto 1911Roma, 4 agosto 1989) è stato un economista, banchiere e accademico italiano. È stato Governatore della Banca d'Italia dal 1975 al 1979.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Si laureò nel 1932 in economia e commercio all'Università Bocconi di Milano con una tesi sulla depressione economica mondiale (relatore il professor Ulisse Gobbi). Allievo e assistente di Giorgio Mortara presso la stessa università, entrò in Banca d'Italia nel 1936[1].

Fu Giorgio Mortara a suggerire il nome di Baffi al governatore Vincenzo Azzolini, il quale – dopo la legge del 1936 sul sistema bancario che attribuiva alla Banca nuove funzioni – era in cerca di persone esperte in grado di far parte dell'Ufficio Studi di nuova costituzione. Baffi fu subito inviato da Azzolini a Londra alla Bank of England per studiare l'organizzazione dell'ufficio studi della Old Lady (la più antica banca centrale del mondo) così da poterla replicare in Italia.

Baffi, vistasi riconosciuta l'enorme competenza e capacità, fu poi promosso dal successivo governatore Luigi Einaudi, diventando nel 1945 capo dell'Ufficio Studi[1]. Nel 1947 l'operato di Baffi, che lavorava fianco a fianco con il governatore Donato Menichella, fu decisive per l'elaborazione della cosiddetta Linea Einaudi, che portò, tramite all'aumento dei coefficient di riserva obbligatoria, l'abbattimento dell'inflazione (allora galoppante).

Baffi si recò a Basilea presso la Banca dei Regolamenti Internazionali da Per Jacobsson, con cui riscrisse il rapporto sull'Italia (che non era a noi favorevole). Il nuovo report fu quindi diffuso in tutto il mondo e «consentì la riapertura del credito internazionale»[2]. Come scrive Pierluigi Ciocca, «dopo la ricostruzione, la svolta monetaria del 1947 costituì il fondamento dello sviluppo senza precedenti sperimentato dall'Italia tra il 1950 e il 1973»[3].

Dal 19 agosto 1960 al 18 agosto 1975, Baffi fu ininterrottamente direttore generale dell'Istituto[1]. Nel 1972 divenne socio corrispondente dell'Accademia dei Lincei.

Governatore della Banca d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nomina[modifica | modifica wikitesto]

Fu nominato governatore il 19 agosto 1975[1], succedendo a Guido Carli dimissionario. La sua nomina fu fortemente voluta dal vicepresidente del Consiglio Ugo La Malfa, che ottenne il via libera da parte del Presidente del Consiglio Aldo Moro, anche in virtù dei segnali favorevoli pervenuti dal PCI. Baffi, infatti, godeva di grande prestigio non solo tra gli economisti di area comunista, ma anche presso il segretario del PCI Enrico Berlinguer.

La scoperta da parte del commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli, degli esportatori di valuta (la cosiddetta «Lista dei 500») presso la Finabank di Ginevra controllata da Michele Sindona – rimborsati illegalmente prima del crack – impedì di fatto la nomina a governatore della Banca d'Italia di Ferdinando Ventriglia. L'uscente Carli avrebbe caldeggiato Ventriglia, ma ci sono seri dubbi su questa ricostruzione. In anni successivi, Luigi Spaventa si è espresso così: «Quella, secondo me, fu una provocatio: ecco chi vi meritate. Il personaggio (Carli) è troppo complicato perché un'azione possa essere decifrata in un modo solo, lui era in buoni rapporti con Ventriglia»[4].

Ventriglia era amministratore delegato del Banco di Roma al tempo in cui quell'istituto concesse un finanziamento di 100 milioni di dollari alla Banca Privata Italiana poco prima che quest'ultima fosse posta in liquidazione coatta amministrativa e Ambrosoli nominato commissario liquidatore. Ventriglia, è bene ricordarlo, organizzò una cena nella primavera del 1975 per festeggiare la sua prossima nomina a governatore. Baffi – nella testimonianza di Carlo Azeglio Ciampi raccolta da Federico Carli – disse a Ciampi: «Io non rimango con Ventriglia. Me ne vado; mantengo solo il posto a Basilea, alla BRI, come secondo rappresentante dell'Italia»[5].

