Storia della Sardegna: differenze tra le versioni

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== Bibliografia ==
== Bibliografia ==
* {{Cita libro|titolo = La società in Sardegna nei secoli. Lineamenti storici|autore = AA.VV.|editore = ERI Edizioni Rai|città = Torino|anno = 1967}}
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* {{Cita libro|titolo = Trent'anni di autonomia per la Sardegna|autore = [[Manlio Brigaglia]]|autore2 = [[Michelangelo Pira]]|autore3 = [[Giuseppe Contini]]|autore4 = [[Girolamo Sotgiu]]| curatore = [[Vindice Ribichesu]]|edizione = Consiglio Regionale della Sardegna. Comitato per il XXX° dell'Autonomia|opera = Supplemento al n. 1, gennaio 1978, di Sardegna Autonomia|editore = Gallizzi|città = Sassari|anno = 1978|cid= Ribichesu (1978)}}
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* {{Cita libro|titolo = Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi. La Sardegna|autore = [[Luigi Berlinguer]]|autore2 = Antonello Mattone|editore = Giulio Einaudi|città = Torino|anno = 1998|ISBN = 978-88-06-14334-3}}
* {{Cita libro|titolo = Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità a oggi. La Sardegna|autore = [[Luigi Berlinguer]]|autore2 = Antonello Mattone|editore = Giulio Einaudi|città = Torino|anno = 1998|ISBN = 978-88-06-14334-3}}
* {{Cita libro|titolo = Storia della Sardegna. Dalle origini al Settecento|autore = [[Manlio Brigaglia]]|autore2 = [[Attilio Mastino]]|curatore = Gian Giacomo Ortu|url = http://eprints.uniss.it/5006/1/Brigaglia_M_Storia_della_Sardegna_1.pdf| editore = Laterza| città = Roma-Bari | volume = I |anno = 2006|ISBN = 978-88-420-7839-5}}
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Versione delle 23:37, 27 set 2014

Voce principale: Sardegna.

La Storia della Sardegna riguarda le vicende storiche relative all'isola della Sardegna.

Situata in posizione centrale nel mar Mediterraneo, la Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco assiduamente frequentato da quanti navigavano da una sponda all'altra del Mediterraneo in cerca di materie prime e di nuovi sbocchi commerciali.

Ricco di materie prime e di acque, il suo territorio ha sempre favorito il popolamento e l'impianto di insediamenti considerevoli. Fu così che l'Isola nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità che dalla posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi. Nel suo patrimonio storico e culturale si trovano abbondanti le testimonianze delle culture indigene ma anche gli influssi e le presenze delle maggiori potenze coloniali antiche.

Secondo una dibattuta tesi dello studioso Giovanni Lilliu, la storia sarda è stata in ogni tempo caratterizzata da ciò che egli definiva come costante resistenziale sarda,[1] ossia la lotta millenaria condotta dagli isolani contro i nuovi invasori: nei periodi in cui subirono l'influenza delle maggiori potenze coloniali, secondo il noto archeologo, il tessuto di sardità e le antiche tradizioni sarebbero state custodite attraverso i secoli dalle popolazioni barbaricine che le hanno tramandate fino ai nostri giorni.[2]

Preistoria

Lo stesso argomento in dettaglio: Sardegna preistorica.
Cùccuru s'Arrìu (Cabras) - Cultura di Bonu Ighinu - statuina di Dea Madre - Museo archeologico nazionale (Cagliari).

Le prime tracce di presenza umana (Homo erectus) sull'Isola risalgono al Paleolitico inferiore e consistono in rudimentali selci scheggiate, ritrovate nel sassarese a Perfugas, risalenti a un periodo compreso tra i 500.000 e i 100.000 anni fa. Le prime tracce di Homo sapiens, l'Uomo moderno, risalgono invece a circa 20.000 anni fa.

Gli scavi effettuati nella Grotta Corbeddu, presso Oliena, hanno restituito pietre sbozzate e fossili umani. Al Mesolitico vengono invece datati i reperti della Grotta Su Coloru di Laerru[3].

Neolitico

Numerose sono le testimonianze del Neolitico antico. Gli antichi abitanti di quest'epoca incidevano le ceramiche con il bordo di una conchiglia, il cardium edulis e la civiltà cardiale si sviluppò dal 6.000 a.C. sino al 4000 a.C. circa.[4]. Viene suddivisa dagli studiosi in tre fasi:

  • Su Carroppu (6.000-4.700 a.C.);
  • Grotta Verde (4.700-4.300 a.C.);
  • Filiestru (4.300-4.000 a.C.).

La successiva civiltà di Bonu-Ighinu durò fino al 3500 a.C. circa e ad essa seguì, con il breve interludio della Cultura di San Ciriaco (3400-3200 a.C.), la civiltà di San Michele di Ozieri, legata alle culture delle Isole egee, che si protrasse fino al 2700 a.C..

I Sardi neolitici vivevano sia in villaggi all'aperto che in grotte, allevavano bestiame, coltivavano cereali, conoscevano la caccia, la pesca e la tessitura. Utilizzavano strumenti in selce e in ossidiana di cui l'Isola - grazie ai giacimenti del Monte Arci - abbonda, e il cui commercio ebbe inizio già in epoca pre-neolitica.[5] Scolpivano statuine stilizzate raffiguranti la Dea Madre accentuandone le forme del seno e del bacino (raffigurazioni steatopigie). Fabbricavano inoltre ceramiche di diversi stili e le decoravano in vario modo; lavorarono per la prima volta il rame e l'argento[6] ed edificarono una delle più enigmatiche costruzioni del periodo prenuragico, l'Altare preistorico di Monte d'Accoddi, che verrà ristrutturato varie volte nei secoli a venire[7].

Si svilupparono in quel periodo alcune forme di architettura funeraria tra cui le tombe a circolo, comparse soprattutto nelle Gallure (ma con riscontri anche in altre parti dell'Isola e nell'area Corso-Pirenaica[8]), composte da una cista litica a forma quadrangolare, che fungeva da sepolcro, circondata da un circolo formato da altre lastre ortostatiche in pietra e segnalate dai menhir (o perdas fittas)[9], grandi pietre conficcate nel terreno di cui la Sardegna è disseminata; altre sepolture di tipo megalitico di poco successive erano i Dolmen, diffusi in particolare nel centro-nord dell'Isola (tra i più significativi spicca quello di Sa Coveccada presso Mores) e comuni a gran parte dell'Europa occidentale e settentrionale, ma anche al Vicino Oriente[7]. L'altra forma sepolcrale che ha caratterizzato quell'epoca sono le cosiddette domus de janas (case delle fate o delle streghe), tombe ipogeiche scavate nella roccia che riproducevano l'intera struttura abitativa. Il pavimento e le pareti della tomba, ma anche il corpo del defunto, venivano rivestiti di ocra rossa.

