Treno della vergogna

Treno della vergogna è la locuzione con cui si intende un convoglio ferroviario che nel 1947, partito da Ancona con a bordo profughi dall'Istria, passando per la stazione di Bologna Centrale avrebbe subito contestazioni che, a seconda delle testimonianze, vanno dalla mancata sosta al diniego dell'assistenza ad attacchi verbali o fisici da parte di gruppi organizzati di ferrovieri legati al Partito Comunista Italiano.
In un contesto segnato da pregiudizi politici verso gli esuli giuliano-dalmati, spesso descritti dalla stampa comunista come fascisti in fuga da un avanzato Paese socialista quale era ritenuta la Jugoslavia di Tito[1][2], tra le manifestazioni di ostilità verificatesi in molte località italiane l'episodio di Bologna è il più ricordato e citato[3][4].
Contesto storico
[modifica | modifica wikitesto]L'esodo dei profughi giuliano dalmati è stato un fenomeno che coinvolse circa 250 mila italiani e 50 mila croati e sloveni che abbandonarono forzatamente l'Istria e la Dalmazia in seguito alle mutazioni geopolitiche intervenute a seguito della seconda guerra mondiale nell'area adriatica. Tale fenomeno è da considerarsi, pur con le sue peculiarità, all'interno di una cornice europea più ampia, che coinvolse fino a 20 milioni di persone che dovettero abbandonare forzatamente i loro luoghi di origine a seguito della vittoria degli Alleati sulle forze dell'Asse e della conseguente ridefinizione della aree di influenza in Europa[5]. I prodromi del fenomeno si ebbero a partire dal 1943 con le partenze da Zara devastata dai bombardamenti e in conseguenza alle vicende dell'armistizio dell'8 settembre, mentre la conclusione si ebbe oltre la metà degli anni 1950.
In base agli accordi che istituirono, nel giugno 1945, la linea Morgan, la città di Pola fu assegnata all'amministrazione del Governo militare alleato. Nel 1946, mentre erano ancora in corso le trattative per il trattato di pace tra l'Italia e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, divenne sempre più chiaro che Pola sarebbe con ogni probabilità entrata a far parte del territorio jugoslavo. Già in questa fase cominciò l'esodo della popolazione italiana, che si svolse sotto il controllo degli Alleati anglo-americani.
In questo contesto, la stampa dell'Unione Antifascista Italo-Slava, organizzazione del Partito Comunista della Regione Giulia (PCRG, sotto il controllo jugoslavo), condusse una campagna contro i profughi italiani. Tra la fine del 1945 e l'inizio del 1946 definì indistintamente i profughi di Fiume come fascisti in fuga dall'epurazione e come personaggi ambigui, raffigurandoli caricaturalmente come ladri di galline[6]. Nel luglio 1946, fin dal primo manifestarsi della prospettiva di un esodo di massa da Pola, formulò e diffuse la rappresentazione dei profughi come fascisti, prezzolati o ricchi speculatori[7]. Nel linguaggio delle autorità jugoslave, chiunque avversava l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia era «nemico» e «fascista», operante «contro il popolo»[8].
Il secondo esodo di profughi giuliani, dovuto a più cause tra cui le violenze e sopraffazioni contro la popolazione italiana e favorito dal clima di incertezza creatosi dopo la strage di Vergarolla, divise lo schieramento politico italiano. Nel solco dell'impostazione jugoslava[9], il Partito Comunista Italiano (PCI) tenne un atteggiamento ambiguo[10] se non ostile[11] nei confronti dei profughi giuliano-dalmati. Dirigenti e quadri tendevano a vedere gli esuli come nazionalisti, se non fascisti, pronti per essere strumentalizzati dai settori "reazionari" della politica italiana[12].
Un articolo di Piero Montagnani sull'organo di stampa comunista l'Unità (novembre 1946) differenziava due tipologie di profughi, senza tuttavia fornire elementi pratici per distinguere gli uni dagli altri. Da un lato vi erano «i gerarchi, i briganti neri, i seviziatori ed i profittatori», accusati di sottrarre risorse agli italiani e di fornire «reclute alla delinquenza politica». Dall'altro, coloro da considerare «onesti, veri fratelli», vittime della politica fascista, suggerendo per questi ultimi una soluzione autonoma in accordo con la Jugoslavia. L'esodo fu liquidato come «artificiosamente sollecitato con spauracchi inconsistenti e promesse inattuabili»[10][11][13].
In seno al governo, il ministro comunista Emilio Sereni (1946) chiese di fermare l'afflusso dei profughi per timore che venissero usati come massa di manovra elettorale dalle forze moderate, tesi contrastata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, che definì l'esodo "spontaneo" e dovuto agli atti del governo jugoslavo[12][14].
L'esodo da Pola si intensificò dopo la firma del trattato di pace il 10 febbraio 1947. Nello stesso mese, una circolare interna del PCI invitò a non «gettare fra le braccia della reazione» i profughi[11], mentre il dirigente comunista Luigi Longo, in un articolo pubblicato su l'Unità del 14 febbraio 1947, esortò i militanti del partito a prestare solidarietà ai profughi adducendo a causa dell'esodo la sola propaganda anticomunista anziché le politiche del governo jugoslavo, e chiedendo l'allontanamento dei «profughi stranieri in maggioranza fascisti, cetnici, ustascia»[15][16]. In seguito la stampa comunista continuò sulla linea polemica.
Il 15 settembre 1947, Pola passò formalmente all'amministrazione jugoslava con l'entrata in vigore del trattato. Un articolo di Mario Montagnana su Rinascita (settembre 1947), muovendo dalla negazione dell'oppressione esercitata dal regime jugoslavo sugli italiani quale causa determinante dell'esodo[17], suddivideva i profughi in tre categorie: in primo luogo gli elementi compromessi con il fascismo, poi gli speculatori e infine la gente onesta ma «tratta in inganno» dalla propaganda reazionaria[18].
