Santuario nuragico di Santa Cristina

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Santuario nuragico di Santa Cristina
Area archeologica di Santa Cristina
Pozzo sacro di Santa Cristina, l'ingresso. - panoramio.jpg
Il pozzo sacro nuragico di "Santa Cristina"
Civiltà Nuragica
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Paulilatino-Stemma.png Paulilatino
Dimensioni
Superficie 10.000
Scavi
Date scavi 1953, 1967-73 e 1977-83
Archeologo Atzeni
Amministrazione
Visitabile
Mappa di localizzazione

Coordinate: 40°03′41″N 8°43′57″E / 40.061389°N 8.7325°E40.061389; 8.7325

Il santuario nuragico di Santa Cristina è un'area archeologica situata nel territorio del comune di Paulilatino, in provincia di Oristano, nella Sardegna centro-occidentale e nella parte meridionale dell'altopiano di Abbasanta. La località prende il nome dalla chiesa campestre di Santa Cristina che si trova nelle sue vicinanze.

Il sito si compone essenzialmente di due parti: la prima, quella più conosciuta e studiata, costituita dal tempio a pozzo, un pozzo sacro risalente all'età nuragica, con strutture ad esso annesse: capanna delle riunioni, recinto e altre capanne più piccole. La seconda parte del complesso a circa duecento metri a sud-ovest è costituita da un nuraghe monotorre, da alcune capanne in pietra di forma allungata di incerta datazione ed un villaggio nuragico, ancora da scavare, di cui sono visibili solo alcuni elementi affioranti[1] Benché di limitato interesse archeologico integra il complesso l'area devozionale cristiana della chiesa e novenario di Santa Cristina inteso come il luogo nel quale si celebra la novena in onore della santa.

Il Pozzo sacro[modifica | modifica wikitesto]

Struttura del pozzo[modifica | modifica wikitesto]

Pozzo Sacro di Santa Cristina. Rilievo di Giovanni Spano, 1857

Il pozzo sacro, la cui costruzione può essere posta attorno all'XI secolo a.C.[2] è racchiuso da un tèmenos, recinto di forma ellittica che separa l'area sacra da quella profana, che ne circonda un altro a forma di "serratura",[3] all'interno del quale è situato il pozzo stesso. La struttura è simile a quella degli altri pozzi sacri che si trovano in Sardegna, ma si differenzia da essi per l'ottimo stato di conservazione delle parti interne e anche per le dimensioni, molto grandi e ben proporzionate.

Il pozzo è preceduto da un vestibolo dove probabilmente si svolgevano cerimonie di culto, dopo il vestibolo segue la scala che si apre in un vano trapezoidale, la gradinata è formata da una rampa unica di 25 gradini, che si restringe verso il basso (da circa 3,50 m alla sommità a 1,40 m alla base) man mano che si avvicina alla camera che contiene il pozzo vero e proprio; la scala è raccordata specularmente agli architravi di copertura, formati da blocchi tutti uguali tra loro che creano uno straordinario effetto a "scala rovesciata" di larghezza costante.

Il pozzo sacro vero e proprio è formato da una cella di pianta circolare (diametro circa 2,5 m) coperta da una thòlos (pseudocupola) a volta ogivale alta quasi 7 m, realizzata con blocchi di basalto lavorati e disposti in filari, il cui diametro a partire dall'architrave della porta d'ingresso, posizionata alla fine della gradinata, diminuisce fino a creare un foro di 35 cm circa a livello del suolo. Tale luce è tuttora origine di disputa se fosse in origine chiusa da una pietra circolare o meno.[1]

L'intera struttura del pozzo sacro è realizzata con tecniche molto accurate; tutti i blocchi di basalto di media grandezza (circa 60 cm di lunghezza per 30 cm di spessore) vennero lavorati e rifiniti quindi disposti in file orizzontali avendo cura che il blocco inferiore sporgesse di circa un centimetro rispetto al blocco superiore al fine di creare un profilo dentellato[4] ed un effetto architettonico molto elaborato ed efficace. L'ottimo stato di conservazione della struttura conferisce al pozzo una grande importanza archeologica e storica. Purtroppo nulla è rimasto della struttura in elevazione che, se esistita, molto probabilmente copriva interamente la bocca del pozzo e aveva un prospetto a due spioventi del tutto simile a quello ancora visibile a Su Tempiesu di Orune.[1]