Nella fase finale del periodo neolitico, detta Calcolitico, si susseguirono le culture di Abealzu-Filigosa (2700-2400 a.C.), di Monte Claro (2400-2100 a.C.) e quella del Vaso campaniforme (2100-1800 a.C.)[4], quest'ultima ritenuta di apporto esterno e importata probabilmente da piccoli gruppi etnici giunti, in varie ondate, dal Continente (Francia, Spagna, Centro Europa)[10]. La metallurgia del rame ebbe un'ulteriore sviluppo con la conseguente diffusione delle armi (pugnali), che compaiono ora di frequente anche nelle sepolture e nell'arte figurativa con le statue stele del Sarcidano e di altri territori contigui[11]. Le grandi muraglie megalitiche a difesa degli insediamenti, come nel caso del Complesso di Monte Baranta, testimoniano il sopraggiunto clima di insicurezza che aleggiava fra le popolazioni sarde nell'età dei primi metalli[3].

Bronzetto sardo. I bronzetti testimoniano l'alta capacità raggiunta dai nuragici nell'arte di lavorare i metalli

Civiltà nuragica

La Civiltà nuragica ebbe origine durante la fase culturale detta di Bonnanaro (1800-1600 a.C. circa), imparentata con la precedente cultura del Vaso Campaniforme[12], e secondo le ricerche degli studiosi fu il frutto dell'evoluzione delle preesistenti culture megalitiche.

Si diffondono i manufatti in bronzo e i pugnali si evolvono nelle prime spade, come quelle in rame arsenicato rinvenute nell'ipogeo di Sant'Iroxi in territorio di Decimoputzu[13]. I dolmen a galleria (o allée couvertes) del periodo prenuragico si trasformano in tombe dei giganti, lunghe anche 30 metri, e vengono eretti i primi protonuraghi o nuraghi a corridoio di cui se ne conoscono circa 500 esemplari[14].

I nuraghi a tholos rappresentano l'evoluzione dei protonuraghi e sono inizialmente del tipo monotorre ma con il passare dei secoli diventano sempre più complessi, fino ad assumere l'aspetto di vere e proprie regge con numerose torri attorno ad un mastio centrale (ad esempio Su Nuraxi di Barumini e Arrubiu di Orroli). Più di 7000 nuraghi, in media uno ogni 4 km² caratterizzano ancora oggi il territorio della Sardegna. Erano il centro della vita sociale delle comunità sarde ed attorno ad essi si sviluppavano i villaggi di capanne circolari[15].

Secondo le ipotesi degli studiosi, l'isola in quel periodo era molto popolata: alcune ipotesi indicano che su una media di 5000 nuraghi semplici, di 3000 fra nuraghi complessi e villaggi, con una media di 10 abitanti per ogni torre isolata e di 100 abitanti per ogni borgo, si poteva contare una popolazione di circa 245.000 unità (la Sardegna raggiungerà nuovamente una simile densità abitativa solo nel XV secolo)[16]; altre ipotesi fanno supporre ad un numero maggiore, tra i 400.000 e i 600.000 abitanti[17].

Navicella nuragica

I Nuragici furono gli abitatori della Sardegna per oltre un millennio. Erano un popolo di guerrieri, pastori e contadini, suddivisi in piccoli nuclei tribali (clan). Grazie a nuovi reperti archeologici si fa sempre più certa l'ipotesi che fossero abili nell'arte della navigazione e si spostavano per tutto il bacino del Mediterraneo, mantenendo contatti con le popolazioni micenee, cretesi, cipriote, etrusche e iberiche. Ceramiche nuragiche risalenti ad un periodo compreso fra il Bronzo medio e finale sono state scoperte infatti nelle isole egee, a Creta, e in Sicilia[18], mentre alla prima Età del ferro sono da ascrivere i reperti ceramici rinvenuti lungo le coste iberiche[19] e quelle tirreniche. Tali ceramiche per la maggior parte non costituivano prodotti da esportare e commerciare, ma erano prevalentemente vasi comuni, anforete, olle utilizzate dai marinai nuragici come ceramica di bordo, mentre le brocchette askoidi, considerate tra i contenitori nuragici più raffinati, dal collo sottile e dal corpo globulare, finemente decorate e rinvenute in tombe etrusche, secondo gli studiosi, contenevano vino sardo commerciato con gli Etruschi che nel IX - VIII secolo a.C. non coltivavano la vite.[20] Allo stesso tempo perline in vetro, ceramiche, avorio e lingotti di rame a pelle di bue raggiungono l'Isola dal mediterraneo orientale[18].

I pozzi sacri e i cosiddetti tempietti a megaron costituiscono le più importanti strutture religiose di questa civiltà[15]. Al riguardo dei pozzi sacri, dedicati al culto della acque, secondo le recenti ricerche dello studioso Arnold Lebeuf, il pozzo sacro di Santa Cristina, in particolare, è risultato essere un elaborato osservatorio astronomico tanto da suggerire che i popoli nuragici possedevano conoscenze molto avanzate per un'epoca così lontana. Solo una perfetta conoscenza delle complicate teorie lunari poteva rendere possibile, secondo lo studioso, il disegno e la costruzione dell'osservatorio il cui progetto è stato pianificato punto per punto prima di scavare sulla roccia[21].

Fra le più importanti produzioni artistiche vengano annoverate le grandi statue in arenaria dei giganti di Monte Prama, alte anche più di due metri e raffiguranti arcieri, pugilatori e guerrieri, e i bronzetti, statuette in bronzo realizzate con la tecnica della cera persa tipiche di quel periodo, con raffigurazioni di soggetti a volte realistici, a volte immaginari[22].

Con l'arrivo in Sardegna dei Cartaginesi prima e dei Romani poi, i Nuragici si ritirarono nelle regioni interne dell'Isola opponendo una fiera resistenza agli invasori.

Epoca antica

Maschera di Sileno custodita presso il Museo archeologico comunale Ferruccio Barreca a Sant'Antioco

Sardegna fenicia e cartaginese

I Fenici giunsero in Sardegna tra il X e l'VIII secolo a.C., periodo nel quale la Civiltà nuragica era nel massimo del suo splendore. Giunti come mercanti (e non come invasori) si integrarono nei villaggi nuragici costieri, portando in Sardegna nuove tecnologie, nuovi stili di vita e dando impulso ai commerci. La loro presenza è stata riscontrata nei principali punti di approdo, generalmente nelle piccole penisole o nelle isole, lungo l'arco sud-occidentale, centro-occidentale e sud-orientale della costa, negli insediamenti di Nora, Sulki, Bithia, Tharros, Othoca, Karalis, Bosa, Sarcapos e altri minori, che furono anche i più importanti centri urbani dell'epoca cartaginese e romana[23][24].

I Cartaginesi si interessarono all'Isola a partire dal VI secolo a.C. con l'intenzione di assoggettarla e includerla nei loro domini, così come la neo-conquistata Sicilia occidentale[25]. Un primo tentativo di conquista guidato da Malco fu sventato dalla vittoriosa resistenza nuragica (e probabilmente dalle città-stato sardo-fenicie) intorno al 540 a.C.[25].