La storica Cristiana Colummi osserva che l'articolo di Montagnana, il quale a suo giudizio reca «gli elementi principali della linea ufficiale dei comunisti italiani» sulla questione, proponeva una visione rigida e ideologizzata, fondata sul presupposto che in Jugoslavia si stesse instaurando un regime più democratico di quello esistente in Italia. La studiosa sostiene che l'etichetta "fascista" (usata anche dalle autorità jugoslave) rispondesse a una logica politica immediata piuttosto che all'effettiva realtà delle cose, visto che l'esodo di chi si era oggettivamente compromesso col regime fascista si era esaurito tra il settembre 1943 e il maggio 1945. Colummi rileva che, anche quando ammetteva che tra gli esuli vi fosse "gente onesta", Montagnana non riconosceva loro nessuna dignità[9]. Questa impostazione contribuì a radicare l'immagine del "profugo-fascista" e a generare episodi di ostilità da parte dei militanti comunisti, in un clima di generale ignoranza, da parte della popolazione italiana, dei veri motivi che avevano causato l'esodo[19].
L'impostazione dell'intervento di Montagnana fu mantenuta dalla stampa comunista ancora nell'aprile 1948[20][21]. La svolta intervenne nell'estate dello stesso anno, con la rottura Tito-Stalin e l'espulsione della Jugoslavia dal Cominform: il PCI e il Partito Comunista del Territorio Libero di Trieste (nuovo nome assunto dal PCRG), schieratisi con Stalin, mutarono radicalmente linea sull'esodo, abbandonando la precedente posizione filojugoslava che aveva costituito il presupposto della valutazione negativa sugli esuli[22]. Senza alcuna espressa revisione autocritica delle posizioni precedenti, la stampa comunista iniziò a rappresentare gli esuli come vittime del regime di Tito, superando l'infondata equazione "esule = fascista"[23].
I viaggi della nave Toscana
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La preparazione
[modifica | modifica wikitesto]Il quotidiano cattolico bolognese L'Avvenire d'Italia il 2 febbraio pubblicò le dichiarazioni del vescovo Baldelli riguardo alla pianificazione dell'esodo; sulla pagina di cronaca di Bologna si legge il suo appello ad una calorosa accoglienza dei profughi, con richiesta di mobilitazione dei sacerdoti e di tutti i fedeli e l'annuncio di un punto di ristoro gestito dalla Pontificia Commissione di Assistenza ai profughi (PCA, ente che nel 1953 muterà denominazione in Pontificia Opera di Assistenza) presso la stazione ferroviaria.[24]
Anche il quotidiano conservatore bolognese Il Giornale dell'Emilia inviò a Pola un inviato, Federico Zardi, che pubblicò quotidianamente sei articoli, tra il 31 gennaio e il 5 febbraio, descrivendo il clima di lutto nella città istriana e raccontando una festa d'addio, con un ballo notturno intitolato "Veglione Tricolore", organizzata dalla Lega Nazionale.[25]
I primi due viaggi da Pola e l'accoglienza a Venezia
[modifica | modifica wikitesto]Il primo convoglio marittimo da Pola fu organizzato tramite il piroscafo Toscana[26][27] verso Venezia e partì il 3 febbraio 1947.[28][29] Il 4 febbraio i giornali riportarono il suo arrivo. Il Tempo scrisse: «In vista di Venezia dopo otto ore di navigazione, gli esuli si sono tutti riversati sul ponte a salutare con delle effusioni la terra della loro patria», e «I veneziani dai vaporini, dalle gondole e dalle rive hanno risposto con pari effusione».[30]
La calorosa accoglienza è riportata anche dal quotidiano veneziano Il Gazzettino: a Venezia si scrive che organizzazioni e privati cittadini raccolsero denaro e vestiario mentre il Comune stanziò due milioni di lire per i profughi, accolti dal Prefetto, dai responsabili delle organizzazioni d'aiuto e dal sindaco Giovanni Battista Gianquinto, uno dei sindaci comunisti che accolsero i profughi nei Comuni da loro amministrati con dimostrazioni di solidarietà[31][32].
I viaggi da Pola ad Ancona
[modifica | modifica wikitesto]La partenza della terza ondata di profughi da Pola verso Venezia era prevista per il 10 febbraio 1947, giorno della firma del Trattato di Parigi, ma fu impedita dal coprifuoco imposto dalle autorità anglo-americane:[33] quel giorno il generale di brigata Robert de Winton, comandante della 13ª brigata di fanteria britannica, era stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da Maria Pasquinelli.[34][35][36]
Il 15 febbraio partì, con a bordo 2156 profughi, la quarta ondata sul Toscana, stavolta diretta ad Ancona[37]. Tra i profughi si manifestò malcontento per il cambio di destinazione, costretti ad un ulteriore viaggio per raggiungere le località designate nell'Italia settentrionale; pertanto fu organizzato un collegamento ferroviario speciale.[38] La nave approdò ad Ancona nel pomeriggio del 16 febbraio. La stampa locale e quella di riferimento degli esuli lodarono la città per le manifestazioni d'accoglienza al porto[39][40].
