Radiomarelli

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Radiomarelli
StatoItalia Italia
Forma societariasocietà per azioni
Fondazione1930 a Milano
Fondata daGiovanni Agnelli
Chiusura1967 (fusione per incorporazione nella Fabbrica Italiana Magneti Marelli)
Sede principaleSesto San Giovanni
GruppoFabbrica Italiana Magneti Marelli
SettoreElettronica, Manifatturiero
Prodotti
  • elettronica di consumo
  • elettrodomestici

Radiomarelli S.p.A. è stata un'azienda italiana produttrice di elettronica di consumo e di elettrodomestici, con sede a Milano e stabilimento di produzione a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. Fondata nel 1929 come divisione della Fabbrica Italiana Magneti Marelli, fu attiva fino al 1967, quando venne incorporata nella medesima azienda. Nel 1975, il suo marchio e le sue attività industriali passarono alla società pubblica SEIMART Elettronica di Torino, in seguito divenuta ELCIT, le cui attività cessarono nel 1998.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La fondazione e la rapida ascesa di Radiomarelli (1930-1945)[modifica | modifica wikitesto]

La Radiomarelli Soc. An. fu costituita a Milano il 15 marzo 1930 come divisione della Fabbrica Italiana Magneti Marelli, con capitale sociale di lire 1 milione e sede legale in Via Amedei 8, su decisione del senatore Giovanni Agnelli e di Antonio Stefano Benni, quest'ultimo presidente della Ercole Marelli.[1][2][3][4] Agnelli e Benni assunsero le cariche di presidente e vicepresidente della società, creata al fine di produrre e commercializzare apparecchi radiofonici in Italia.[2][3] La direzione operativa fu affidata al commendator Bruno Antonio Quintavalle, consigliere delegato, e la produzione localizzata nello stabilimento Magneti Marelli di Sesto San Giovanni, dove il solo reparto dedicato alla produzione delle radio impiegava 800 operai.[3]

Radiofonografo a valvole RD59 del 1937
Televisore a valvole RV175 del 1938

I primi modelli di radio di questa azienda vennero prodotti con brevetti americani: molti di essi assomigliavano a radio americane della American Bosch Radio; gli stessi logo e slogan commerciale - Il meglio in radio - sembrano derivare da quest'ultima (The best in radio).[3] In seguito furono prodotti apparecchi radio di progettazione autonoma con valvole prodotte dalla FIVRE, azienda anch'essa facente parte del Gruppo Magneti Marelli.[3]

Il successo degli apparecchi Radiomarelli fu immediato; oltre alla validità tecnica si affianca anche una valida e capillare organizzazione commerciale di vendita.[3] Ai primi modelli vennero dati nomi legati alla mitologia: Musagete (1930), Coribante (1931), Tirteo (1935), Taumante (1935).[3] Nel 1936, Radiomarelli su impulso del fisico Francesco Vecchiacchi, direttore del laboratorio radio della Magneti Marelli, si cimentò nel campo televisivo avvalendosi della collaborazione della statunitense RCA e dell'ingegnere Vladimir Zvorykin: furono sviluppati e costruiti le prime telecamere a 441 linee e i televisori a scansione elettronica di produzione italiana su brevetti RCA - di cui Marelli divenne licenziataria - presentati al pubblico in più occasioni.[5] Dopo la vittoria militare italiana nella Guerra d'Etiopia del 1935-36, Radiomarelli lanciò modelli di radio i cui nomi si ispirarono a località in cui si svolsero le battaglie vittoriose, come Axum (1937), Dubat (1937), Ual Ual (1937) e Assab (1938-39), o anche di stelle, come Alcor (1937), Merak (1937), Mizar (1937), Altair (1938) e Aldebaran (1938-39).[3]

Nel 1939, con il profiliarsi dell'ingresso dell'Italia fascista nella Seconda guerra mondiale, la Magneti Marelli per timore di possibili bombardamenti decise di spostare una parte delle sue attività industriali della fabbrica di Sesto San Giovanni - dove si svolgevano le produzioni Radiomarelli - presso un capannone dismesso a Carpi, in provincia di Modena.[6] Tuttavia però, nel periodo 1943-45, tutti gli stabilimenti della Magneti Marelli furono distrutti dai bombadamenti effettuati dall'aviazione alleata.[7]

