Fatti di Traù

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La Loggia Pubblica di Traù, dove campeggiava il leone di San Marco distrutto nel 1932

I "fatti di Traù" furono un tentativo irredentista, organizzato a Traù (Trogir) dal conte Nino Fanfogna nel 1919, e volto all'annessione della città dalmata al Regno d'Italia, similmente a quanto fatto da D'Annunzio a Fiume.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 settembre 1919, sotto la suggestione dei contemporanei eventi della impresa di Fiume, un vero e proprio atto in stile dannunziano fu organizzato in città dal conte Nino Fanfogna, trentaduenne appartenente ad una delle più importanti ed antiche famiglie di Traù nonché discendente dell'ultimo podestà italiano della città.

Siccome le truppe italiane avevano occupato le aree della Dalmazia assegnate all'Italia dal trattato di Londra del 1915, ma Traù non era inclusa in queste aree distanti una quindicina di chilometri, Nino Fanfogna tentò di forzare la situazione come aveva fatto D'Annunzio a Fiume.

Il conte Fanfogna convinse il tenente Emanuele Torri-Mariani, che comandava alcuni ufficiali italiani di stanza a Prapatnica (Pianamerlina), al confine fra il territorio occupato dall'Italia e la regione controllata dagli jugoslavi, ad organizzare una spedizione che occupasse la sua città nativa.

In verde chiaro sono indicati i territori promessi all'Italia con Patto di Londra del 1915. La Dalmazia settentrionale, nel 1919, venne invece assegnata, contro la volontà dell'Italia, al nuovo regno serbo-croato-sloveno. La mancata annessione della Dalmazia all'Italia fu una delle cause di insoddisfazione che portarono alla definizione di "vittoria mutilata", che venne in parte mitigata dal trattato di Rapallo (1920), per i risultati della pace

La notte del 23 settembre un centinaio di soldati italiani e Fanfogna, con 4 autocarri, oltrepassarono i posti di frontiera jugoslavi e di sorpresa e senza spargimento di sangue occuparono Traù. Il reparto italiano assunse il comando della città nominando Fanfogna "dittatore"[1]. La spedizione avrebbe potuto provocare lo scoppio di un conflitto militare fra Regno d'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, ma questa eventualità venne scongiurata dal pronto intervento degli ufficiali italiani della nave Puglia e dei militari statunitensi di stanza a Spalato.

Giunta a Spalato nella prima mattinata la notizia dell'occupazione di Traù, alle ore 10:00 del 24 settembre il capitano di corvetta Paolo Maroni - comandante in seconda della "Puglia" - e l'ufficiale americano Field partirono per Traù con il compito di persuadere i soldati sconfinati a rientrare nelle linee italiane. Convinti i comandi serbi a non lanciare per il momento nessun attacco, Maroni e Field giunsero a Traù ed iniziarono a negoziare con gli occupanti e Fanfogna il ritiro dalla città. Fanfogna - descritto nei documenti italiani come uomo "incosciente" e privo di capacità politica, enormemente preoccupato per quanto gli poteva capitare all'allontanarsi degli italiani - insistette perché le truppe italiane non partissero, ma poi si lasciò convincere.

Nel frattempo a Traù arrivarono alcune navi americane al comando dell'ammiraglio Van Hook. A quella vista la popolazione croata della città, ripreso animo, cominciò sulla riva e in piazza una violenta dimostrazione contro i soldati italiani, alcuni dei quali vennero anche aggrediti e disarmati. Alcune fucilate sparate in aria sortirono l'effetto di far dileguare rapidamente la folla e di affrettare lo sbarco della compagnia americana che era sul Cowell.

Nel momento del trambusto il conte Fanfogna si ritirò in casa sua (il celebre palazzo Garagnin-Fanfogna), vi si rinchiuse e non si fece più vedere. Solo un vecchio, Achille De Michelis, si avvicinò al comandante Maroni, e dichiarandosi il più anziano del "Fascio Italiano", dopo aver protestato contro l'incredibile leggerezza del conte Fanfogna, si mise a disposizione del Maroni per facilitargli il compito e per tutto quello che potesse occorrergli dagli italiani di Traù. Frattanto, disordinatamente, la compagnia italiana coi tenenti De Toni, Manfredi e Mantica evacuava Traù e fra le ore 14:00 e le 15:00 rientrava nelle linee.

La sciagurata spedizione di Traù ebbe pesanti ripercussioni sulle comunità italiane di Traù e Spalato. Il governatore jugoslavo, colonnello Plesnicar, procedette all'arresto di numerosi esponenti italiani della cittadina. Finirono arrestati Nino, Simeone e Umberto Fanfogna, Vincenzo Santich, Achille De Michelis, Giorgio De Rossignoli, Lorenzo Lubin, Giacomo Vosilla, Antonio Strojan, Marino, Michele e Spiridione Marini e altri, anche se molti di questi erano estranei alla vicenda. Molti furono quelli che scamparono all'arresto fuggendo nella Dalmazia italiana.

Per alcuni giorni gruppi di teppisti si diedero ad atti vandalici contro abitazioni e proprietà degli Italiani di Traù e della regione dei Castelli. La conseguenza della spedizione fu la distruzione politica del Fascio Nazionale Italiano di Traù e un deciso peggioramento delle condizioni di vita dei traurini di lingua italiana, la maggior parte dei quali successivamente emigrò in Italia.

Fra gli emigrati alcune conosciute famiglie come i Nutrizio, Dudan, Canzia, Lubin, Del Bianco, Vosilla, Marini ed altre, e la neonata Maria Carmen Nutrizio, figlia del farmacista di Traù e di una Luxardo della nota famiglia produttrice del Maraschino di Zara, che diverrà celebre come creatrice di moda col nome di Mila Schön. Assieme a lei il fratello decenne Nino Nutrizio, anni dopo fondatore del quotidiano La Notte.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Venne emanato il seguente proclama: "Cittadini di Traù! Noi abbiamo percepito il battito del vostro cuore, in risposta alla sacra voce dell'Italia, e vi abbiamo spedito delle truppe volontarie. Il conte Nino de Fanfogna è nominato dittatore. Da ora gli dobbiamo la nostra cieca obbedienza. Viva il Re! Viva l'Italia!.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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