La politica monetaria e la difesa della moneta[modifica | modifica wikitesto]

Baffi volle che la Banca centrale riacquistasse la propria autonomia di azione, «ormai molto ridotta a causa della pesante e crescente immobilizzazione dell'attivo in prestiti all'Erario». La svolta – rispetto al governatorato Carli – avvenne con Paolo Baffi, perché la Banca d'Italia «mutava sensibilmente il proprio atteggiamento rispetto ai problemi legati al governo della moneta e di riflesso nei confronti della questione istituzionale» (intendendo per tale il rapporto con il Tesoro). Secondo Spinelli e Fratianni, proprio con Baffi la Banca d'Italia recuperò la saggezza che aveva contraddistinto il governatorato di Donato Menichella: «Baffi ripropone subito ed in modo perentorio le tesi menichelliane della stabilità monetaria quale requisito di una crescita economica non effimera; della necessità di favorire il processo di formazione del risparmio; e del legame fra la stabilità monetaria e la formazione del risparmio». Baffi affrontò esplicitamente il nodo del rapporto tra Banca d'Italia e Tesoro all'assemblea annuale dell'istituto, svoltasi il 31 maggio 1976. Bisognava ridare spazio alla politica monetaria:

«Negli ultimi anni, il disavanzo pubblico e la spinta delle retribuzioni, insieme presi, hanno assunto [...] un ruolo dominante, relegando l'Istituto di emissione in una situazione che si caratterizza sia per una quasi estraneità operativa ai flussi di alimentazione della massa monetaria sia per lo scarso inserimento nel processo decisionale che mette capo alla definizione del disavanzo e della dinamica salariale. [...] Il primo passo in un processo che restituisca all'istituto di emissione un maggiore spazio di manovra deve essere compiuto nella direzione del contenimento del disavanzo dello Stato».

Il 20 gennaio 1976, Baffi decise la chiusura del mercato ufficiale dei cambi per tutelare la lira dalle manovre speculative seguite alle dimissioni del quarto governo Moro intervenute pochi giorni prima. In quella circostanza, il Ministro del Tesoro dell'epoca Emilio Colombo prese apertamante le distanze dalla Banca d'Italia in una lettera aperta sul quotidiano la Repubblica. La moneta nazionale subì una svalutazione di oltre il 6%, che salirà di un punto nel mese di febbraio. Il mercato valutario fu riaperto soltanto il 1º marzo 1976.

La vigilanza[modifica | modifica wikitesto]

Nelle considerazioni finali del 1976 sottolineò l'opportunità che, nell'esercizio della propria autonomia, ciascun istituto di emissione si uniformasse a parametri che assicurassero la razionalità e la trasparenza del suo comportamento. Coerentemente con questo programma, nel corso del suo governatorato l'attività ispettiva della Banca d'Italia si fece più incisiva. Il netto cambio di passo nella Vigilanza rispetto al governatorato Carli ha indotto il professor Donato Masciandaro, presidente del Centro Carefin Baffi dell'Università Bocconi, a definire correttamente Baffi «il governatore della Vigilanza»[6].

L'attacco alla Banca d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 marzo 1979 Paolo Baffi fu incriminato per favoreggiamento e interesse privato in atti d'ufficio nel corso di un'inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli istituti di credito condotta dal giudice istruttore Antonio Alibrandi (il cui figlio, Alessandro, era un terrorista neofascista)[7] e dal sostituto presso la Procura della Repubblica di Roma Luciano Infelisi, considerati entrambi molto vicini alla famiglia Caltagirone (indebitati per cifre ingenti con l'Italcasse) e alla Democrazia Cristiana. Il vicedirettore della Banca d'Italia, Mario Sarcinelli, fu tratto in arresto[7] e portato a Regina Coeli, mentre il governatore evitò le manette a causa dell'età avanzata[7]. Baffi e Sarcinelli erano accusati di non aver trasmesso alla magistratura il rapporto compilato a seguito di un'ispezione al Credito industriale sardo (l'ispezione collegata alle attività della SIR di Nino Rovelli)[7], ma i bene informati sostennero che i capi della Banca d'Italia fossero vittime di una vendetta politica, per aver preso di mira l'Italcasse, le banche di Michele Sindona e il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi[7]. L'operato della magistratura romana fu accolto da un'ondata d'indignazione, a Baffi e a Sarcinelli pervennero innumerevoli manifestazioni di solidarietà, e 147 economisti firmarono un appello pubblico in loro favore, mentre The New York Times scrisse che «l'assalto dei politici alla Banca d'Italia è paragonabile all'agguato delle Brigate rosse in via Fani»[7]. La figura di Baffi fu difesa anche dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, in occasione del funerale di Ugo La Malfa[7].