Ancora oggi l'acqua scaturisce nel pozzo grazie ad una falda perenne che le consente di riempire la vasca circolare scavata nella roccia base e raggiungere il primo gradino della scala. Il livello è mantenuto costante da un presumibile canale di scarico.[5]

Giovanni Lilliu, insigne archeologo sardo descrive così il pozzo sacro: «principesco è il pozzo di Santa Cristina, che rappresenta il culmine dell'architettura dei templi delle acque. È così equilibrato nelle proporzioni, sofisticato nei tersi e precisi paramenti dell'interno, studiato nella composizione geometrica delle membrature, così razionale in una parola da non capacitarsi, a prima vista, che sia opera vicina all'anno 1000 a.C. e che l'abbia espressa l'arte nuragica, prima che si affermassero nell'isola prestigiose civiltà storiche».[6]

Pozzo Sacro di Santa Cristina, scalinata

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La prima menzione con rilievo grafico del monumento è di Giovanni Spano, padre dell'archeologia sarda, nel 1857.[7] Questi dà del pozzo sacro una descrizione piuttosto confusa, lo attribuisce correttamente alle strutture nuragiche, ma non riesce ad individuare la vera funzione dello stesso, ritenendolo, per similitudine con altri ritrovamenti, un carcere. Nel 1860 il Lamarmora nel suo Itinéraire in collaborazione con lo stesso Spano elogia il monumento e lo paragona «al famoso sotterraneo, detto il Tesoro di Atreo, a Micene, nella Grecia, descritto e figurato da Giacomo Stuart».[8] Dopo che molti altri pozzi vengono scoperti in Sardegna Antonio Taramelli archeologo della prima metà del Novecento ne intuisce finalmente la funzione.[9][10][11] Il suo lavoro viene completato da Raffaele Pettazzoni che nel suo libro sulle credenze degli antichi protosardi[12] descrive il culto delle acque facendo riferimento anche a confronti esterni all'isola.

Nonostante l'importanza del monumento ed il suo ottimo stato di conservazione occorre attendere il 1953 per i primi scavi ed i primi restauri, proseguiti poi con le campagne dell'Atzeni del 1967-73 e 1977-83.[13] Le più recenti campagne di scavo sono state condotte da Bernardini nel 1989-90 e da Arnold Lebeuf[14] tra il 2005 ed il 2010. Sono state programmate altre ricerche concentrate soprattutto nella zona del villaggio nuragico[1] (che però al 2012 non risultano ancora condotte).

Thòlos del pozzo

Funzione del pozzo sacro[modifica | modifica wikitesto]

Nella struttura sacra e nelle sue vicinanze si svolgevano culti riguardanti le acque, che riunivano l'intera comunità, richiamando le genti nuragiche da altre parti della Sardegna e forse devoti che venivano anche da fuori dell'isola: ne sono testimonianza le quattro statuette di bronzo, una raffigurante una figura femminile seduta, ritrovati insieme a figurine e altri oggetti votivi di produzione nuragica. Testimonia il permanere del culto nel tempo il ritrovamento di gioielli in oro fenici di molto posteriori all'età nuragica.[15]

La sorgente

Secondo alcune teorie[14][16] il santuario di Santa Cristina potrebbe essere stato anche un luogo di osservazione e analisi astronomica; infatti in un particolare momento dell'anno, la Luna si riflette sul fondo del pozzo, illuminandolo; ciò avviene quando la Luna si trova allo zenit della località. Nel pozzo di Santa Cristina però la Luna non si colloca perfettamente nella verticale dello zenit, ma illumina ugualmente l'acqua sottostante, creando un riflesso. Alcuni archeologi hanno obiettato a tale ipotesi affermando che in origine la thòlos fosse chiusa (non permettendo quindi l'ingresso della luce lunare). In particolare si riferiscono all'assenza della struttura in elevazione, di cui la maggior parte di pozzi sacri disponeva.[1]. Tali obiezioni sono state confutate dall'archeologo Arnold Lebeuf, professore dell'università di Cracovia, e da Enrico Atzeni, il quale, in relazione al restauro da lui effettuato affermò che sulla cupola si limitò a rimettere in opera uno (comunque sia originale) dei due conci che formano l'occulus. La struttura esterna poi, non avrebbe certo impedito alla luce lunare di penetrare all'interno.

