Sèleco

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Sèleco
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Stato Italia Italia
Fondazione 1965 a Pordenone
Fondata da Lino Zanussi
Sede principale Pordenone, Viale Lino Zanussi, 11
Settore Elettronica
Sito web

Sèleco è stata una nota azienda italiana sita a Pordenone (località Vallenoncello) che ha segnato la storia nel campo dell'elettronica di consumo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Sèleco fu fondata nel 1965 a Pordenone (località Vallenoncello) come marchio della Zanussi Elettronica S.p.A., divisione elettronica della Zanussi, creata qualche anno prima dall'ingegner Giorgio Tranzocchi su incarico del cavalier Lino Zanussi. Stava esplodendo in quegli anni il mercato dei televisori in Italia e su tale onda il marchio Sèleco conquista grande notorietà e numerosi riconoscimenti nel mondo per qualità e profilo estetico. Nel corso degli anni Sèleco gode di momenti di successo uniti a periodi bui determinati dalle incessanti evoluzioni di un mercato dinamico come quello dell'elettronica di consumo, nel quale le continue innovazioni tecnologiche sono necessarie per evitarne l'estromissione a opera dei tanti concorrenti.

La crisi degli anni ottanta[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni ottanta la Zanussi viene travolta dalla crisi, e così nel 1984 viene ceduta alla multinazionale svedese Electrolux, con Sèleco che diviene un'azienda autonoma di elettronica, specializzata nella produzione di televisori a colori, con la denominazione Sèleco S.p.A.. La nuova società viene creata come società a capitale misto, in cui vi fanno parte la stessa Zanussi, la finanziaria pubblica REL e la Indesit, rispettivamente con il 45,26, il 49 e il 5,74%, e con un'iniezione di denaro pubblico pari a 102 miliardi di lire[1]. Poiché la gran parte delle aziende italiane produttrici di televisori in quel periodo è in crisi, Sèleco diventa il primo produttore nazionale del settore e detiene il 13% del mercato nazionale[2].

I primi anni di attività dell'azienda non sono positivi e i bilanci registrano perdite, ma sono caratterizzati da grandi investimenti economici in chiave marketing e comunicazione (tra cui l'accordo come sponsor della squadra di calcio della Lazio dal 1982 al 1984), mentre a livello produttivo nascono i primi televisori digitali. Inoltre vi è pure un massiccio impegno aziendale nell'ambito dei decoder per la pay tv, divenendo fornitore per la nascente Telepiù.

Nel 1988 la società viene messa in vendita, ma verrà ceduta soltanto nel 1991, all'imprenditore piemontese Gian Mario Rossignolo, amministratore delegato della stessa Sèleco[3]. I conti della società e la sua capacità produttiva (900.000 televisori e 100.000 videoregistratori l'anno) migliorano, e nel 1992, Sèleco acquisisce il controllo di Elbe, prima azienda spagnola produttrice di televisori di Barcellona, e diviene la quarta azienda del settore in Europa[4]. Nello stesso anno acquisisce dalla famiglia Brion l'azienda Brionvega, conosciuta da tempo a livello nazionale per gli eleganti e originali modelli creati da celebri designer italiani, tra cui Franco Albini, Mario Bellini, Richard Sapper e Marco Zanuso. In quel periodo, Sèleco, conta cinque impianti produttivi, tre in Italia (Pordenone, Milano, Airasca (TO)), uno in Spagna e uno a Malta, in cui vi lavorano circa 3.000 addetti, indotto compreso.

Una divisione di Sèleco è dedicata allo sviluppo di apprezzati videoproiettori a tubo catodico. Oltre alle applicazioni professionali legate all'intrattenimento, i videoproiettori raccolgono l'interesse del nascente pubblico home-theater ed è del 1993 la realizzazione di una joint venture per l'audio-video con la ESB di Aprilia (RM), allora tra i maggiori produttori italiani di sistemi di altoparlanti.

La nuova crisi[modifica | modifica wikitesto]

Proprio nel 1993, Sèleco va incontro a una nuova crisi dovuta alla perdita di competitività sul mercato, e agli onerosi investimenti effettuati per acquisire i marchi Elbe e Brionvega. Viene chiuso lo stabilimento spagnolo per recuperare il deficit che si stava accumulando, e nel 1994 la società friulana rischiava di venir messa in liquidazione. Sèleco viene salvata grazie a un piano di risanamento e poi con una ricapitalizzazione di 45 miliardi di lire[5], a cui partecipano il patron Rossignolo con il 42,64%, la Friulia (finanziaria della Regione Friuli-Venezia Giulia) con il 28,89%, un gruppo di banche con il 23,33% e alcuni dipendenti con il 5,14%[6].

La chiusura[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 1997 la Sèleco, malgrado il tentativo di ripresa che però non produce gli effetti sperati a causa del mercato che stava concretamente vivendo momenti di vera crisi, giunge all'inevitabile fallimento, stabilito con il provvedimento del 18 marzo 2014 del Tribunale di Pordenone.