Il Toscana non fece altri viaggi da Pola prima del 21 febbraio, quando trasportò mille persone, la metà dei precedenti, a causa delle avverse condizioni meteorologiche e della voce secondo cui le forze anglo-americane non avrebbero più lasciato Pola a seguito di una possibile revisione del trattato di pace, che si ipotizza, in considerazione di un telegramma inviato dal CLN alla Presidenza del Consiglio dei ministri, fu propagata dalla fazione filo-jugoslava.[41] Il 22 febbraio L'Arena di Pola pubblicò un articolo intitolato "Il ciclo delle operazioni d'esodo si sta chiudendo", stimando 15 000 le persone partite ed altre 10 000 in procinto di partire.[42]
Il Toscana lasciò Pola per l'ultima volta il 20 marzo (con 10 trasferimenti complessivi),[29] con meno di quattrocento persone: la maggior parte degli esuli ormai preferiva il servizio di linea per Trieste.[28]
Lo storico Roberto Spazzali ha ricostruito le partenze di febbraio 1947 nei giorni 3, 7, 11, 15, 21 e 26 del mese,[28] mentre altre fonti li datano al 2, 7, 11, 16, 21 (posticipato dal 19), 26.[27]
Le testimonianze nel tempo si sono accresciute di dettagli grazie ai racconti di vari esuli, tra i quali Lino Vivoda;[43][44][45] egli ed altri esuli si lamentarono, negli anni successivi, della mancanza di attenzione da parte degli organi di stampa del tempo.[46]
Testimonianze sul treno a Bologna
[modifica | modifica wikitesto]I 2156 profughi trasportati ad Ancona dal Toscana nel suo quarto viaggio[37], la sera successiva al loro arrivo, lunedì 17 febbraio, partirono stipati in un treno merci, sistemati tra la paglia all'interno dei vagoni[47], alla volta di Bologna dove la Pontificia Commissione di Assistenza ai profughi (PCA) e la Croce Rossa Italiana avevano preparato dei pasti caldi,[43] soprattutto per bambini e anziani.[48]
Il treno sarebbe giunto alla stazione di Bologna solo a mezzogiorno del giorno seguente, martedì 18 febbraio 1947. Qui, secondo alcune testimonianze, dai microfoni della stazione, ferrovieri sindacalisti CGIL o iscritti al PCI avrebbero diramato l'avviso che se i profughi si fossero fermati per mangiare, uno sciopero immediato avrebbe bloccato la stazione.[48][49][50]
Secondo la prima testimonianza resa da Lino Vivoda in un articolo pubblicato nel 1957, il treno sarebbe transitato «senza alcuna sosta»:
Il treno avrebbe proseguito in direzione di Parma,[51] dove PCA e CRI avrebbero distribuito il cibo, trasportato da Bologna con automezzi dell'esercito e dell'Arma.[52]
Tuttavia il giornale l'Avvenire d'Italia, nella pagina bolognese del suo numero del 20 febbraio 1947 riporta che
In un articolo del giornalista Gian Aldo Traversi, pubblicato nel 2004 su un supplemento del Quotidiano Nazionale, si sostiene che il treno sia stato preso a sassate da giovani che sventolavano la bandiera rossa con falce e martello, mentre altri ancora avrebbero buttato il latte, destinato ai bambini in grave stato di disidratazione, sulle rotaie[54].
Secondo la testimonianza (pubblicata nel 2005) di un'esule indicata come Giovanna B., alla stazione di Bologna un treno di profughi sarebbe rimasto bloccato sui binari per un'intera notte «per le proteste di alcuni ferrovieri che non permisero lo svolgimento delle operazioni di soccorso e approvvigionamento[55]»:
Tuttavia Giovanna B. sostiene di essere giunta a Torino il 9 febbraio 1947[57].
In un libro pubblicato nel 2008, Vivoda scrisse che, «passato mezzogiorno», il treno si fermò a Bologna «all'estrema periferia del nodo ferroviario»:
"Se il treno dei fascisti si ferma in stazione tutto il compartimento di Bologna entra in sciopero e blocchiamo tutto il traffico ferroviario con il resto dell'Italia."
(...) Giunsero numerosi poliziotti in divisa che fecero cenno che si doveva ripartire. "Non vi preoccupate, gridarono i militari dell'esercito, vi portiamo il mangiare a Parma". Il treno ripartì sbuffando ed in breve fu fuori della città di Bologna continuando la sua corsa[58].»
La destinazione finale del treno fu La Spezia dove i profughi furono temporaneamente sistemati in una caserma della Marina e poi alloggiati in appartamenti messi a disposizione dal Comune[59].
Difformità tra le testimonianze
[modifica | modifica wikitesto]Nelle varie testimonianze dell'episodio emerge come incongruenza il fatto che non sia chiaro se il treno si limitò a transitare per Bologna senza sostare,[45][49][50] addirittura passando per binari secondari, come riferito da Lino Vivoda[43][59], o si fermò nella stazione, e se qui fu contestato, come riferito da diversi testimoni[55][60][61][62], o invece regolarmente accolto e rifornito di ristori e vettovaglie, come si legge su un articolo di due giorni dopo[53].
Inoltre lo stesso Vivoda, scrivendo nel 2008 a cinquant'anni di distanza dalle prime dichiarazioni, ha smentito i lanci di sassi, lo sversamento del latte e altri simili dettagli, negando che durante la breve sosta del treno vi fossero sul binario militanti comunisti:
Infine, non è chiaro se la testimonianza si riferisca ad un singolo evento oppure a multipli passaggi di vari convogli nel tempo,[64][65] e vi è difformità riguardo alla data di febbraio nella quale sarebbe avvenuto.[66]
Dibattito pubblico, commemorazioni e controversie
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1986 un gruppo di nove persone scrisse una lettera al quotidiano triestino Il Piccolo, ricordando «il cinico, per non dire malvagio, atteggiamento che i comunisti nostrani hanno riservato agli esuli istriani». La lettera, «tra gli altri episodi di ostilità», riportava che i profughi «vennero dileggiati ed ostracizzati dai comunisti di Bologna. In quella stazione ferroviaria, nell'aprile [sic] del 1947, era stato allestito un rancio in vista dell'arrivo di un treno che portava gli esuli di Pola. Quel treno fu fatto proseguire a viva forza dagli attivisti comunisti che presidiavano la stazione e i viveri furono rovesciati sui binari»[67]. Alla lettera replicò, sulle colonne dello stesso quotidiano, Stelio Spadaro, consigliere provinciale triestino del PCI, che dichiarò di non conoscere l'episodio di Bologna, ma giudicò sbagliato l'atteggiamento generale tenuto dal partito nei confronti degli esuli «negli anni dell'esodo e per anni, in seguito»[68][69].