Le strutture annesse[modifica | modifica wikitesto]

Nelle vicinanze del pozzo sacro si trovano resti di varie costruzioni attribuibili alla civiltà nuragica. In particolare sono degni di nota quelli di una ampia capanna circolare del diametro di circa 10 metri originariamente coperta (che oggi ha un elevato di circa 1,70 m) con un pavimento costituito da ciottoli, al cui interno si trova un sedile (alto circa 30 cm e profondo 50) che corre lungo tutta la parete e che probabilmente serviva a riunire una parte della comunità. A poca distanza dalla capanna circolare si trova un recinto usato probabilmente per custodire gli animali offerti al tempio o addirittura destinati a sacrifici.

Nella stessa zona si trovano i resti di dieci capanne di forma circolare o quadrangolare poste a schiera. Tale disposizione, riscontrata anche in atri santuari nuragici (Santa Vittoria di Serri) fa propendere per una destinazione commerciale di supporto al quella devozionale (tabernae).[1]

Villaggio nuragico: nuraghe

Il complesso nuragico[modifica | modifica wikitesto]

A circa 200 metri di distanza dal pozzo sacro in direzione sud ovest, oltre la chiesetta di Santa Cristina, è situato un nuraghe costituito da una semplice struttura monotorre di cui restano ben conservati i resti del primo piano con la thòlos e la scala di acceso al piano superiore integre. Esso fu probabilmente eretto anteriormente alla costruzione del pozzo sacro, testimoniando una frequentazione del sito anche prima che il pozzo e la relativa area sacra venissero edificati, frequentazione che poi continuò anche nel medioevo con la costruzione della chiesa campestre di Santa Cristina che soppiantò l'antico culto nuragico. Ben visibili in superficie nel bosco di olivastri si trovano tre capanne dalla forma allungata. Sono costruzioni sicuramente successive all'età nuragica, tra le poche presenti in Sardegna e se ne conosce l'uso come ricovero per il bestiame. Una di esse è ancora intatta e presente una lunghezza di quasi 14 m, la copertura è a lastre di pietra con mura massicce poste a formare una sezione trasversale trapezoidale. L'entrata principale si trova sul lato corto esposto ad est, mentre un accesso secondario si apre sul lato lungo a fior di terra a circa 8 m dall'entrata principale. Le tre capanne sono di datazione incerta ed è necessario attendere i dati degli scavi programmati nel prossimo futuro.[1]

Completano l'area i resti di un villaggio nuragico ancora da scavare costituito da capanne di forma circolare. Nei dintorni sono sparse varie tombe dei giganti e qualche nuraghe.[17]

Muristenes del novenario

Il complesso devozionale cristiano[modifica | modifica wikitesto]

Si sviluppa attorno alla chiesa campestre di Santa Cristina ed è costituito da 36 piccole abitazioni dette muristenes o cumbessias ed edificate a partire dal XVIII secolo (come attesta un'iscrizione sopra una di esse) che costituiscono un novenario cioè il luogo dove i fedeli si riuniscono in preghiera nei nove giorni precedenti la festa. In tale periodo i fedeli meno abbienti si recavano ogni sera dopo il lavoro alla chiesa e rientravano successivamente alle loro abitazioni mentre i benestanti risiedevano nelle cumbessias costruite proprio per questo scopo.

Le due ricorrenze oggetto di devozione sono quella di Santa Cristina che viene festeggiata nella seconda domenica di maggio (anche se nel calendario cattolico Santa Cristina si festeggia il 24 luglio) e quella dedicata all'Arcangelo Gabriele nella quarta domenica di ottobre. Va notato che la devozione a Santa Cristina di Bolsena si riallaccia al culto delle acque praticato dagli antichi popoli nuragici, infatti Cristina, undicenne vergine protocristiana, fu condannata a morte per annegamento: legatale una pesante pietra al collo, la gettarono nelle acque del lago; la pietra però, sorretta dagli angeli, galleggiò e riportò a riva la fanciulla.

