Torre Orsaia

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Torre Orsaia
comune
Torre Orsaia – Stemma
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Provincia Provincia di Salerno-Stemma.png Salerno
Amministrazione
Sindaco Pietro Vicino (lista civica) dal 25-5-2014
Territorio
Coordinate 40°08′N 15°28′E / 40.133333°N 15.466667°E40.133333; 15.466667 (Torre Orsaia)Coordinate: 40°08′N 15°28′E / 40.133333°N 15.466667°E40.133333; 15.466667 (Torre Orsaia)
Altitudine 295 m s.l.m.
Superficie 21,03 km²
Abitanti 2 259[1] (31-12-2010)
Densità 107,42 ab./km²
Frazioni Borgo Cerreto, Castel Ruggero
Comuni confinanti Caselle in Pittari, Morigerati, Roccagloriosa, Rofrano, San Giovanni a Piro, Santa Marina
Altre informazioni
Cod. postale 84077
Prefisso 0974
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 065149
Cod. catastale L274
Targa SA
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Nome abitanti torresi - ursentini
Patrono San Lorenzo
Giorno festivo 10 agosto
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Torre Orsaia
Torre Orsaia
Torre Orsaia – Mappa
Posizione del comune di Torre Orsaia all'interno della provincia di Salerno
Sito istituzionale

Torre Orsaia (La Turri in dialetto cilentano[2]) è un comune italiano di 2.280 abitanti della provincia di Salerno in Campania, appartenente al Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La storia di Torre Orsaia ha inizio intorno alla metà del secolo undicesimo, all'epoca del condottiero normanno Roberto il Guiscardo, quando le incursioni dei pirati, la malaria e la distruzione di Policastro operata dallo stesso Guiscardo (1065) spinsero le popolazioni costiere a spostarsi verso zone più interne del territorio; venne così a costituirsi un primo centro abitato nella Terra Turris Ursajae. Il luogo su cui attualmente sorge Castel Ruggero, poi, considerato di grande importanza strategica già dai Longobardi, ospitò intorno al 1150 un accampamento di truppe di Ruggero II il Normanno (da cui il nome Castra Roggerii). Nel 1301 monsignor Pagano, Vescovo di Policastro, deciso a far valere i propri diritti feudali sul territorio della Diocesi, ordinò la costruzione di una sede estiva dell'Episcopio a Torre Orsaia, ed emanò un bando nel quale prometteva, a tutti coloro i quali avessero voluto prendere dimora vicino al Palazzo Vescovile, terra a sufficienza per una casa, una vigna, un orto e un pagliaio, dietro pagamento di un'imposta detta pregata. Come abbiamo detto, nel 1301 un nucleo abitativo, per quanto piccolo, esisteva già: il bando di monsignor Pagano e la redazione dei Capitula terre turris ursaye, un codice legale che regolava la convivenza civile e i rapporti della popolazione con il Vescovo-Barone, servirono unicamente a ratificare situazioni e usanze che si erano oramai consolidate nel corso di due secoli.

Dal 1811 al 1860 è stato capoluogo dell'omonimo circondario appartenente al Distretto di Vallo del Regno delle Due Sicilie.

Dal 1860 al 1927, durante il Regno d'Italia è stato capoluogo dell'omonimo mandamento appartenente al Circondario di Vallo della Lucania.

Società[modifica | modifica wikitesto]

Persone legate a Torre Osaia

Padre Emanuele Speranza nasce a Torre Orsaia (Sa) il 31-12-1823 da Pietrantonio e Laura Caputo, “genitori pii e cristiani fervorosi “, che gli inculcano fin dalla fanciullezza un tenero amore per Dio.

La mamma raccontava che un giorno, mentre con il figlio di soli dieci anni era in preghiera davanti al SS. Sacramento, lo vide sollevato da terra. Emanuele a nove anni ottiene di vestire l’abito clericale e a dodici, caso più unico che raro, riceve da Mons. Laudisio, vescovo di Policastro, gli ordini minori. Nutre un forte desiderio di essere religioso e chiede di entrare nella Compagnia di Gesù, ma i genitori, specie la mamma, non glielo permettono. Un giorno tenta anche la fuga per andare in convento, ma, raggiunto dal fratello Giuseppe, torna a casa. Si scrive alla facoltà di medicina all’ università di Napoli, per far contenti i genitori. Dopo pochi mesi muore il sacerdote, presso il quale alloggia, e se ne torna a casa con il fermo proposito di diventare sacerdote.

A venti anni è nel seminario di Policastro, dove “si fece amare dai suoi compagni e dai superiori per le sue non ordinarie virtù, un’illuminata obbedienza, una scrupolosa osservanza delle regole, riconoscendo nel campanello la voce di Dio. Si contentava di uno scarso vitto, né mai permise che gli praticassero preferenze, dormiva su nude tavole, ciò che praticò anche in casa negli anni posteriori all’ordinazione sacerdotale” (Perazza).