Tuttavia, a partire dalla fine del 510 a.C. circa, la porzione centro-meridionale dell'Isola, a seguito di una seconda spedizione punica, entrò nell'orbita di Cartagine.[25][26]. I Cartaginesi ampliarono le preesistenti città costiere, facendo forse di Tharros la capitale della provincia, e ne edificarono delle nuove (tra cui Olbia, Cornus e Neapolis[27][28]), proibirono la coltivazione degli alberi da frutto a favore della sola cerealicoltura.[29]

Fra le più significative testimonianze dell'età fenicio-punica è da citare la necropoli sul colle di Tuvixeddu di Cagliari, nell'antica Karalis, considerata la più estesa necropoli fenicio-punica esistente nel Mediterraneo, mentre a Sulki (odierna Sant'Antioco si trova il tophet più grande mai ritrovato finora.[30]

Fordongianus - Resti delle terme romane

Sardegna romana

Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre romano-puniche e Storia della Sardegna romana.

I Romani ottennero la Sardegna nel 238 a.C. al termine della Prima Guerra Punica. Nel 215 a.C., il condottiero sardo-punico Amsicora della parte costiera e pianeggiante dell'Isola, alleato coi popoli nuragici dell'interno, guidò la resistenza anti-romana, ma fu sconfitto nella battaglia di Cornus.

Per lungo tempo la dominazione romana fu segnata dalla difficile convivenza con i Nuragici. Gradualmente si raggiunse una certa integrazione, anche se costanti furono le rivolte. I maggiori centri ben presto si romanizzarono e Karalis divenne la capitale della nuova provincia. La città crebbe e fu arricchita di monumenti, tra i quali l'esempio più notevole è probabilmente l'anfiteatro, che fino al 2011 era ancora sede di spettacoli.[31]

Nel nord dell'isola, i Romani fondarono il porto di Turris Libisonis, l'odierna Porto Torres, e fecero della cittadina cartaginese di Olbia un centro importante dotata di piazze, acquedotti e complessi termali. Nel 1999, nelle acque dell'attuale porto vecchio furono recuperati 18 relitti di navi romane, di cui due probabilmente dell'età di Nerone, testimonianza dell'importanza dello scalo portuale della città. Ancora oggi le aree urbane situate in queste località, ovvero Cagliari, Sassari e Olbia, sono le principali città dell'isola. Dotarono inoltre l'isola di una rete stradale utilizzata soprattutto per mettere in comunicazione i centri della parte meridionale con il settentrione. A metà di una di queste strade, fondarono Forum Traiani (presso l'attuale Fordongianus), che divenne il principale centro militare isolano e che nel I secolo d.C. fu dotato di un complesso termale. Svilupparono la coltivazione dei cereali e la Sardegna entrò a far parte delle province granaio, insieme alla Sicilia e all'Egitto.

Probabilmente, l'eredità culturale più importante del periodo romano è la lingua sarda, neolatina, composta da numerosi dialetti raggruppabili nelle varietà del logudorese e del campidanese.[32]

Epoca medievale

Basilica di San Saturnino di Cagliari

Sardegna vandala e bizantina

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, la Sardegna fu occupata dai Vandali, che mantennero nell'isola un presidio militare per settantasette anni, fino alla presa di potere dei Bizantini nel 534 d.C. La dominazione bizantina consentì importanti trasformazioni sociali e culturali.

Durante questo periodo, il papa Gregorio Magno portò avanti l'opera di evangelizzazione della Barbagia dove erano ancora adorate le antiche divinità nuragiche. I Barbaricini rimasero comunque sempre assai riluttanti verso i nuovi arrivati tanto che un numero assai importante di soldati limitanei vennero dislocati lungo il limes, l'antica frontiera che divideva la Romània dalla Barbària[33]. Secondo gli storici, ci fu da parte imperiale il riconoscimento di una Sardegna barbaricina indomita e libera e - secondo lo storico del medioevo sardo Francesco Cesare Casula - in qualche modo anche statualmente conformata, forse in ducato autonomo o addirittura in regno, dove continuava ad esistere una cultura d'origine nuragica. Secondo lo storico, neanche la Romània fu comunque del tutto pacificamente acquisita.[33]

Nonostante tutto, il legame tra l'isola e Bisanzio si fece più forte col passare del tempo e la Sardegna rimase bizantina durante l'invasione della penisola italica da parte dei Longobardi. L'influenza bizantina si fece sentire in maniera particolare in ambito religioso. La Chiesa sarda dipendeva dal Patriarcato di Costantinopoli che praticava il rito greco, diverso da quello latino per alcune forme liturgiche. Tale rito venne introdotto nelle cerimonie di culto, insieme a tradizioni e feste di cui rimangono tracce ancora oggi come il culto dell'imperatore-santo Costantino I, che per i Sardi divenne Santu Antine, in onore del quale a Sedilo e a Pozzomaggiore si tiene ancora oggi la cavalcata detta s'Ardia. La presenza dei monaci cenobiti greco-bizantini, seguaci della Regola di San Basilio, si estese fino all'interno, oltre il limes, introducendo le nuove consuetudini e diffondendo l'uso degli inni, l'usanza nelle campagne di seppellire i defunti accanto alle chiese, il costume di battezzare i figli con nomi bizantini, nonché il culto di molti santi del menologio orientale.

Eleonora d'Arborea
(ritratto di fantasia, di A. Caboni, 1881)

Sardegna giudicale

Col declino dell'impero di Bisanzio, a partire dall'VIII secolo, i Sardi sull'impianto organizzativo bizantino si dettero un nuovo assetto politico. L'isola fu così divisa in quattro Giudicati indipendenti sia dall'esterno che tra loro. I giudicati erano quelli di Torres-Logudoro, di Calari, di Gallura e di Arborea ed erano retti da un giudice (judike o zuighe in sardo, judex in latino), dotato di potere di sovrano. Amministravano un territorio, chiamato logu, suddiviso in curatorie formate da più villaggi, retti da capi chiamati majores. Parte dello sfruttamento del territorio, come anche l'agricoltura, veniva gestito in modo collettivo, un'organizzazione assai moderna per l'epoca.

L'aiuto portato alla Sardegna contro gli Arabi da parte delle flotte di Genova e Pisa, specie dopo il fallito tentativo di conquista dell'isola nel 1015-16 da parte di Mujāhid al-Āmirī di Denia (il Mugetto o Musetto delle cronache cristiane italiche), signore delle Baleari dopo il crollo del Califfato omayyade di al-Andalus - ebbe come conseguenza un crescente influsso delle due Repubbliche marinare.

