Trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Trattato di Parigi (fra l'Italia e le potenze alleate)
Firma 10 febbraio 1947
Luogo Parigi
Condizioni vedi pagina
Parti Italia Italia
Potenze vincitrici della seconda guerra mondiale
voci di trattati presenti su Wikipedia

Il trattato di Parigi fra l'Italia e le potenze alleate è il trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 tra lo Stato italiano e le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, che mise formalmente fine alle ostilità e i cui contenuti erano stati definiti a seguito dei lavori della Conferenza di pace, svoltasi parimenti a Parigi, tra il 29 luglio e il 15 ottobre 1946.

Le potenze definite come "alleate ed associate", firmatarie del trattato furono: l'Unione delle Repubbliche Sovietiche Socialiste, il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, gli Stati Uniti d'America, la Repubblica di Cina, la Francia, l'Australia, il Belgio, la Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussia, il Brasile, il Canada, la Cecoslovacchia, l'Etiopia, la Grecia, l'India, i Paesi Bassi, la Nuova Zelanda, la Polonia, la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, l'Unione del Sud Africa, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Con l'Etiopia, anch'essa controparte nella sottoscrizione del trattato di pace, l'Italia concludeva un ininterrotto stato di guerra iniziato nel 1935 e, implicitamente, ammetteva l'illegalità dell'annessione effettuata nel 1936. Il trattato sanciva anche la rinuncia dell'Italia all'Albania, pur non essendo quest'ultima citata tra "le potenze alleate ed associate". I rapporti tra l'Italia e il Regno d'Egitto, il cui stato di ostilità non era stato mai formalizzato da alcuna reciproca dichiarazione di guerra, furono regolati con separato accordo.

Principi generali[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Discorso di Alcide De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi.

Il trattato attribuisce all'Italia fascista, avendo partecipato al Patto tripartito con la Germania ed il Giappone, la responsabilità della guerra di aggressione con le potenze alleate e le altre Nazioni Unite ma ammette che, con l'aiuto degli elementi democratici del popolo italiano, il regime fascista venne rovesciato il 25 luglio 1943 e l'Italia, essendosi arresa senza condizioni, dichiarò guerra alla Germania alla data del 13 ottobre 1943, divenendo così cobelligerante nella guerra contro la Germania stessa. Dopo tali premesse, si riconosce la comune volontà delle parti firmatarie di concludere un trattato di pace che, conformandosi ai principi di giustizia, regoli le questioni pendenti a seguito degli avvenimenti bellici, per formare la base di amichevoli relazioni e permettere alle potenze alleate di appoggiare l'ingresso dell'Italia nelle Nazioni Unite.

Il contenuto del trattato di pace, tuttavia, non si limitò a regolare le questioni pendenti a seguito degli avvenimenti bellici ma impose anche la cessione di territori sui quali la sovranità dell'Italia era stata riconosciuta già in epoca antecedente all'avvento del regime fascista. Tale circostanza è riferibile, in particolare, al tracciato della frontiera orientale che era stato liberamente definito nel 1920 in accordo con lo stato jugoslavo, al quale la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era subentrata ad ogni effetto.

Il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, con tatto e con fermezza, fece presente tutto ciò nel suo discorso alla conferenza della pace del 10 agosto 1946, sottolineando che l'81% del territorio della Venezia Giulia sarebbe stato assegnato agli jugoslavi, rinnegando anche una linea etnica più interna che l'Italia si era dichiarata disponibile ad accettare e addirittura la Carta Atlantica che riconosceva alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali. Lo statista italiano concludeva che, nonostante ciò, il sacrificio dell'Italia avrebbe avuto un compenso se almeno il trattato si fosse posto come uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale e l'Italia fosse ammessa nell'ONU in base al principio della sovrana uguaglianza sotto il patrocinio dei vincitori, tutti d'accordo nel bandire l'uso della forza nelle relazioni internazionali e a garantirsi vicendevolmente l'integrità territoriale e l'indipendenza politica[1].

L'ingresso dell'Italia all'ONU, peraltro, fu accordato soltanto il 14 dicembre 1955.

Cessioni territoriali[modifica | modifica wikitesto]

Area ocra è stata annessa alla Francia nel 1860; area gialla a sud della linea di demarcazione annessa alla Francia nel 1947
Confine fra Francia ed Italia nelle Alpi Marittime, stabilito nel Trattato di Parigi e mantenuto fino ad oggi
Modifiche del confine orientale d'Italia dal 1920 (trattato di Rapallo)

Le condizioni del trattato includevano:

La Libia, al momento sotto il controllo militare britannico (Tripolitania e Cirenaica) e francese (Fezzan), fu dichiarata indipendente il 24 dicembre 1951, come Regno Unito di Libia.

