Tentato colpo di stato in Unione Sovietica

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Tentato colpo di Stato in
Unione Sovietica
Data 19 - 21 agosto 1991
Luogo URSS URSS
Esito Dissoluzione dell'Unione Sovietica
Schieramenti
Comandanti
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Il tentato colpo di Stato in Unione Sovietica (o putsch di agosto, in russo: путч?, traslitterato: putč, fu un piano organizzato nel 1991 da parte di alcuni membri del governo sovietico per deporre il presidente Mikhail Gorbačëv e prendere il controllo della nazione. Il suo fallimento, e i risvolti politici che ne seguirono, segnarono la dissoluzione dell'URSS.

Gli eventi[modifica | modifica wikitesto]

Nell'agosto 1991, dopo una trattativa di notevole complessità, il presidente sovietico Mikhail Sergeevič Gorbačëv si apprestava a siglare il nuovo patto federativo dell'URSS che, di lì a poco, avrebbe mutato la propria denominazione ufficiale da Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche in quella, presumibilmente, di Unione delle Repubbliche Sovietiche Sovrane.

Dodici dei paesi già facenti parte dell'URSS erano prossimi alla firma, la Federazione Russa, l'Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Georgia, l'Armenia, l'Azerbaigian, il Kazakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan, l'Uzbekistan ed il Tagikistan. Solo si esclusero le Repubbliche Baltiche, ovvero, Lituania, Lettonia ed Estonia, che, dopo più di cinquant'anni, ebbero l'attesa possibilità di liberarsi dall'occupazione sovietica e di riconquistare l'indipendenza.

D'altronde, pochi mesi prima, oltre il 70% dei cittadini sovietici chiamati alle urne, aveva espresso il proprio sostegno ad una rinnovata Unione. Il Segretario del PCUS, nonché Presidente dell'Unione Sovietica, aveva deciso di prepararsi al gravoso impegno riposandosi nella dacia presidenziale in Crimea.

Era il 19 agosto quando, su ordine di alti gradi del Partito, timorosi delle incombenti novità, Gorbačëv veniva trattenuto contro la sua volontà in Crimea, non potendo quindi recarsi alla sigla del nuovo accordo federativo: era l'inizio del tentativo di colpo di Stato che, a dispetto delle intenzioni tanto degli autori, quanto delle vittime, avrebbe condotto ad un risultato impensabile fino a poco tempo prima: la dissoluzione dell'Unione Sovietica.

I golpisti erano personaggi di spicco della politica sovietica: il capo del KGB Vladimir Krjučkov, il ministro degli Interni Boris Pugo, il ministro della Difesa Dmitrij Jazov, il vicepresidente dell'URSS Gennadij Janaev, il primo ministro Valentin Pavlov, il capo della segreteria di Gorbačëv, Valerij Boldin. Il loro intento era chiaro: preservare l'Unione dall'insorgere delle nazionalità, impedire un alleggerimento del potere centrale, preservare il primato del PCUS.

Il vice presidente Gennadij Janaev prese possesso della televisione e della radio immediatamente dopo l'annuncio con gli altri leader del colpo di Stato e rilasciò una debole denuncia del regime precedente, portando immediatamente a credere che egli non fosse l'uomo adatto a portare l'ordine pubblico ricercato disperatamente dagli insorti. Grandi dimostrazioni pubbliche contro i leader del colpo di Stato ebbero luogo a Mosca e a Leningrado e le lealtà divise degli organismi di difesa e sicurezza fecero sì che le forze armate non attaccassero i dimostranti.

Il presidente della RSSF Russa Boris El'cin guidò la resistenza dalla Casa Bianca, l'edificio del parlamento russo. Dopo l'annuncio di Janaev, El'cin denunciò vigorosamente il colpo di Stato. Ad un certo punto, durante la dimostrazione, salì su un carro armato e, con un megafono, condannò la "junta". La forte presa di posizione di El'cin contrastava nettamente con il debole comunicato di Janaev. Questa immagine, trasmessa dai telegiornali di tutte le televisioni mondiali, divenne una delle più durevoli di tutto il colpo e rafforzò enormemente la posizione di El'cin. Un assalto all'edificio del parlamento programmato dal Gruppo Alfa, le forze speciali del KGB, fu annullato quando le truppe si rifiutarono unanimemente di eseguire l'ordine. Un'unità di carri armati disertò dalle forze del governo e si pose in difesa del parlamento con le armi puntate verso l'esterno.

Ci furono confronti armati nelle strade vicine, incluso uno in cui tre dimostranti furono accidentalmente feriti a morte dai carri armati, ma comunque la violenza fu sorprendentemente limitata. Il 21 agosto la grande maggioranza delle truppe spedite a Mosca si schierò apertamente con la resistenza e tolse l'assedio. Il golpe rovinò su sé stesso e Gorbačëv ritornò a Mosca sotto la protezione delle forze di El'cin.

Una volta tornato a Mosca, Gorbačëv agì come se avesse dimenticato i cambiamenti occorsi nei tre giorni precedenti. Tornato al potere Gorbačëv promise di espellere dal Partito Comunista dell'Unione Sovietica i rivoltosi.

Fine del PCUS[modifica | modifica wikitesto]

Il 24 agosto Michail Gorbačëv si dimise da Segretario Generale del PCUS. Volodymyr Ivaško divenne Segretario Generale del PCUS fino al 29 agosto, giorno in cui si dimetteva. Lo stesso giorno il Presidente Boris Eltsin, con proprio decreto N.83 trasferiva gli archivi del PCUS alle autorità dell'archivio di Stato. Il 25 agosto Boris El'cin con proprio Decreto N.90 nazionalizzava le proprietà del PCUS in Russia (che includeva non solo le sedi di comitati di partito ma anche istituzioni educative, hotel, ecc.).

Il 6 novembre Boris Eltsin con proprio Decreto n.169, metteva fine e proibiva l'attività del PCUS in Russia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Жириновский, Владимир (Archiviato il 16 settembre 2009).
  2. ^ a b c Ольга Васильева, «Республики во время путча» в сб.статей: «Путч. Хроника тревожных дней». // Издательство «Прогресс», 1991. (in Russian). consultato il 27-11-2010. Archived 17 giugno 2009.
  3. ^ Cristian Urse, Solving Transnistria: Any Optimists Left? pag 58.
  4. ^ a b c d e Хроника путча. Часть II su BBC Russian
  5. ^ a b c d Р. Г. Апресян. Народное сопротивление августовскому путчу (recuperato il 27 novembre 2010 tramite Internet Archive)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

"Cronaca del Golpe Rosso", Giulietto Chiesa, Baldini & Castoldi editore, 1991

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