Nel 1395 la giudicessa-reggente Eleonora d'Arborea emanò la Carta de Logu, simbolo e sintesi di una concezione dello Stato essenzialmente sarda, con apporti romano-bizantini e particolarmente innovativa in quei tempi in Europa, a testimonianza di una civiltà giudicale che fu grande per la moderna concezione del diritto e della persona.[34] La Carta comprendeva un codice civile ed uno rurale, per complessivi 198 capitoli, e segnava una tappa fondamentale verso i diritti d'uguaglianza. Questo insieme di leggi rimase in vigore fino al 1827.

Incipit degli Statuti Sassaresi-XIII secolo

Sardegna signorile e comunale

Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna signorile e comunale.

Nell'ambito cronologico dell'epoca giudicale è necessario menzionare a parte le vicende delle città sarde che si diedero statuti propri, sulla scia dell'esperienza dei comuni italiani. In particolare due, quella di Sassari e quella di Villa di Chiesa, appaiono rilevanti per l'importanza storica, istituzionale ed economica dei due centri.

Dell'esperienza comunale sassarese (1272 circa - 1323) restano gli Statuti della città, redatti in latino e in sardo logudorese. Della vicenda di Villa di Chiesa (1258 circa - 1323), fondata da Ugolino della Gherardesca e votata all'industria mineraria argentiera, rimane testimonianza nelle leggi cittadine raccolte nel Breve di Villa di Chiesa (di cui nell'archivio storico della città ne è custodito uno in pergamena, databile presumibilmente al 1327).

In generale, delle autonomie e dei privilegi dei cittadini sardi (benché si trattasse di comuni pazionati, ossia il cui podestà proveniva da una città egemone, in questo prima Pisa e poi Genova, anche per evitare lotte interne) rimarrà traccia successivamente nella storia del Regno di Sardegna, allorché alle città emerse dal periodo precedente (alle due sopra citate, bisogna aggiungere: Castel di Calari, Oristano, Bosa, Alghero, Castelaragonese), verranno riconosciuti particolari status giuridici che ne faranno delle città regie, ossia sottratte al dominio feudale e dipendenti direttamente dalla Corona, con propri rappresentanti specifici nel parlamento degli Stamenti.

La Battaglia di Sanluri di Giovanni Marghinotti.

Il Regno di Sardegna aragonese

Il Regnum Sardiniae et Corsicae ebbe inizio nominalmente nel 1297, quando papa Bonifacio VIII lo istituì per dirimere le contesa tra Angioini e Aragonesi circa il Regno di Sicilia (che aveva scatenato i moti popolari passati poi alla storia come Vespri siciliani). I regno fu realizzato territorialmente 26 anni dopo, nel 1324 quando il re Giacomo II sconfisse i Pisani nella battaglia di Lucocisterna, incamerandone i territori appartenuti alla Repubblica di Pisa.

Ne seguì una guerra lunga e sanguinosa della durata di oltre novant'anni combattuta contro il Regno di Arborea i cui giudici non rinunciarono mai al sogno di unificare l'Isola sotto la loro bandiera. Dopo la sconfitta subita nella Battaglia di Sanluri il 30 giugno 1409, gli Arborensi difesero i loro territori storici, ma dopo altre sanguinose battaglie, la loro capitale Oristano si arrese nel marzo 1410. Dieci anni dopo quanto restava dell'ultimo giudicato sardo venne veduto per 100.000 fiorini d'oro - 17 agosto 1420 - ad Alfonso V d'Aragona il Magnanimo da Guglielmo III di Narbona, ultimo giudice arborense della storia.

Attraverso varie fasi, la storia del Regno sardo percorre l'ultimo periodo del Medioevo sotto la Corona d'Aragona, e di Spagna poi, passando dopo la Guerra di successione spagnola, il Trattato di Utrecht, quello di Londra, e dell'Aia, alla dinastia dei Savoia nel 1720, per poi giungere alla sua conclusione tra il 1847 (Unione Perfetta con gli stati di terraferma) e il 1861, con la proclamazione del Regno d'Italia, suo erede.

Stendardo aragonese

Il periodo che va dagli inizi del XIV secolo a circa la metà del secolo successivo rappresentò per la civiltà occidentale un periodo di transizione dal Medioevo all'età moderna. La società si svincolò dai miti e dalle tradizioni medievali avviandosi verso il Rinascimento. Questi cambiamenti non si riscontrarono in Sardegna; questo periodo - che ebbe inizio nel 1323/1324 - corrisponde infatti all'occupazione aragonese ed è considerato da molti studiosi come il peggiore di tutta la storia dell'isola. Il cammino verso l'età moderna venne bruscamente interrotto e tutta la società isolana regredì verso un nuovo e più buio Medioevo. Le maggiori cause furono viste nelle continue guerre contro il Regno di Arborea e nel regime di privilegio, di angherie e di monopolio esclusivo di ogni potere, instaurato a proprio favore dai Catalano-aragonesi e poi dagli spagnoli.

Una testimonianza evidente della situazione creatasi è fornita dagli stessi catalani che ancora nel 1481 e nel 1511 chiedevano al Re - nel loro Parlamento - la conferma in blocco degli antichi privilegi, ricordando che erano stati concessi «per tenir appretada e sotmesa la naciò sarda» (mantenere bisognosa e sottomessa la nazione sarda)[35]. Con il dispotismo e la confisca di tutte le ricchezze si arrestò bruscamente il processo di rinnovamento economico, culturale e sociale che i giudicati e repubbliche marinare, avevano suscitato tra il IX secolo e il XIV secolo.

Gli Aragonesi esitarono a lungo prima di invadere e conquistare l'isola, e riuscirono solo dopo un secolo di guerre ad unificare il Regno di Sardegna e Corsica: inizialmente grazie alla Battaglia di Lucocisterna, dove intervennero su richiesta di Arborensi, in alleanza con Genovesi e Sassaresi, in funzione anti-pisana, successivamente dopo decenni di guerre, epidemie e trattati di pace, grazie all'acquisto per 100.000 fiorini d'oro dei territori superstiti ceduti dall'ultimo Giudice di Arborea Guglielmo III di Narbona. Durante la lotta per il predominio dell'isola il Regno di Sardegna fu composto infatti per diversi periodi unicamente dalle città di Cagliari e di Alghero.

Gli alti costi umani e materiali della guerra recarono un grave danno all'economia e alla situazione sociale dell'isola mentre la Corona d'Aragona divenne parte poco tempo dopo dell'Impero spagnolo, entrambi processi travagliati, da farli percepire secondo alcuni studiosi come estranei o distanti dalle popolazioni.[36]

Nel periodo aragonese Leonardo Alagon, discendente dei giudici d'Arborea, per difendere la sua successione al Marchesato di Oristano scatenò una guerra di successione nobiliare, ribellandosi infine al governo aragonese. La sua vicenda ebbe inizio intorno al 1477, quando entrò in conflitto con il viceré Nicolò Carros. Quest'ultimo si adoperò affinché Giovanni II d'Aragona il senza fede condannasse Leonardo de Alagon per lesa maestà e fellonia. Questi diede così il via ad una vera e propria rivolta contro il Regno di Sardegna che dapprima vide i regnicoli subire una sconfitta nella battaglia di Uras, e la rivolta si concluse nella battaglia di Macomer con la sconfitta dei ribelli, la morte del figlio Artale, la fuga dello stesso Alagòn e la successiva sua cattura. Morì il 3 novembre 1494 nella prigione valenziana di Xàtiva.