Furono ambedue integralmente prosciolti in istruttoria l'11 giugno 1981, ma Baffi preferì dimettersi dall'incarico di governatore il 16 agosto 1979[7]. Scrisse nel suo Diario: «Non posso continuare a identificarmi col sistema delle istituzioni che mi colpisce o consente che mi si colpisca in questo modo». Fra le tante lettere di elogio e di solidarietà, Baffi ne ricevette una, manoscritta, del segretario del PCI Enrico Berlinguer[8]. Tacque invece Andreotti, all'epoca premier. Eugenio Scalfari lo notò: «In tutta questa vicenda il presidente del Consiglio è rimasto assolutamente muto. È un silenzio assai strano»[9].

Prima di lasciare l'incarico, al Presidente del Consiglio Francesco Cossiga fece il nome del direttore generale dell'istituto, Carlo Azeglio Ciampi, come suo auspicabile successore. Fu governatore onorario dal settembre 1979. Poco prima di dimettersi volle seguire, unico o quasi tra le Alte Autorità, i funerali dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso da un sicario di Michele Sindona[7].

Quando morì fu ipocritamente compianto anche dai suoi calunniatori[7]. Successivamente si scoprì, grazie alle rivelazioni del faccendiere Francesco Pazienza, che all'inzio del 1974 il vertice della P2 si era riunito a Monte Carlo (tra i presenti ci furono Roberto Calvi e Umberto Ortolani) per decidere l'offensiva contro la Banca d'Italia che fu scatenata anni dopo[7].

Altre attività[modifica | modifica wikitesto]

Visiting professor di economia internazionale dal 1959 al 1960 presso la Cornell University (Ithaca, Stati Uniti). Dal 1970 al 1981 fu professore a contratto di storia e politica monetaria alla facoltà di scienze politiche dell'Università La Sapienza di Roma. Dal 1975 fu membro e poi dal 13 settembre 1988 vicepresidente del comitato direttivo della Banca dei regolamenti internazionali (BRI). Nel 1980 fu vice governatore per l'Italia del FMI. Sempre nel 1980 Baffi viene incaricato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (www.bis.org) di Basilea di studiarne le origini. Il volume frutto della ricerca di Baffi verrà pubblicato postumo: Le origini della cooperazione tra le banche centrali. L'istituzione della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Al suo nome è intitolata dal 1990 la biblioteca della Banca d'Italia.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le dimissioni di Baffi, date affinché non venisse intaccato il prestigio della Banca d'Italia, il 15 ottobre 1979 126 esponenti della finanza mondiale e uomini di governo firmarono a New York un tributo di stima, presentato dall'ex vicesegretario al Tesoro americano Robert Roosa e poi consegnato su pergamena a Baffi. Tale pergamena è un documento storico di eccezionale valore che conferma la credibilità e la notorietà di Baffi in tutto il mondo. La sua reputazione era così alta che appare quasi naturale trovare tra i firmatari i Nobel John Hicks, Franco Modigliani, Robert Mundell, James Tobin, Paul Samuelson, oltre a banchieri centrali come Otmar Emminger, Alexandre Lamfalussy e Jacques de Larosière, statisti come Roy Jenkins, e varie personalità del mondo della finanza internazionale. Si può leggere in questo documento: «His integrity, dedication, perceptiveness and understanding have long been, and will long continue to be, examples which we admire – representing the spirit of unselfish public service to the world»[10].