La rinascita[modifica | modifica wikitesto]

Il gruppo industriale a conduzione familiare Formenti, fondato da Carlo Formenti, rileva dalla procedura fallimentare la Sèleco e, conseguentemente, i marchi a essa associati, quali Brionvega, Imperial, Kerion, Phonola, Stern, Televideon, Walkie e Webrik. Viene costituita così una nuova società denominata Sèleco-Formenti S.p.A..

La proprietà a questo punto passa in mano a persone dotate di lunga esperienza nella produzione di televisori, motivo per cui si predilige la realizzazione di quelli a tubo catodico, mentre viene gradualmente ripresa la produzione di Doney, Algol e CuboGlass, fiori all'occhiello del brand Brionvega.

Determinanti nei primi anni del 2000 sono le operazioni dei concorrenti turchi che provocano un crollo dei prezzi nel mercato a causa della loro schiacciante competitività. Si giunge all'ultima e inesorabile crisi della Sèleco, che decide di avviare la produzione dei primi LCD (Ego 15 pollici), mentre si cerca di dare continuità al marchio Brionvega attraverso la creazione di Doge a opera del noto designer Mario Bellini. La situazione critica in cui versa l'azienda diventa insostenibile a tal punto che nel 2004 Sèleco-Formenti viene posta in liquidazione.

Nel febbraio del 2005 viene affidata per un anno l'amministrazione provvisoria all'ad Giovanni Formenti. Esattamente un anno dopo, nel febbraio 2006, la Sèleco-Formenti entra in amministrazione straordinaria. Si giunge a un punto di definitiva svolta per le sorti della Sèleco-Formenti nell'agosto dello stesso anno, quando l'imprenditore friulano Marco Asquini, affiancato dal fratello Carlo, decide di rilevare l'azienda cambiandone il nome in Super//Fluo S.p.A.: nel pacchetto acquisitivo sono compresi tre marchi storici della televisione made in Italy (Sèleco, Brionvega e Imperial) più una serie di brand di minore rilevanza.

Da allora i due fratelli Asquini operano per il rilancio dell'azienda e dei suoi marchi, impegnandosi fin dall'inizio alla riassunzione di 75 dei 110 dipendenti provenienti dalla vecchia gestione di Sèleco. La nuova proprietà riprende la produzione nel mese di ottobre, iniziando poi una fase di rilancio del marchio Sèleco con varie iniziative commerciali, quali la collaborazione con Mediaset nel 2007 ed il ritorno sul mercato nell'inverno 2008, con il televisore LCD modello Bivio e la radio modello Aradio. Proprio alla fine di quell'anno la Super//Fluo viene però investita da una grave crisi, che nel marzo 2009 porta alla sua liquidazione[7], questo pare per facilitare un accordo con un partner di Taiwan, ovvero la società produttrice di periferiche per computer A-Data[8]. Nel mese di ottobre si arriva quindi al fallimento di Smart Tv, nuova denominazione sociale che intanto aveva adottato la Super//Fluo[9].

Nel dicembre 2016 la Twenty S.p.A., già proprietaria della Magnadyne, annuncia l'acquisizione del marchio Sèleco, con l'obiettivo di rilanciare l'immagine e la produzione dello storico marchio italiano a partire dalla primavera 2017[10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Grazie a finanziamenti agevolati arrivano alla Sèleco 102 miliardi", articolo di Repubblica del 28 dicembre 1984
  2. ^ "L'Electrolux minaccia la vendita della Sèleco", articolo di Repubblica del 13 novembre 1987
  3. ^ "La Sèleco a Rossignolo e la REL va in pensione", articolo di Repubblica del 1º marzo 1991
  4. ^ "A Sèleco il controllo della spagnola Elbe", articolo del Corriere della Sera del 18 marzo 1992
  5. ^ "Terminato l'aumento di capitale della Sèleco", articolo del Corriere della Sera del 6 agosto 1994
  6. ^ "Sèleco, al via il rilancio anche i dipendenti soci", articolo del Corriere della Sera dell'8 settembre 1994
  7. ^ "Super//Fluo in liquidazione. In ansia i 96 lavoratori", articolo del Messaggero Veneto del 4 marzo 2009
  8. ^ "È Data uno dei partner dell'ex Sèleco", articolo del Messaggero Veneto del 28 marzo 2009
  9. ^ "Terzo fallimento Sèleco, a casa in 97", articolo de Il Giornale del Friuli del 17 ottobre 2009
  10. ^ Twenty acquisisce il marchio Sèleco, Editoriale Duesse-Cons. Electronics, 21 dicembre 2016

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Massimo Boni, Alberto Terasso - Seleco. Storia di miliardi, bugie e illusioni - San Vito al Tagliamento, Ellerani, 1999, ISBN 88-85339-04-2.
  • Massimo Boni, - "Selecochoc - la scarica mortale a un comparto in agonia" - Pordenone, Omino Rosso, 2010

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]