Epoca moderna e Regno di Sardegna

Durante il periodo spagnolo, il regno di Sardegna dotò le coste sarde di innumerevoli torri costiere a difesa delle popolazioni dalle incursioni moresche.

La Sardegna spagnola

Con la riconquista di Granada, avvenuta il 2 gennaio 1492, si realizzò pienamente la riunificazione dei regni iberici, assiduamente perseguita da Ferdinando II di Aragona e da Isabella di Castiglia.

Dopo il loro matrimonio celebrato a Valladolid il 17 ottobre 1469 con un accordo conosciuto anche come la concordia di Segovia, nel 1475, i due sovrani fecero giuramento di non fondere le due corone in un unico Stato e ciascuna entità conservò le sue istituzioni e le sue leggi. Entrambi infatti si chiamarono: re di Castiglia, di Aragona, di León, di Sicilia, di Sardegna, di Cordova, di Murcia, di Jahen, di Algarve, di Algeciras di Gibilterra, di Napoli, conti di Barcellona, signori di Vizcaya e di Molina, duchi di Atene e di Neopatria, conti di Rossiglione e di Serdagna, marchesi di Oristano e conti del Goceano.

Dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto nel 1571 e dopo la temporanea presa di Tunisi nel 1573, dal 1577, l'importante base barbaresca venne riconquista dai musulmani; la Corona di Spagna perse così l'avamposto africano più orientale e fu obbligata arretrare la frontiera difensiva. Il Regno di Sardegna - che fino ad allora aveva avuto un ruolo secondario nello scacchiere difensivo mediterraneo - da allora in poi divenne un avamposto contro l'espansione ottomana: nell'Isola passava quel confine invisibile che costituiva la frontiera tra paesi cristiani e musulmani. Si pose allora, urgentemente il problema del potenziamento delle difese costiere e delle tre più importanti piazzeforti marittime: la capitale del Regno, la città di Alghero e la rocca di Castellaragonese, che costituivano l'ossatura nevralgica del sistema difensivo.

Il Regno di Sardegna in epoca sabauda

La Sardegna sabauda

Agli aggiustamenti territoriali seguiti alla Guerra di successione spagnola, finita nel 1713, per un brevissimo periodo, tra il 1713 ed il 1718, il regno di Sardegna passò agli Asburgo austriaci, dopo il trattato di Utrecht del 1713 che sancì la separazione della Spagna dal suo impero. Filippo V di Spagna nel 1717 occupò Sardegna e Sicilia. Il trattato di Londra del 2 agosto 1718 assegnò il Regno al duca di Savoia, Vittorio Amedeo II.

Nonostante i tentativi di ammodernare l'Isola, la situazione economica della popolazione non migliorò a causa dell' opprimente presenza feudale, sulla quale non venne fatto nessun intervento in quanto i Savoia, nel trattato di cessione del regno, si impegnarono di mantenere gli antichi privilegi feudali.

La rivolta antipiemontese del 1794

Lo stesso argomento in dettaglio: Moti rivoluzionari sardi.

A causa della grave situazione economica, un diffuso malcontento generale portò allo scoppio di ribellioni e sommosse che sconvolsero tutta la Sardegna. Nel 1789 numerosi villaggi si rifiutarono di pagare i tributi feudali, provocando un nuovo intervento repressivo. Il movimento di protesta ottenne l'appoggio di intellettuali e uomini di cultura, soprattutto dopo il 1789, anche per l'effetto delle idee diffuse dalla Rivoluzione Francese.

Nel 1793 la flotta francese agli ordini dell'amiraglio Truguet occupò Carloforte e Sant'Antioco, sbarcò in territorio di Quartu e attaccò il porto di Cagliari. La città fu difesa dai volontari sardi che respinsero le truppe degli invasori. I francesi attaccarono anche nel nord dell'Isola dove una squadra comandata dall'allora tenente Napoleone Bonaparte, cerco di impadronirsi della Maddalena e di Palau per occupare la Sardegna settentrionale. L'eroica resistenza dei maddalenini capeggiati da Domenico Millelire sventò l'attacco. Questi episodi di resistenza all'attacco francese, proprio mentre le truppe piemontesi incontravano serie difficoltà sulla terraferma, crearono l'illusione che il governo sabaudo potesse concedere alle classi dirigenti sarde una gestione più indipendente della Sardegna. Vennero mandati dei delegati a Torino per avanzare a Vittorio Amedeo III delle richieste precise, sintetizzate nelle cosiddette cinque domande. Queste consistevano nella convocazione del Stamenti, mai più convocati dall'arrivo dei piemontesi; la riconferma degli antichi privilegi dei quali aveva sempre goduto il popolo sardo; la nomina negli impieghi civili e militari e nelle cariche ecclesiastiche esclusivamente di sardi; l'istituzione a Torino di un Ministero per la Sardegna e a Cagliari di un Consiglio di Stato per i controlli di legittimità. I delegati vennero tenuti a Torino per mesi, senza ottenere risposte, mentre in Sardegna cresceva la tensione.

Il rifiuto regio delle richieste dei sei rappresentanti degli Stamenti Sardi,[37] provocò il 28 aprile 1794 una ribellione. Fu catturato il viceré e tutti i funzionari piemontesi furono fatti imbarcare e rispediti in terraferma. La ribellione ebbe seguito in altre città e paesi dell'isola, come Oristano, Bosa, Milis e Bauladu.[38]

La data viene oggi commemorata come Sa die de sa Sardigna[38].

Giovanni Maria Angioy

I moti antifeudali angioiani

Lo stesso argomento in dettaglio: Giovanni Maria Angioy.

Emerse in queste circostanze di rivolta la personalità di Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza, già distintosi nell'azione di difesa dall'attacco francese del 1793. Il viceré Filippo Vivalda, preoccupato della degenarazione della protesta, inviò Giovanni Maria Angioy a Sassari con poteri di alternòs (con gli stessi poteri del vicerè)[38]. Angioy cercò per tre mesi di riconciliare feudatari e vassalli, ma quando si rese conto del diminuito interesse e del diminuito sostegno governativo e cagliaritano, lavorò ad un piano eversivo con emissari francesi, mentre Napoleone Bonaparte invadeva la penisola italiana.[39]

Tuttavia con l'armistizio di Cherasco e la successiva Pace di Parigi del 1796 venne meno ogni possibile sostegno esterno. Decise allora di effettuare una marcia antifeudale su Cagliari[39]. A questo punto dal viceré gli vennero revocati i poteri di alternòs e dovette arrestare la sua marcia a Oristano l'8 giugno, dopo esser stato abbandonato dai suoi sostenitori e dopo che il Re ebbe accettato lo stesso giorno le citate cinque richieste degli Stamenti Sardi.[39]; in seguito dovette abbandonare la Sardegna e si rifugiò a Parigi, dove cercò consensi per invadere militarmente l'isola e metterla sotto la protezione della Francia. Sull'isola l'ordine veniva ripristinato con le armi. Furono assediati e presi d'assalto i villaggi che resistevano e furono condannati a morte tutti i capi e i maggiori esponenti del moto rivoluzionario che si riuscì a catturare[40].