A un convegno dell'Unione degli Istriani nel 2003, lo storico Roberto Spazzali pronunciò un intervento dedicato all'accoglienza degli esuli giuliani (successivamente pubblicato negli atti del convegno) ove si legge: «In merito al transito di sfollati italiani da sud a nord, merita qui fissare un primo elemento che avrà una certa rilevanza nell'immediato dopoguerra: nelle stazioni ferroviarie di Brescia e Bologna le strutture assistenziali del fascismo repubblicano allestirono due punti di ristoro, riservati al personale del partito ed ai loro familiari. Queste strutture, perfettamente efficienti, furono rapidamente messe in funzione nel 1946 in occasione del passaggio dei convogli di profughi giuliani diretti ai campi allestiti in Italia centrale. Così fu facilissimo per la propaganda comunista mobilitare la massa contro i "fascisti" istriani con gli episodi che conosciamo: sassate contro i treni, il latte e la minestra versati sui binari, l'ostilità verso le madri che cercavano qualcosa da mangiare per i figli in tenera età»[70].
Riprendendo in parte il contenuto del suo intervento al convegno dell'Unione degli Istriani del 2003, in un libro del 2022 Spazzali trattò ancora l'«odioso episodio di Bologna, con un convoglio di profughi a cui era stato impedito di raggiungere il posto di ristoro, e i contenitori del latte rovesciati sui binari», scrivendo: «L'azione, ispirata dagli ambienti titoisti di Monfalcone che avevano preceduto l'arrivo del treno con volantini in cui si tacciava quella gente come fascisti in fuga, aveva preso di sorpresa le autorità locali. Tutto era sorto da un voluto equivoco, quando per assistere quei profughi era stato riaperto un locale utilizzato come punto di ristoro organizzato dalla Repubblica sociale italiana per gli sfollati politici dell'Italia centrale che si sottraevano all'avanzata del fronte di guerra: era stato facile alla propaganda più rozza associare quell'episodio a questo, provocando scompiglio e grande dolore tra i profughi giuliani. Per evitare il ripetersi di altre provocazioni, l'arcivescovo di Bologna decise di accogliere personalmente il successivo convoglio in transito, smorzando polemiche e atti inconsulti»[71].

Lo storico Raoul Pupo, parlando delle «pregiudiziali politiche diffuse nel 1946 fra i quadri e la dirigenza del PCI, i quali vedevano nei profughi della Jugoslavia comunista solo degli elementi nazionalisti, se non fascisti tout court, in fuga dal socialismo e pronti a fungere da massa di manovra per la reazione in Italia», sostiene essersi trattato «degli stessi pregiudizi che avrebbero portato l'anno seguente a clamorosi atti di ostilità da parte di militanti comunisti nei confronti dei profughi di Pola al momento del loro sbarco a Venezia e Ancona o del loro insediamento in alcune regioni del nord». Prosegue Pupo: «Alla stazione di Bologna, per esempio, un treno di profughi rimase bloccato per ore sui binari per le proteste di alcuni ferrovieri che non permisero lo svolgimento delle operazioni di soccorso e approvvigionamento»[55].
Dopo aver riportato la testimonianza di Giovanna B., Pupo scrive: «Episodi del genere si impressero nella memoria istriana, rinvigoriti di continuo dalla pubblicistica della diaspora, e contribuirono in larga misura a esasperare gli orientamenti anticomunisti degli esuli, già robustamente cresciuti nell'impatto con il regime jugoslavo». Secondo Pupo, i vertici del PCI erano consapevoli «dei danni che sarebbero potuti derivare al partito dall'ostilità nei confronti dei profughi istriani», come è dimostrato da una circolare del 18 febbraio 1947 con cui si esortava a «non gettare fra le braccia della reazione»[72] i profughi, si riconosceva che gli stessi in maggioranza non erano fascisti, e si fornivano alcune indicazioni «sul lavoro politico da svolgere per evitare che le esigenze dei profughi entrassero in conflitto con quelle di altre categorie di bisognosi». Per Pupo, tuttavia, è «evidente che direttive di tal genere, pur lungimiranti, arrivavano assai in ritardo per poter incrinare quell'immagine dell'esule-fascista che la stessa stampa comunista aveva contribuito a diffondere»[73]. A questo punto Pupo cita estesamente l'articolo di Piero Montagnani pubblicato su "l'Unità" del 30 novembre 1946[13].
La lapide del 2007 a Bologna
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Nel Giorno del ricordo del 2007, l'amministrazione comunale di Bologna, d'accordo con una delle principali associazioni di esuli, l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, fece apporre una lapide commemorativa nella stazione ferroviaria con un testo che suscitò polemiche nell'opinione pubblica e fra le associazioni degli esuli[74][75].
Il testo della lapide è il seguente[76][77]:
Bologna 1947-2007
Comune di Bologna - ANVGD»
Il deputato di Alleanza Nazionale Roberto Menia (primo promotore della legge che istituisce il Giorno del ricordo) fece in proposito un'interrogazione parlamentare nel corso della quale sostenne che «all'arrivo dei vagoni che trasportavano gli esuli da Pola nei diversi campi profughi, essi furono insultati, sputacchiati e offesi dai comunisti bolognesi; fu gettato sulle rotaie il latte caldo loro destinato e fu impedito ai treni di fermarsi»[78]
Una frase del testo concordato con l'ANVGD che suscitò particolari polemiche è la seguente: «Bologna seppe passare rapidamente da un atteggiamento di iniziale incomprensione a un'accoglienza che è nelle sue tradizioni». La narrazione sul "treno della vergogna" è richiamata nelle parole «atteggiamento di iniziale incomprensione». Fra le associazioni degli esuli che polemizzarono con l'ANVGD per il testo della lapide vi fu l'Unione degli Istriani di Trieste, il cui presidente, ritenendo troppo eufemistica la frase sulla "iniziale incomprensione", definì «un insulto alla verità» tale formulazione e asserì fra l'altro l'esistenza di «testimoni che ricordano le urla e le bestemmie di quei ferrovieri e gli sputi sui finestrini»[74].