Dopo un plebiscito tenuto dalle Nazioni Unite, l'Eritrea fu unita federalmente all'Etiopia il 2 dicembre 1952 e, nel 1962, annessa unilateralmente a quest'ultima. L'Eritrea divenne de facto indipendente dall'Etiopia il 24 maggio 1991 e de jure il 24 maggio 1993.

La ex Somalia Italiana, sotto controllo britannico sino al 1º luglio 1950, fu affidata per dieci anni all'Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite. Al momento dell'ottenimento dell'indipendendenza (1960), si unì alla ex Somalia Britannica, costituendo la Repubblica Somala.

Status dei cittadini italiani residenti nei territori ceduti[modifica | modifica wikitesto]

Il trattato disponeva la perdita automatica della cittadinanza per tutti i cittadini italiani che, al 10 giugno 1940, erano domiciliati in territorio ceduto dall'Italia ad un altro Stato e per i loro figli nati dopo quella data, fatta salva la facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro il termine di un anno dall'entrata in vigore del trattato stesso. Si dava inoltre facoltà allo Stato al quale il territorio era ceduto di esigere il trasferimento in Italia dei cittadini che avessero esercitato l'opzione suddetta, entro un ulteriore anno. Tale clausola, di cui Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia si avvalse, determinò il fenomeno dell'esodo giuliano dalmata dell'immediato dopoguerra. Lo Stato al quale i territori erano stati ceduti, tuttavia, avrebbe dovuto assicurare il godimento dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, ivi comprese la libertà di espressione, di stampa e di diffusione, di culto, di opinione politica, e di pubblica riunione a tutti i residenti nel territorio stesso.

Analoghe disposizioni erano previste per i cittadini di lingua slava (sloveno, serbo e croato) domiciliati in territorio italiano.

Protezione dei collaborazionisti e punizione dei criminali di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Il trattato prevedeva una clausola specifica (articolo 16) per proteggere militari e civili che, fin dall'inizio della guerra, avevano appoggiato gli Alleati: "L'Italia non incriminerà né molesterà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di aver espresso simpatia per la causa delle Potenze Alleate e Associate o di aver svolto azioni a favore della causa stessa durante il periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data di entrata in vigore del presente trattato".

L'art. 45 prevedeva, altresì, l'impegno dell'Italia di assicurare l'arresto e la consegna, ai fini di un successivo giudizio, di tutte le persone accusate di aver commesso o ordinato crimini di guerra. L'Italia, in seguito, riuscì a ottenere la rinuncia all'applicazione di tali clausole, impegnandosi a provvedere direttamente al giudizio di tutti i presunti criminali individuati dalla Commissione ONU. Peraltro, i lavori della Commissione d'inchiesta italiana si conclusero con l'archiviazione delle posizioni di tutti gli accusati.

Conseguenze militari[modifica | modifica wikitesto]

Le restrizioni generali di carattere militare (articolo 51) imponevano all'Italia di non possedere, acquistare, costruire o sperimentare armi atomiche, missili o proiettili ad autopropulsione e i relativi dispositivi di lancio (ad eccezione dei siluri e dei tubi di lancio ad essi associati presenti sul naviglio concesso dal Trattato); era altresì vietato il possesso di cannoni con gittate superiori ai 30 km, di mine e di siluri provvisti di congegni di attivazione ad influenza. L'Italia si impegnava inoltre a smantellare le fortificazioni militari poste ai confini con Francia e Jugoslavia, e a smilitarizzare le isole di Pantelleria, Lampedusa e Pianosa (articolo 49). Venne imposto lo smantellamento delle fortificazioni e delle installazioni militari in Sardegna (limitatamente a quelle situate a meno di 30 km dalle acque territoriali francesi) e Sicilia, fatta eccezione per le opere destinate all'alloggiamento delle forze di sicurezza (articolo 50).

L'Esercito italiano doveva essere limitato ad un massimo di 250.000 uomini (compresi 65.000 carabinieri), con non più di 200 carri armati. L'Aeronautica Militare doveva essere ridotta ad un massimo di 200 caccia e ricognitori e di 150 aerei da trasporto, con un organico massimo di 25.000 uomini; la costruzione o l'acquisto di velivoli da bombardamento era vietata.