I Savoia si trasferiscono a Cagliari

Nel 1799 le truppe francesi occuparono il Piemonte costringendo i Savoia a riparare in Sardegna dove rimasero fino al 1814 dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte. Diversi funzionari, borghesi e popolani continuarono anche in seguito al 1796 e alla sconfitta dell'Angioy a perseguire piani di rivolta: nell'isola si verificarono diversi tentativi di insurrezione, fra cui quelli di Vincenzo Sulis, Gerolamo Podda, Francesco Cilocco, il parroco di Terralba Francesco Corda, ed altri di ispirazione rivoluzionaria e giacobina che tentarono di proclamare una repubblica sarda, ma vennero uccisi come rivoltosi in conflitto a fuoco o condannati a morte.

La presenza del Sovrano nell'isola non attenuò il malcontento generale che sfociò nel 1812, durante un anno di terribile carestia, nel tentativo di insurrezione noto come Congiura di Palabanda, guidato dall'avvocato Salvatore Cadeddu, che venne stroncato con durezza e si concluse con le esecuzioni di Giovanni Putzolu, Raimondo Sorgia e dello stesso Cadeddu.

I Savoia intrapresero una politica di gestione del territorio e di sfruttamento delle risorse, ad esempio col disboscamento per la produzione di carbone, creazione di pascoli e legname per traversine. Per stimolare la produzione agricola come in altre parti d'Europa, nel 1820 Vittorio Emanuele I promulgò l'Editto delle chiudende, con il quale autorizzò la chiusura, con siepi o muri, delle terre comuni. Si consentì quindi, spesso a vantaggio dei latifondisti, la creazione della proprietà privata cancellando la proprietà collettiva dei terreni, tipica dell'isola.

Busto di Giuseppe Garibaldi nel museo garibaldino di Caprera.

La Sardegna contemporanea

Nel 1847 venne sancita la Fusione perfetta della Sardegna con tutti i possedimenti della Casa Savoia, producendo come effetto l'estensione anche all'isola dello Statuto Albertino. L'atto, richiesto dai ceti dirigenti di Cagliari e Sassari per ottenere parità di diritti, comportò la rinuncia delle ultime vestigia statuali acquisite in periodo iberico (carica vicereale, parlamento degli Stamenti, suprema corte della Reale Udienza), e l'unione amministrativa e politica con gli Stati di Terraferma. Lo Stato unitario evolverà poi, quattordici anni dopo nel 1861, nel Regno d'Italia, considerato una prosecuzione ideale e giuridica del Regno di Sardegna, il cui inno ufficiale resterà (unitamente alla Marcia Reale) S'hymnu sardu nationale.

A seguito della cessione della città natale di Nizza alla Francia, Giuseppe Garibaldi si trasferì nell'isola di Caprera (avendone acquistato la metà settentrionale prima, quella meridionale poi), dove morirà nel 1882 dopo avervi trascorso gli ultimi vent'anni della propria vita, e la cui Casa bianca è oggi un museo fra i più conosciuti e visitati in tutta Italia.

Attilio Deffenu nell'aprile del 1913 fu alla testa del movimento anti-potezionista.

La Questione sarda

Lo stesso argomento in dettaglio: Questione sarda ed Eccidio di Buggerru.

La Sardegna a cavallo fra Ottocento e Novecento non risulta una regione economicamente strategica dell'Italia unita, risentendo delle generali problematiche del Mezzogiorno e della priorità di sviluppo del triangolo industriale. L'unità di popolazioni diverse per lingua e cultura in un' Italia da poco riunita e insofferente ad ogni tipo di decentramento politico e amministrativo, rese arduo il realizzarsi di una effettiva unità nazionale, determinando invece marcate differenze nello sviluppo economico e culturale tra il Nord e il Mezzogiorno. [41]

Nell'Isola i grandi proprietari terrieri formavano la classe dirigente la quale in cambio della possibilità di esercitare il potere a livello locale - appropriandosi in questo modo delle terre comunali - rinunciò a svolgere una funzione attiva e autonoma all'interno del nuovo Stato unitario.[42]

Mentre tra le masse popolari delle città e dei grandi centri cresceva il malcontento verso uno Stato la cui presenza oppressiva si manifestava principalmente attraverso gli esattori delle tasse, le Forze dell'ordine e l'obbligo della leva militare, nei territori interni scoppiarono rivolte alle quali si accompagnò poi il fenomeno del banditismo, represso nel 1899 con una vera e propria spedizione militare.[43]

Le inchieste condotte nel 1885 dai deputati Francesco Salaris e nel 1895 da Francesco Pais Serra testimoniarono i gravi problemi sociali ed economici nei quali vivevano i sardi. La debole modernizzazione e i conflitti commerciali con altri paesi europei, specie con la Francia, misero in ginocchio l'assetto produttivo e sociale isolano. Sotto la spinta delle nuove idee socialiste, le masse lavoratrici si organizzarono in leghe sindacali dando vita ai primi scioperi. Il 4 settembre del 1904 a Buggerru, un centro minerario del Sulcis, l'esercito sparò contro i minatori che scioperavano chiedendo migliori condizioni di lavoro: rimasero uccisi tre operai mentre i feriti furono undici.[44]

Le avanguardie della cultura isolana e le masse lavoratrici si opposero ai governi di Giolitti e al giolittismo rappresentato nell'isola dal ministro Francesco Cocco Ortu accusandolo di una gestione clientelistica del potere. In continuazione con idee già vive nel secolo precedente, furono valorizzate la storia e la cultura isolana, mitizzando ed esaltando l'antica Civiltà nuragica e quella giudicale, periodi nei quali la Sardegna veniva vista libera e indipendente.[45] Insieme alla denuncia dei mali che affliggevano la Sardegna, la nuova vivacità culturale che si stava affermando proprio in età giolittiana, riscopriva e raccontava la sardità attraverso artisti e scrittori come Sebastiano Satta, Francesco Ciusa, Grazia Deledda, non dimenticando però di ben evidenziare i profondi legami tra il sottosviluppo dell'Isola e il nascente capitalismo continentale. Lo stesso Antonio Gramsci che a Cagliari visse intensamente quel periodo, davanti alle sofferenze dei lavoratori e alla feroce repressione che seguiva le rivolte, ricordava in una lettera della sua convinzione di lottare in quel periodo per l'indipendenza nazionale e buttare a mare i continentali.[46]

In questo fermento di idee che scuoteva tutta la Sardegna, il giovane socialista nuorese Attilio Deffenu, dava vita ad un ampio movimento anti-protezionista con l'intento di riunire in un unico schieramento le forze più avanzate sia socialiste che radicali e cattoliche. Rivendicavano gli anti-protezionisti non solo azioni per portare fuori l'Isola dal sottosviluppo, ma anche una soluzione alla questione sarda indicando la direzione per un nuovo rapporto tra la Sardegna e il Governo centrale. Nell'aprile del 1913, insieme a Nicolò Fancello fondò un Gruppo d'azione per gli interessi della Sardegna al quale presero parte i migliori intelletuali isolani. Nel manifesto che fu pubblicato in quell'occasione si sosteneva che l'abolizione del protezionismo è condizione indispensabile per l'elevazione economica della Sardegna. Mentre il movimento cercava di portare avanti questa carica rinnovatrice, l'Italia fu coinvolta e travolta dalla guerra.[47]

Emilio Lussu il 17 aprile del 1921 fondò Partito Sardo d'Azione.

