Punto di discontinuità
Si dice punto di discontinuità di una funzione a valori reali
un punto appartenente al dominio di
nel quale la funzione non risulti continua[1][2].
Nel caso di una funzione a una sola variabile
, questo significa che un punto
è di discontinuità se e solo se non è verificata la condizione:
.
A seconda del modo in cui questa condizione viene a mancare, i punti di discontinuità vengono raggruppati sotto tre famiglie, dette specie:
- discontinuità di prima specie: il limite destro e il limite sinistro per
tendente a
esistono finiti, ma sono diversi tra loro (la funzione presenta un "salto" finito nel punto di ascissa
)[3]; - discontinuità di seconda specie: almeno uno dei due limiti per
tendente a
è infinito (positivo o negativo) oppure non esiste (in quest'ultimo caso si parla anche di discontinuità essenziale)[4]; - discontinuità di terza specie (o eliminabile): esistono uguali e finiti i limiti destro e sinistro per
tendente a
, ma il loro valore è diverso dal valore di
nel punto
[5].
Indice |
Discontinuità di prima specie (o di salto) [modifica]
Sia
.
Un punto
è di discontinuità di prima specie per
quando esistono i limiti sinistro e destro della funzione per
che tende a
e sono entrambi finiti, ma sono diversi. Ovvero quando valgono tutte le seguenti condizioni:
La discontinuità viene comunemente definita "di salto" perché l'aspetto del grafico è quello di un salto nel punto di discontinuità. Viene inoltre detto "salto" la quantità
[4].
Esempi [modifica]
La funzione
vale sempre 1 per
positivi e -1 per
negativi, e fa quindi un "salto" in
(in cui vale 0).
Nell'esempio mostrato in figura, la funzione è definita nel modo seguente:
Discontinuità di seconda specie (o essenziale) [modifica]
Sia
.
Un punto
è di discontinuità di seconda specie per
quando il limite della funzione per
che tende a
da destra e/o da sinistra è infinito o non esiste. In altre parole, quando vale una delle seguenti condizioni:
Nel primo caso, la discontinuità è anche detta essenziale. Taluni definiscono "punto di discontinuità di seconda specie" anche un punto che non appartiene al dominio della funzione, ma che ne è di accumulazione (
), e per cui valga una delle condizioni di cui sopra (ad esempio,
oppure
, i cui limiti per
sono rispettivamente infinito e inesistente)[4]. A rigore, tuttavia, una funzione dovrebbe essere definita "continua" o "discontinua" solo nei punti appartenenti al suo insieme di definizione, e in questo senso funzioni come quelle citate sono continue in tutto il loro dominio (in entrambi i casi, l'insieme
.
Esempi [modifica]
Un esempio con il limite infinito è la funzione
Un esempio in cui il limite non esiste è mostrato in figura ed è la funzione
Discontinuità di terza specie (o eliminabile) [modifica]
Sia
.
Un punto
è di discontinuità di terza specie per
quando il limite destro della funzione per
che tende a
è uguale a quello sinistro, con entrambi valori finiti, ma il valore di
in
non coincide con questi limiti. In altre parole, quando valgono tutte le seguenti condizioni:
La discontinuità viene anche detta eliminabile in quanto è sufficiente "aggiustare" il valore di
in
nel modo seguente:
per rendere la funzione continua nel punto.
Vi sono alcuni che definiscono un punto "di discontinuità eliminabile" anche quando non appartiene al dominio della funzione, ma è di accumulazione per la funzione, e attorno al quale la funzione assuma limite finito e uguale da sinistra e destra[5].
Esempi [modifica]
La funzione
si può estendere ad una funzione continua in
ponendo
(vedi limite notevole per il calcolo del limite). Per qualunque altra scelta di
, la funzione presenterà discontinuità eliminabile in
.
Un altro esempio, la cui figura è mostrata a lato, è rappresentato dalla funzione
Note [modifica]
- ^ Rudin, op. cit., pag. 94.
- ^ La nozione di punto di discontinuità può essere facilmente estesa al caso in cui la funzione non sia definita nel punto stesso, ma in un suo intorno (in modo che sia possibile definire i limiti sinistro e destro); cfr. Soardi, op. cit., pag. 190.
- ^ Cfr. Soardi, op. cit., pag. 190.
- ^ a b c Cfr. Soardi, op. cit., pag. 191.
- ^ a b Cfr. Soardi, op. cit., pag. 192.
Bibliografia [modifica]
- P. Soardi, Analisi Matematica (nuova edizione), Novara, Città Studi Edizioni, 2010. ISBN 978-88-251-7359-8.
- W. Rudin, Principles of Mathematical Analysis (in inglese), A. A. Arthur, S. L. Langman, 1976, pp. 70. ISBN 0-07-054235-X.
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