Lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli
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La lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli, menzionata anche come appello (o manifesto) contro il commissario Calabresi[1], è un documento pubblicato dal settimanale L'Espresso attraverso cui numerosi politici, giornalisti e intellettuali chiesero la destituzione di alcuni funzionari, ritenuti artefici di gravi omissioni e negligenze nell'accertamento delle responsabilità circa la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra mentre era in stato di fermo presso la questura di Milano, nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana condotte dal commissario Luigi Calabresi.
La lettera formula una serie di accuse a persone che avrebbero condizionato, a vario titolo, l'iter processuale in favore del commissario Calabresi, partendo dal presupposto che Pinelli fosse stato ucciso e che sussistesse una responsabilità di Calabresi in merito alla sua morte. Tali persone sono: Carlo Biotti, il giudice che avrebbe dovuto pronunciarsi sul procedimento per diffamazione promosso da Calabresi nei confronti di Lotta Continua e che, prima di essere ricusato su iniziativa della difesa di Calabresi, aveva chiesto la riesumazione del corpo di Pinelli; Michele Lener, avvocato di Calabresi; Marcello Guida, questore di Milano nel periodo della morte di Pinelli, che nella prima conferenza stampa a seguito di questa aveva sostenuto la tesi del suicidio a causa dell'implicazione dell'anarchico nella strage[2]; Giovanni Caizzi e Carlo Amati, magistrati milanesi che indagarono sulla morte di Pinelli.
Sottoscritta inizialmente da 10 firmatari[3], la lettera aperta fu pubblicata sul settimanale L'Espresso il 13 giugno 1971, a margine di un articolo di Camilla Cederna intitolato Colpi di scena e colpi di karate. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli. Il titolo si ispira all'ipotesi, emersa da alcune prime indiscrezioni sulle ferite ritrovate sul corpo di Pinelli, e sostenuta da Lotta Continua e da diversi ambienti extraparlamentari, che la defenestrazione di Pinelli fosse stata causata da un colpo di karate. Le settimane successive, il 20 e il 27 giugno, la lettera venne ripubblicata, con l'adesione di centinaia di personalità del mondo politico e intellettuale italiano, fino a giungere a 757 firme.
Il linguaggio usato nella lettera, caratteristico di quegli anni di aspri e violenti scontri ideologici[4], è particolarmente diretto ed accusatorio, al punto che successivamente, in tempi e modi diversi, alcuni dei firmatari rivedettero le loro posizioni. Norberto Bobbio, ad esempio, in una lettera aperta indirizzata ad Adriano Sofri pubblicata su la Repubblica il 28 marzo 1998, parla apertamente di «orrore» nel rileggere quelle parole, distinguendo tuttavia merito del comunicato, sul quale non intese ritrattare, e linguaggio[5]. Altri, invece, come Paolo Mieli[6] e Carlo Ripa di Meana[7], ritrattarono la sottoscrizione dell'appello, ritenendo che esistesse un nesso di causalità con l'omicidio del Commissario Calabresi, avvenuto circa un anno dopo. Anche Giampaolo Pansa, il quale invece si rifiutò di firmare l'appello, sottolinea tale collegamento[8]. Folco Quilici[9] e Oliviero Toscani[10] negano di avere mai sottoscritto l'appello.
Testo integrale del comunicato [modifica]
| « Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione.
Oggi come ieri - quando denunciammo apertamente l'arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida[11], e l'indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati - il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione. Una ricusazione di coscienza - che non ha minor legittimità di quella di diritto - rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l'allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini. » |
Elenco dei firmatari [modifica]
Segue l'elenco dei 757 firmatari della lettera[12] in ordine alfabetico.
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Note [modifica]
- ^ In riferimento alle varie denominazioni si veda qui
- ^ Si veda il dossier a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, contenente gli articoli Colpo di scena: un fermato si uccide in questura del "Corriere della Sera", Clamoroso colpo di scena nelle indagini sui terroristi e Gesto rivelatore da "La Notte" del 16 dicembre 1969 e l'articolo Improvviso dramma in questura: l'anarchico Pinelli si uccide del settimanale "Epoca"
- ^ Mario Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccararo, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin e Mario Spinella.
- ^ Michele Brambilla, Sofri, intellettuali divisi su Bobbio, Corriere della Sera, 13 febbraio 1998, p. 15.
- ^ Norberto Bobbio, Non dobbiamo chiedere scusa per piazza Fontana, La Repubblica, 28 marzo 1998, p. 20. URL consultato in data 4-7-2009., sul merito, o il contesto che produsse la Lettera, si veda anche Adriano Sofri 43 anni – Piazza Fontana, un libro, un film.
- ^ Paolo Mieli, Rubrica delle lettere, Corriere della sera, 3 luglio 2002.
- ^ Firmai contro Calabresi, chiedo scusa, La Repubblica, 13 agosto 2007, p. 20. URL consultato in data 4-7-2009.
- ^ Giampaolo Pansa, Perché non sono finito tra gli ottocento che linciarono Calabresi, Il Riformista, 16 maggio 2009. URL consultato in data 29-10-2010.
- ^ Lettera di Folco Quilici a Gemma Calabresi
- ^ Niente di personale, condotta da Antonello Piroso, 5 dicembre 2010
- ^ La persona a cui il testo fa riferimento è Marcello Guida, questore di Milano, chiamato erroneamente Michele.
- ^ L'Espresso, 27 giugno 1971, pag. 6.
Voci correlate [modifica]
Collegamenti esterni [modifica]
- RAI - La Storia Siamo Noi - Puntata del 14/05/2009
- Lettera di Folco Quilici alla vedova Calabresi
- Lettera di Norberto Bobbio ad Adriano Sofri
- Risposta di Paolo Mieli ad un lettore
- Scuse di Carlo Ripa di Meana alla vedova Calabresi
- Articolo di Dino Messina (Pinelli, Piazza Fontana e dintorni) del 7 dicembre 2009
- Pinelli - Una finestra sulla strage, di Camilla Cederna