La Grande guerra e il Partito Sardo d'Azione

Lo stesso argomento in dettaglio: Brigata Sassari, Prima guerra mondiale e Partito Sardo d'Azione.

Durante la grande guerra che vide contrapporsi gli Imperi centrali e le Potenze dell'Intesa, 100.000 sardi su una popolazione di 853.000, furono arruolati nel 151º e 152º Reggimento fanteria Sassari, costituiti su base regionale: di essi, 13.602 morirono o rimasero feriti combattendo come unità d'élite nei punti più caldi del fronte di guerra.[48]

I sardi che combatterono nelle trincee si ritrovarono uniti come da tanto tempo non aveniva più nella loro storia. Il loro contributo di sangue per la causa dello Stato unitario fu altissimo, ben oltre la media nazionale. Maturando una esaltante esperienza collettiva, alla fine del conflitto gli ex-combattenti diedero origine ad ampi dibattiti ed iniziative, avanzando proposte di autonomia per la Sardegna per risolvere diversamente i gravi mali che affliggevano l'Isola.[49]

Nacquero così nuovi fermenti politici che con Emilio Lussu portarono alla nascita il 17 aprile del 1921 del Partito Sardo d'Azione, col simbolo dei Quattro Mori e con l'idea comune dei reduci di ottenere l'autonomia dell'isola.[50]

Durante il Fascismo

Sin dal suo nascere il fascismo aveva capito che la democrazia si sviluppava solo con l'autogoverno, con l'amministrazione di se stessi, per questo motivo le autonomie locali furono fin da subito represse.[51] Soppresse anche le libertà politiche, fu incentivata la politica dell'autarchia, vennero incrementate le attività estrattive e realizzate una serie di infrastrutture e bonifiche di numerose paludi; vennero poi fondate alcune città come quella mineraria di Carbonia e quelle agricole di Arborea (al tempo chiamata Mussolinia) e di Fertilia, popolate anche da oltre Tirreno, in particolar modo da veneti, friulani, dalmati e istriani.

Durante la guerra subì pesanti bombardamenti degli Alleati, ma dopo l'8 settembre 1943 i soldati tedeschi vennero evacuati attraverso la Corsica, e la Sardegna col resto del mezzogiorno diventò parte del Regno del Sud rimanendo sotto il controllo dell'esercito americano fino alla fine delle ostilità.

Il dopoguerra e lo Statuto speciale

Lo stesso argomento in dettaglio: Statuto speciale della Sardegna.

Con la conclusione della seconda guerra mondiale, insieme alla Costituzione repubblicana, viene promulgato lo Statuto Speciale di Autonomia, il secondo dopo la Sicilia e oggi esteso in totale a cinque regioni. Il dopoguerra, caratterizzato dall'eradicazione della malaria grazie alla Fondazione Rockefeller e dalle richieste e rivendicazioni economiche, vede l'affermarsi della politica dei Piani di Rinascita, misure legislative speciali per il finanziamento dell'industrializzazione della Sardegna (a Porto Torres, Ottana, Portovesme e Sarroch), insieme alle politiche di infrastrutturazione e abitative, ma anche l'installazione di diverse servitù militari per un totale di migliaia di ettari occupati in parte legate alle vicende della guerra fredda e all'alleanza con la NATO. Persistono le piaghe degli incendi, della siccità, ora molto attenuata, e dei sequestri di persona, scomparsi solo negli anni novanta.

Col miracolo economico italiano si verifica uno storico movimento migratorio dall'interno verso le coste e le aree urbane di Cagliari, Sassari-Alghero-Porto Torres e Olbia, che raccolgono oggi gran parte della popolazione sarda. Cresce e si afferma il settore turistico, fino a fare dell'Isola una delle mete più conosciute a livello italiano e internazionale, in particolare grazie alla Costa Smeralda. Rimangono inoltre sempre vivi i fermenti culturali e le tradizioni popolari, come la nascita di talenti artistici e letterari e di figure politiche ai massimi livelli, fra cui Antonio Segni, Enrico Berlinguer e Francesco Cossiga.

Alla fine del XX secolo la Sardegna si attesta economicamente a metà fra strada fra centro e sud Italia, con un reddito medio pro capite simile a quello dell'Abruzzo, poco inferiore alla media europea. Altri indicatori ne sanzionano i progressi sia economici, sia sociali, ma non annullano le difficoltà di crescita e sviluppo organico ancora presenti. Negli anni recenti, le nuove tecnologie informatiche e il miglioramento dei trasporti, specie quelli aerei con le compagnie aeree a basso costo, hanno attenuato la condizione di insularità e contribuito a innovare e diversificare l'economia locale.

