Neurolettico

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Il termine neurolettico (o antipsicotico) indica una famiglia di psicofarmaci che agiscono su precisi sistemi di neurotrasmettitori, utilizzati tipicamente per il trattamento psichiatrico delle psicosi, come ad esempio schizofrenia e disturbo bipolare, ed anche in alcune forme depressive.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Ai primi del '900 si scoprì che un derivato dell'anilina, la prometazina, possedeva interessanti proprietà sedative e antiallergiche. Da questa fu derivata la clorpromazina, che fu usata inizialmente come sedativo e che Henry Laborit scoprì essere in grado di indurre una specie di particolare indifferenza agli stimoli ambientali senza peraltro alterare lo stato di vigilanza. Grazie all'enorme successo commerciale della cloropromazina, la ricerca dei nuovi neurolettici era comunque avviata e nel giro di una decina di anni si giunse all'individuazione e alla messa a punto di quasi tutte le maggiori classi di prodotti antipsicotici di cui disponiamo oggi: in tutto una ventina di diverse fenotiazine, prodotti assai simili strutturalmente alla cloropromazina, ed anche tioxanteni, dibenzazepine, il butirrofenone, le difenilbutilpiperidine ed altre ancora.

Recentemente si è vista l'introduzione di nuovi antipsicotici, dotati di una affinità ad ampio spettro per i siti dopaminergici e serotonergici, quali risperidone, clozapina, olanzapina, quetiapina, e aripiprazolo. Questi nuovi antipsicotici sembrano determinare con frequenza sensibilmente minore i sintomi extrapiramidali, e sono efficaci nel trattamento dei sintomi sia positivi che negativi delle psicosi gravi e croniche.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Meccanismo di azione[modifica | modifica sorgente]

Gli antipsicotici presentano un'azione prevalentemente antidelirante e antiallucinatoria. Vengono impiegati prevalentemente per la terapia della schizofrenia e di altre manifestazioni psicotiche: possono essere somministrati per via orale, intramuscolare o endovenosa: a dosaggi adeguati riducono il delirio, le allucinazioni, le anomalie comportamentali degli psicotici, favorendone il reinserimento sociale. Se assunti da un soggetto non psicotico, non producono uno stato di sedazione quanto piuttosto una estrema indifferenza agli stimoli ambientali e un fortissimo appiattimento emotivo (effetto atarassizzante).

I siti d'azione dei farmaci antipsicotici sono le vie dopaminergiche, più in particolare le vie dopaminergiche che da livello mesencefalico si proiettano verso l'area del pensiero situata nella corteccia. I bersagli sono i recettori della dopamina: D1, D2, D3, D4; questi ultimi due sono delle sotto popolazioni dei D2 e sono molto importanti in quanto i farmaci di nuova generazione hanno un'attività maggiormente affine ad essi generando meno effetti collaterali rispetto a farmaci con uno spettro d'azione maggiore.

Sappiamo in caratteri generali che esistono due classi di neurolettici, tipici e atipici: la sostanziale differenza è che i neurolettici tipici sono molto più selettivi sui recettori D2 e questo comporta maggiori effetti extrapiramidali, contrariamente i neurolettici atipici sono meno selettivi sui recettori D2 e questo aspetto comporta un minore impatto negativo per quanto riguarda gli effetti extrapiramidali (praticamente: elevata affinità per D2=elevata potenza antipsicotica; minore affinità per D2=prevalente effetto sedativo).

Effetti collaterali[modifica | modifica sorgente]

Questi farmaci dovrebbero essere il più selettivi possibile al fine di poter provocare meno effetti collaterali. Purtroppo un loro uso a lungo termine va generalmente a interferire con altre vie dopaminergiche generando così due particolari sindromi, chiamate sindrome neurolettica e sindrome extrapiramidale. Nella prima si verifica la riduzione di movimenti spontanei, con riflessi spinali che rimangono comunque intatti; la seconda determina un quadro sintomatologico simile a quello della malattia di Parkinson, caratterizzato da tremore, bradicinesia e rigidità. Tra gli effetti extrapiramidali vi sono rigidità dei muscoli e dei movimenti, mancanza di espressività del volto, irrequietezza motoria, lentezza o blocco dei movimenti, rallentamento della ideazione e dei riflessi. Gli antipsicotici di prima generazione provocavano anche discinesia tardiva (movimenti involontari o semivolontari rapidi simili a tic, lente contorsioni muscolari di lingua, volto, collo, del tronco, dei muscoli della deglutizione e della respirazione).

Gli effetti collaterali più comuni sono: pesantezza del capo, torpore, debolezza, senso di svenimento, secchezza della bocca e difficoltà di accomodazione visiva, impotenza, stitichezza, difficoltà nell'emissione dell'urina, sensibilizzazione della pelle (alterazione del colorito ed eruzioni cutanee), alterazione del ciclo mestruale, tendenza all'ingrassamento, aumento della temperatura corporea, instabilità della pressione arteriosa; possono accentuare la tendenza alle convulsioni nei pazienti epilettici. Recentemente è stato osservato che gli antipsicotici atipici possono provocare discinesia tardive.

Classificazione[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]