Polemiche storiografiche
[modifica | modifica wikitesto]Nel 2025 il collettivo di ricerca storiografica Nicoletta Bourbaki[79][80] ha pubblicato su Giap, il sito ufficiale di Wu Ming, un articolo ove si sostiene il carattere mistificatorio delle narrazioni sul treno della vergogna, adducendo la mancanza di fonti documentali coeve che confermino l'episodio, la tardività della prima testimonianza scritta da parte di Lino Vivoda (nel 1957) e delle successive testimonianze (divenute numerose solamente dopo il 2000), la complessiva contraddittorietà delle testimonianze fra loro, il proliferare arbitrario di elementi (quali il lancio di sassi, il latte rovesciato in terra ecc.) smentiti dallo stesso Vivoda nella sua ultima versione dei fatti datata 2008, nonché il carattere manipolatorio e falsificante di fotografie e video che corredano talune narrazioni dell'episodio che, nella ricostruzione del collettivo, si riduce a una leggenda del tutto priva di consistenza fattuale[81][82]. Le risultanze dell'articolo di Nicoletta Bourbaki si basano in parte sul contenuto di una tesi universitaria, non pubblicata, di Alberto Rosada con Giulia Albanese[83] relatrice.
La Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati (FederEsuli), in un comunicato di poco successivo, ha mosso critiche alla ricostruzione proposta dal collettivo Nicoletta Bourbaki:
Lo storico Eric Gobetti, che in un libro del 2020 aveva accennato al «famoso episodio della stazione di Bologna, dove, nel febbraio 1947, i ferrovieri comunisti inscenano una protesta all'arrivo di un treno carico di profughi dalla Jugoslavia»[86], in alcuni interventi successivi all'articolo di Nicoletta Bourbaki ha ammesso di avere, nel proprio libro, «dato per buona la storia del Treno della vergogna», e ha dichiarato la propria intenzione di modificare il testo nella successiva ristampa «citando il lavoro del gruppo di studiosi che ne hanno ricostruito l'invenzione»[82]; ha inoltre definito «suggestiva» e «toccante» l'immagine evocata dalle narrazioni sul treno della vergogna, sostenendo trattarsi di una
Lo storico Carlo Greppi - commentando sul quotidiano Il manifesto le ultime ricerche in merito al "Treno della Vergogna" - ne ha dapprima proposto una sintesi, ove la presunta matrice del falso storico è individuata nell'articolo del 1957 di Lino Vivoda, un testimone, indicato come «visceralmente anticomunista e nazionalista», il cui racconto sarà ripreso nel 1991 da Claudio Magris che provvide «a traghettare la storia nel mainstream»; negli anni 2000 lo stesso Vivoda (continua Greppi) «prenderà le distanze dalla mitologia nata intorno a questa "storia", nel frattempo abbellitasi - si fa per dire - con sassate contro i finestrini e bidoni di latte versati sui binari». Greppi commenta:
Arte e letteratura
[modifica | modifica wikitesto]L'episodio di Bologna è raccontato nel musical Magazzino 18 di Simone Cristicchi,[90] ispirato al libro del 2010 Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani di Jan Bernas e da una propria ricerca negli archivi storici di Trieste.[91][92][93]
Il "treno della vergogna" si trova menzionato in alcuni gialli moderni di autori italiani.[94][95][96]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Vademecum 2020, p. 47.
«Quanto all'accoglienza da parte della società italiana, si intrecciarono gare di solidarietà ed atti di rifiuto. Questi ultimi ebbero spesso matrice politica, dal momento che la propaganda comunista dipinse gli esuli come fascisti in fuga da un paradiso socialista.» - ↑ Ballinger 2003, p. 201.
«Many embittered exiles did not necessarily blame the Italian state for their difficulties, however, but rather singled out Italians who greeted the Istrians with hostility, specifically the Italian communists who spat (in some cases literally) on the newly arrived refugees.» - ↑ Miletto 2013, p. 407.
- ↑ Miletto 2023, p. 310.
«il pregiudizio politico, diffuso soprattutto negli ambienti vicini al Pci, i cui militanti guardarono agli esuli con diffidenza, considerandoli veri e propri fascisti in fuga, perché responsabili di lasciare la Jugoslavia di Tito, che appariva ai loro occhi, per lo meno fino allo strappo del 1948, come una sorta di paradiso della classe operaia. In tale situazione maturò lo stereotipo di istriano fascista alla base del quale vi furono gesti sprezzanti, il più tristemente noto dei quali fu quello avvenuto il 18 febbraio 1947 alla stazione di Bologna [...].» - ↑ Miletto 2023, pp. 301-303.
- ↑ La Voce del popolo, 3 gennaio 1946, citato in Liliana Ferrari, Fiume 1945-47, in Colummi et al. 1980, p. 85.
- ↑ Squadre d'azione per le vie cittadine, in Il Nostro Giornale, 5 luglio 1946.«E se ne andranno sì, in esilio. Partirà della gente di Pola; certamente. Partiranno i fascisti vecchi o nuovi, quelli che il fascismo lo hanno imposto al popolo in tempi lontani e quelli che hanno cercato, sia pure invano, di farlo nuovamente trionfare durante questo ultimo anno. Partiranno le bande di "esuli" ben pagati e sovvenzionati che sono state la massa di manovra del CLN durante tutto questo tempo. Partirà anche qualche riccone che teme per i guadagni illeciti e che capisce che nel nuovo sistema non sarà più possibile rubare a man salva. Partano pure; nessuno cercherà di trattenerli; e dietro di sé lascieranno [sic] soltanto disprezzo. Ma a Pola resteranno gli antifascisti, resteranno i lavoratori onesti, gli operai delle officine e dei cantieri, gli impiegati degli uffici, il popolo tutto, che sa che dalla nuova Jugoslavia può attendersi soltanto provvedimenti in suo favore.»Citato in Liliana Ferrari, L'esodo da Pola, in Colummi et al. 1980, pp. 197-198.
- ↑ Gianna Nassisi, Istria 1945-1947, in Colummi et al. 1980, p. 118.
- 1 2 Colummi et al. 1980, pp. 318-319.
- 1 2 Canepa 2024, pp. 249-250.
- 1 2 3 Pupo 2006, pp. 207-208.
- 1 2 Oliva 2005, p. 175.
- 1 2 Piero Montagnani, Profughi (PDF), in L'Unità, 30 novembre 1946.