Il 29 settembre 1980 Baffi scrisse da Basilea una lettera ad Alberto Mazzuca che su il Giornale nuovo di Montanelli aveva pubblicato un ampio articolo su di lui: «Le sono grato di avere sottolineato con ammirevole lucidità e coraggio che nel 1979 alcune persone di coscienza sono state chiamate a pagare, sia pure in misura diversa, per avere adempiuto i doveri del loro ufficio e nel caso di Sarcinelli e mio lo sono state, purtroppo, con il concorso di un potere dello Stato. È questo concorso che mi ha costretto a "mollare". Non è infatti concepibile che il capo della vigilanza invii al giudice penale denunce di reati dei quali è egli stesso incriminato. Ed è questa una soltanto fra le varie incompatibilità che quella disgraziata situazione faceva nascere. Penso che la Banca si sia "ripresa". Io ho ripiegato su attività culturali. Ma quando il mattino, lontano dalla famiglia, guardo la mia vecchia faccia nello specchio, non provo una particolare gratitudine per il servizio che mi è stato reso e per i suoi autori»[9].

Giovanni Spadolini fu uno dei pochi uomini politici che continuarono a essere vicini a Paolo Baffi dopo le dimissioni da governatore. Nel 1981, in occasione della formazione del suo primo governo, Spadolini offrì a Baffi il Ministero del Tesoro. Baffi rifiutò, sottolineando la stranezza di quell'offerta «di un ministero chiave quando fino a ieri sono stato quasi sotto chiave»[7], e disse: «Non potrei collaborare con coloro che in un modo o nell'altro hanno tollerato, favorito, l'infernale macchinazione volta a colpirmi». Rifiutò anche la candidatura a capolista nell'Italia del Nord per le elezioni del Parlamento europeo del 1984, che il PRI e il PLI, che in quell'occasione avevano presentato liste comuni, gli avevano offerto.

In una lettera del 10 aprile 1983 Spadolini rivolse a Baffi queste parole: «Il primo nome che è venuto in mente sia agli amici liberali sia a me, è il Suo. Le rivolgo, quindi – pur conoscendo bene tutta le Sua repugnanza, quanto comprensibile, per gli incarichi pubblici  – la proposta di studiare la possibilità di capeggiare la lista federalista nella circoscrizione del Nord-Ovest. L'occasione mi grata per rinnovarle, illustre Amico, i sensi della mia deferente stima». Baffi rispose a stretto giro di posta, rimarcando di essere ormai «fuori gioco da ogni missione pubblica e da ogni desiderio di incarichi pubblici»[11].

Carlo Azeglio Ciampi, commemorandolo al Consiglio Superiore della Banca d'Italia il 21 settembre 1989, disse: «Paolo Baffi si identifica con la storia della Banca d'Italia, a cui ha dato apporti preziosi di idee e di azioni per più di mezzo secolo. Nel corso degli anni generazioni di funzionari della Banca d'Italia sono state al tempo stesso intimidite e stimolate da quella straordinaria combinazione di logica penetrante, cultura, forza morale che egli rappresentava. La sua sola presenza scoraggiava qualsiasi superficialità. Direttamente o indirettamente attraverso il prestigio e l'esempio, ha contribuito più di ogni altro alla formazione degli uomini della Banca. Baffi non era solo uno studioso acuto di cose economiche; in lui era vivo l'impegno di servire, con l'azione, il bene comune» e «La dignità di cui Paolo Baffi diede esempio ne ha innalzato la figura, ma farebbe torto all'elevatezza delle sue doti, alla vastità e molteplicità della sua opera, chi incentrasse su quella dolorosa vicenda la sua memoria».