Educato alla penitenza fin da fanciullo, i suoi coetanei credono che “tenesse sempre i fianchi stretti da un duro cilicio” (Perazza). Nel 1848, all’età di 24 anni, è ordinato sacerdote. Lavora, superando le sue forze, e, come ricorda il parroco di Torre Orsaia, “raccoglieva in una cappella di.famiglia i ragazzi per istruirli nella dottrina e sui doveri cristiani ed in tante belle e varie pratiche di devozione con immenso profitto”. Non ama le conversazioni salottiere e preferisce dedicarsi allo studio, alla preghiera, al silenzio e al lavoro continuo per Dio e per il prossimo.

Nei lunghi momenti di meditazione matura la decisione di ritirarsi in un convento, e, conosciuta la nuova fondazione dei Missionari dei Sacri Cuori, sorta a Secondigliano (Napoli) da un decennio, chiede di farne parte. La richiesta è accompagnata da lusinghiere presentazioni. Mons. Laudisio lo definisce un sacerdote “degno di essere lodato da tutti”. Il Vicario generale della diocesi di Policastro dice che è “di costumi angelici e dotato di molta scienza”. Il parroco di Torre Orsaia, don Giovanni De Sanctis, si rammarica che don Emanuele lasci il paese: “Il sacerdote Speranza, venendosi a chiudere in codesta rispettabile Congregazione ha lasciato non solo in me, ma in tutte le classi di questo popolo un gran dispiacere, in vista del bene che operava e per l’edificazione che dava a tutti per la sua illibata e santa vita. Io spero che come egli abbia fatta una bellissima riuscita qui, così pure voglia farla tra voi”.

Nell’ottobre del 1851, all’età di 28 anni, inizia il noviziato e, terminatolo, viene destinato prima come vice alla comunità di Cerignola (Foggia) e poi come Rettore, dove “destò ammirazione per il suo comportamento ritirato, mortificato, esemplare, virtuoso e devoto, sicché nel breve tempo che dimorò in quella città, acquistò la fama di santo operaio e molte famiglie andavano da lui per la confessione, i consigli e la direzione spirituale”. (Elogio funebre, pag. 10).

Il 3 settembre 1857 il Beato Gaetano Errico ottiene dalla sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari la facoltà di aprire una casa in Roma ed il 18 marzo 1858 stipula l’atto di cessione da parte del principe Antonio Santacroce della chiesa di S. Maria in Pubblicolis e della casa annessa. Il 6 maggio 1858 il Fondatore scrive al P. Emanuele Speranza, per comunicargli la designazione a Rettore della nuova casa: “Voi in virtù di santa obbedienza recatevi in Secondigliano con il bagaglio, per andare a Roma a reggere la Chiesa e locale, ceduti alla nostra Congregazione dal principe Santacroce”.

L’11 giugno 1858 il P. Speranza è a Roma. Gli inizi sono durissimi, spesso gli manca anche il pane quotidiano e si deve accontentare di un po’ di polenta e di qualche uovo. Nella Capitale è ammirato dalla gente per la sua umiltà, ma anche vari prelati, come i cardinali Prolizzi, Parocchio e Biliò, l’onorano della loro amicizia, lo invitano a parlare al clero e gli affidano la direzione spirituale di vari conventi di suore, che sono sotto la loro giurisdizione. Un giorno il Cardinale Parocchio ad alcuni religiosi dei Sacri Cuori, che gli fanno visita, confida: “Che santo uomo queI P. Speranza! Che sant’uomo! Se s’inizia il processo canonico, io vi dico che con la sola mia deposizione potrà essere santificato”.

Nonostante di famiglia agiata, accetta senza lamentarsi le privazioni della povera casa di Roma e si sforza di vivere con gioia il voto di povertà. Quando qualcuno tenta di cambiargli le calze consunte, le scarpe stagionate e la sottana scolorita e rattoppata, egli protesta: “Posso ancora rimediare”. Fare la volontà di Dio è il segreto della sua santità. S’abbandona nelle Sue mani, senza perdere la calma e la pace e ripete: “Faccia Dio”. Raffaele Mennella, un giovane missionario dei Sacri Cuori morto in concetto di santità, ammetteva di sentirsi rapito dalla vita esemplare del P. Speranza, del quale il suo maestro di noviziato non si stancava di parlare. Un altro confratello, che vive con lui, testimonia: “Il P. Speranza passa la sua vita tra confessionale, pulpito e preghiera”. A Roma lo ricercano come confessore, direttore spirituale ed anche come predicatore, siccome “riesce a schiantare anche i cuori più induriti”. Quando il 29 ottobre 1860 muore il Fondatore della Congregazione, i confratelli pensano a lui come Successore. Ma gli mancano l’età canonica ed i 10 anni di professione religiosa. Il Capitolo generale preferisce attendere il tempo canonico richiesto per l’elezione del P. Speranza e decide di nominare nel frattempo un Vicario Capitolare. Egli cerca di dissuadere i padri capitolari, ma poi accetta davanti all’unanime volontà. Così il 14 febbraio 1862 è eletto primo successore del Beato Gaetano Errico.