- ↑ Colummi et al. 1980, pp. 316-21.
- ↑ Canepa 2024, p. 293.
- ↑ Luigi Longo, Chi ha ingannato i fratelli di Pola? (PDF), in l'Unità, 14 febbraio 1947. URL consultato il 10 dicembre 2025.
- ↑ Karlsen 2018, p. 184.
- ↑ Montagnana 1947, citato in Colummi et al. 1980, p. 317, e Karlsen 2018, p. 185.
- ↑ Rumici.
- ↑ Karlsen 2018, p. 186.
- ↑ Libero Bigiaretti, Il pescatore dell'Istria non vive senza il contadino. Che c'è alla radice del problema dei "profughi"? – Patriottismo e nazionalismo, in l'Unità, 22 aprile 1948, p. 3.«C'è da tener conto della circostanza che nei 25 anni durante i quali l'Istria fece parte dell'Italia, centinaia di funzionari e di piccoli impiegati statali, di militari e di commercianti vennero dalla penisola e si stabilirono in Istria con le famiglie, diventarono istriani; e oggi sono "profughi". Sono profughi tutti coloro che durante la Resistenza stettero dall'altra parte e che, caduti il fascismo e il nazismo, hanno avuto da temere qualche cosa. E, diciamolo pure, atti di spietatezza non sono mancati da parte dei partigiani, ma era spietatezza di guerra, che rispondeva alla atrocità tedesca. Sono profughi coloro che hanno avuto confische di beni il cui possesso era contrastante con l'applicazione delle nuove leggi sociali, che hanno perduto privilegi e non sono disposti a dimenticarsene. Sono profughi i fascisti. Non si vuol dire che la loro condizione non sia penosa, giacché lo è sempre lo sradicarsi dalla terra dove si è vissuti da tempo o da sempre.»
- ↑ Colummi et al. 1980, p. 446.
- ↑ Colummi et al. 1980, pp. 555-557.
- ↑ Gli esuli da Pola. Mons. Baldelli illustra le preordinate previdenze, in L'Avvenire d'Italia, 2 febbraio 1947. Ospitato su Archivio Generale Arcivescovile di Bologna.
- ↑ Federico Zardi, La veglia dei polesani mentre continua l'esodo, in Il Giornale dell'Emilia, 3 febbraio 1947.
- ↑ Aldo Cherini, Il piroscafo «Toscana». Una nave nelle burrasche della storia italiana. 1935 – 1961 (PDF), in Quaderno AMA, n. 62, Trieste, Associazione Marinara «Aldebaran», maggio 1994 (archiviato dall'url originale il 7 giugno 2017).
- 1 2 Aldo Cherini (a cura di), SGOMBERO DI UNA CITTA’ IMPIEGO DEI MEZZI MARITTIMI — POLA 1947 — (PDF), in Quaderno AMA, n. 34/86, Trieste, Associazione Marinara «Aldebaran», 16 settembre 1998 (archiviato dall'url originale il 3 novembre 2025).
- 1 2 3 Spazzali, p. 329
- 1 2 Carlo Gaberscek su LA CITTÀ DOLENTE (Mario Bonnard, IT 1949), su Cineteca del Friuli. URL consultato il 19 ottobre 2025.
- ↑ Comini, Venezia accoglie i Polesi giunti a bordo del "Toscana", in Il Tempo, 4 febbraio 1947.
- ↑ L'arrivo del “Toscana” in Bacino San Marco, in Il Gazzettino, 4 febbraio 1947.
- ↑ Miletto 2023, p. 309.
«Si mobilitarono industrie, associazionismo cattolico e laico, mondo dello sport e del cinema, cittadinanza e, naturalmente, istituzioni di diverso colore politico, anche quelle comuniste, come avvenne a Torino, guidata da Celeste Negarville o, per citare altri esempi, a Venezia, dove il sindaco Giovanni Battista Gianquinto si recò personalmente sulle banchine del porto a ricevere i profughi giunti da Pola e a Livorno, città in cui, come hanno rivelato studi recenti, gli esuli trovarono, forse inaspettatamente, squarci di solidarietà collettiva.» - ↑ Spazzali, p. 312
- ↑ Stefano Zecchi, Maria, una storia italiana d'altri tempi, Trieste, Vertigo editoriale, 2006, ISBN 9788862060301, SBN LO11399858.
- ↑ Raoul Pupo, Adriatico amarissimo. Una lunga storia di violenza, collana Cultura storica, Laterza, 2021, pp. 222-226, ISBN 9788858145173, SBN BVE0887017.
- ↑ Enrico Miletto, Le due Marie: vite sulla frontiera orientale d’Italia, collana Saggi, Brescia, Scholé, 2022, ISBN 9788828404774, SBN MIL1050361.
- 1 2 Spazzali, p. 379
- ↑ Spazzali, p. 322
- ↑ Ancona marinara abbraccia con fervore i fratelli di Pola italianissima, in L'Arena di Pola, 19 febbraio 1947.
- ↑ Tutta Pola è commossa per le accoglienze anconetane, in La voce adriatica, 22 febbraio 1947.
- ↑ Spazzali, pp. 322-323
- ↑ Il ciclo delle operazioni d'esodo si sta chiudendo, in L'Arena di Pola, 22 febbraio 1947.
- 1 2 3 4 Lino Vivoda, Minacciarono uno sciopero se gli esuli si fossero fermati, in L'Arena di Pola, 13 febbraio 1957, p. 3 (archiviato dall'url originale il 15 ottobre 2025).
- ↑ Lino Vivoda, Campo profughi Giuliani caserma Ugo Botti, La Spezia: vicende di una piccola comunità di esuli da Pola rivissute nel 50º anniversario del grande esodo di 350.000 istriani, fiumani e dalmati dalla Venezia Giulia, Imperia, Istria Europa, 1998, SBN BVE0167163.
- 1 2 Lorenzo, L’Anvgd in lutto per la scomparsa di Lino Vivoda, testimone dell’Esodo, su Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 4 luglio 2022. URL consultato il 19 ottobre 2025.