Note

  1. ^ Giovanni Lilliu, Antonello Mattone (a cura di), La Costante Resistenziale sarda (PDF), su www.sardegnacultura.it, Ilisso. URL consultato il 1º marzo 2011.
  2. ^ Lo studioso Antonello Mattone nella prefazione al libro di G. Lilliu La Costante resistenziale sarda, a pagina 81 (42) così si esprime: . L'incipit del saggio è di rara efficacia. Lilliu ne sintetizza in modo icastico il contenuto: «La Sardegna, in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un'isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza». Egli è convinto che i Sardi, nonostante «l’aggressione di integrazioni di ogni specie», siano «riusciti a conservarsi sempre se stessi» nella «fedeltà alle origini autentiche e pure». È nella resistenza sarda dell’antichità, nel conflitto perenne con Cartagine e Roma che va ricercata «la sostanza della formazione del tessuto culturale, del contesto socio-economico, della struttura spirituale e dell’ordinamento giuridico dell’attuale mondo sardo delle zone interne»: l'accerchiamento «culturale coloniale» ha suscitato negli «antenati barbaricini la psicologia della frontiera», la «carica eroica del balente, lo spirito del ribelle allo statuale che non è il suo». Ai valori della propria cultura il barbaricino è legato «con un rigore etico da anabattista, con la chiusura completa ad ogni acculturazione, diventando una specie di chiesa segregata, una repubblica di santi nuragici». Lilliu trova accenti di epico lirismo per descrivere la resistenza del «mondo barbaricino d’oggi»: un mondo «in tensione continua, aggressivo e braccato insieme, teso verso una frontiera paradiso (le antiche terre perdute con la conquista punica e romana)» che avrebbe rivisto nelle bardane, nelle «temporanee incursioni» e nelle «ricorrenti transumanze pastorali»; un mondo «sempre ritornante, sempre in ritirata verso l’antica riserva, verso la sua casa-guscio […]».
  3. ^ a b Paolo Melis, La Sardegna Prenuragica (PDF), su paolomelis.altervista.org, 21.. URL consultato il 26 ottobre 2013.
  4. ^ a b Giovanni Ugas, p.12
  5. ^ Carlo Lugliè, La montagna della roccia nera (PDF), su www.sardegnacultura.it, 20 (PDF 18). URL consultato il 25 febbraio 2011.
  6. ^ Giovanni Ugas, p.15
  7. ^ a b Giovanni Ugas, p.16
  8. ^ Giacomo Paglietti, All’origine del megalitismo nell’occidente mediterraneo:le tombe a circolo, su academia.edu. URL consultato il 26 ottobre 2013.
  9. ^ Giovanni Ugas, p.14
  10. ^ Fulvia Lo Schiavo, L'Italia preromana. Sardegna, su treccani.it, 2004. URL consultato il 26 ottobre 2013.
  11. ^ Maria Grazia Melis, L’Eneolitico antico, medio ed evoluto in Sardegna:dalla fine dell’Ozieri all’Abealzu (PDF), su academia.edu, 2009, 87.. URL consultato il 26 ottobre 2013.
  12. ^ Brigaglia,Mastino,Ortu, p.13
  13. ^ Giovanni Ugas, p.143
  14. ^ Brigaglia,Mastino,Ortu, p.14-15
  15. ^ a b Brigaglia,Mastino,Ortu, p.15 Errore nelle note: Tag <ref> non valido; il nome "Brig" è stato definito più volte con contenuti diversi
  16. ^ Giovanni Lilliu, Sardegna nuragica (PDF), su www.sardegnadigitallibrary.it, Il Maestrale, 26 (PDF 15). URL consultato il 25 febbraio 2011.
  17. ^ Giovanni Ugas, Aspetti della società sarda tra il XVI e il X a.C., su pierluigimontalbano.blogspot.com. URL consultato il 25 febbraio 2011.
  18. ^ a b Giovanni Ugas, p.203-204
  19. ^ Giovanna Fundoni, Le ceramiche nuragiche nella Penisola Iberica e le relazioni tra la Sardegna e la Penisola Iberica nei primi secoli del I millennio a.C., su Atti della XLIV riunione scientifica. URL consultato il 27 ottobre 2013.
  20. ^ Roberto Milleddu, Sant'Antioco, intervista a Bartoloni Piero, su www.sardegnadigitallibrary.it, Regione Autonoma della Sardegna, 26:50. URL consultato il 25 febbraio 2011.
  21. ^ Walter Porcedda, E i nuragici presero la luna, su lanuovasardegna.gelocal.it. URL consultato il 5 maggio 2011.
  22. ^ Brigaglia,Mastino,Ortu, p.19
  23. ^ Brigaglia,Mastino,Ortu, p.23
  24. ^ Enrico Acquaro, Presentazione Sabatino Moscati, Arte e cultura punica in Sardegna (PDF), su www.sardegnadigitallibrary.it, Carlo Delfino, p. 4. URL consultato il 25 febbraio 2011.
  25. ^ a b c Brigaglia,Mastino,Ortu, p.27
  26. ^ Piero Meloni, La Sardegna romana, Sassari, Chiarella, 1975, p. 4.
  27. ^ Pesce, p.23
  28. ^ Brigaglia,Mastino,Ortu, p.30-31
  29. ^ Brigaglia,Mastino,Ortu, p.28
  30. ^ Enrico Acquaro, Presentazione Sabatino Moscati, Arte e cultura punica in Sardegna (PDF), su www.sardegnadigitallibrary.it, Carlo Delfino. URL consultato il 25 febbraio 2011.
  31. ^ Mauro Dadea, L'Anfiteatro romano di Cagliari (PDF), su www.sardegnadigitallibrary.it, Carlo Delfino. URL consultato il 25 febbraio 2011.
  32. ^ Max Leopold Wagner, La lingua sarda, Nuoro, Ilisso, 1997.
  33. ^ a b Francesco Cesare Casula, Breve Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, luglio 1994, p. 272, ISBN 88-7138-065-7.
  34. ^ Guide d'Italia, Oristano e provincia. Eleonora d'Arborea, approfondimenti storici, Touring editore, 1998, p. 23. URL consultato il 15 luglio 2014.
  35. ^ In realtà, scrive lo storico Evandro Putzulu, tutte le forze attive del Regno di Sardegna - che erano catalano -aragonesi - tendevano ancora ed esclusivamente a cristallizzare il regime di predominio e di monopolio che si erano assicurate subito dopo la conquista. La testimonianza più evidente ci è fornita dagli stessi Catalani che ancora nel 1481 e nel 1511, in pieno Parlamento, chiedevano al re la conferma in blocco degli antichi privilegi, ricordando che erano stati concessi per tenir appretada e sotmesa la naciò sarda, cioè a dire, bisognosa e sottomessa la nazione sarda. Evandro Putzulu, Il periodo aragonese in La società in Sardegna nei secoli, ed. ERI 1967, pag 159
  36. ^ [...] in ultima analisi se oggi la Catalogna e la Sardegna non sono niente più che due semplici regioni appartenenti a due nazioni da molti ancora sentite come estranee per origini, lingua e cultura, è perché i due Paesi nel Medioevo si combatterono fino a distruggersi a vicenda. Francesco Cesare Casula, Medioevo: Saggi e rassegne. Vol VII, pagina 90. Università di Cagliari - Istituto di Storia medievale. Fossataro, 1982
  37. ^ Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, p. 467, ISBN 88-7741-760-9.
  38. ^ a b c Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, ISBN 88-7741-760-9, pagine=468.
  39. ^ a b c Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, marzo 1998, p. 470, ISBN 88-7741-760-9.
  40. ^ La rivolta antifeudale, su usini.virtuale.org.
  41. ^ Ribichesu(1978), pag 7.
  42. ^ Ribichesu(1978), pag 8.
  43. ^ Ribichesu(1978), pag 8.
  44. ^ Ribichesu(1978), pag 9.
  45. ^ Ribichesu(1978), pag 14.
  46. ^ Ribichesu(1978), pag 14.
  47. ^ Ribichesu(1978), pag 13.
  48. ^ F.C.Casùla(2004), pag 253.
  49. ^ Ribichesu(1978), pag 16.
  50. ^ F.C.Casùla(2004), pag 253.
  51. ^ Ribichesu(1978), pag 19.

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