Il suo governo è segnato da profondi cambiamenti politici. Il 7 luglio 1866 è approvato il regio decreto, con il quale non sono più riconosciuti gli Ordini e le Congregazioni religiose e per questo tutte le loro case sono chiuse. Per la Congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori, appena sorta, è un colpo mortale. Tutte le case sono chiuse ed i religiosi cacciati. Rimane aperta solo la casa di Roma, che fortunatamente non è ancora di proprietà della Congregazione. Il P. Speranza con fatiche e sacrifici s’impegna per la rinascita nella casa di Roma, che amplia con altre stanze, perché possa accogliere i giovani per il noviziato.

La forza del P. Speranza è l’assidua preghiera eucaristica. Trascorre lunghi tempi davanti al tabernacolo e recita in ginocchio tutte le preghiere, compreso il breviario. A proposito della presenza di Gesù nel tabernacolo, scrive ad un confratello: “Lo lasciamo solo notte e giorno nel ciborio. Oh! Cecità dei cristiani! Oh! Se per un poco si considerasse il gran tesoro che teniamo nascosto non si vedrebbe tuttora Cristo Signore così abbandonato nella maggior parte delle chiese del mondo, ma si farebbe a gara per partecipare a così gran bene. Abbiamo un Dio con noi, che vuole arricchirci di beni, ma non vogliamo approfittarne”.

Il suo sforzo e la sua tenacia sono per essere premiati. Ha già stabilito di aprire il noviziato nella casa di Roma per la festa della purificazione della Madonna, per accogliervi i giovani che hanno chiesto di far parte della congregazione, quando all’inizio di gennaio incomincia a star molto male. Alla notizia, nei monasteri, che lo conoscono, s’inizia a pregare per la sua guarigione. Ma sono altri i disegni di Dio ed il 28 gennaio 1885, alle ore 15, ritorna al Padre per ricevere il premio dei giusti. Il suo corpo è seppellito nel cimitero Verano di Roma, ed i suoi resti mortali, passato un periodo di tempo senza essere esumati, finiscono nella fossa comune.

Il giornale “la Voce della verità”, nell’edizione del 30-1-85, scrive: “Mercoledì 28 cessava di vivere il Rev.mo P. Emanuele Speranza, superiore generale della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Fu esimio, dotto e zelante sacerdote, specchio esemplare di virtù religiose ai religiosi, suoi figli inconsolabili per la perdita del loro amato Padre”.

Vedere la Congregazione vivere è il leitmotiv di tutta la sua vita. Infatti scrive al P. Domenico Russo: “Il Signore appaghi i miei voti e, prima che mi chiami all’altra vita, mi faccia vedere continuare l’opera del nostro Fondatore”.

A distanza di dieci anni dalla morte la gente ne chiede l’immagine e si meraviglia che non sia stata iniziata la causa di beatificazione. Il suo confessore, un sacerdote agostiniano, parlandone ai Missionari dei Sacri Cuori, diceva: “Se il vostro Fondatore, Gaetano Errico, merita di essere dichiarato santo, con la vita del P. Speranza se ne farebbero due”.

Non conosciamo i disegni di Dio, ma siamo certi che l’Istituto dei Missionari dei Sacri Cuori è vivo, grazie soprattutto alla fede ed al coraggio del P. Emanuele Speranza.

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[3]

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Frazioni[modifica | modifica wikitesto]

Lo statuto comunale di Torre Orsaia non menziona alcuna frazione. In base al 14º Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni[4], le località abitate sono:

  • Calleo, 40 abitanti, 50 m s.l.m., abitato contiguo alla loc. Strazzari del comune di San Giovanni a Piro;
  • Castel Ruggero, 421 abitanti, 400 m s.l.m..
  • Borgo Cerreto

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Principali arterie stradali[modifica | modifica wikitesto]

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Altre informazioni amministrative[modifica | modifica wikitesto]

Il comune fa parte della Comunità montana Bussento - Lambro e Mingardo

Le competenze in materia di difesa del suolo sono delegate dalla Campania all'Autorità di bacino regionale Sinistra Sele.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 31 dicembre 2010.
  2. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Torino, UTET, 1990, p. 660.
  3. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  4. ^ 14º Censimento

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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