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Il problema monetario italiano sullo scorcio del 1944, Padova, CEDAM, 1948.
  • Il dollaro e l'oro, Padova, CEDAM, 1953.
  • Studi sulla moneta, Milano, Giuffrè, 1965. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, ISBN 978-88-498-2995-2.
  • Nuovi studi sulla moneta, Milano, Giuffrè, 1973. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2011, ISBN 978-88-498-2996-9.
  • L'indebitamento esterno dei Paesi in via di sviluppo: situazioni e prospettive, introduzione di Amintore Fanfani, Roma, Tipografia del Senato, 1986.
  • Testimonianze e ricordi, Milano, Libri Scheiwiller, 1990, ISBN 88-7644-149-2.
  • Le origini della cooperazione tra le banche centrali: l'istituzione della Banca dei regolamenti internazionali, con un saggio su Paolo Baffi di Antonio Fazio, Roma-Bari, Laterza, 2002, ISBN 88-420-6906-X.
  • Parola di Governatore, a cura di Sandro Gerbi e Beniamino Andrea Piccone, Torino, Aragno Editore, 2013.
  • Anni del disincanto. Lettere 1967-1981 (carteggio tra Paolo Baffi e Arturo Carlo Jemolo), a cura di Beniamino Andrea Piccone, Torino, Aragno, 2014.
  • Servitore dell'interesse pubblico. Lettere 1937-1989, a cura di Beniamino Andrea Piccone, Torino, Aragno, 2016.
  • Via Nazionale e gli economisti stranieri. 1944-1953, a cura di Beniamino Andrea Piccone, Torino, Aragno, 2017.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana
— 2 giugno 1965[12].
Grande ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana
— 2 giugno 1961[13].

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Commandeur de la Legion d'honneur, conferita dal Presidente della Repubblica francese nel 1955.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Alfredo Gigliobianco, Paolo Baffi, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. URL consultato il 3 novembre 2017.
  2. ^ Paolo Baffi, a cura di Beniamino Andrea Piccone, Via Nazionale e gli economisti stranieri, Torino, Aragno, 2017.
  3. ^ Pierluigi Ciocca, Ricchi per sempre?, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.
  4. ^ Federico Carli (a cura di), La figura e l'opera di Guido Carli, Tomo 2, Testimonianze, Torino, Bollati Boringhieri, 2014, pp. 657-658.
  5. ^ Carlo Azeglio Ciampi, La figura e l'opera di Guido Carli, cit., p. 68.
  6. ^ Donato Masciandaro, Paolo Baffi. La sua Banca d'Italia si aprì alla trasparenza / L'eredità del governatore della vigilanza, in Il Sole 24 ORE, 27 settembre 2009. URL consultato il 3 novembre 2017.
  7. ^ a b c d e f g h i j k l Indro Montanelli e Mario Cervi, Milano, Rizzoli, 1993.
  8. ^ Sandro Gerbi e Beniamino Andrea Piccone (a cura di), Parola di governatore, Torino, Nino Argano, 2013.
  9. ^ a b Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Bologna, Minerva, 2017, p. 535.
  10. ^ Paolo Baffi e Arturo Carlo Jemolo, a cura di Beniamino Andrea Piccone, Anni del disincanto, Torino, Aragno, 2014.
  11. ^ ASBI, Carte Baffi, Governatore onorario, cart. 41, fasc. 6.
  12. ^ Baffi Dott. Paolo – Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Quirinale.it, 2 giugno 1965. URL consultato il 13 giugno 2011.
  13. ^ Baffi Dott. Paolo – Grande ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Quirinale.it, 2 giugno 1961. URL consultato il 13 maggio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Biografie e bibliografie degli Accademici Lincei, Roma, Acc. dei Lincei, 1976, pp. 713-714.
  • Centro di economia monetaria e finanziaria Paolo Baffi, Paolo Baffi: il ricordo della sua università. 9 aprile 1990, Milano, Università commerciale L. Bocconi, 1990.
  • Arturo Carlo Jemolo, La crisi italiana degli ultimi anni settanta nel carteggio fra Paolo Baffi e Arturo Carlo Jemolo, Firenze, Le Monnier, 1990.
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Bologna, Minerva, 2017, ISBN 978-88-738-1849-6.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fano (1978-1993), Milano, Rizzoli, 1993.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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Guido Carli 19 agosto 1975 - 7 ottobre 1979 Carlo Azeglio Ciampi
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Guido Carli 18 agosto 1960 - 18 agosto 1975 Rinaldo Ossola
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