Le restrizioni riguardanti la Marina Militare Italiana, (articolo 59), vietavano la costruzione, l'acquisto e la sostituzione di navi da battaglia, oltre all'utilizzazione e alla sperimentazione di unità portaerei, naviglio subacqueo, motosiluranti e mezzi d'assalto di qualsiasi tipo. Il dislocamento totale del naviglio militare in servizio ed in costruzione, eccettuate le navi da battaglia, non doveva superare le 67.500 tonnellate, mentre il personale effettivo non poteva eccedere le 25.000 unità. Il protocollo navale delle 4 potenze del 10 febbraio 1947 impegnava inoltre l'Italia a mettere a disposizione delle Nazioni vincitrici (in particolare Stati Uniti d'America, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia, Jugoslavia, Albania e Grecia) le seguenti unità navali in conto riparazioni:

In base al trattato la Marina Militare rimaneva con le due vecchie corazzate Doria e Duilio (in discrete condizioni generali, ma oramai obsolete), 4 incrociatori (i due classe Duca degli Abruzzi e il Raimondo Montecuccoli in buone condizioni, più il Cadorna, subito declassato a pontone scuola e quindi radiato nel '51), altrettanti cacciatorpediniere (di cui uno il Nicoloso da Recco, in mediocri condizioni e posto quasi subito in disarmo) e 36 fra torpediniere e corvette (fra cui le 20 unità classe Gabbiano, dotate di buone caratteristiche generali). Il panorama era completato dal naviglio minore (una ventina di unità fra vedette antisom, dragamine e posamine) e da oltre 100 navi ausiliarie e d'uso locale. Di tutte queste unità, l'unica superstite ancora oggi in servizio è la nave scuola Amerigo Vespucci.

Le clausole militari furono attenuate dall'ammissione dell'Italia nella Nato nel 1949 ed oggi sono ampiamente decadute.

Firma e ratifica del Trattato di pace[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Carlo Sforza § La firma e la gestione del Trattato di pace del 1947.

Il 7 febbraio 1947 il Ministro degli Esteri Carlo Sforza dette la disposizione al segretario generale della delegazione italiana presso la conferenza di pace di Parigi, Antonio Meli Lupi di Soragna, di firmare il Trattato di Pace fra l'Italia e le potenze alleate, con l'espressa condizione che l'efficacia di tale firma fosse subordinata alla ratifica da parte dell'Assemblea Costituente. Tale compito venne affidato a Soragna in qualità di semplice funzionario e non di politico, per conferire al gesto il basso profilo di un adempimento meramente formale[2].

Il diplomatico firmò il testo del Trattato alle ore 11,15 del 10 febbraio, nella Sala dell'Orologio del Quai d'Orsay e, in mancanza di un sigillo della Repubblica Italiana da apporre sulla ceralacca, vi lasciò l'impronta del suo anello.

Il trattato fu ratificato dall'Assemblea Costituente nella seduta del 31 luglio 1947, con 262 voti favorevoli, 68 contrari e 80 astensioni[3].

Il Capo Provvisorio Enrico De Nicola firmò lo strumento di ratifica il 4 settembre successivo, non senza attriti con il Presidente De Gasperi e il ministro degli esteri Sforza. De Nicola, infatti, che non ne condivideva il testo, rifiutava di apporvi la sua firma con la giustificazione che, come dichiarato dal rappresentante italiano Soragna, l'efficacia dell'adesione dell'Italia era subordinata alla ratifica dell'Assemblea Costituente e non del Capo dello Stato[4]. Invano si faceva presente che i "quattro grandi" non avrebbero accettato nulla di meno della firma del Capo dello Stato per la ratifica dell'accordo[5]: in un accesso d'ira, De Nicola, rosso in faccia, buttò all'aria tutti documenti dalla sua scrivania[6]. Finalmente, il consulente storico del Ministero degli Esteri, Mario Toscano, riuscì a convincere il giurista napoletano che la sua firma non avrebbe avuto il valore giuridico della "ratifica" bensì quello di mera "trasmissione" della stessa[7]. Il Capo dello Stato comunque, essendo superstizioso, volle far trascorrere almeno la giornata di venerdì, prima di firmare[6].

Ai sensi dell'art. 90 dello stesso, il trattato entrò formalmente in vigore all'atto del deposito simultaneo delle ratifiche dei quattro grandi (USA, URSS, Gran Bretagna e Francia) e dell'Italia, avvenuto al Ministero degli Esteri francese il 15 settembre 1947[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Discorso di De Gasperi alla conferenza della pace (1946)
  2. ^ Carlo Sforza, Cinque anni a Palazzo Chigi, Atlante, Roma, 1952, pp. 15-39
  3. ^ Carlo Sforza, Discorsi parlamentari, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 203n.
  4. ^ Piero Craveri, De Nicola, Enrico, in: Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 38 (1990)
  5. ^ Livio Zeno, Ritratto di Carlo Sforza, Le Monnier, Firenze, 1975, p. 269
  6. ^ a b Mario Cervi, Indro Montanelli, L'Italia della Repubblica, Rizzoli, Milano, 1985
  7. ^ Mario Toscano, Ricordo della ratifica del Trattato di pace, in: Nuova Antologia, fasc. 2001, 1967, p. 3 e succ.
  8. ^ Livio Zeno, Ritratto di Carlo Sforza, Le Monnier, Firenze, 1975, p. 200n.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]