L'espansione nel periodo del boom economico e l'incorporazione in Magneti Marelli (1946-1974)[modifica | modifica wikitesto]

Magnetofono a valvole RM5 del 1965
Radio portatile a transistor RD320 del 1967

Al termine del conflitto, si procedette con la ricostruzione, e nel 1946, in occasione della Fiera di Milano, furono esposti; il radioricevitore portatile 9U65 con superterodina a cinque valvole e tre gamme d'onda; i radioricevitori 9A75 e 9A85 con superterodina a cinque valvole e tre gamme d'onda; il radioricevitore 9A26 a 6 valvole e cinque gamme d'onde; il radiofonografo 9F26.[7][8]

Negli anni cinquanta e sessanta i cataloghi si ampliano con la presenza di prodotti sempre aggiornati. Seppure non fosse il suo core business, dalla metà degli anni cinquanta l'azienda sviluppò alcuni prodotti di design, in collaborazione con professionisti del settore.[3] Nello stesso periodo, la società diveniva Radiomarelli S.p.A., con gli uffici amministrativi in corso Venezia 51.[9][10] La produzione principale dell'azienda milanese divenne quella dei televisori, di cui menzione particolare merita il Movision da 17 pollici del 1956, disegnato da Pierluigi Spadolini.[11] All'apice del successo, nella prima metà degli anni sessanta, il catalogo comprendeva, oltre agli apparecchi radiofonici e televisivi, anche gli elettrodomestici (frigoriferi, lucidatrici, aspirapolvere, lavatrici e condizionatori).[12] L'azienda commercializzava i suoi prodotti anche con marchio West.[3]

La FIAT, azionista della Magneti Marelli assieme alla Ercole Marelli, nel 1967 rilevò le quote societarie possedute da quest'ultima, e giunse ad assumerne il pieno controllo: il Gruppo automobilistico torinese attuò un piano di riorganizzazione con cui le controllate di MM, tra cui la stessa Radiomarelli, furono incorporate nella società-capogruppo.[13][14] Radiomarelli cessò di esistere come azienda, mentre il marchio confluì in una delle due divisioni commerciali create dalla Magneti Marelli nel 1973 a seguito di un piano di ristrutturazione aziendale.[15]

Da Magneti Marelli a ELCIT (1975-1998)[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni settanta cominciarono a manifestarsi i primi segnali di crisi dell'industria elettronica italiana, messa in ginocchio da due fattori: il primo fu la mancata introduzione della televisione a colori in Italia, che condannava le aziende produttrici di apparecchi televisivi ad un grave ritardo tecnologico rispetto ai concorrenti stranieri; il secondo fu l'invasione del mercato europeo e nazionale da parte degli asiatici, che con i loro prodotti finiti (fra cui mangiadischi, televisori e radio), nonostante i dazi, arrivarono al consumatore finale a basso costo.

Nel 1975, Magneti Marelli assieme alla SEIMART di Torino, creò la SEIMART Elettronica S.p.A., allo scopo di migliorare le proprie risorse industriali e commerciali.[16]

Nella nuova società, divenuta ELCIT Elettronica Civile S.r.l., confluirono i marchi Radiomarelli e West da parte di Magneti Marelli, e i marchi Magnadyne, LESA e Kennedy da parte SEIMART, e le attività industriali di quest'ultima che si svolgevano negli stabilimenti di Sant'Antonino di Susa, in provincia di Torino, e Tradate, in provincia di Milano, nonché le reti commerciali e di assistenza tecnica di ambedue le aziende, assorbendo un totale di circa 3.200 dipendenti.[17] La produzione di ELCIT era troppo modesta e troppo polverizzata per poter competere con le altre aziende del settore. Dopo una serie di riduzioni di personale e di ricorsi a integrazioni salariali, la Elcit nel 1990 occupava solo 360 dipendenti, con una produzione di apparecchi televisivi declinati nei marchi Magnadyne e RadioMarelli per un totale annuo di soli 80.000 televisori.[18] Rilevata da Sandretto nel 1991, ELCIT fu attiva fino al 1998.[19]