- ↑ Fulvio Farba, Una nave a Pola, in L'Arena di Pola, 7 dicembre 1991, p. 1 (archiviato dall'url originale il 19 ottobre 2025).«E per quella gente che il Toscana portò a Venezia ed ad Ancona non ci furono né clamori di stampa ne cinegiornali; pochi si occuparono di loro, ed alcuni lo fecero solamente per denigrarli, per offenderli ed anche per irriderli; in queste operazioni si distinsero particolarmente i comunisti che bloccarono la distribuzione di un po' di latte caldo per i bambini esuli, che si trovavano sul treno che da Ancona li portava a La Spezia; successe alla stazione di Bologna, c'era freddo e neve anche la, ma i compagni pretesero ed ottennero anche l'immediata partenza del treno»
- ↑ Vivoda 2008, p. 32.
- 1 2 Flaminio Rocchi, L'esodo dei 350 mila giuliani, fiumani e dalmati, Difesa Adriatica, 1990, SBN RML0017375.
- 1 2 Molinari, p. 40
- 1 2 “L’esodo” La tragedia negata degli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia di Arrigo Petacco., in La Voce delle Marche, 18 ottobre 2020. URL consultato il 15 ottobre 2025.
- ↑ Miletto 2013, p. 407
- ↑ Quel lungo esilio tra rifiuto e disinteresse, un passato che continua a pesare[collegamento interrotto], in Corriere della Sera, 9 febbraio 2003.
- 1 2 Transitati da Bologna altri 2200 profughi di Pola, in L'Avvenire d'Italia, Bologna, 20 febbraio 1947, p. 2. Ospitato su Archivio Generale Arcivescovile di Bologna.«Affettuosa assistenza della P.C.A. Ieri sono passati dalla nostra Stazione diretti in varie città circa 2200 profughi di Pola. Accolti sempre dalla Commissione Pontificia e ristorati con vivande calde hanno proseguito il loro viaggio. Tutti sono gratissimi della accoglienza che loro riserva il Posto di Ristoro della Pontificia Commissione Assistenza. È sempre pressante l’invito per aiuti al Posto di Ristoro della Commissione Pontificia per poter dare ai fratelli di passaggio una accoglienza degna del loro grande sacrificio.»
- ↑ Gian Aldo Traversi, Quel treno degli esuli preso a sassate, in Dossier. "Il tricolore a Trieste", supplemento di Quotidiano Nazionale, settembre 2004. URL consultato il 22 febbraio 2019 (archiviato dall'url originale il 22 febbraio 2019). Lo stesso articolo di Traversi è stato riportato nel 2012, in forma più ampia, sul sito della Lega Nazionale.
- 1 2 3 Pupo 2006, p. 206.
- ↑ Testimonianza di Giovanna B. in Miletto 2005, citata in Pupo 2006, p. 206.
- ↑ Testimonianza di Giovanna B. in Marchis 2005, p. 40.
- ↑ Vivoda 2008, p. 34. I corsivi sono così nel testo di Vivoda.
- 1 2 «Il convoglio con il suo carico umano disperato, fu respinto e dirottato verso La Spezia dove i profughi furono accolti ed ospitati in una caserma della Regia Marina e successivamente alloggiati in appartamenti messi a disposizione dall’Amministrazione comunale»
- ↑ Cfr. la testimonianza di Giovanna B. riportata, oltre che in Miletto 2005, anche in Miletto, p. 144.
- ↑ Diego Zandel, I testimoni muti: le foibe, l'esodo, i pregiudizi, collana Testimonianze fra cronaca e storia, Mursia, 2011, ISBN 9788842546443, SBN RMB0750228.
- ↑ Fulvio Molinari, Istria contesa. La guerra, le foibe, l'esodo, collana Testimonianze fra cronaca e storia, Mursia, 2015, p. 84, ISBN 9788842555445, SBN MIL0880616.
- ↑ Vivoda 2008, p. 3.
- ↑ Jan Bernas, Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani. Istriani, fiumani e dalmati: storie di esuli e rimasti, collana Testimonianze fra cronaca e storia, Mursia, 2010, p. 137, ISBN 9788842544562, SBN MOD1562716.«Un gesto ignobile che si è ripetuto più volte.»
- ↑ Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" (a cura di), Intervista a Giulio R. del 20/07/2009, su intranet.istoreto.it (archiviato dall'url originale il 19 ottobre 2025).«Eh si, dovevi passare da Bologna, tutti passavano da lì! Solo che non è che l’han fatto con un treno solo, ma con tutti i treni lo faceva quella gente lì.»
- ↑ «alla stazione della città emiliana il 17 febbraio 1947»
- ↑ Ungheresi, istriani e il Pci, in Il Piccolo, 31 ottobre 1986, p. 7. URL consultato il 24 ottobre 2025.
- ↑ Stelio Spadaro, Esodo: «Noi comunisti sbagliammo», in Il Piccolo, 7 novembre 1986, p. 7. URL consultato il 24 ottobre 2025.
- ↑ Per il prosieguo del dibattito sulle pagine de Il Piccolo, vedi Giorgio Bevilacqua, Verità scomode. Foibe. Terre perdute. Roma indifferente. Trieste in crisi. Bilinguismo?, presentazione di Paola Del Din, Trieste, LINT, 1991, pp. 107-110.
- ↑ Spazzali 2003.
- ↑ Spazzali 2022, capitolo 17. Spazzali cita come unica fonte per tutto il paragrafo il proprio contributo al convegno del 2003, ove tuttavia non si parla di un intervento dell'arcivescovo di Bologna.
- ↑ Circolare interna del Partito comunista italiano in data 18 febbraio 1947, citata in Pupo 2006, p. 207.
- ↑ Pupo 2006, p. 207.
- 1 2 Ma Bologna sputò su quei profughi, in la Repubblica, 8 febbraio 2007.
- ↑ Nel Giorno del ricordo si ferma ad Asti quel treno pieno di profughi e dolore, in La Stampa, 10 febbraio 2024. L'articolo contiene un'intervista al prof. Marco Cuzzi, docente di storia contemporanea all'Università Statale di Milano.