Vittorio Angius nel 1841 nel Dizionario Angius-Casalis[18] così descrive il complesso ed i suoi riti: «Appartiene pure a questo priorato (di Bonarcado) la chiesa rurale di S. Cristina, sita in territorio di Paùli-Latìno, distante da questo paese un quarto (4 km), mentre da Bonarcado è distante due ore. Vi sono vicine alcune casipole per li novenanti, che vi concorrono al primo del maggio. La festa principale cade addì 10 del medesimo con molta frequenza, e devota processione sino al pozzo denominato dalla santa, il quale è d'una singolare forma e struttura. Si fa festa addì 24 luglio, in cui si commemora la morte gloriosa della medesima».

La chiesetta, la cui costruzione è documentata tra il XII ed il XIII secolo, è stata più volte rimaneggiata. Della struttura originaria non restano che i muri perimetrali dell'abside, secondo alcuni costruiti in buona parte con pietre prelevate dalla parte in elevazione del pozzo sacro nuragico.[1][5]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h Alberto Moravetti, Il Santuario nuragico di Santa Cristina, Guide e Itinerari, Sardegna archeologica, Carlo Delfino editore, 2003, ISBN 88-7138-294-3.
  2. ^ Giovanni Lilliu "La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all'età dei nuraghi", Eri 1988
  3. ^ pagina 235, Guida pratica all'Archeologia della Sardegna; 2003, Barbagia Culur-Jones
  4. ^ tale effetto architettonico è presente anche in altri pozzi sacri, per esempio a Santa Vittoria di Serri e a Su Tempiesu ad Orune
  5. ^ a b Sebastiano Demurtas "Paulilatino e il suo territorio", Zonza Editori, 1999
  6. ^ Giovanni Lilliu "Nuovi templi a pozzo della Sardegna nuragica", in 'Studi Sardi, XIV-XV (1955-57), pp. 197-288
  7. ^ Giovanni Spano "Pozzo di Santa Cristina in Pauli Latino" - Bullettino Archeologico Sardo. Vol. III, Cagliari, 1857
  8. ^ Alfonso Lamarmora, "Itinerario dell'isola di Sardegna tradotto e compendiato dal can. Giovanni Spano", tipografia A. Alagna, Cagliari, 1868. Ristampa anastatica, Edizioni Trois, Cagliari, 1971
  9. ^ Antonio Taramelli "Serri. Scavi nella città preromana di S. Vittoria, in “Notizie degli Scavi”, 1909
  10. ^ Antonio Taramelli "Il Nuraghe Lugherras presso Paulilatino", in “Monumenti antichi dei Lincei”, 1910.
  11. ^ Antonio Taramelli "Ricerche nell'acropoli di Santa Vittoria" in “Notizie degli Scavi”, 1911
  12. ^ Raffaele Pettazzoni "La religione primitiva in Sardegna", Piacenza 1912
  13. ^ E. Atzeni "Notiziario" in “Rivista di Scienze Preistoriche”, XXXII, Firenze 1977, p. 357 (S. Cristina)
  14. ^ a b A.Lebeuf "Il pozzo di Santa Cristina un osservatorio lunare", TlilanTlapalan, 2011
  15. ^ pagina 537, La Grande Enciclopedia della Sardegna, vol. 7, a cura di Francesco Floris; 2007, Editoriale La Nuova Sardegna S.p.A.
  16. ^ M. Cavedon, Corriere della Sera del 16 giugno 1992 che riprende una tesi dell'astronomo G. Romano
  17. ^ pagina 237, Guida Pratica all'Archeologia della Sardegna; 2003, Barbagia Culur-Jones.
  18. ^ Goffredo Casali e Vittorio Angius "Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S.M. il re di Sardegna- compilato per cura del professore Goffredo Casalis ", 1841, G Maspero Libraio e cassone e Marzorati tipografi, Torino, Edizione on-line http://www.unionesarda.it/collane/casalis/definizione_casalis.aspx?d=124601

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franco Laner, Il tempio a pozzo di S. Cristina. Storia, tecnologia, architettura e astronomia, Adrastea, Mestre, 2004.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]