Banca Italiana di Sconto

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Banca Italiana di Sconto
Stato Italia Italia
Tipo società per azioni
Fondazione 1914
Chiusura 1921
Settore Banche
Prodotti servizi finanziari

La Banca Italiana di Sconto (BIS) fu un istituto di credito italiano attivo negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I precursori[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1898 fu costituita la Società bancaria italiana con l'appoggio di Bonaldo Stringher per costituire una terza banca delle dimensioni della Banca Commerciale Italiana e del Credito Italiano. La Società bancaria si specializzò subito in operazioni straordinarie, come una banca d'affari, e in particolare finanziava la FIAT- Così nel 1907, quando la FIAT entrò un crisi, anche la Bancaria entrò in difficoltà e dovette essere salvata. Stringher organizzò un consorzio di salvataggio, costituito proprio dalla Commerciale e dal Credito Italiano, con la garanzia degli istituti di emissione del tempo: la Banca d'Italia, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia, che dovettero stampare cartamoneta per portare a termine l'operazione[1].

Angelo Pogliani era l'ambizioso direttore della Banca di Busto Arsizio. Egli puntò sul nazionalismo irredentista per espandere il proprio istituto di credito, in aperta polemica con il Credito Italiano e soprattutto con la Banca Commerciale Italiana del danzichese Otto Joel. Queste grandi banche, infatti, ai nazionalisti sembravano intrattenere troppi collegamenti internazionali, specialmente con banche tedesche e austriache, considerati inopportuni da chi, alla vigilia della Guerra, patrocinava l'intervento a fianco della Francia. Grazie al suo schieramento politico Pogliani ottenne l'apporto di capitali francesi, che gli permisero di acquisire altre banche di provincia, dando vita alla Società Bancaria di Credito Provinciale[1].

La Banca di Sconto[modifica | modifica wikitesto]

Manifesto pubblicitario del 1917

Successivamente Pogliani strinse un'alleanza con l'Ansaldo della famiglia Perrone, i maggiori produttori italiani di armi e ardenti nazionalisti. Con il loro aiuto acquisì il controllo della Società bancaria italiana e la fuse con la Società Bancaria di Credito Provinciale, dando vita nel 1914 alla Banca Italiana di Sconto, detta la "banca italianissima"[1]. Il capitale sociale era di quindici milioni di lire[2]. Primo presidente fu nominato Guglielmo Marconi (che non contava nulla[1]); il consigliere delegato era Pogliani.

Negli anni della prima Guerra mondiale la Banca Italiana di Sconto fu il principale finanziatore dell' Ansaldo. Infatti, il colosso metlmeccanico per sfruttare le opportunità offerte dalle commesse belliche, aumentò di moltissimo la propria capacità produttiva ed il grado di integrazione verticale. Questo richiese ingentissimi investimenti, in buona parte provenienti dalla Banca di Sconto, che andò incontro ad una altrettanto rapida crescita (grazie all'assorbimento di varie banche minori) e ad un forte aumento di immobilizzazioni, tanto che le sue attività superarono addirittura quelle della Comit[1]. A sua volta la Banca per erogare questi prestiti dovette procedere ad aumenti di capitale, che venivano sottoscritti dalla stessa Ansaldo[1] fino a raggiungere un capitale sociale di 313 milioni nel 1919[2]. Questo finì per legare a doppio filo Ansaldo e BIS: l'Ansaldo finì per diventare insieme il maggior azionista oltre che maggior debitore della Banca.

Nel 1918, prima della fine della Guerra, l' Ansaldo, pensò di portare alle estreme conseguenze l'integrazione fra Banca e industria e tentò di scalare la Comit, facendosi finanziare dalla Banca di Sconto. L'operazione peraltro fallì[1].

Il crollo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la Guerra l'Ansaldo si ritrovò di fronte al problema della riconversione dell'industria bellica con un eccesso di capacità produttiva rispetto alle esigenze del tempo di pace. La BIS fu costretta a finanziare la propria controllante e fu gradualmente travolta dalla crisi finanziaria di quello che era di gran lunga il suo principale debitore. In un disperato tentativo di recuperare liquidità la Banca di Sconto tentò un'ultima scalata alla Comit, anch'essa fallita[1][3].

In seguito al tentativo di scalata, nel 1921, lo stato di crisi della Banca Italiana di Sconto venne conosciuto dai piccoli risparmiatori, che corsero agli sportelli a ritirare il loro denaro[1][2]. Stringher[1] tentò di organizzare un consorzio di salvataggio fra banche di emissione, ma la somma raccolta era la metà di quella necessaria[3]. Il Governo evitò il salvataggio per non onerare i contribuenti italiani di responsabilità private[2], ma evitò anche il fallimento concedendo con regio decreto la moratoria verso i depositanti[1][3]. Conseguentemente l'istituto fu messo in liquidazione. Ai depositanti fu rimborsato il 65 o il 75% del valore depositato, secondo che il deposito fosse superiore o inferiore a 5.000 lire[3].

La liquidazione fu gestita da una banca creata apposta, la Banca Nazionale di Credito, che continuò la gestione fino al 1930, quando fu assorbita dal Credito Italiano[1].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l Napoleone Colajanni, Storia della banca italiana, Roma, Newton Compton, 1995
  2. ^ a b c d Giordano Bruno Guerri in Chiappori, Storie d'Italia-Dallo stato liberale all'Italia fascista 1918-1925, Milano, Feltrinelli, 1981
  3. ^ a b c d Maurizio Eufemi, Banca Italiana di Sconto e obbligazioni subordinate su Formiche.net

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A. M. Falchero, La Banca Italiana di Sconto 1914-1921, Franco Angeli, Milano, 1990
  • V. Castronovo, L'industria italiana dall'Ottocento a oggi, Arnoldo Mondadori Editore, 2007
  • M. Attanasi, Italia in guerra - Economia e guerra - I pescecani, [1]
  • R. Taeggi Piscitelli, La verità sulla Banca Italiana di Sconto, Roma, Poligrafica Nazionale, 1922
  • C. Rossi, L'assalto alla Banca di Sconto - colloqui con Angelo Pogliani, Milano, Ceschina, 1950

Voci collegate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]