- ↑ Il treno della vergogna - Novità sulla lapide di Bologna, su leganazionale.it. URL consultato il 10 agosto 2017 (archiviato dall'url originale il 10 agosto 2017).
- ↑ Bologna: ecco il testo definitivo della Targa alla Stazione, su www.anvgd.it. URL consultato il 4 novembre 2025 (archiviato il 18 luglio 2025).
- ↑ Fausto Biloslavo, Bologna, polemica sulla lapide «ipocrita», in Il Giornale, 10 febbraio 2007.
- ↑ Chi è Nicoletta Bourbaki?, su www.comune.mozzo.bg.it, 20 aprile 2024. URL consultato il 1º novembre 2025.
- ↑ Nicoletta Bourbaki, Chi è Nicoletta Bourbaki, su www.wumingfoundation.com/giap, novembre 2025. URL consultato il 25 novembre 2025.
- ↑ Nicoletta Bourbaki, Il «treno della vergogna» a Bologna: una storia senza fondamento, su www.wumingfoundation.com/giap, 14 ottobre 2025. URL consultato il 31 ottobre 2025.
- 1 2 Christian Raimo, L’episodio del Treno della vergogna è veramente avvenuto? La mistificazione non produce storia, in Domani, 30 ottobre 2025. URL consultato il 31 ottobre 2025. Raimo accenna alla tesi di Alberto Rosada attraverso la menzione della sua relatrice Giulia Albanese, annoverata fra gli storici «attenti» alle «adulterazioni sulla storia della frontiera adriatica». L'articolo di Raimo è stato pubblicato in forma cartacea, con un testo lievemente diverso, in Domani, 31 ottobre 2025, anno VI, n. 300, p. 11.
- ↑ Alberto Rosada, The reception of the Istrian-Dalmatian refugees between history and memory, tesi di laurea magistrale, Anno Accademico 2023/2024, relatrice Giulia Albanese, Università degli Studi di Padova, 2024.
- ↑ In realtà, nella Introduzione alla propria tesi, Rosada sostiene di aver consultato, fra l'altro, gli archivi della polizia e della prefettura e di aver vagliato almeno due periodici dell'associazionismo giuliano-dalmata, L'Arena di Pola e Il Problema Giuliano oltre che la stampa contemporanea all'episodio: cfr. Alberto Rosada, The reception of the Istrian-Dalmatian refugees between history and memory, tesi di laurea magistrale, Anno Accademico 2023/2024, relatrice Giulia Albanese, Università degli Studi di Padova, 2024, p. 9. Tuttavia, nelle sue conclusioni, Rosada sostiene che la documentazione attualmente consultata non consente di stabilire cosa è effettivamente successo a Bologna, e che sono necessari ulteriori studi e ricerche anche in altri archivi. p. 133.
- ↑ Negare l’episodio del “Treno della Vergogna” è un’altra vergogna., su federesuli.org.
- ↑ Gobetti 2020, pp. 69-70.
- ↑ In realtà, la storica Cristiana Colummi ha rilevato che «gli elementi principali della linea ufficiale dei comunisti italiani» sulla questione giuliana erano delineati in Montagnana 1947. Secondo la storica, tale articolo svolgeva una chiara «funzione propagandistica», classificando i profughi come fascisti, speculatori o "gente onesta" a cui comunque non era riconosciuta «nessuna dignità». Cfr. Colummi et al. 1980, pp. 318-319.
- ↑ Eric Gobetti, Quale treno della vergogna?, in Jacobin Italia, 11 novembre 2025. URL consultato il 15 novembre 2025.
- ↑ Carlo Greppi, Il treno della menzogna, in il manifesto, 4 dicembre 2025. URL consultato il 4 dicembre 2025. Anche Greppi fa riferimento alla tesi di laurea di Alberto Rosada supervisionata da Giulia Albanese, che Greppi definisce «una tra le migliori storiche italiane»
- ↑ Elio Varutti, "Sul treno della vergogna c'ero anch'io". Ricordi dell'esodo giuliano dalmata, in Friuli Online, 24 dicembre 2014 (archiviato dall'url originale il 3 aprile 2023).
- ↑ Simone Cristicchi - Magazzino 18, su Teatro.it. URL consultato il 13 febbraio 2025.
- ↑ Pietro Salvatori, Le Foibe a Sanremo. Simone Cristicchi e la canzone destinata a fare polemica, in HuffPost Italia, 19 ottobre 2013. URL consultato il 13 febbraio 2025.
- ↑ Paolo Talanca, Cristicchi a teatro con Magazzino 18 tra foibe ed esodo istriano, in Il Fatto Quotidiano, 13 gennaio 2014. URL consultato il 13 febbraio 2025.
- ↑ Maria Rosaria Pugliese, Scighera - La nuova nebbiosa indagine del commissario de Santis, Fratelli Frilli Editori, 2022, ISBN 9788869436581.
- ↑ Mario Quattrucci, Quel delitto del '56, Oltre Edizioni, 2020, ISBN 9788899932893.
- ↑ Alessandro Perissinotto, Quello che l'acqua nasconde, Edizioni Piemme, 2017, ISBN 9788858516942.
Bibliografia
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- Roberto Spazzali, In Italia e Oltre. Accoglienza e sostentamento nello sventagliamento degli esuli giuliani, in Gruppo Giovani dell'Unione degli Istriani - Trieste (a cura di), Gli esodi del Dopoguerra in Europa: aspettative e prospettive nel confronto fra giovani di seconda generazione, Atti del convegno internazionale, Trieste, 2003, pp. 107-119.
- Roberto Spazzali, Pola, città perduta: l'agonia, l'esodo 1943-47, collana Faretra, Edizioni Ares, 2022, ISBN 9788892981386, SBN TSA1727766.
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Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- L'Esodo istriano-fiumano-dalmata in Piemonte. Per un archivio della memoria, su intranet.istoreto.it. URL consultato il 20 dicembre 2025.