Magnadyne

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Magnadyne
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StatoItalia Italia
Forma societariaSocietà per Azioni
Fondazione1922 a Torino
Fondata daPaolo Dequarti
Chiusura2019
Sede principaleTrieste
GruppoSèleco S.p.A.
Settore
Prodotti
Slogan«Lo stradivario della radio (anni '30)»
Sito webwww.magnadyne.eu/
Apparecchio Magnadyne MD-6022, classificato "Alta Fedeltà" e dotato di un rudimentale equalizzatore con impostazioni predefinite (registri) per musica e parola.

Magnadyne è stata un'azienda italiana produttrice di elettronica di consumo e di elettrodomestici.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni di attività[modifica | modifica wikitesto]

La storia di questa ditta ebbe effettivamente inizio nel 1922 a Torino, quando Paolo Dequarti, allora sedicenne, iniziò ad occuparsi della costruzione di apparecchi radio in una piccola officina elettromeccanica, che dovette poi interrompere per rispondere alla chiamata al servizio di leva militare.

Ripresa in seguito l'attività nel 1928, il Dequarti (in qualità di socio occulto) insieme al sig. Mario Pesce diedero vita ad una nuova società denominata Magnadyne Radio di Pesce Mario S.A., attraverso la quale proseguì la costruzione di apparecchi radiofonici, affiancandola a quella degli accumulatori elettrici e degli apparecchi frigoriferi, in un capannone industriale sito in via sant'Ambrogio 10, accanto alla sede legale della società che si trovava al civico numero 8, nel quartiere torinese di Pozzo Strada.

Negli anni trenta, l'azienda cominciò a svilupparsi rapidamente, tanto da riuscire a conquistare grosse quote nel mercato nazionale delle radio, superando nelle vendite alcuni concorrenti del settore sia nazionali che esteri, data la qualità ed il prezzo dei modelli. Tanto che nel 1935 si arrivò ad occupare in fabbrica 1.000 addetti, producendo in proprio tutti i componenti ad eccezione delle valvole, fornite da ditte esterne.

Nel 1937, il Dequarti acquistò l'intero pacchetto azionario della S.A. ing. Clemente Diena e nel 1939 diede vita alla Magnadyne S.A.. Nel 1941, il Dequarti rilevò pure tutte le quote del sig. Pesce "per una cifra del valore di 12 milioni di lire". Ma l'anno successivo, a causa della seconda guerra mondiale, fu costretto a sospendere l'attività industriale, poiché i capannoni vennero completamente distrutti dai bombardamenti che colpirono in quel periodo Torino.

Nel 1943, le attività dell'azienda vennero trasferite in un capannone a Sant'Antonino di Susa, e nel 1945 la produzione, seppur in misura limitata, poté essere ripresa, con la realizzazione di componenti per radioricevitori.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1948, fu aperto un altro stabilimento a Torino, in via Avellino, dove fu trasferita anche la sede legale, specializzato nella produzione di componenti elettronici.

Nel 1953, venne fondata dal Dequarti la società Visiola di Paolo Dequarti & C. s.a.s. con sede a Roma, la cui attività consisteva nella fabbricazione di apparecchi televisivi, e nello stesso anno creò la holding Infin s.a.s., con sede a Friburgo. Tutte le competenze della Magnadyne S.A. confluirono in questa nuova entità, e per questo, nel 1955, Magnadyne S.A. cessò di esistere, pur mantenendo in uso il marchio. La produzione si estese quindi dai televisori, alle radio, ai frigoriferi, alle lavatrici, alle valvole termoioniche, e dal 1961, ai transistor. Vendendo i prodotti coi marchi Magnadyne, Kennedy, Visiola, Damaiter, Eterphon, inclusi brand minori.

La crisi della società[modifica | modifica wikitesto]

Sino alla seconda metà degli anni '60, la Infin attraversò un periodo florido, ma sul finire del decennio, con l'aumento esponenziale della concorrenza estera, la società si ritrovò a dover fronteggiare una pesante crisi di mercato.

Nel 1971, il Dequarti chiese l'amministrazione controllata; e nello stesso anno, marchi e stabilimenti (con una forza lavoro pari a 2.100 addetti) passarono sotto il controllo della SEIMART (Società Esercizio Industriale Manifatturiere Radio e Tv), appositamente creata dalla GEPI, per salvare le aziende italiane di elettronica in crisi. Con SEIMART, fu mantenuto solamente il marchio Magnadyne e la produzione navigò fra alti e bassi. In particolare, si registrò una sensibile contrazione nel comparto industriale, con la chiusura dello stabilimento di Torino e il trasferimento delle attività nel solo impianto di Sant'Antonino di Susa.

Nel 1976, la fabbrica fu direttamente inglobata nella GEPI, che diede vita alla società ELCIT - Elettronica Civile S.r.l. per la produzione, fra l'altro, di televisori a colori a marchi Magnadyne e RadioMarelli. Per buona parte degli anni ottanta, le attività ebbero un discreto andamento commerciale, nonostante le ristrettezze tecnologiche a disposizione.

Nel 1991, la Elcit con i suoi 116 dipendenti, furono rilevati dalla azienda torinese Sandretto, produttrice di presse a iniezione. La nuova proprietà fece grossi investimenti per rilanciare e diversificare la produzione, ma ciò nonostante si registrarono troppe difficoltà a competere sul mercato, ormai caratterizzato dalla aggressiva concorrenza dei prodotti asiatici e turchi. Così, nel 1997, l'83 per cento del personale venne posto in cassa integrazione[1].

La chiusura[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998, l'azienda cessò definitivamente le attività, licenziando i circa 100 dipendenti rimasti nello stabilimento di Sant'Antonino di Susa, che chiuse parallelamente alla scomparsa dal mercato del marchio Magnadyne.

Il tentativo di rilancio del marchio[modifica | modifica wikitesto]

Twenty S.p.A., azienda dedicata alla commercializzazione di grandi e piccoli elettrodomestici, ha acquistato, nel corso del 2014, lo storico brand Magnadyne, con il proposito di rilanciarlo a livello internazionale. Nel 2016, la stessa società inizia la distribuzione di una gamma completa di televisori a tecnologia LED nei formati da 32 e 40 pollici.

Dal maggio 2017, Twenty S.p.A. cambia ragione sociale in Sèleco S.p.A., confermando lo sviluppo futuro di nuovi prodotti a marchio Magnadyne, parallelamente all'acquisto di Sèleco, altra famosa marca dell'elettronica di consumo italiana. A seguito di alterne vicende commerciali nonché gestionali, il 9 maggio 2019 Sèleco S.p.A. viene dichiarata fallita dal Tribunale di Milano, ponendo contestualmente fine al progetto di rilancio di Magnadyne[2].

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Il proprietario di Magnadyne Paolo Dequarti, nel 1943, durante l'occupazione nazista di Torino, riuscì a far rilasciare un suo dipendente, Nissim Gabbai, un ingegnere di religione giudaica arrestato dai tedeschi, facendone anche evitare la deportazione nei campi di sterminio[3]. Gabbai lavorò nell'azienda torinese fino alla pensione, e nel 1964, ne divenne persino il direttore generale[4].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • S. Sacco - La Magnadyne di Sant'Antonio. La nascita, lo splendore, il declino e le lotte per la difesa dell'occupazione - Graffio, Torino, 2008, ISBN 88-95057-06-6

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN293762489 · LCCN (ENno2011143394 · GND (DE7841693-0 · WorldCat Identities (ENlccn-no2011143394
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