Il marchio Radiomarelli dopo ELCIT (2010-presente)[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni successivi, il marchio Radiomarelli è stato riutilizzato in svariate occasioni e con diverse denominazioni (Radiomarelli Multimedia, etc.) da imprenditori italiani e stranieri, per il rebadging di prodotti d'importazione (oltre a televisori anche per cellulari e prodotti multimediali) o semplicemente legandolo a operazioni commerciali diverse da quelle destinate alla vendita di prodotti di elettronica di consumo. Alcuni imprenditori hanno infatti fondato nuove aziende utilizzando lo stesso nome; fra i tanti usi quello di una società svizzera che acquisì i diritti d'uso del marchio ed assunse la ragione sociale Radiomarelli SA, per la distribuzione di una linea di TV LCD, poi fallita nel corso del 2014.[20][21]

Dal 2017 è attiva una società di distribuzione commerciale denominata Radiomarelli S.r.l. con sede a Roma.[22]


Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Annuario industriale della Provincia di Milano 1933-XI, Unione Fascista degli Industriali della Provincia di Milano, 1934, p. 214.
  2. ^ a b Notizie statistiche delle Società italiane per azioni, Associazione fra le società italiane per azioni, 1934, p. 1978.
  3. ^ a b c d e f g h i j U. Alunni, La radio in soffitta, Lulù.com, 2014, pp. 342-349.
  4. ^ Radiomarelli 1929/, su cultura.mise.gov.it. URL consultato il 23 aprile 2021.
  5. ^ G. Vannucchi, F. Visintin, Radiofonia e televisione: era analogica, in V. Cantoni, G. Falciasecca, G. Pelosi (a cura di), Storia delle telecomunicazioni, vol. 1, Firenze University Press, 2011, p. 466.
  6. ^ P. Borsari, Carpi dopo il 1945. Sviluppo economico e identità culturale, Carocci, 2005, p. 89.
  7. ^ a b E. Mentasti, La guardia rossa racconta: storia del Comitato operaio della Magneti Marelli, Colibrì, 2006, p. 17.
  8. ^ Fiera di Milano 1946. Fiera della ripresa!, in Elettronica, n. 10, Radio Club Piemonte, ottobre 1946, pp. 405-409.
  9. ^ Comunicato Radiomarelli pubblicato sulla rivista L'Antenna n. 9 del settembre 1956, p.1
  10. ^ A. Amaduzzi, R. Camagni, G. Martelli, Studio sulla evoluzione della concentrazione nell'industria degli elettrodomestici (Nice 376) e nella costruzione di radio-televisori ed apparecchi elettro-acustici (Nice 375) in Italia 1962-1970, Commissione delle Comunità Europee, 1974, p. 35.
  11. ^ MOVISION:by Pierluigi Spadolini, su mudeto.it. URL consultato il 24 aprile 2021.
  12. ^ Radiomarelli 1965 (PDF), su leradiodisophie.it. URL consultato il 24 aprile 2021.
  13. ^ Concentrazione di società nella Magneti Marelli, in Corriere della Sera, 17 novembre 1967, p. 6.
  14. ^ Le società quotate alla Borsa valori di Milano dal 1861 al 2000. Profili storici e titoli azionari, Scheiwiller, 2002, p. 398.
  15. ^ Mentasti, p. 19.
  16. ^ È nata la Seimart Elettronica, in La Stampa, 24 dicembre 1975, p. 14.
  17. ^ Che cosa rappresenta la nuova Società, in La Stampa, 24 dicembre 1975, p. 14.
  18. ^ CSI-Piemonte, RESOCONTI CONSILIARI, su www.cr.piemonte.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  19. ^ F. Morello, Sant'Antonino, chiude la Elcit, in La Stampa-Sezione provincia di Torino, 9 gennaio 1998, p. 40.
  20. ^ Rispunta la Radiomarelli: da Lugano a Termini Imerese Il marchio ora svizzero punta all'ex impianto Fiat, in ilGiornale.it. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  21. ^ MediaTI, È fallita la Radiomarelli - Ticinonews, su www.ticinonews.ch. URL consultato il 28 febbraio 2018.
  22. ^ (EN) RADIOMARELLI SRL, su dnb.com. URL consultato il 24 aprile 2021.

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